Archivio della categoria: Spiritualità

Scritti di santi e articoli sulla spiritualità ortodossa

Omelia sul radioso giorno di Pasqua

di San Giovanni di Kronstadt

San Giovanni di Kronstadt

Io sono il primo e l’ultimo; Io sono il vivente, ed ero morto, ed ecco, sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell’inferno. (Ap 1, 17-18)
Queste cose dice il Santo, il Veridico, Colui che detiene la chiave di Davide, che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre. (Ap 3, 7)
Io mi rallegro insieme a voi tutti per la luminosa Resurrezione di Cristo e nell’occorrenza di un tale grande e santo giorno vorrei parlare a voi, cari fratelli e sorelle, di queste parole della Sacra Scrittura; e se vi chiamo cari è perché davvero siete cari al nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha redenti ad un prezzo infinitamente prezioso, quello del suo purissimo sangue, sparso sulla croce per la nostra salvezza. Ricordate questo e non dimenticate; non dimenticate da cosa siete stati redenti a un tal caro prezzo: dal peccato, dalla maledizione e dalla morte, sia temporale che eterna. Guardatevi con tutte le forze dal peccato, che ha causato tali sventure nel mondo e che anche ora provoca ogni genere di sventura. E così, io ripeto: Cristo è risorto! È veramente risorto!
Vorrei spiegare a voi le parole dell’Apocalisse dell’apostolo ed evangelista Giovanni il Teologo, che ho citato all’inizio: io sono il primo e l’ultimo; io sono il vivente, ed ero morto, ed ecco, sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell’inferno. Con queste parole potenti il Signore ci indica che Egli è l’Inoriginato e Onnipotente Creatore di tutte le cose visibili e delle invisibili, ovvero del mondo angelico; che tutta la creazione ha ricevuto il suo inizio da Lui, anche lo stesso Lucifero, gettato giù dal cielo e divenuto Satana e il diavolo, il capo degli angeli caduti, che osò opporsi a Dio ed entrare in lotta con il suo Creatore introducendo il peccato e la morte nel mondo di Dio. Dice il Signore: Io sono il primo e l’ultimo; da me tutti gli spiriti creati hanno ricevuto il loro inizio – gli angeli e i demoni, che prima erano spiriti buoni e santi; per tramite della mia parola cielo e la terra e tutto il genere umano furono chiamati all’esistenza e furono date le leggi dell’esistenza e della vita; da me sono e saranno compiute tutte le nascite delle creature e per me sarà la fine del cielo e della terra e di tutte le creature terrene; per me sarà l’universale resurrezione e il giudizio di tutti; per me saranno vinti e sottomessi tutti i miei nemici e tutto il regno di satana; da Me sarà distrutto e annientato l’ultimo nemico, la morte.
L’Apocalisse dell’Apostolo Giovanni è l’ultimo libro della Sacra Scrittura, mentre il primo libro è la Genesi del mondo e della razza umana, scritta per ispirazione dello Spirito Santo dal Profeta Mosè. Il Signore così ci dice che per mezzo di lui il mondo e il corso della sua esistenza ha avuto inizio, e per mezzo di lui anche seguirà la fine del mondo visibile, come è dettagliatamente esposto nell’Apocalisse, che parla anche della battaglia finale del serpente, o Satana, con l’Agnello , che fu sgozzato e assaggiò la morte per la salvezza del mondo. Perciò il Signore dice a Giovanni: “Io sono il primo e l’ultimo”, cioè tutto ciò che per mezzo mio ha ricevuto il suo inizio, per mezzo mio finirà; per mezzo mio avrà fine il mondo, avrà fine il regno di Satana e avrà inizio il suo tormento eterno, alla fine della battaglia del bene contro il male – la fine della morte, la fine del morire – e per mezzo mio la giustizia regnerà. Da Me il bene e il male riceveranno la giusta ricompensa; i peccatori impenitenti andranno al tormento eterno, e i giusti alla vita eterna. Ecco, io vengo presto; e con me è la mia mercede, per dare a ciascuno secondo le sua opera (Ap. 22, 12), dice il Signore molte volte nell’Apocalisse.
Indicando che sopportò la morte per noi, e che senza dubbio la resurrezione generale sarà per mezzo di Lui, il Vincitore della morte, Egli dice: “Io ero morto, ma ecco, sono vivo per i secoli dei secoli, amen”; e anche voi vivrete per sempre. Questo è il significato delle parole del Risorto: Io sono il primo e l’ultimo; io sono il Vivente ed ero morto per te, per la tua redenzione dalla morte, ed io, vale a dire, ho vinto la tua morte con la mia morte innocente per amor tuo, ed ecco, io siedo anche per sempre con il Padre mio sul Suo trono. Non ero separato da Lui, anche se ero sulla terra a compiere la mia grande opera per voi, che siete soggetti al peccato e alla morte. Pertanto operate anche voi, miei discepoli, e lottate contro il peccato per compiere il bene, e dove io sono, nel Regno eterno, lì sarà anche il mio servo.
Importanti sono anche le parole del Signore: tengo le chiavi della morte e dell’inferno; e, in un altro luogo nello stesso libro: queste cose dice il Santo, il Veridico, Colui che detiene la chiave di Davide, che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre. Proprio come i conquistatori delle città nei tempi antichi, che, come segno della loro vittoria, prendevano le chiavi delle porte della città ed entravano trionfalmente nella città conquistata, così anche il nostro Signore, dopo aver conquistato l’inferno e la morte per noi, con la sua morte, come Vincitore prese da Satana le chiavi con cui aveva governato per intere migliaia d’anni, le chiavi dell’inferno e della morte, e distrusse l’inferno, luogo di vincoli eterni per i nati dalla terra, e liberò i suoi eterni prigionieri e li condusse fuori verso la luce del Regno dei Cieli.

(trad. di p. Daniele Marletta,  tratto da LUCE VITA n 10)

Il Paradiso mistico e l’Albero della Vita

† Sua Eminenza, il Metropolita Cipriano di Oropos e Filì

Il Paradiso mistico e l’Albero della Vita

La Santa Croce

La Santa Croce

Nel mese di Settembre, il popolo degli ortodossi festeggia e celebra con gioia le due inamovibili colonne della Chiesa: la Deipara e la Croce.

Venerando la preziosa Croce di Nostro Signore, allo stesso tempo magnifichiamo nostra Madre, la Tuttasanta; poiché la Deipara è il mistico Paradiso, che “senza essere arato ha fatto germogliare Cristo, per mezzo del quale l’albero vivificante della Croce fu piantato sulla terra”.

La morte entrò nel mondo per mezzo di una donna (Eva) e di un albero (il frutto proibito); per mezzo della pura Madre di Dio e dell’Albero tre volte beato, la morte è stata abolita, “la maledizione sul genere umano è stata distrutta”, la pace regna nelle nostre anime, “la natura e il tempo” “sono rinnovati”.

La santa Chiesa Ortodossa di Cristo invoca sempre con fervore la Deipara e la Croce nelle sue suppliche:

“Per la Tua Croce, o Salvatore, metti in fuga I nostri nemici e disperdi come polvere le loro eresie. Innalza il corno della Tua venerabile Chiesa; poni fine all’infuriare dei nostri nemici contro di noi; e dai pace alla moltitudine degli ortodossi per la preghiere di colei che ti ha partorito”.

Quindi, la nostra dolcissima Madre “è nata e il mondo è rinnovato con Lei”; la Croce vivificante di Cristo è esaltata e “santifica i confini della terra”.

La nostra vita è un portare una croce: siamo continuamente combattuti da pensieri maligni; il nostro essere è scosso dal sorgere di varie passioni, dalle malattie del corpo, dalle afflizioni della vita.

L’amore di Cristo, comunque, pone tutto questo al fine di purificarci dal nostro spirito di orgoglio, affinché i nostri cuori divengano malleabili e capaci di avere su di sé il sigillo della bellezza divina: “sia segnata su di noi la Luce del Tuo benvolere, Signore”

In questo martirio della coscienza – finché non avremo acquisito la conoscenza di Dio – ci sono per noi momenti di abbattimento, ci avviciniamo all’orlo della disperazione.

Ma ecco! Le torri indistruttibili: la Deipara e la Croce. Il nostro ricorso ad esse dimostra che la nostra vita non è soltanto una questione di croce, ma di croce e resurrezione.

Costantemente crocifiggiamo noi stessi e moriamo per amore di Cristo. Miracolosamente però, per l’intercessione della Deipara nostra Sovrana e per il potere della vivifica Croce, siamo resuscitati e portati al Cielo della Grazia.

* * *

Sì, mia anima, mia anima! Tu che sei “adorna della porpora regale divinamente intessuta e del lino fine dell’incorruttibilità”, non disperare, non essere negligente. “Perché nulla di ciò che Dio compie, lo ha mai compiuto per malizia, ma per un buon fine”. Nell’umiltà delle tue crocifissioni, guadagni la vita e partecipi alla vita eterna del nostro Salvatore, poiché “la preghiera dell’umile ‘muove’ Dio” e attrae la Grazia.

Non cessare, mio beato cristiano, mentre combatti per la tua “cristificazione”, di rifugiarti con illimitata speranza nella Madre di Cristo, che è al di sopra di ogni inno, e nella Croce vivifica.

Lì troverai forza, consolazione, santificazione e libertà. Non confidare e non fidarti della tua conoscenza e delle tue virtù; noi tutti “abbiamo bisogno di una guida”. E non dimenticare che “tutta la giustizia dell’uomo non è che uno straccio sporco”.

Tredicesima Domenica di San Matteo
5/18 Settembre 2005

La visione ortodossa del mondo

P. Seraphim (Rose) di Platina

La visione ortodossa del mondo

NOTA DEL WEBMASTER:
Proponiamo qui in traduzione una famosa conferenza tenuta dal monaco ortodosso americano p Seraphim (Rose) di Platina. Non concordiamo in tutto con alcune sue conclusioni un po’ semplicistiche, dovute in gran parte al tempo in cui la conferenza fu effettivamente pronunciata, ma nondimeno questo scritto contiene molte considerazioni di enorme importanza per comprendere il punto di vista ortodosso sulla vita spirituale in genere, e più in particolare sul rapporto tra il cristiano e il mondo.

p. Seraphim Rose

P. Seraphim di Platina (1934 – 1982)

Prima di cominciare la mia conversazione, una parola o due sul perché sia importante avere una visione del mondo ortodossa e sul perché sia più difficile costruirne una oggi che nei secoli passati.

Nei secoli passati – per esempio nella Russia del diciannovesimo secolo – la visione ortodossa del mondo era una parte importante della vita ortodossa ed era sostenuta dalla vita attorno ad essa. Non c’era addirittura alcun bisogno di parlare di essa come di un qualcosa di separato – si viveva l’Ortodossia in armonia con la società ortodossa circostante e si aveva una visione del mondo ortodossa data dalla Chiesa e dalla società, In molti paesi lo stesso governo professava l’Ortodossia; essa era il centro di funzioni pubbliche ed il re o il governante stesso era storicamente il primo laico ortodosso con la responsabilità di dare un esempio cristiano a tutti i suoi sudditi. Ogni città aveva chiese ortodosse e molte di loro avevano Offici giornalieri, mattina e sera. C’erano monasteri in tutte le grandi metropoli, in molte città, fuori delle città ed in campagna, nei deserti e nelle regioni non coltivate. In Russia c’erano più di mille monasteri ufficialmente organizzati in aggiunta ad altri gruppi meno ufficiali. Il monachesimo era una parte accettata della vita. Molte famiglie, in effetti, avevano in qualche monastero una sorella o fratello, uno zio o un cugino che erano monaci o monache, in aggiunta a tutti gli altri esempi di vita ortodossa: c’erano pellegrini che vagavano da monastero a monastero e i folli in Cristo. L’intero modo di vita era permeato con specie di persone ortodosse, delle quali, naturalmente, il centro è il monachesimo. I modi di vita ortodossi erano parte della vita quotidiana. Gran parte dei libri che erano letti comunemente erano Ortodossi. La vita quotidiana stessa era differente per mote persone: si doveva lavorare per sopravvivere, la speranza di vita non era grande, la morte era una realtà frequente – tutto delle quali cose rinforzava l’insegnamento della Chiesa sulla realtà e sulla vicinanza dell’altro mondo. Vivere una vita ortodossa in tali circostanze era realmente la medesima cosa che avere una visione del mondo ortodossa e c’era poca necessità di parlare di una tale cosa.

Oggi, d’altra parte, tutto questo è cambiato. La nostra Ortodossia è una piccola isola nel mezzo di un mondo che opera su principi totalmente diversi – ed ogni giorno questi principi cambiano per il peggio, rendendoci più e più alienati da essa. Molte persone sono tentate di dividere le loro vite in due parti nettamente distinte: la vita giornaliera che conduciamo lavorando con gli amici del mondo nelle nostre occupazioni riguardanti il mondo e l’Ortodossia che viviamo le Domeniche ed in altri momenti della settimana quando abbiamo tempo per essa. Ma la visione del mondo di una tale persona, se si esamina da vicino, è spesso una strana combinazione di valori cristiani e del mondo, che in realtà non si mescolano. Lo scopo di questa conversazione è di vedere come le persone che vivono oggi possano cominciare a rendere maggiormente di un unico pezzo la loro visione del mondo, per renderla completamente ortodossa.

L’Ortodossia è vita. Se non viviamo l’Ortodossia, noi semplicemente non siamo ortodossi, non importa quali opinioni formali possiamo avere.

La vita nel nostro mondo contemporaneo è diventata molto artificiale, molto incerta, essa crea molta confusione. L’Ortodossia, è vero, ha una vita sua propria, ma essa pure non è molto lontana dalla vita del mondo attorno ad essa e così la vita del cristiano ortodosso, anche quando è veramente ortodosso, non può far altro che rifletterla in qualche modo. Una specie d’incertezza e confusione sono pure entrate nella vita ortodossa nei nostri giorni. In questa conversazione tenteremo di considerare la vita contemporanea e, quindi, la vita ortodossa, per vedere come meglio possiamo adempiere il nostro obbligo cristiano di condurre vite ultramondane persino in questi tempi pressoché terribili ed avere una visione cristiana ortodossa dell’interezza della vita oggi che ci renda capaci di sopravvivere con fede intatta a questi tempi.

La vita oggi è diventata anormale

Chiunque guardi alla nostra vita contemporanea dalla prospettiva della vita normalmente trascorsa dalle persone nei tempi che ci precedettero – diciamo in Russia o in America o in qualsiasi paese dell’Europa Occidentale nel diciannovesimo secolo – non può fare a meno d’essere colpito da quanto anormale sia diventata la vita al giorno d’oggi. L’intero concetto d’autorità ed obbedienza, di decenza e educazione, di comportamento pubblico e privato – tutti sono cambiati drasticamente, sono stati capovolti eccetto che in poche isolati gruppi di persone – usualmente Cristiani di qualche specie – che tentano di preservare lo stile di vita cosiddetto “di vecchia maniera”.

La nostra vita anormale oggi può essere descritta come decaduta e sovraindulgente. Fin dall’infanzia il bambino d’oggi è trattato, di regola generale, come un piccolo dio nella famiglia; si provvede ai suoi capricci, si accolgono i suoi desideri: egli è circondato da giocattoli, divertimenti, conforti; non è educato ed allevato secondo gli stretti principi del comportamento cristiano, ma lasciato svilupparsi in qualsiasi modo lo inclinino i suoi desideri . E’ usualmente sufficiente per lui dire “Lo voglio!” o “Non lo voglio fare!” affinché i genitori che vogliono gratificarlo s’inchinino davanti a lui e gli lascino fare come vuole. Forse questo non avviene sempre ed in ogni famiglia, ma avviene abbastanza spesso per essere la regola dell’educazione dei figli contemporanea e persino i genitori meglio intenzionati non si sottraggono interamente alla sua influenza. Persino se i genitori tentano di allevare il figlio con cura, i vicini tentano di fare qualcosa d’altro. Essi devono prendere in considerazione questo quando disciplinano il figlio.

Quando un tale fanciullo diventa adulto, naturalmente,si circonda delle medesime cose con cui era abituato a circondarsi nella sua infanzia: conforti, divertimenti e giocattoli da adulti. La vita diventa una costante ricerca di divertimento, la quale, visto che ci siamo, è una parola che non si trova in molti altri vocabolari; nella Russia del diciannovesimo secolo o in qualsiasi civiltà seria, non si sarebbe compreso cosa significhi questa parola. La vita è una costante ricerca di divertimento che è così vuoto di qualsiasi serio significato che un visitatore proveniente da un qualsiasi paese del diciannovesimo secolo, guardando ai nostri diffusi programmi televisivi, parchi di divertimento, avvisi pubblicitari, rappresentazioni cinematografiche, musica – insomma a quasi ogni aspetto della nostra cultura popolare – penserebbe di essere venuto incidentalmente in una terra d’imbecilli che abbiano perso ogni contatto con la normale realtà. Noi spesso non prendiamo in considerazione questo, perché viviamo in questa società e lo diamo per scontato.

Alcuni osservatori recenti della nostra vita contemporanea hanno chiamato i giorni d’oggi la “me generation” e i nostri tempi “l’età del narcisismo”, caratterizzata da un culto e un amore di sé stessi che impedisce lo sviluppo di una vita umana normale. Altri hanno parlato di un universo “di plastica” o di mondo fantastico nel quale vivono oggi così numerose persone, incapaci di fronteggiare o di riconciliarsi con la realtà del mondo attorno a loro o con i problemi dentro di loro.

Quando la “me generation” si volge alla religione – cosa che è accaduta molto frequentemente  negli ultimi decenni – è usualmente verso una forma di religione “di plastica” o di fantasia; una religione di “auto-sviluppo” (dove l’individuo rimane l’oggetto di culto), di lavaggio del cervello e di controllo della mente, di “guru” e “swami” deificati, di una ricerca di “U.F.O.” e di esseri extra terrestri, di gusti spirituali e di sentimenti anormali. Non ci addentreremo in tutte queste manifestazioni, che sono, probabilmente famigliari a gran parte di voi, se non per discutere un po’ più a fondo come questi tocchino la vita spirituale cristiano ortodossa dei nostri giorni.

E’ importante per noi comprendere, poiché noi stessi oggi tentiamo di condurre una vita cristiana, che il mondo che è stato formato dai nostri tempi sovraindulgenti, fa richieste all’anima, sia nella religione che nella vita secolare che dovrebbero definirsi totalitarie. Questo è abbastanza facile da vedere nelle preoccupanti sette che hanno ricevuto tanta pubblicità negli anni recenti e che richiedono totale sottomissione ad un uomo che si è fatto santo da solo; ma è ugualmente chiaro nella vita secolare, dove ci si confronta non solo con una tentazione individuale qua o là, ma con un costante stato di tentazione che attacca l’uomo, che sia nella musica di sottofondo che si ode dovunque nei mercati e negli affari, o nelle indicazioni pubbliche e nei tabelloni pubblicitari delle strade delle città,  nella musica rock che viene portata persino nelle foreste e nei sentieri e nella casa stessa, dove la televisione diventa spesso il governate segreto della famiglia, dettando valori moderni, opinioni e gusti. Se si hanno bambini, si sa quanto ciò sia vero; quando hanno visto qualcosa alla televisione quanto sia difficile lottare contro questa nuova opinione che è stata data dalla televisione come da un’autorità.

Il messaggio di questa tentazione universale che oggi attacca gli uomini – del tutto apertamente nelle sue forme secolari, ma usualmente maggiormente nascosta nelle forme religiose – è: vivere per il presente, godersela, rilassarsi, essere a proprio agio. Dietro questo messaggio ce ne è un altro, sottotono più sinistro che è espresso apertamente solo nei paesi ufficialmente atei che sono, sotto questo rispetto, di un passo più avanti rispetto al mondo libero. In effetti, dovremmo comprendere che ciò che accade nel mondo oggi è molto simile sia che avvenga dietro la Cortina di Ferro sia che avvenga nel mondo libero. Ci sono differenti varietà di esso, ma c’è un attacco molto simile tendente ad impadronirsi della nostra anima. Nei paesi comunisti che hanno una dottrina ufficiale dell’ateismo, si dice proprio apertamente che si deve dimenticare Dio e qualsiasi altra vita al di fuori della presente; rimuovere dalla vita il timore di Dio e la riverenza per le cose sante; ritenere coloro che ancora credono in Dio nel modo  “all’antica” come nemici da sterminare. Si potrebbe prendere come simbolo dei nostri tempi irresponsabili, amanti del divertimento e adoratori di sé stessi la nostra “Disneyland” americana; se così, non dovremmo trascurare di guardare dietro ad essa mentre mostra dove si stia realmente dirigendo la “me generation”: il Gulag Sovietico, la catena di campi di concentramento che già governa la vita di quasi la metà della popolazione del mondo.

Due falsi approcci alla vita spirituale

Ma, mi si potrebbe chiedere, cosa ha che fare tutto questo con noi, che stiamo cercando di condurre, meglio che possiamo, una sobria vita cristiana ortodossa? Ha molto a che fare. Dobbiamo comprendere che la vita intorno a noi, per quanto sia anormale, è il luogo dove cominciamo la nostra vita cristiana. Qualunque cosa facciamo della nostra vita, qualunque contenuto veramente cristiano possiamo darle, essa ha ancora qualcosa del regno della “me generation” su di essa e dobbiamo essere abbastanza umili da vedere questo. Ecco dove cominciamo.

Ci sono due approcci falsi alla vita intorno a noi che molti oggi seguono, pensando che in qualche modo ciò sia quello che i cristiani ortodossi dovrebbero fare. Un approccio – il più comune – è di seguire semplicemente i tempi: adattarsi alla musica rock, alle mode ed ai gusti moderni ed a tutto il ritmo della nostra vita moderna eccitata dalla musica “jazz”. Spesso i genitori più all’antica avranno poco contatto con questa vita e vivranno la loro vita più o meno separatamente, ma sorrideranno a vedere che i loro figli seguono l’ultima stupidaggine moderna e penseranno che ciò sia senza danno.

Questo percorso è un totale disastro per la vita cristiana; esso è la morte dell’anima. Alcuni possono ancora condurre una vita esteriormente rispettabile senza combattere contro lo spirito dei tempi, ma internamente essi sono morti o morenti, e – la cosa più triste di tutte – i loro figli ne pagheranno il prezzo in vari disordini psichici e spirituali e in malesseri che diventano sempre più comuni. Uno dei membri principali del culto del suicidio che finì così spettacolarmente a Jonestown quattro anni fa era la giovane figlia di un prete greco ortodosso; gruppi rock satanici come KISS – “Kids in Satan’s Service” – sono composti da giovani provenienti dall’Ortodossia russa; la maggior parte dei membri del tempio di Satana a San Francisco, secondo una recente indagine sociologica – è composta di ragazzi ortodossi. Questi sono solo pochi casi di particolare impatto; gran parte della gioventù ortodossa non va a tal punto fuoristrada – essi semplicemente si mescolano col mondo anticristiano che li circonda e cessano di essere esempi per quelli intorno a loro di qualsiasi specie di Cristianesimo.

Questo atteggiamento è sbagliato. Il Cristiano deve essere differente dal mondo, soprattutto dallo strano mondo d’oggi e questa deve essere una delle basilari cose che egli riconosce come parte della sua educazione cristiana. Altrimenti non c’è nessun motivo per dirci cristiani – tanto meno cristiani ortodossi.

Il falso approccio, all’estremo opposto, è quello che si potrebbe denominare falsa spiritualità: mentre diventano sempre più ampiamente disponibili le traduzioni di libri ortodossi sulla vita spirituale ed il vocabolario ortodosso di lotta spirituale si diffonde sempre di più, si trova un numero crescente di persone che discutono dell’esicasmo, della preghiera di Gesù, della vita ascetica, di stati esaltati di preghiera così come dei santi Padri più esaltati, come S. Simeone il Nuovo Teologo, S. Gregorio Palamas e S. Gregorio il Sinaita. E’ molto bene essere consapevoli di questo lato veramente esaltato della vita spirituale ortodossa ed avere rispetto per i grandi santi che l’hanno veramente vissuta; ma, a meno che abbiamo una consapevolezza molto realistica e molto umile di quanto lontani noi tutti oggi siamo anche solo per avvicinarci ad essa, il nostro interesse in essa sarà soltanto un’espressione in più del nostro universo di plastica centrato su noi stessi. “La ‘me-generation’ diventa esicasta!” – questo è quello che alcuni stanno tentando di fare oggi; ma, in questo periodo, stanno solamente aggiungendo un nuovo gioco chiamato “esicasmo” alle attrazioni di Disneyland.

Ci sono ora libri su quest’argomento molto popolari. In effetti, i cattolici romani si stanno dando molto da fare per questo genere di cose per influenza ortodossa e stanno essi stessi influenzando altre persone ortodosse. Per esempio, c’è un prete gesuita, Padre George Maloney, che scrive ogni genere di libri su quest’argomento e traduce S. Macario il Grande e S. Simeone il Nuovo Teologo e tenta di far sì che la gente sia esicasta nella vita d’ogni giorno. Hanno tutti i generi di ritiro, usualmente “carismatici”; le persone sono ispirate dallo Spirito Santo, presumibilmente, ed intraprendono ogni genere di queste discipline che noi deriviamo dai Santi Padri e che sono ben oltre il livello a cui noi siamo oggi. E’ una cosa pochissimo seria. C’è anche una signora, Catherine de Hueck Doherty (in realtà è nata in Russia ed è diventata una cattolica romana), che scrive libri riguardo a Poustinia, la vita del deserto e Molchanie, la vita silenziosa e tutte queste cose che lei cerca di mettere nella vita come si potrebbe fare con qualche moda per un nuovo dolciume. Questo, naturalmente, è pochissimo serio ed è un segno molto tragico dei nostri tempi. Questa specie di cose esaltanti sono utilizzate da persone che non hanno idea alcuna di cosa si tratti. Per alcuni è soltanto un’abitudine o un passatempo; per altri, che la prendono seriamente, può essere una grande tragedia. Essi pensano di condurre una specie di vita esaltata e in realtà non si sono neppure relazionati con i loro problemi interiori.

Lasciatemi nuovamente  sottolineare che ambedue questi estremi devono essere evitati – sia la mondanità sia la super spiritualità – ma questo non significa che noi non dovremmo avere una consapevolezza realistica delle legittime richieste che il mondo ci fa, o che dovremmo cessare di rispettare e di prendere ben fondate istruzioni dai grandi Padri esicasti e di usare noi stessi la preghiera di Gesù, secondo le nostre circostanze e le nostre capacità. Questo semplicemente deve essere al nostro livello, rimanendo con i piedi per terra. Il punto è – ed è un punto assolutamente necessario per la nostra sopravvivenza come cristiani ortodossi oggi – che dobbiamo comprendere profondamente quali siano i tempi in cui viviamo, quanto poco in realtà conosciamo e percepiamo la nostra Ortodossia, quanto lontani siamo non soltanto dai santi dei tempi antichi, ma persino dal normale cristiano ortodosso di cento anni fa o anche di una generazione fa, e quanto dobbiamo umiliarci solamente per lottare oggi come cristiani ortodossi.

Cosa possiamo fare

Cosa possiamo fare , più specificatamente, per ottenere questa consapevolezza, questa realizzazione, e come possiamo farla fruttare nelle nostre vite? Tenterò di rispondere a questa domanda in due parti: primo, riguardo alla nostra consapevolezza del mondo intorno a noi, divenuto come mai prima nella storia della cristianità  il nostro  nemico cosciente; e, secondo, riguardo la nostra consapevolezza dell’Ortodossia, che, temo, molti di noi conosciamo molto meno di quanto dovremmo, molto meno di quanto dovremmo conoscerla se vogliano conservarla.

Primo, poiché, desiderandolo o meno, noi siamo nel mondo (e i suoi effetti sono sentiti persino in un luogo remoto come qui nel nostro monastero), dobbiamo affrontare lui e le sue tentazioni in maniera onesta e realistica, ma senza cedergli; in particolare dobbiamo preparare i nostri giovani per le tentazioni che essi dovranno affrontare e, per così dire, vaccinarli contro di esse. Dobbiamo essere pronti ogni giorno a rispondere all’influenza del mondo per mezzo dei principi di una solida educazione cristiana.

Questo significa che ciò che un bambino impara a scuola deve essere costantemente verificato e corretto a casa. Non possiamo dare per scontato che ciò che imparerà a scuola sia sicuramente qualcosa di utile o di secolare e che non ha niente a che fare con un’educazione ortodossa. Il ragazzo può imparare utili abilità e fatti (sebbene molte scuole in America oggi falliscano miserabilmente anche in questo; molti insegnanti ci dicono che tutto ciò che possono fare è tenere i ragazzi in classe in buon ordine senza insegnare loro nulla), ma persino se egli ha buoni risultati, impara molti erronei atteggiamenti e filosofie. L’attitudine basilare di un ragazzo ed il suo apprezzamento della letteratura, della musica, della storia, dell’arte, della filosofia, persino della scienza e naturalmente della vita e della religione non devono venire prima di tutto dalla scuola, poiché la scuola darà tutto questo mescolato con la filosofia moderna; deve venire prima dalla famiglia e dalla Chiesa o, altrimenti, il ragazzo è destinato ad essere male educato nel mondo d’oggi, dove l’educazione pubblica è, al meglio, agnostica e, al peggio, apertamente ateistica o anti-religiosa. Naturalmente, nell’Unione Sovietica tutto questo è imposto al ragazzo, con nessuna religione assolutamente ed un attivo programma per fare di lui un ateo.

I genitori devono sapere esattamente cosa s’insegna ai loro figli nei corsi educativi, che sono quasi universali nelle scuole americane odierne e devono correggerlo a casa, non solamente per mezzo di un atteggiamento franco verso questo soggetto (specialmente tra i padri e i figli – una cosa molto rara nella società Americana), ma anche evidenziando l’aspetto morale di quel che viene insegnato, fatto che è totalmente assente nell’istruzione pubblica.

I genitori devono anche sapere quale specie di musica i loro figli stiano ascoltando, cosa è contenuto negli spettacoli cinematografici che essi vedono, a quale specie di linguaggio essi siano esposti e quale specie di esso usino e a tutto questo devono saper dare un atteggiamento cristiano.

La televisione – nelle case in cui non c’è abbastanza coraggio da gettarla fuori della finestra – deve essere strettamente controllata e sottoposta a supervisione per evitare i velenosi effetti di questa macchina che è diventata il principale educatore ad atteggiamenti ed idee anti-cristiani nella casa stessa, specialmente per i più giovani.

Parlo riguardo all’educazione dei figli perché è qui che il mondo per prima cosa colpisce i cristiani ortodossi e li forma a sua immagine; una volta che siano stati formati nel fanciullo atteggiamenti sbagliati, il compito di dargli un’educazione cristiana diventa doppiamente difficile.

Ma non sono solamente ragazzi, siamo tutti noi, che stiamo affrontando il mondo che sta tentando di formarci nell’anti-cristianesimo per mezzo di scuole, televisione, cinema, musica popolare e tutte le altre influenze che si abbattono su di noi, soprattutto nelle grandi città.  Dobbiamo essere consapevoli che ciò che viene gettato su di noi è tutto di un pezzo; ha un certo ritmo, un certo messaggio da darci, il messaggio dell’adorazione di sé stessi, del rilassamento, del lasciare andare, del divertirsi, del lasciar perdere ogni pensiero sull’altro mondo, in varie forme, sia nella musica o negli spettacoli cinematografici, nella televisione o in ciò che viene insegnato nelle scuole; il modo in cui gli argomenti d’insegnamento ricevono enfasi, il modo in cui è dato il retroscena ed ogni altra cosa. C’è una cosa particolare che ci è stata data; essa è attualmente un’educazione all’ateismo. Dobbiamo combatterla conoscendo proprio ciò che il mondo sta cercando di farci, formulando e comunicando la nostra risposta cristiana ortodossa ad esso.

Francamente, se si osserva il modo in cui vivono  le famiglie ortodosse nel mondo d’oggi, soprassedendo alla propria Ortodossia, sembrerebbe che questa battaglia sia perduta più spesso che vinta. La percentuale di cristiani ortodossi che mantengono la loro identità ortodossa intatta e non si sono mutati a immagine del mondo moderno, è veramente piccola.

Nondimeno, non è necessario considerare il mondo attorno a noi come del tutto malvagio. Per la nostra sopravvivenza come cristiani ortodossi dobbiamo essere abbastanza intelligenti da usare per il nostro vantaggio qualunque cosa del mondo sia positiva. Qui percorrerò pochi punti dove possiamo usare qualcosa nel mondo che sembra non avere niente a che fare con l’Ortodossia allo scopo di formulare la nostra visione ortodossa del mondo .

Il ragazzo che è stato abituato fin dai primissimi anni alla buona musica classica ed ha visto la sua anima svilupparsi in essa, non sarà così tentato dal ritmo e dai messaggi crudi della musica “rock” e dalle altre forme contemporanee di pseudo-musica come qualcuno che sia cresciuto senza un’educazione musicale. Una tale educazione musicale, rifinisce l’anima e la prepara per ricevere le impronte dello Spirito.

Il ragazzo educato nella buona letteratura, nel teatro e nella poesia ed ha sentito il loro effetto sulla sua anima – cioè ha realmente goduto di esse -, non diventerà facilmente un devoto entusiasta dei film contemporanei, di programmi televisivi e di romanzi a buon mercato che devastano l’anima facendola deviare dal sentiero cristiano.

Il ragazzo che abbia imparato a vedere la bellezza nella pittura e nella scultura classiche non sarà attratto facilmente dalla perversità dell’arte contemporanea o dagli appariscenti prodotti della pubblicità e della pornografia moderne.

Il ragazzo che sa qualcosa della storia del mondo, specialmente nei tempi cristiani e sa come altri popoli siano vissuti ed abbiano pensato, che sa in quali errori e tranelli sono caduti i popoli a motivo dell’allontanarsi da Dio e dai suoi comandamenti, e quali vite gloriose ed influenti abbiano vissuto quando furono fedeli a Lui – comprenderà la vita e la filosofia dei nostri tempi e non sarà incline a seguire la prima nuova filosofia o modo di vita che incontra. Uno dei problemi basilari riguardo all’educazione dei fanciulli oggi è che nelle scuole non si dà più loro un senso della storia. E’ una cosa pericolosa e fatale privare un ragazzo di un senso della storia. Significa che egli non ha nessuna capacità di prendere esempi dalle persone che vissero nel passato. Difatti, la storia si ripete costantemente. Una volta compreso questo, diviene interessante come le persone abbiano risposto ai problemi, come ci furono persone che andarono contro Dio e quali risultati vennero da ciò e come le persone cambiarono le loro vite e diventarono casi di eccezione e diedero un esempio che vive ancora nei nostri giorni. Questo senso della storia è una cosa molto importante che dovrebbe essere comunicato ai fanciulli.

In generale, la persona che conosce bene i migliori prodotti della cultura secolare – che nell’Occidente quasi sempre ha precise implicazioni cristiane – ha una molto migliore possibilità di condurre una normale, fruttifera vita ortodossa rispetto a qualcuno che conosce solamente la cultura popolare d’oggi. Un convertito all’Ortodossia direttamente dalla cultura “rock” ed in generale chiunque pensi di poter combinare l’Ortodossia con quella specie di cultura – deve passare attraverso molta sofferenza ed ha davanti una difficile strada prima di diventare un cristiano ortodosso veramente capace di dare la fede agli altri. Senza questa sofferenza, senza questa consapevolezza, i genitori ortodossi educheranno i loro figli per essere divorati dal mondo contemporaneo. La miglior cultura del mondo, quando ricevuta propriamente, rifinisce e sviluppa l’anima; la cultura popolare d’oggi disabilita e deforma l’anima e le impedisce di avere una risposta piena e normale al linguaggio dell’Ortodossia.

Quindi, nella nostra battaglia contro lo spirito di questo mondo, possiamo usare le migliori cose che il mondo ha da offrire allo scopo di andare oltre esse; ogni cosa buona nel mondo, se solamente siamo abbastanza saggi da vederla, indica verso Dio, e verso l’Ortodossia e dobbiamo valerci di essa.

La visione ortodossa del mondo

Con un tale atteggiamento – una visione tanto delle cose buone che delle cattive nel mondo – è possibile per noi avere ed accrescere una visione ortodossa del mondo, vale a dire, una visione ortodossa dell’interezza della vita, non solamente su ristretti argomenti ecclesiastici. Esiste una falsa opinione, che disgraziatamente è troppo diffusa oggi, che sia sufficiente avere un’ortodossia limitata all’edificio della Chiesa e attività “ortodosse” formali, come pregare in momenti determinati o farsi il segno della croce; in ogni altra cosa, così si crede, si può essere come chiunque altro, partecipando nella vita e nella cultura dei nostri tempi senza alcun problema, purché non commettiamo peccato.

Chiunque abbia compreso quanto sia profonda l’Ortodossia e quanto sia pieno il coinvolgimento richiesto dal serio cristiano ortodosso e, contemporaneamente, quali richieste totalitarie faccia su di noi il mondo contemporaneo, vedrà facilmente quanto sia sbagliata quest’opinione. Si è Ortodossi sempre, ogni giorno, in ogni situazione della vita, oppure non si è ortodossi per nulla. La nostra Ortodossia è rivelata non solamente nelle nostre opinioni strettamente religiose, ma in ogni cosa facciamo e diciamo. Gran parte di noi non è assolutamente consapevole della responsabilità cristiana e religiosa che abbiamo per la parte apparentemente secolare delle nostre vite. La persona con una visione del mondo veramente ortodossa vive ogni parte della sua vita come ortodosso.

Chiediamoci dunque qui: come possiamo alimentare e sostenere nella nostra vita quotidiana questa visione ortodossa del mondo?

Il primo e più ovvio modo è di essere in contatto costante con le fonti del nutrimento cristiano, con ogni cosa la Chiesa ci dia per illuminarci e salvarci; gli offici ecclesiastici ed i Santi Misteri, la Sacra Scrittura, le vite dei Santi, gli scritti dei Santi Padri. Si devono leggere,naturalmente, libri che siano al proprio livello di comprensione ed applicare gli insegnamenti della Chiesa alle proprie circostanze nella vita, allora le opere sopra indicate possono essere fruttifere nel guidarci e nel cambiarci in un modo cristiano.

Spesso però queste basilari fonti cristiane non hanno il loro pieno effetto su di noi o non hanno assolutamente nessun effetto, perché non abbiamo il giusto atteggiamento cristiano verso di loro e verso la vita cristiana che si ritiene esse ispirino. Diciamo ora una parola qui riguardo a cosa il nostro atteggiamento dovrebbe essere se dobbiamo ottenere un reale beneficio da esse e se sono destinate ad essere per noi l’inizio d’una visione del mondo realmente ortodossa.

Prima di tutto, il nutrimento spirituale cristiano, per sua stessa natura, è qualcosa che vive e che sostiene; se il nostro atteggiamento verso di esso è semplicemente accademico e libresco, non riusciremo ad ottenere il beneficio che esso dovrebbe dare. Quindi, se leggiamo libri ortodossi o se siamo interessati all’Ortodossia semplicemente per ottenere informazioni, o per mostrare la nostra conoscenza degli altri, non comprendiamo l’argomento centrale; se siamo edotti riguardo ai comandamenti di Dio e alla legge della Sua Chiesa semplicemente per essere “corretti” e per giudicare la “non correttezza” degli altri, perdiamo l’argomento centrale. Queste cose non devono semplicemente avere effetto sulle nostre idee, ma devono toccare direttamente le nostre vite e devono cambiarle. In qualsiasi momento della grave crisi negli affari umani – come i momenti critici proprio di fronte a noi nel mondo libero – coloro che pongono la loro fiducia nella conoscenza diretta verso l’esterno, nelle leggi e nei canoni e nella correttezza, non potranno restare saldi. I forti saranno allora coloro la cui educazione ortodossa ha dato loro una sensibilità per ciò che è veramente cristiano, coloro la cui Ortodossia è nel cuore ed è capace di toccare altri cuori.

Niente è più drammatico che vedere qualcuno che è stato cresciuto nell’Ortodossia, che ha una certa idea del catechismo, che ha letto alcune vite dei Santi, che ha un’idea generale di cosa rappresenti l’Ortodossia, che comprende alcuni dei Sacri Offici e che poi è inconsapevole di cosa stia accadendo intorno a lui. Ed egli dà ai suoi figli questa vita in due categorie: una è il modo in cui vive gran parte della gente e l’altra è come vivono gli ortodossi la domeniche e quando leggono qualche testo ortodosso. Quando un ragazzo è cresciuto così, molto probabilmente non prenderà la categoria ortodossa; essa è destinata ad essere una parte molto piccola della sua vita, poiché la vita contemporanea è troppo attrattiva, troppe persone la seguono, essa è fin troppo parte della realtà odierna. Questo a meno che gli sia stato realmente insegnato come avvicinarsi ad essa, come difendersi contro i suoi cattivi effetti e come approfittare delle cose buone che sono nel mondo.

Quindi il nostro atteggiamento a cominciare proprio da adesso, deve essere a livello del suolo, nominale. Cioè dobbiamo applicarlo alle reali circostanze della nostra vita, non deve essere un prodotto della fantasia, un fuggire dalla realtà o un rifiuto di affrontare i fatti spesso spiacevoli del mondo intorno a noi. Una Ortodossia che sia troppo esaltata e troppo sulle nuvole sarebbe più a suo agio in una serra ed è incapace di aiutarci nella nostra vita di ogni giorno, per non dire della salvezza di quelli intorno a noi. Il nostro è un mondo crudele che ferisce le anime con la sua asprezza; abbiamo bisogno di rispondere per prima cosa con amore realistico e comprensione cristiana, lasciando  l’esicasmo e le forme avanzate di preghiera a quanti ne sono capaci.

Così pure, il nostro atteggiamento non deve essere centrato su noi stessi ma deve spaziare verso coloro che stanno cercando Dio e una vita divina. Oggigiorno, dovunque vi sia una comunità ortodossa consistente, la tentazione è di formarla in una società per la lode di sé stessi e nel compiacersi delle nostre virtù e dei nostri positivi risultati ortodossi: come la bellezza degli edifici delle Chiese e degli arredi ecclesiastici, lo splendore dei nostri Sacri Offici, persino la purezza della nostra dottrina. Ma la vera vita cristiana, sin dai tempi degli Apostoli, è sempre stata inseparabile dalla sua comunicazione agli altri. Una Ortodossia che è viva a motivo di questo stesso fatto illumina gli altri – e non c’è nessun bisogno di aprire un “dipartimento per le missioni” per fare questo; la vita della vera Cristianesimo si comunica senza  bisogno di questo. Se la nostra Ortodossia è soltanto qualcosa che teniamo per noi stessi e intorno a cui siamo eccessivamente orgogliosi, allora noi siamo semplicemente  morti che seppelliscono i morti – cosa che è precisamente lo stato di molte delle nostre parrocchie ortodosse al giorno d’oggi, persino di quelle che hanno un gran numero di giovani, se questi non riescono ad approfondire la loro fede. Non è abbastanza dire che i giovani vanno in Chiesa. Dobbiamo chiedere cosa essi ottengono in Chiesa, cosa prendono dalla Chiesa; e, se non fanno dell’Ortodossia una parte della loro vita intera, allora non è realmente sufficiente dire che vanno in Chiesa.

Parimenti il nostro deve essere un atteggiamento d’amore e di perdono. C’è una specie di durezza che si è insinuata nella vita ortodossa oggi: “Quell’uomo è un eretico; non andare vicino a lui”; “quello è Ortodosso, presumibilmente, ma non si può essere realmente sicuri”; “quello lì è ovviamente una spia”. Nessuno negherà che la Chiesa oggi sia circondata da nemici o che ci siano alcuni che si abbassano ad approfittare della nostra fiducia e confidenza. Ma questo è il modo in cui sono state le cose sin dal tempo degli Apostoli e la vita cristiana è sempre stata una specie di rischio in questo pratico modo. Ma persino se talvolta si approfitta di noi e dobbiamo avere delle cautele a riguardo, tuttavia non possiamo rinunciare al nostro basilare atteggiamento d’amore e fiducia senza il quale perdiamo una delle stesse fondamenta della nostra vita cristiana. Il mondo, che non ha nessun Cristo, può essere senza fiducia e freddo, ma i cristiani, al contrario, devono essere pieni d’amore ed aperti, altrimenti perderanno il sale di Cristo dentro di loro e diventeranno proprio come il mondo, buoni per niente tranne che per essere lasciati in disparte e calpestati.

Un po’ di umiltà nel guardare a noi stessi aiuta ad essere più generosi e a perdonare i difetti degli altri. Amiamo giudicare gli altri per la stranezza del loro comportamento; li chiamiamo “matti” o “pazzi convertiti”. E’ vero che dovremmo essere attenti alle persone realmente squilibrate che ci possono fare grande danno nella Chiesa. Ma quale serio cristiano ortodosso oggi non è un po’ “folle”? Noi non corrispondiamo alle strade di questo mondo; se lo facessimo, nel mondo di oggi, non saremmo cristiani seri. Il vero cristiano oggi non può sentirsi a casa nel mondo; non può evitare di sentirsi e di essere ritenuto dagli altri come un po’ “pazzo”. Il solo fatto di tenere in vita oggi l’ideale di un Cristianesimo non secolare o di essere battezzati da adulti o di pregare seriamente, è sufficiente esser messi in un ospedale psichiatrico in Unione Sovietica e in molti altri paesi e queste nazioni stanno indicando la strada affinché il resto del mondo la segua.

Quindi non dobbiamo avere paura di essere considerati un poco “pazzi” dal mondo e dobbiamo continuare a praticare l’amore ed il perdono cristiani che il mondo non potrà mai capire, ma di cui nel suo cuore ha bisogno e addirittura desidera.

Infine il nostro atteggiamento cristiano deve essere ciò che, non avendo una parola migliore, io definirei innocente. Oggi il mondo dà un alto valore alla sofisticazione, alla sapienza mondana, all’essere un “professionali”. L’Ortodossia non dà alcun peso a queste qualità; esse uccidono l’anima cristiana. E tuttavia s’insinuano costantemente nella Chiesa e nelle nostre vite. Quanto spesso si odono specialmente convertiti entusiasti esprimere il loro desiderio di andare nei grandi centri ortodossi, nelle cattedrali e nei monasteri dove talvolta si riuniscono migliaia di fedeli, dovunque vi sia una qualche importanza ecclesiale e si può percepire quanto sia realmente importante l’Ortodossia, dopo tutto. L’Ortodossia è una piccola goccia nel secchio quando si consideri l’intera società, ma in queste grandi cattedrali e monasteri ci sono tante persone che sembra che essa sia qualcosa di veramente importante. E quanto spesso si vedono queste stesse persone in uno stato pietoso, dopo che hanno soddisfatto il loro desiderio, ritornare dai “grandi centri Ortodossi” irritati e insoddisfatti, pieni di pettegolezzi di Chiesa e di critiche degne del mondo, ansiosi soprattutto di essere corretti ed appropriati e saggi d’una sapienza mondana riguardo alle politiche di Chiesa. In una parola, essi hanno perduto la loro innocenza, la loro separazione dal mondo, essendo stati condotti fuori strada dall’essere affascinati dal lato umano della vita di Chiesa.

In varie forme, questa è una tentazione per noi tutti, e dobbiamo lottare contro di essa per non permettendo a noi stessi di sopravvalutare gli affari esterni della Chiesa, ma ritornando sempre alla sola cosa necessaria: Cristo e la salvezza delle nostre anime da questa generazione folle. Non dovremmo ignorare ciò che accade nel mondo e nella Chiesa – in realtà, dobbiamo saperlo per noi stessi – ma la nostra conoscenza deve essere pratica e semplice e di una sola opinione, non sofisticata e seguace del mondo.

Conclusioni

E’ ovvio per qualsiasi cristiano ortodosso che sia consapevole di cosa accade oggi intorno a lui, che il mondo sta avvicinandosi alla fine. I segni dei tempi sono così ovvi che si potrebbe dire che esso stia crollando verso la sua fine.

Quali sono questi segni?

  • L’anormalità del mondo. Mai manifestazioni e comportamenti strani e non naturali sono stati accettati come cose naturali come nei nostri giorni. Semplicemente guardate al mondo che vi circonda: cosa c’è nei giornali, quale specie di spettacoli cinematografici sono mostrati, cosa si vede alla televisione, cosa la gente ritiene essere interessante e divertente, cosa essa deride; è assolutamente strano. E ci sono persone che deliberatamente promuovono tutto ciò, naturalmente per il proprio beneficio finanziario e perché è di moda, perché c’è un desiderio perverso per questo genere di cose.
  • Guerre e  di guerre, ognuna più fredda e spietata della precedente e su tutte l’incombere dell’inimmaginabile guerra nucleare universale, che potrebbe essere iniziata semplicemente schiacciando un pulsante.
  • I diffusi disastri naturali: terremoti ed ora vulcani – il più recente si sta formando non lontano da qui vicino allo Yosemite Park nella California centrale – che già stanno mutando le condizioni climatiche del mondo.
  • L’aumentare della centralizzazione dell’informazione e del potere sull’individuo, rappresentata in particolare dal nuovo enorme computer nel Lussemburgo che ha la capacità di tenere informazioni su ogni uomo vivente; il suo numero di codice è 666 ed è soprannominato “la bestia” da coloro che lavorano su di esso. Per facilitare il lavoro di tali computer il governo americano prevede di cominciare nel 1984 a concedere assegni di “Social Security” a persone con un numero (apparentemente inclusivo del codice 666) impresso sulla loro mano destra o sulla fronte – precisamente la condizione che prevarrà, secondo l’Apocalisse (cap. 13), durante il regno dell’Anticristo. Naturalmente non significa che la prima persona a ricevere la stampigliatura 666 sarà l’Anticristo od il suo servo ma, una volta che si è abituati a questo, che sarà in grado di resistere? Prima vi addestreranno e poi vi costringeranno ad inchinarvi davanti a lui.
  • Di nuovo il moltiplicarsi di falsi Cristi e di falsi Anticristi. L’ultimo candidato proprio quest’estate ha speso probabilmente milioni di dollari per pubblicizzare la sua imminente apparizione sulle televisioni del mondo, promettendo di dire a quel tempo “un messaggio telepatico” a tutti gli abitanti del mondo. Del tutto separatamente da qualsiasi potere occulto che possa essere coinvolto in tali eventi, noi conosciamo già abbastanza bene le opportunità per presentare messaggi subliminali offerte dalla radio e specialmente dalla televisione, come pure il fatto che questo può essere fatto da chiunque possieda la tecnologia per entrare nel normale segnale della radio e della televisione, non importa quante leggi ci possano essere contro di ciò.
  • La risposta veramente irresponsabile alla nuova pellicola intorno a cui tutti in America parlano e che tutti stanno vedendo: “E.T.” che ha fatto sì che letteralmente milioni di persone apparentemente normali esprimessero il loro affetto ed il loro amore per l’eroe, un “Salvatore” proveniente dallo spazio esterno che è proprio ovviamente un demonio – un’ovvia preparazione per l’adorazione dell’Anticristo che verrà. (E, incidentalmente, il curatore della rubrica degli spettacoli cinematografici del giornale ufficiale dell’Arcidiocesi Greca in America, un prete ortodosso, ha caldamente raccomandato questa pellicola agli ortodossi dicendo che è meravigliosa, che può essere di insegnamento riguardo all’amore e che ognuno dovrebbe vederla. C’è un certo contrasto tra le persone che stanno tentando di essere consapevoli di cosa stia accadendo e quelli che sono semplicemente portati nel sentimento dei tempi.)

Potrei continuare con dettagli come questo, ma il mio scopo è di non spaventarvi, ma di farvi invece consapevoli di cosa sta accadendo intorno a noi. E’ veramente più tardi di quanto noi pensiamo; l’Apocalisse è ora. E quanto è tragico vedere cristiani e soprattutto giovani ortodossi che hanno quest’incalcolabile tragedia che li sovrasta e che pensano di poter continuare ciò che è chiamato una “vita normale” in questi tempi terribili, partecipando pienamente ai capricci di questa generazione stupida ed adoratrice di sé, totalmente inconsapevole che il paradiso dei folli in cui stiamo vivendo sta per crollare, completamente impreparati per i tempi senza speranza che ci sono davanti. La questione ormai non è più quella di essere un cristiano ortodosso “buono” o “cattivo”; la questione ora è: la nostra fede sopravvivrà comunque? Per molti, essa non sopravvivrà; l’Anticristo che sta per venire sarà troppo attraente, troppo nello spirito delle cose del mondo che noi desideriamo avere, perché gran parte degli uomini anche solo sappia che con l’inchinarsi a lui essi hanno perso il loro essere cristiani.

Tuttavia la chiamata di Cristo viene a noi; cominciamo ad accorgerci di essa. La più chiara espressione di questa chiamata oggi sta venendo dal mondo ateo reso schiavo, dove c’è reale sofferenza per Cristo ed una serietà di vita che noi stiamo perdendo rapidamente o abbiamo già perduto. Un prete ortodosso in Romania, Padre Giorgio Calciu, è ora prossimo alla morte in una prigione comunista per avere osato sfidare giovani seminaristi e studenti a lasciar perdere la loro cieca fedeltà allo spirito dei tempi ed a farsi avanti a lavorare per Cristo. Dopo aver parlato della nullità dell’ateismo, egli dice ai giovani d’oggi: “Vi chiamo ad un volo molto più alto, all’abbandono totale, ad un atto di coraggio che sfida la ragione. Vi chiamo a Dio. Colui che trascende il mondo cosicché voi possiate conoscere un paradiso infinito di gioia spirituale, il paradiso che voi attualmente cercate pur nel vostro inferno personale e che cercate persino mentre siete in uno stato di non intenzionale rivolta… Gesù vi ha sempre amati; ma ora voi avete la possibilità di rispondere al suo invito. Rispondendo, ricevete l’ordine d’andare e di portare frutti che rimarranno. Di essere profeti di Cristo nel mondo in cui vivete. Di amare il vostro prossimo come voi stessi e di fare tutti gli uomini vostri amici. Di proclamare con ogni azione quest’amore unico e senza limiti che ha alzato l’uomo dal livello di servo a quello di amico di Dio. L’ordine dato ai profeti di quest’amore liberatorio che vi scioglie da ogni vincolo, ritornando alla vostra integrità nell’offrire voi stessi a Dio.”

Padre Giorgio, parlando ai giovani che avevano poca ispirazione di servire la Chiesa di Cristo perché avevano accettato l’opinione del mondo (comune anche tra noi nel mondo libero) che la Chiesa è solamente un complesso d’edifici ed un’organizzazione secolare, chiama loro e noi ad una più profonda consapevolezza della Chiesa di Cristo e a come il nostro stato formale di membri in essa non è sufficiente per salvarci.

“La Chiesa di Cristo è viva e libera. In lei noi ci muoviamo ed abbiamo il nostro essere, attraverso Cristo che è il suo capo. In lui abbiamo piena libertà. nella Chiesa impariamo della verità e la verità ci farà liberi. (Giovanni 8,32). Si è nella Chiesa di Cristo ogni volta che si risolleva qualcuno piegato dal dolore, o quando si danno elemosine al povero o si visitano gli ammalati. Si è in Cristo quando si grida: “Signore, aiutami.” Si è nella Chiesa di Cristo quando si è buoni e pazienti, quando si rifiuta di adirarsi con il fratello, persino se ha ferito i nostri sentimenti. Si è nella Chiesa di Cristo quando si prega: “Signore, perdonalo.” Quando si compie onestamente il proprio lavoro, ritornando a casa la sera stanchi ma con un sorriso sulle labbra; quando si ripaga il male con l’amore, si è nella Chiesa di Cristo. Non vedi dunque, giovane amico, quanto sia vicina la Chiesa di Cristo? Tu sei Pietro e Dio sta costruendo la Sua Chiesa su di te. Tu sei la roccia della Sua Chiesa contro la quale niente può prevalere….. Costruiamo chiese con la nostra fede, chiese che nessun potere umano può abbattere, una Chiesa le cui fondamenta sono Cristo…. Abbiate compassione per il vostro fratello accanto a voi. Non chiedetevi mai: “Chi è?” Dite piuttosto: “Non è uno straniero; è mio fratello. E’ la Chiesa di Cristo proprio come lo sono io.”

Con una tale chiamata nel cuore, dobbiamo cominciare ad appartenere realmente alla Chiesa di Cristo, la Chiesa Ortodossa. La partecipazione esteriore non è abbastanza; qualcosa deve muoversi dentro di noi che ci renda differenti dal mondo intorno a noi, persino se quel mondo si chiama “Cristiano” e persino “Ortodosso”. Teniamo ed alimentiamo queste qualità della autentica visione ortodossa del mondo che menzionai prima; un atteggiamento vivo, normale, pieno d’amore e di perdono, non centrato su sé stessi ma che preserva la nostra innocenza ed il nostro distacco dal mondo finanche con una consapevolezza piena ed umile del nostro essere peccatori e della forza delle tentazioni del mondo intorno a noi. Se viviamo veramente questa visione ortodossa del mondo, la nostra fede sopravvivrà agli scompigli davanti a noi e sarà una fonte d’ispirazione e di salvezza per coloro che staranno ancora cercando Cristo nel mezzo del naufragio dell’umanità che oggi è già cominciato.

 

Tratto da: The Orthodox Word, vol. 18, N°4 (105), Luglio-Agosto 1982, pp. 160-176.

 

Santa Grande Martire Eufemia

Sant'Eufemia

Sant’Eufemia

Santa Grande Martire Eufemia

memoria il 16 Settembre / 11 Luglio

La Santa e Grande Martire Eufemia, la Tuttavenerata, nacque a Calcedonia, nel Bosforo, da genitori pii, il senatore Filofrono e sua moglie Teodosia

 

Nel corso di una delle ultime cruente persecuzioni contro i cristiani, Prisco, governatore di Calcedonia diede ordine a tutti gli abitanti della città e dei dintorni di presenziare ad una festività pagana e di sacrificare all’idolo de dio Ares, minacciando gravi tormenti a chi avesse disobbedito. Durante questa empia festa, quarantanove cristiani rimasero chiusi in casa a pregare segretamente il Vero Dio. Tra loro era anche la giovane vergine Eufemia.

Scoperto il luogo segreto, Prisco fece arrestare e sottoporre a tortura i cristiani per diciannove giorni. Non riuscendo a convincerli ad abbandonare la fede, decise di mandarli tutti davanti all’Imperatore Diocleziano, trattenendo soltanto Eufemia, nella speranza che, trovatasi da sola, smettesse di opporre resistenza.

Sant’Eufemia, pur essendo stata separata dai fratelli nella fede, si mostrò comunque forte. Prisco cercò prima di allettarla con promesse, e infine ordinò di sottoporla a tortura. La martire fu legata a una ruota irta di coltelli affilati per ferirle le membra, ma alla sua preghiera la ruota si fermò e non poté più essere mossa neppure dalla forza di molti uomini. Si narra che un angelo sia sceso dal cielo per liberare dal tormento la giovane, che rese così grazie a Dio.

Senza curarsi del miracolo, Prisco ordinò ai due soldati Vittore e Sostene di condurre la santa a un forno rovente. I soldati, però, veduti due angeli terribili nel mezzo delle fiamme, rifiutarono di eseguire l’empio ordine e si proclamarono anche loro cristiani. Furono condotti ad essere divorati dalla belve e morirono anche loro testimoniando la fede.

Sant’Eufemia condotta comunque tra le fiamme da altri soldati, rimase illesa. Con l’aiuto di Dio superò anche molte altre torture. Prisco ritenne che tutto ciò fosse dovuto a stregoneria. Fece dunque scavare un pozzo che riempì di coltelli affilati, e lo fece poi coprire per nasconderlo alla vista di Eufemia. Anche qui però la santa rimase illesa. Finalmente fu sentenziato che Eufemia morisse anche lei tra le bestie feroci. Prima dell’esecuzione la santa pregò di essere degna di morire versando il suo sangue. All’inizio nessuna delle bestie si avvicinò a lei, poi un’orsa la colpì leggermente sulla gamba ferendola. Dalla ferita sgorgò subito del sangue e la santa rese l’anima a Dio. In quel momento Calcedonia fu scossa da un terremoto che terrorizzò e mise in fuga la folla al circo, permettendo così ai genitori di raccogliere il corpo della santa per dargli degna sepoltura non lontano da Calcedonia.

Una grande Chiesa fu eretta nel luogo di sepoltura della Grande Martire Eufemia. A questo tempio vennero i Padri del Quarto Concilio Ecumenico, riunito a Calcedonia nell’anno 451 per condannare l’eresia monofisita. In quell’occasione la Grande Martire confermò la fede ortodossa operando un miracolo. Non essendo giunte le due parti (quella ortodossa e quella monofisita) ad un accordo dottrinale, furono messe per iscritto due confessioni di fede e gli scritti furono poi messi nel sepolcro contenente i resti della santa martire. Dopo tre giorni, riaperto il sepolcro, si vide che la santa teneva la confessione di fede ortodossa nella mano destra e quella monofisita ai piedi.

La Chiesa fa memoria della Santa Martire Eufemia il 16 di Settembre e del suo miracolo a Calcedonia l’11 di Luglio.

Il mio Signore è la Resurrezione

Vescovo Nicolaj (Velimirovic)

Il mio Signore è la Resurrezione

La Discesa agli Inferi

La Discesa agli Inferi

Il mio Signore è la Resurrezione. Risuscita i morti dal mattino alla sera e dalla sera all’aurora.

Ciò che il mattino seppellisce, il Signore lo fa risorgere di sera, e ciò che la sera mette nel sepolcro, il Signore lo risuscita al mattino.

Quale opera è più degna per il Dio vivente se non quella di risuscitare i morti e condurli alla vita?

Credano pure gli altri che Dio sia rancoroso verso gli uomini e che ci sia per loro la condanna.

Io, da parte mia, credo al Dio che risuscita i morti.

Altri credano pure ad un Dio che non si accosta ai viventi nemmeno quando essi lo chiamano.

Io mi prostrerò davanti al Dio che tende il suo orecchio sul cimitero per sentire se c’è qualcuno che spera nella risurrezione e in Colui che la opera.

I seppellitori sotterrano e restano in silenzio. Il Signore disseppellisce e grida.

La madre seppellisce la figlia, il Signore la riesuma; il Signore è una madre migliore della madre.

Il padre ricopre di terra il figlio, il Signore lo scopre. Il Signore è un padre migliore del padre.

Il fratello sotterra il fratello. Il Signore lo risuscita. Il Signore è un fratello migliore del fratello.

Il Signore non ha lacrime né sorrisi per i morti. Tutto il suo cuore è per coloro che vivono.

Il mondo piange i suoi nei cimiteri, il Signore li cerca con un canto e li risveglia.

Risuscita, Signore, il mio spirito affinché anche il mio corpo possa risorgere! Dimora nel mio spirito e il mio corpo sarà il Tuo tempio!

Preoccupati i miei prossimi chiedono: «Questo corpo, il nostro corpo, risorgerà?»

Se una volta per tutte avrete rinunciato a voi stessi e non vivrete più per voi stessi, allora il vostro corpo sarà come risorto.

Se il vostro corpo è il tempio del Dio Altissimo, allora Colui che risuscita è in voi e la vostra resurrezione è compiuta.

Il corpo cambia; molti corpi sono stati chiamati “nostri”. Tra di essi quale risorgerà?

Forse nessuno. Ma sicuramente quello – se lo avete posseduto – che esprime con chiarezza la Parola di Dio.

O Tu che risusciti, la morte non risuscita poiché essa non ha mai vissuto!

Tu sei la Resurrezione e sei colui che risuscita poiché sei la Vita.

Risuscita unicamente il seme in cui ti sei celato e solo il seme che ti appartiene.

Soltanto lo spirito che vive sempre per Te e non per il mondo sarà restituito alla vita.

Soltanto il corpo che ha iniziato a suo tempo a essere pieno di Spirito Santo sarà preservato da Te.

Solo colui che, nei sepolcri, appartiene al Dio vivente, risorgerà.

Nessuno può risuscitare i morti se non il Signore e nessuno tra i morti potrà risorgere se non il Signore.

Poiché Egli è nei Suoi santi. In verità, Egli è nei Suoi viventi e nel sepolcro e oltre il sepolcro.

(Tratto da Nicolas Velimirovitch, Prières sur le lac, 2004, Lousanne, L’Age d’Homme, trad italiana a cura di Chiara Ruth Rantini nel numero 8 di Luce Vita)

Breve introduzione alla Spiritualità Ortodossa

Vescovo Silvano (Livi)

Breve introduzione alla Spiritualità Ortodossa

Non è facile parlare di una “Spiritualità Ortodossa” almeno nel senso che gli Occidentali sono ormai abituati a dare alla parola “Spiritualità” in quanto la Chiesa degli Apostoli e dei Padri Teofori (portatori di Dio), in una prospettiva un tempo comune all’ Oriente come all’Occidente, non distinguevano la cosiddetta “spiritualità” dagli altri aspetti della vita del Cristiano, individualmente preso, e della Chiesa nella sua Cattolicità.

Ogni realtà, infatti, se vuol essere affrontata ecclesialmente, deve essere messa in una prospettiva spirituale. Nell’Ortodossia, nei Padri, la cosiddetta spiritualità è indissolubilmente unita al dogma, alla teologia, alla liturgia, nonché alla morale ed al Diritto canonico. In una parola: alla Vita della Chiesa come Corpo Mistico di Cristo.

Racconta uno scrittore ortodosso prima cattolico-romano, che quando nel suo Monastero Benedettino stava per divenire sacerdote accadde questo episodio che riprendo testualmente dalle sue parole:

Poco prima della mia ordinazione sacerdotale, il Padre Abate mi consigliò di leggere qualche buon libro sul sacerdozio. Gli risposi che mi sarebbe piaciuto leggere qualche trattato dei Padri su tale argomento.Egli replicò vivamente: “Ma mio giovane fratello, non pensarci nemmeno! Sarai ordinato fra tre settimane: ti è necessario qualcosa di serio sul sacerdozio. I Padri avrai sempre il tempo di leggerli più tardi, come complemento”. Così mi fu concessa una piccola opera del XIX secolo, altrettanto sentimentale nelle sue effusioni che raziocinante nella sua teologia. Mi sono spesso imbattuto in analoghi atteggiamenti. Un altro superiore monastico al quale ho parlato dei Padri mi rispose: “Si, certo ci sono cose belle nei Padri; ma vi manca la teologia e la mistica. Non vi fu vera teologia nella Chiesa prima di S. Tommaso. E se in Oriente vi sono stati dei grandi asceti, non vi furono mistici. Il misticismo, nella Chiesa, comincia con S. Bernardo e non è giunto a maturità che con S. Giovanni della Croce nel XVI secolo.”
(Archimandrita Placide (Deseille) – Tappe di un Pellegrinaggio in “La Pietra” n.0/1995)

E’ evidente che sia il comportamento dell’Abate che l’affermazione dell’altro Superiore monastico cattolico-romano sono espressione di una mentalità che tende a separare la Mistica, terreno troppo alto per la spiritualità ordinaria dei comuni cristiani, sia dalla teologia che dagli altri aspetti della vita della Chiesa, primi fra tutti la Liturgia e il culto divino.

Eppure se noi domandassimo ad un antico Padre dove più che in ogni altro luogo della vita della Chiesa noi possiamo trovare la “Vita Spirituale” della Chiesa stessa è alla Liturgia che egli ci rimanderebbe, continua dossologia, continua lode, continua supplica ed intercessione ma soprattutto continua epiclesi, “invocazione” del Santo Spirito perché compia con la sua forza ciò che noi con la nostra debolezza siamo incapaci di fare: la trasmutazione della realtà creata in realtà partecipe del divino, di Dio il Padre,il Figlio ed il Santo Spirito.

Questo atteggiamento della Chiesa Ortodossa e dei suoi Padri si è rivelato chiaramente nel corso della cosiddetta “controversia palamitica” o “controversia esicasta”. Di questo dovremo parlare un po’ più diffusamente perché attualmente molti fanno, in occidente, l’equazione spiritualità ortodossa=preghiera esicasta, oppure ortodossia=esicasmo. Ora se questo ha un aspetto di verità non è vero in senso assoluto e deriva da un fraintendimento. Un libro che ha avuto il grande merito di far conoscere in occidente il mondo dell’anima ortodossa è però lo stesso libro che ha generato il fraintendimento. Quando i Racconti di un pellegrino russo furono tradotti nelle lingue occidentali e fece scoprire all’Occidente ormai del tutto raziocinante ed arido l’esistenza della preghiera interiore, ossia la cosiddetta “preghiera del cuore” gli occidentali furono subito tentati di vedere in essa una specie di yoga cristiano, e nell’Ortodossia la forma orientale del Cristianesimo. La contrapposizione si spostò da ortodossia/eterodossia a oriente/occidente. Mentre noi sappiamo bene che per secoli è esistita una Ortodossia Occidentale senza che Sant’Ambrogio o Sant’ Ilario di Poitiers abbiano mai pensato di sentirsi “orientali”. Questo non per negare che la parte orientale della Chiesa abbia un suo “stile” peculiare ed una sua peculiare ricchezza ma perché tutto questo nulla sarebbe se essa avesse perso l’Ortodossia della Fede che è il suo tesoro più prezioso. Esistono delle Chiese Orientali che sono “eterodosse” ed una Ortodossia Occidentale sta rinascendo pur tra tanti travagli e difficoltà, e per Ortodossia Occidentale non intendo solo, né principalmente come taluni fanno, “di rito Occidentale”. Questo libro che mostra come attraverso la sua esperienza, anche un semplice contadino può arrivare alla vetta più alta della preghiera e dell’unione con Dio venne intellettualizzato. Niente di più fuorviante. La “preghiera di Gesù” praticata dal Pellegrino Russo è una preghiera estremamente semplice e povera, è quella che in occidente si chiama “giaculatoria” e consiste nella ripetizione del “Kyrie eleison”, spesso ampliato nell’espressione “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore” o altra espressione consimile. Spesso alla Domenica o nel tempo Pasquale si sostituisce con l’espressione “O risorto dai morti, salvaci!”, e talvolta si alterna con invocazioni rivolte alla Deipara o ai Santi. Viene pronunciata con le labbra a mezza voce finché, con la lunga e costante pratica, non si interiorizza e la ripetizione vocale diviene superflua. Legata al respiro essa fa sì che tutto l’essere umano, corpo ed anima, preghi. Presuppone inoltre che l’uomo faccia silenzio dentro di se , unificando il pensiero sulle parole della preghiera (di qui il nome di “preghiera monologica”, ossia “di una sola parola” ma anche “di un solo pensiero”) e soprattutto che alla preghiera si accompagni lo sforzo ascetico che tende alla purificazione dalle passioni, specie dell’egoismo e del primato dell’esteriore, della sensualità, dell’edonismo. Così tutte le facoltà umane tendono a riunirsi in quell’armonia in cui si trovavano nell’uomo edenico, prima del peccato.

E’ però necessario sapere alcune cose.

1 – La “preghiera del cuore” non è certamente l’unica forma di preghiera personale presente nella Chiesa Ortodossa. E nemmeno la più alta che è invece la Divina Liturgia dove si celebra l’Eucaristia del Signore e ci si nutre del Suo Corpo vivificante e del suo Sangue prezioso. Poi il ciclo della ufficiatura quotidiana, la lettura del salterio e tutte le altre forme di preghiera. Tutte queste forme hanno lo stesso fine. Quello che rende “singolare” la preghiera del cuore è che, per la sua semplicità, è adatta a ogni uomo. Per questa ragione, nel mondo ortodosso, talora è chiamata semplicemente “la preghiera”.

2 – Alcuni si sono santificati quasi esclusivamente con “la preghiera”, altri la hanno pressoché ignorata. Basti pensare alla spiritualità sacramentaria di San Giovanni di Cronstadt tutta centrata sull’Eucaristia . Questo non deve preoccupare perché l’Ortodosso sa che sia la preghiera comunitaria e quella personale, che la preghiera monologica e quella liturgica non sono tra di loro opposte, sono invece complementari, sussidiarie e talvolta possono benissimo convivere anche contemporaneamente. Spesso nel mondo ortodosso capita di vedere cristiani o monaci nelle chiese inchinarsi, farsi il segno della Croce e recitare sotto voce la preghiera mentre tra le dita scorre una specie di rosario che è chiamato in greco “komvoskini” in russo “tciotki”. E questo anche durante lo svolgimento dei sacri offici.Questo deriva dal fatto che la preghiera ortodossa non è discorsiva ma contemplativa, risiede nel cuore (inteso non come sentimento ma come centro dell’essere) non nell’intelletto. E’ la stessa cosa che accade quando lo sguardo si posa su un’icona nel momento della celebrazione. Non c’è distrazione perché, mentre gli occhi contemplano l’icona, il cuore è totalmente coinvolto nell’azione sacra che si sta celebrando. Allo stesso modo esistono varie situazioni per la preghiera. Si può pregare camminando, lavorando, ma si può anche isolarsi, in silenzio tranquillo “esichia”, come fanno i monaci detti appunto “esicasti” facendo partecipare tutto il corpo alla preghiera con una posizione raccolta oppure con delle inclinazioni del corpo (metanie) più o meno profonde, e dei segni della croce. L’importante è che la meta a cui si tende è il far sì che lo Spirito che s’impossessi dell’orante. “Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me”. La vita di San Serafino di Sarov ha un episodio magnifico quello dell'”acquisizione della Grazia dello Spirito santo” che trasfigura il Santo ed il suo discepolo Motovilov sulla bianca neve della Russia, in una luce sovrumana: la Luce increata delle energie divine di cui parlava San Gregorio Palamas.

3 – E’ necessario distinguere “la preghiera” nella sua essenza da tutte le particolari pratiche “fisiche” ed esercizi vari che la possono accompagnare e – se praticati correttamente – facilitare. Non bisogna però dimenticare che fine della preghiera nella sua essenza non è nient’altro che l’unione con Dio, la “deificazione”. “Dio si è fatto uomo perché l’uomo possa diventar dio” dicono ininterrottamente i Padri. A questo tende “la preghiera” come tutta la vita Cristiana. Chi confonde l’anima della preghiera con gli esercizi di respirazione o di concentrazione trasformandola in yoga cristiano assume, già lo accennavamo, una posizione totalmente fuorviante. E queste posizione, in epoca di new-age – sono, purtroppo, molto comuni. La preghiera senza la partecipazione integrale alla pienezza della vita della Chiesa Ortodossa, non è nulla. La preghiera senza la vita sacramentale, non è nulla. La preghiera senza la guida di un padre spirituale ortodosso può addirittura essere pericolosa, sia sul piano psicologico, che sul piano fisiologico, ma soprattutto sul piano spirituale, specie se si dà soverchia importanza alle pratiche fisiche.

Dicevamo che ciò che conta nella Preghiera, come in tutta la vita Cristiana è la tendenza alla “deificazione” che provocò una grande controversia all’epoca di San Gregorio Palamas prima monaco Athonita poi Arcivescovo di Tessalonica. Non possiamo qui soffermarci troppo sulla teologia Palamita, che esulerebbe dai limiti di una introduzione ma, come abbiamo anticipato all’inizio, dobbiamo evidenziare che, indipendentemente dal fatto che Gregorio Palamas fu il grande difensore dei monaci esicasti , egli ha avuto il merito di mettere a fuoco una dottrina, che per gli Ortodossi è ben più di un semplice facoltativo theologumenon, che ha mostrato che è possibile fin da questa vita terrena l’unione con Dio e la conoscenza di Dio, distinguendo, sulla linea dei Santi Padri che lo avevano preceduto, l’Essenza divina dalle sue Energie increate. Dio,infatti, è inconoscibile nella sua Essenza ma è conoscibile e partecipabile nelle sue Energie increate dette anche Attributi (Bellezza, Sapienza, Amore, Bontà, Misericordia…. ecc.). Detto in parole semplici la dottrina Palamita non condanna l’uomo alla realtà Creata ove la salvezza risiederebbe, come per il Tomismo, in un “organismo sovrannaturale” – la “grazia creata” – che si sovrappone alla natura umana come un surplus, ma nella reale soprannaturalità dell’uomo, creato a immagine e somiglianza divina, e capace di partecipare alle energie increate – “Grazia increata “- divenendo egli stesso “dio per grazia”.

Questo è il cuore stesso della vita della Chiesa, il fine a cui tutta la creazione, insieme all’uomo, tende come nei gemiti del parto, per usare l’espressione Paolina, finché Dio sarà “tutto in tutti” nella pienezza escatologica anticipata nella Resurrezione di Cristo e celebrata fin d’ora nella partecipazione ai tutti-immacolati Misteri.

La meditazione della Sacra Scrittura

Metropolita Cipriano di Oropós e Filì

La meditazione della Sacra Scrittura

Il Metropolita Cipriano

Il Metropolita Cipriano

Lasciate che la parola di Cristo abiti in voi con ricchezza.(Colossesi 3,16)

Il nostro pio popolo laico non dovrebbe dimenticare e trascurare un molto benefico dono della compassione di Dio per la sua edificazione spirituale: lo studio della Sacra Scrittura*.
Certamente, è possibile studiare la Sacra Scrittura, ma sorgono di necessità certe questioni: la “parola di Cristo” rimane “con ricchezza” in chi la studia? È così ogni volta che egli la studia? Conosce la Sacra Scrittura sufficientemente? Essa è una guida splendente ed un arbitro della sua vita? Possiede gran potenza ed influenza su di lui…?

I Santi padri ci consigliano di intraprendere l’incessante e pia lettura delle Sacre Scritture in una modo tale che questo sforzo frequentemente ripetuto possa familiarizzare i nostri cuori con l’insegnamento di Cristo e che le nostre menti possano essere letteralmente immerse in esso: allora le nostre azioni verranno più facilmente e naturalmente a concordare col Vangelo.

In questa vena, prendiamo nota che S. Pacomio il Grande, il vero padre del monachesimo cenobitico, conosceva il Santo Vangelo a memoria e, incitato dalla Rivelazione Divina, impose ai suoi discepoli il dovere di memorizzare il Vangelo, in modo che li accompagnasse e guidasse sempre.

Si deve prendere particolare cura che il Libro della Vita non sia letto intellettualmente, per “voli sublimi”, o a motivo di curiosità o semplicemente per acquisire conoscenza: ci si chiede di leggere la Sacra Scrittura con le nostre azioni, mettendola in pratica, così che la sua vita diventi la nostra vita.

Comprenderemo meglio ciò facendo attenzione ad una verità, così semplice ma anche così profonda: Il Nuovo Testamento comincia col Santo Vangelo di S. Matteo, che ci indirizza alla “pratica” ed all’osservanza dei Comandamenti, e si chiude con l’Apocalisse di S. Giovanni il Teologo, la quale guida coloro che sono stati purificati dalla “pratica” all’unione col nostro Signore, alla “visione” [“theoria”].

Ma nessuno deve pensare che lo studio della “parola di Cristo” sia un’impresa facile, o che possa conseguirsi per mezzo delle nostre abilità mentali: è indispensabile la preghiera con uno spirito di contrizione ed umiltà, affinché il Divino Consolatore possa aprire gli occhi delle nostre anime e affinché ci possano essere rivelate le Verità Divine.

Similmente, poiché l’interpretazione dei Testi Divini è un dono dello Spirito Santo, noi dovremmo evitare con zelo le nostre personali interpretazioni “facili” e ricorrere con confidenza alle prospettive ermeneutiche dei Santi Padri della nostra Chiesa.
Non ci dovrebbe neanche sfuggire che nella Sacra Scrittura non c’è niente di insignificante e non degno di attenzione; al contrario, tutto in essa irradia la luce di Grazia, e, conseguentemente, dovrebbe essere studiato con molta riverenza, attenzione e dedizione.

I Padri Teofori della nostra Fede consigliano i fedeli Cristiani di studiare il Santo Vangelo stando in piedi, per rispetto alle Parole Sacre. Naturalmente, si può studiare la Parola Divina in ginocchio o seduti- e questo per condiscendenza-, ma in una tale circostanza, riverenza, timore di Dio, compunzione e attenzione dovrebbero dominare l’anima.

S. Giovanni Crisostomo conserva per noi la memoria di un sorprendente esempio di riverenza verso i Libri Sacri della nostra Santa Fede: i Cristiani del suo tempo erano usi, quando stavano per leggere qualsiasi Libro Sacro, di lavarsi prima le mani e poi prendere il Libro, e gli uomini lo leggevano a capo scoperto, mentre le donne si coprivano il capo…!

“Noi ci mettiamo immediatamente in tensione e laviamo le nostre mani, quando desideriamo prendere un Libro. Vedete quanta riverenza vi è prima della lettura? Ed una donna, se mai il suo capo è scoperto, immediatamente lo copre col suo fazzoletto, mostrando un segno della sua interna pietà; ed un uomo, se ha la testa coperta, la scopre. Vedete come il vestito esteriore diventa un messaggero della pietà interna.”(S. Giovanni Crisostomo, Omelia LIII sul Santo Vangelo di S. Giovanni)

Quindi, lasciate che la parola di Dio abiti in voi con ricchezza!

Quarta Domenica di Luca
17 / 30 Ottobre 2005

La paternità spirituale nei Padri del Deserto

P. Ambroise Fontrier

La paternità spirituale nei Padri del Deserto e nella Tradizione bizantina
(Scelta di testi)

ascetic sketch

Considera gli anni delle generazioni che furono…
Chiedi a tuo padre, ai tuoi anziani e te lo diranno (Deut. 32, 7)

Per prima cosa, è necessario chiarire che per il cristiano ortodosso esiste un solo ed unico Maestro Spirituale che altro non è se non lo Spirito Santo, il Consolatore, lo Spirito di Verità, che il mondo non può ricevere in quanto resta a lui invisibile ed inconoscibile. Tuttavia, a voi, diceva il Signore ai suoi Apostoli e, per mezzo loro a tutti coloro che crederanno in Lui, voi lo conoscerete poiché dimorerà con voi e sarà in voi… Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho insegnato… Vi condurrà alla verità… poiché non parlerà da se stesso, ma riferirà tutto ciò che ha udito e vi annuncerà le cose a venire…
Senza lo Spirito Santo, nessuno può ricevere l’illuminazione spirituale, nessuno può contemplare i misteri, nessuno può ricevere la grazia deificante, niente potrà essere mutato e trasformato, nessuno può insegnare, nessuno può essere Padre Spirituale.
Il Signore ha tracciato la via regale della perfezione: “Se vuoi essere perfetto, vai e vendi i tuoi beni, distribuiscili ai poveri e avrai un tesoro nei cieli. Poi vieni e seguimi.” I Padri del Deserto, questa schiera di uomini amanti di Dio, hanno recepito l’appello del Signore, lasciando il mondo per cercare la perfezione, la purificazione e l’unione con Dio, nei “deserti e nelle montagne, nelle caverne e negli antri della terra.” Essi hanno interpretato letteralmente i comandamenti divini, li hanno vissuti e meditati notte e giorno. Per dimostrare quanto fosse dura e difficile la lotta, i Padri usavano questo detto: “Dai il tuo sangue e riceverai lo Spirito”. Perciò sono divenuti Maestri e Padri Spirituali, alimentando la stirpe dei Pneumatofori, degli autentici pastori, poiché hanno raggiunto la semplicità del cuore posseduta dai bambini ricordata nei Vangeli.
“Beati i cuori puri… e tutti coloro che, ininterrottamente, nelle profondità dell’animo, meditano il Nome glorioso del Signore Gesù, scrivono i Padri teofori Callisto ed Ignazio. Essi possono vedere la luce dell’intelletto… e percorrere in Dio ciò che resta della loro via mondana, camminando nella luce, in quanto sono divenuti figli della Luce, come dice Gesù, datore della Luce: “Finché avrete la Luce, credete nella Luce per divenire figli della Luce”. Ed inoltre: “Io sono la Luce del mondo, colui che mi segue non camminerà nelle tenebre, ma possederà la Luce della vita.” Ebbene, anche David grida a Dio la stessa cosa: “Nella tua Luce vedremo la Luce”. Così il divino Paolo: “Dio ha detto che la Luce brilla in seno alle tenebre, Lui ha fatto risplendere il suo chiarore nei vostri cuori”. Per mezzo di essa (la Luce), come per una lampada inestinguibile e sempre splendente, i credenti sono guidati per raggiungere le cose che sono al di là dei sensi; e ancora attraverso tale Luce la porta celeste si apre a coloro che sono puri di cuore, la via sublime che li rende uguali agli angeli. Allora, sorge da loro, come dal disco solare, il dono di esaminare, di discernere, di vedere, di prevedere e simili altri doni; in breve, a loro sono manifestati e rivelati i misteri indicibili. Sono talmente ripieni di spirito, di forza soprannaturale e divina che, polvere divenuta sottile, si alzano e volano nello spazio.
Attraverso tale potenza illuminatrice nello Spirito Santo, sebbene siano ancora in una condizione carnale, alcuni Padri, simili ad incorporei ed immateriali, hanno guadato i fiumi, i mari ed hanno camminato sulle acque a piedi asciutti, hanno percorso in un baleno lunghe ed interminabili distanze, hanno compiuto prodigi sia in terra che in cielo, sul sole, sul mare, nel deserto, nelle città, in ogni luogo e paese, tra le belve e i rettili, nella creazione tutta e in ogni elemento… E, alla morte, i corpi venerabili portano il carattere dell’incorruttibilità che manifesta la grazia dimorante in loro… e dopo la Risurrezione universale saranno elevati, per la potenza illuminatrice dello Spirito, nel cielo ad incontrare il Signore, come dice l’iniziato alle cose indicibili, il divino Paolo, e saranno sempre con Lui. Allo stesso modo, David canta: “Signore, nella Luce del tuo Volto cammineremo e nel tuo Nome gioiremo per tutto il giorno”, ovvero per l’eternità… A ciò, risponde la voce maestosa di Isaia: “Ma coloro che confidano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano in volo…”
“Il Padre Spirituale, dice san Basilio il Grande, è colui che non vive più nella carne, ma guidato dallo Spirito di Dio, divenendo figlio di Dio, ad immagine del Figlio di Dio. Un simile uomo può essere chiamato spirituale”. Non basta, per essere un Padre spirituale avere un carisma dello Spirito, ma avere la grazia in abbondanza, come Eliseo la chiede a Elia suo Maestro: “Che ottenga, te ne prego, una doppia razione del tuo spirito”. Bisogna aver sanato e padroneggiato le proprie passioni, prima di illuminare gli altri. In una parola, bisogna avere ereditato, prima di distribuire. Bisogna essere l’uomo spirituale di cui parla l’apostolo Paolo. Se infatti l’uomo carnale, che non comprende affatto le cose dello spirito, commette, ad esempio, l’ingiustizia, l’uomo psichico non la commette, ma non desidera certo subirla; al contrario, l’uomo spirituale, l’uomo perfetto, imitatore di Cristo, non solo non commette alcuna ingiustizia ma la subisce rendendo grazie al Signore, senza cercare alcuna vendetta.
Se interroghiamo i Padri del deserto su come deve essere il padre spirituale, essi, al pari di Abba Poemen, risponderanno: “Colui che istruisce un altro deve essere perfettamente santo e privo di passioni. Non bisogna assolutamente costruire la dimora del vicino lasciando in rovina la propria. Colui che è maestro e non realizza niente di ciò che insegna, è simile ad un pozzo che disseta e lava ciò che lo circonda pur essendo colmo di ogni genere di impurità”.
Abba Iperechio diceva che colui che insegna per mezzo delle opere e non con le sole parole, è il vero sapiente. Un altro padre paragona colui che insegna a parole a un albero che ha soltanto foglie e nessun frutto.
San Nilo l’Asceta dice che “quelli che hanno un carico di anime devono possedere una perfetta conoscenza, allo scopo di dirigere con prudenza coloro che gli sono stati affidati. Devono insegnare sapientemente ogni aspetto della lotta e non contentarsi di indicare, con un gesto della mano, i segni della vittoria, ma di dirigere, passo passo, il combattimento contro l’avversario. Difatti, il combattimento spirituale è assai più arduo di quello che coinvolge il corpo. In un caso, sono i corpi ad affondare, ma essi possono rialzarsi senza alcuna pena. Nell’altro sono le anime a cadere, che rischiano di ricadere nuovamente anche qualora si siano rialzate…”
San Nilo afferma che colui che è ancora immerso nelle passioni non può essere una guida spirituale. Illustra il suo insegnamento interpretando spiritualmente la Sacra Scrittura e prendendo come esempio il Re David che voleva costruire il tempio di Dio. “Se colui che ancora combatte contro le passioni ed ha le mani insanguinate, vuole edificare il Tempio di Dio assieme a delle anime razionali, udrà queste parole: “Non sarai tu ad innalzare un tempio per me poiché sei un uomo di sangue…” Dunque bisogna essere in pace e pacificati per costruire un tempio a Dio… Ecco perché Mosè pone la tenda fuori dal campo, stando ad indicare, con tale gesto, che il Maestro spirituale deve trovarsi lontano dai rumori della guerra, lontano dagli eserciti macchiati di sangue, un luogo dove risieda la pace.
San Barsanufio il Grande applicò rigorosamente la regola di san Nilo e visse recluso, murato in una cella, all’esterno del monastero presso Gaza, in Palestina. Fu il padre spirituale non solo dei monaci del monastero ma anche di una moltitudine di cristiani. Non incontrava mai nessuno e comunicava tramite messaggi scritti e per la mediazione dell’abate. “Fu nella sua cella che raccolse e gustò il dolcissimo miele dell’esichia”, dice san Nicodemo l’Athonita. Si impose una penitenza così rigorosa che trovava consolazione soltanto nelle lacrime… Poteva dimenticarsi di mangiare, di bere, di vestirsi poiché il suo nutrimento, la sua bevanda, la sua veste erano il Santo Spirito… Dopo aver purificato il cuore da tutte le passioni, fu ritenuto degno di divenire il tempio e l’abitazione del Santo Spirito… Oltre all’umiltà, gli fu concessa la più grande tra le virtù, il discernimento… Al discernimento si aggiunse il dono di vedere e scrutare le ragioni misteriose e spirituali degli esseri sensibili ed intellegibili. Poi ricevette il dono di conoscere le cose lontane come se fossero presenti, il dono di profezia, il dono di leggere nei cuori, di conoscere i pensieri… Da tenero padre che era, non cessava di pregare, notte e giorno, Dio perché rendesse i suoi fratelli dei teofori. Queste sono le sue parole: “Prima che voi me lo chiediate, per la fiamma ardente che brucia in me per Cristo che ha detto “Ama il prossimo come te stesso”, per le bruciature dello Spirito Santo, non cesso mai di pregare Dio, giorno e notte, di rendervi tutti teofori, d’inviare in voi e di farvi dimorare lo Spirito Santo… Sono divenuto per voi un Padre che si adopera per mobilizzare i suoi figli per il Re…”
San Barsanufio è il modello del Padre spirituale, la cui ambizione è di fare dei suoi figli dei portatori di Dio. Nell’amore del prossimo, giunge al livello di un Paolo, di un Mosè. “Credimi fratello, scrive in una lettera, sono pronto a chiedere al mio Maestro, che gioisce delle richieste dei suoi servi, di introdurmi nel suo regno con i miei figli, altrimenti, di cancellarmi dal suo libro”.
L’arte, il modo di insegnare del Padre spirituale è sempre vivo, semplice, come una parabola del Vangelo. Spesso gli esempi sono tratti dalla Sacra Scrittura, al pari del seguente, in cui Dio dice a Ezechiele: “Tu, figlio dell’uomo, prendi un mattone, ponitelo innanzi, disegna su di esso una città: ‹Gerusalemme›”. Ciò significa che il Maestro spirituale deve fare del suo discepolo, che è sulla terra, un Tempio Santo. “Poni attenzione, dice san Nilo, alle parole “ponitelo innanzi”, poiché i progressi del discepolo saranno rapidi se quest’ultimo è costantemente sotto gli occhi del suo maestro. Il continuo spettacolo dei buoni esempi imprimerà delle simili immagini nelle più aride ed indurite anime…” Ed ancora un esempio che trae origine dalla Sacra Scrittura: Giuda ha tradito quando si è sottratto agli sguardi del suo Maestro.
Ecco un altro modo, quello di un Padre del deserto, per riportare sulla retta via uno dei suoi figli venuto a consultarlo.
“- Vengo a trovarti, Padre, dice, per dirti che vado a citare in giudizio un vicino che mi fa molti torti…
– Fai come meglio credi, risponde l’Anziano.
– Allora ci vado di gran lena.
– Vai. Ma prima, preghiamo un po’-. L’Anziano si mise in preghiera e recitò il PadreNostro. Giunto alle parole: rimetti i nostri debiti come anche noi li rimettiamo…, l’Anziano disse: “non rimettere i nostri debiti come anche noi non li rimettiamo ai nostri debitori”.
– Padre, ti sbagli, non è così.
– Ma, disse l’Anziano, non è questo ciò che tu hai deciso di fare?”
E il cristiano ripartì istruito, placato, con lo sguardo interiore fisso sul proprio peccato.
Il Maestro Spirituale è indispensabile, dice Cassiano il Romano, per colui che vuole praticare l’arte spirituale.
Se per le arti e le scienze umane dobbiamo ricevere delle lezioni, istruirci, per quanto tali cose siano alla portata delle nostre mani, dei nostri occhi, delle nostre orecchie, se quindi abbiamo bisogno di un maestro capace che ci diriga, non è forse una follia voler apprendere l’arte spirituale senza un Maestro, essendo essa l’arte più difficile, un’arte nascosta, invisibile, che soltanto chi ha il cuore purificato può apprendere? Fallire in tale arte non è una semplice sconfitta, ma perdizione dell’anima e morte eterna.
“Non è possibile apprendere da soli la scienza delle virtù, insegna ancora un altro padre, san Gregorio il Sinaita, nonostante alcuni abbiano usato l’esperienza come maestra. Colui che agisce in questo modo e non cerca il consiglio di coloro che hanno progredito è un presuntuoso. Se il Figlio non compie niente che non compia anche il Padre, se lo Spirito Santo non parla da se stesso, qual è dunque l’uomo che può pretendere di essere salito sul più alto gradino della virtù senza essere iniziato? Folle temerarietà! Se crede di possedere la virtù, si inganna. Affidatevi a coloro che conoscono i dolori della virtù della prassi, vale a dire il digiuno sino alla fame, la continenza, le veglie prolungate, le prosternazioni faticose, lo stare in piedi ed immobili, la preghiera incessante, il silenzio benedetto e soprattutto la pazienza… La Scrittura, a tal proposito, dice: “Mangerai i dolori delle tue virtù” ed ancora “Il Regno dei cieli appartiene a coloro che lo forzano”.
Nonostante fosse vissuto da asceta nella pratica di tutte le virtù, qualcosa preoccupava ancora san Gregorio il Sinaita: di trovare un uomo spirituale che potesse condurlo là dove non era giunto con le sue sole forze, poiché sentiva, nel profondo del suo cuore, un vuoto da colmare, quello che gli anziani, da lui incontrati, non gli avevano ancora insegnato. “Dio esaudì la sua richiesta, dandogli la guida cercata. Rivelò ad Arsenio, anacoreta, l’esistenza di Gregorio e il suo desiderio. Arsenio, guidato dal Santo Spirito, si recò da Gregorio, che lo ricevette con gioia. Dopo i saluti consoni ai monaci, l’anziano Arsenio cominciò a parlare come se leggesse da un libro divino. Parlò della sorveglianza sull’intelletto, della purificazione, dell’attenzione, della preghiera intellettiva, del modo in cui l’intelletto si purifica con la pratica dei comandamenti e come diviene Luce.
Poi, rivolgendosi a Gregorio, gli chiese:
-Dunque, figlio mio, qual è il tuo percorso?
Il divino Gregorio gli raccontò tutto quello che aveva compiuto sin dall’inizio, la sua separazione dal mondo, l’amore per la solitudine, i combattimenti che aveva intrapreso…
Il divino Arsenio che conosceva perfettamente la Via che conduce l’uomo al culmine della virtù, sorrise, dicendogli:
– “Tutto quello che mi hai narrato, figlio mio, è chiamata Prassi dai Padri teofori e non Teoria-Contemplazione”. Udendo tali parole, Gregorio cadde ai piedi dell’anziano e lo supplicò, nel Nome del Signore, di insegnargli la preghiera intellettiva, l’esichia e il controllo sull’intelletto. Arsenio colse l’occasione e, senza perdere altro tempo, cominciò ad iniziare il nuovo discepolo e a rivelargli tutto quello che aveva ricevuto dalla grazia divina.
Nell’Ortodossia, non è la regola a fare il monaco, ma il Maestro spirituale. Abbiamo conosciuto dei monaci che hanno lasciato il loro monastero per andare a vivere presso un Padre spirituale e cercarne un altro alla morte di quest’ultimo. San Gregorio ha formato dei discepoli degni del regno dei Cieli. Egli, infatti, ha reso noto al mondo san Massimo il Cavsocaliba, che fino a quel momento errava nei deserti athoniti, facendosi passare per un folle. Un maestro spirituale non rivelato da un altro, non caldeggiato, diremmo, da un altro maestro conosciuto e sperimentato, è un falso maestro da cui bisogna prendere le distanze. Cristo si appella al Padre e il Padre lo manifesta al mondo. Al momento del battesimo di Giovanni ci sono due testimonianze: quella del Padre e quella dello Spirito. Lo Spirito non parla da se stesso, ma dice ciò che ha udito presso il Padre. Abbiamo sentito spesso, presso gli anacoreti, la domanda: Di chi sei discepolo? Essi se la pongono al primo incontro.
Ritorniamo a san Gregorio e al suo discepolo Callisto che divenne, in seguito, patriarca di Costantinopoli, e penetriamo, grazie a lui, nell’intimità del rapporto con il suo maestro, per mezzo del racconto che segue:
“ – Lo interrogavo semplicemente, e senza curiosità, appena lo vedevo uscire dalla cella, col volto radioso… E mi diceva:
“L’anima che si lega a Dio, che è stata ferita dal suo amore, che è salita al di sopra della creazione tutta, che vive ad un livello superiore delle cose visibili, che è completamente soggiogata dal desiderio di Dio, non può del tutto nascondersi. Difatti, il Signore ha annunciato queste cose, dicendo: “Il Padre che vede nel segreto ti manifesterà innanzi a tutti”. E ancora: “…così brilli la vostra luce davanti agli uomini, perché, vedendo le vostre buone opere, glorifichino il Padre che è nei cieli”. Poiché il cuore danza dalla gioia, l’intelletto si scuote di letizia, il volto è radioso, secondo il sapiente che ha detto: “Il cuore gioioso fa splendere il volto”.
– Io gli chiedevo ancora: Padre divino, insegnami, per amore della verità, cosa sia l’anima e come venga considerata dai santi.
– Accogliendo la mia richiesta, con una tranquillità che le era connaturale, mi rispose:
– Mio caro figlio spirituale, non cercare ciò che si trova al di sopra della tua capacità e non vagliare ciò che più profondo di te. Di fronte alla questione importante che mi hai posta, sei ancora un bambino, vale a dire imperfetto. Non puoi digerire un nutrimento solido, comprendere delle cose che sono al di sopra delle tue capacità. Il nutrimento degli adulti non è adatto ai lattanti che possono cibarsi di cose liquide.
Caddi ai suoi piedi, abbracciandoli fortemente e lo supplicai, con insistenza, di darmi ancora delle spiegazioni. Acconsentendo alla mia preghiera mi disse brevemente:
– Se non vedi la risurrezione della tua anima, non puoi apprendere cosa sia esattamente l’anima spiritualizzata. Ancora lo pregai, con rispetto, e lui mi rispose:
– Rivelami, Padre, se sei giunto al culmine di tale ascensione, ovvero, se hai compreso cosa sia l’anima spiritualizzata. Con molta umiltà, mi rispose:
– Sì.
– Per amore del Signore, ribattei, insegnami questo per il bene della mia anima. Fu così che questa anima divina e venerabile soddisfece il mio desiderio, dandomi tale insegnamento:
– Quando l’anima ha impiegata tutta la volontà a combattere ogni passione per mezzo della pratica delle virtù, con la ragione e il discernimento, le riduce progressivamente e le sottomette. Dopo averle sottomesse, coltiva le virtù naturali che la istruiscono e la guidano alle cose che sono al di sopra della natura, facendola salire su di una scala spirituale. Allorché l’intelletto, per la grazia di Cristo, raggiunge la dimensione spirituale, viene illuminato dalla Luce del Santo Spirito. Si spande luminosamente nella contemplazione, si eleva al di sopra di se stesso, secondo la misura della grazia che Dio gli ha concesso e vede con maggiore purezza e chiarezza la natura degli esseri, secondo l’ordine e la relazione che le sono propri e non come speculano i filosofi che percepiscono soltanto l’ombra delle cose e che non cercano di seguire, come dovrebbero, l’operazione della natura. Poiché come insegna la divina Scrittura “… si sono smarriti nel loro vano ragionamento e il cuore, privo di intelligenza, si è colmato di tenebre”.
L’anima che ha ricevuto la caparra della grazia del Santo Spirito, per mezzo delle ripetute contemplazioni, abbandona, a poco a poco, ciò che si trova in basso e sale verso l’alto, verso ciò che è divino, come dice Paolo ai Filippesi, “Dimenticando ciò che è dietro di me e slanciandomi verso ciò che si trova innanzi a me, corro verso la meta finale…” L’anima così illuminata dal Santo Spirito, scintilla. Si è elevata sulle cime della contemplazione… Unita allo Sposo celeste per mezzo di un eros immortale, il Cristo, conversa con Dio che la ricolma abbondantemente e la orna riccamente…”
“Quando troviamo tali maestri, dice Nilo l’Asceta, i discepoli devono rinunciare a se stessi e alla propria volontà, al punto da non differenziarsi da un corpo inanimato, di essere come la materia plasmabile nelle mani dell’artista…Poiché in tale modo il Maestro fa progredire i discepoli, che non lo contraddicono mai, nella virtù”.
“Non ti illudere credendo di saperti guidare da solo nelle cose spirituali, consiglia Abba Poemen. Sottomettiti ad un anziano e lasciati guidare in tutto”. Un altro Padre del deserto, introducendo un novizio gli diceva: “Fratello, fai come il cammello. Caricati delle tue imperfezioni e lasciati guidare da un Padre spirituale sulla via che egli conosce più di te”.
“Se vogliamo criticare le soluzioni che utilizza il maestro, non ci sarà alcun progresso, poiché ciò che al discepolo può sembrare privo di importanza e persino insensato, dice ancora san Nilo, in verità è cosa buona. Colui che è un artista e chi non lo è, giudicano differentemente l’opera d’arte. Il primo ha come regola la conoscenza, l’altro la somiglianza”.
Si narra che Abba Giovanni il Colobo, prima di divenire asceta, visse per molti anni sotto la direzione di un Anziano, nella Tebaide. In principio, il Maestro, volendo metterlo alla prova, lo fece camminare, in un giorno, per dodici ore, dalla loro capanna sino ad un luogo arido. Là, l’Anziano prese il suo bastone, lo piantò in terra e ordinò al discepolo di andare ad innaffiarlo tutti i giorni, portando, in un secchio, l’acqua dalla capanna. Il buon discepolo operò con zelo quanto era stato stabilito dal maestro. Tre anni dopo, il legno secco riprese vita e produsse delle noci. L’Anziano le raccolse e la Domenica seguente le portò in Chiesa. Dopo l’ufficio furono distribuite agli eremiti, dicendo loro: “Venite fratelli, gustate i frutti dell’obbedienza”.
Abba Iperechio diceva che l’obbedienza è il gioiello più prezioso per un monaco. Quello che lo possiede sarà esaudito da Dio ed entrerà in rapporto con il Crocifisso che si è fatto obbediente sino alla morte.
Marco l’Asceta, fedele alla tradizione dei Padri, insegna ugualmente: “Vivere soli è pericoloso, seguendo le proprie fantasie, senza testimoni ma è ugualmente insidioso vivere assieme ad uomini privi di esperienza nei combattimenti spirituali. Le macchinazioni del Maligno sono molteplici e ben dissimulate, le trappole del nemico sono di vario genere e disseminate ovunque. Per questo, possibilmente, bisogna impegnarsi a vivere con degli uomini saggi e virtuosi oppure frequentarli ripetutamente. Quando non possediamo la lampada della vera conoscenza, per non aver ancora raggiunta la maturità spirituale, essendo sempre bambini, bisogna seguire colui che possiede la lampada, per non camminare nelle tenebre e non esporsi ai pericoli degli uragani e delle gelate, correndo il rischio di cadere nelle fauci delle belve spirituali che abitano le tenebre e che divorano coloro che procedono senza la lampada spirituale che è la Parola di Dio…”
A proposito di tale frequentazione di uomini santi e sapienti, ci vengono alla mente molte storie del Deserto. Un Anziano diceva che colui che entra in un profumeria, anche se non acquista alcunché, ne esce impregnato da un buon odore. La stessa cosa avviene a colui che frequenta dei santi, poiché di impregna del profumo delle loro virtù.
“Tre anziani, si narra nella vita di sant’Antonio, avevano la consuetudine di recarsi, una volta all’anno, al monte dell’Abba Antonio per ricevere gli insegnamenti del grande santo. Una volta, due di loro posero alcune domande sull’ascesi dell’anima e del corpo, per fornire al santo l’occasione di riversare la sapienza divina che sortiva dalle sue labbra. Il terzo ascoltava in silenzio e non poneva domande. Il santo gli disse:
– In tutti gli anni che mi hai reso visita, non hai ancora posto una domanda. Non vuoi imparare niente?
– Mi basta guardarti, Abba. – Ciò mi insegna molto, rispose con rispetto l’anziano”.
Da ciò che abbiamo scritto sin qui, apprendiamo che non esiste altra via certa se non quella di confessare ogni pensiero ai Padri che hanno il dono del discernimento, di ricevere da loro soli la condotta nella virtù, di non affidarsi mai al proprio giudizio… Poiché confessarsi a qualcuno che non possiede il discernimento, che non ha esperienza, mette a rischio di perdizione ambedue le anime. Abba Poemen consiglia di non affidare la propria confessione a chi risulta sconosciuto alla nostra coscienza.
Abba Cassiano e i suoi discepoli resero visita ad Abba Mosè (un vecchio brigante divenuto uno dei più grandi santi del deserto) e lo interrogarono sulla confessione dei pensieri. Mosè rispose loro: “ È buona cosa, figli miei, non nascondere i propri pensieri ai Padri e confessarli francamente e sinceramente. Non bisogna ascoltare il proprio giudizio, ma sottomettersi, senza esclusione alcuna, a quello dei Padri. Non bisogna confessare a chiunque i segreti del cuore, ma a degli anziani divenuti spirituali, che sanno discernere, che hanno la stima di molti e non soltanto i capelli bianchi. Molti sono coloro che si fissano sulle cose esteriori e rivelano i loro pensieri; al posto della guarigione trovano la disperazione, a causa dell’inesperienza di chi li ascolta”.
San Massimo il Cavsocaliba – l’uomo ardente delle capanne – è stato vittima di un confessore inesperto a cui aveva rivelato le sue visioni e l’incontro con la Deipara sulla cima del Monte Athos: per questo, fu considerato un folle, un uomo smarrito. Ma fu una grazia per san Massimo, che si servì dell’epiteto “smarrito” per salvarsi dalle lodi degli uomini, dicendo a tutti quelli che lo avvicinavano: “Allontanatevi da me, sono un uomo smarrito”.
“I Padri esperti, insegna Cassiano il Romano, non si muovono per loro volontà, ma sono mossi da Dio e dalle Scritture ispirate. Che sia necessario interrogare coloro che sono progrediti nella virtù, è scritto in molti passi della Santa Scrittura, come nella Vita di san Samuele, che, ancora bambino, fu consacrato dalla madre a Dio e fu degno di conversare con il Signore e che tuttavia non si affidò a propri pensieri, andando a consultare il Padre spirituale Eli, apprendendo così che avrebbe dovuto rispondere a Dio. Nonostante Dio, con la Sua chiamata, lo avesse reso degno di Lui, volle che fosse sottomesso al padre spirituale, affinché vivesse nell’umiltà.
Allo stesso modo, Cristo che scelse e chiamò Paolo, avrebbe potuto aprirgli subitamente gli occhi, mostrandogli la via della perfezione; tuttavia lo inviò da Anania, orinandogli di imparare da quest’ultimo la via della verità e dicendogli: “Alzati, torna in città e là ti sarà detto cosa devi fare”. Tali esempi ci insegnano a lasciarsi guidare da coloro che sono perfetti… “Salii, dice Paolo, a Gerusalemme per incontrare Pietro e Giacomo, per esporre loro il Vangelo che predico, con il timore di correre o di aver corso invano”, nonostante la grazia del Santo Spirito fosse con lui nella potenza dei miracoli compiuti. Chi può essere talmente orgoglioso e presuntuoso da reggersi unicamente sul proprio giudizio, quando il vaso di elezione confessa che è necessario il parere degli apostoli? Dunque è chiaro che – i fatti lo dimostrano – il Signore non rivela la via della perfezione se non a quelli che sono guidati dai Padri spirituali. Perciò Dio, per bocca del profeta, dice: “Interroga tuo padre e te lo insegnerà, interroga i tuoi anziani e te lo diranno…”
Similmente all’apostolo, il padre spirituale conosce i dolori del parto, gli attacchi dei demoni scatenati contro di lui, poiché i demoni si vendicano sul padre spirituale, dice Nilo l’Asceta, e vanno a turbarlo di giorno e di notte, suscitando, a suo danno, le calunnie, le difficoltà, i pericoli.
Talvolta, accade, dice Giovanni il Carpato, che il maestro si esponga al disonore, subisca delle prove per il bene dei discepoli. “Siamo privi d’onore e disprezzati, voi siete gloriosi e forti in Cristo”, scrive Paolo ai Corinti. San Simeone il Nuovo Teologo fu attaccato dai suoi monaci animati dal diavolo. Il patriarca di allora lo condannò all’esilio, ma tornò sui suoi passi grazie alla richiesta e alle preghiere del santo e si limitò a disperdere i calunniatori. Ma, da buon pastore che era, non potendo tollerare il monastero deserto, si mise a cercarli, inviando loro ciò che era indispensabile a sopravvivere. In seguito, andò da ciascuno di loro, chiedendo perdono come se li avesse offesi e dopo qualche tempo riuscì a farli tornare al monastero.
“Ricevi e ascolta con pietà le istruzioni divine e spirituali dei Padri. Le cose spirituali sono inaccessibili a coloro che sono privi di esperienza, dice san Macario. La comunicazione del Santo Spirito è data all’anima santa e fedele… I tesori celesti dello Spirito sono resi manifesti a colui che ha acquisito l’esperienza. Quello che non è stato iniziato non può comprendere assolutamente niente”.
“Dunque ascolta con pietà ciò che ti è rivelato su tali cose fino al momento in cui sarai ritenuto degno di riceverle. Allora vedrai, con gli occhi sperimentati dell’anima, a quali beni e a quali misteri le anime dei cristiani possono, sin qui, comunicare…”, ci insegnano i santi Callisto ed Ignazio.

(Tratto dal volume Callinique l’Esicaste, Paris, Fraternitè Orthodoxe Saint Gregoire Palamas)

Vescovo Nicolaj di Ochrid: Sulla Verità

Vescovo Nicolaj (Velimirovic)

La Verità. Una omelia

Duccio da Boninsegna, Quid est veritas?

Duccio da Boninsegna, Quid est veritas?

Non bisogna chiedere cosa sia la verità. Pilato ha chiesto a Cristo “cos’è la verità?” e non ha ricevuto nessuna risposta. Cristo non ha voluto rispondere ad una domanda sbagliata. Ci possiamo chiedere se Pilato avrebbe saputo formulare correttamente la domanda. Avrebbe dovuto chiedere – “Chi” è la verità? Se avesse chiesto così avrebbe avuto la risposta: “Io sono la Verità” gli avrebbe risposto Cristo, così come in precedenza aveva detto ai suoi discepoli: “Io sono la Via, la Verità, la Vita”

Capite, fratelli miei, di cosa sto parlando, sto parlando della frustrazione con la quale il Signore così spesso frustra l’Europa. Uno dei principali motivi è che l’Europa eretica da tanti secoli fa a Cristo la stessa domanda di Pilato: cos’è la verità? fin dal momento della separazione dalla antica Chiesa, apostolica ed ortodossa. Se chiedesse correttamente – Chi è la Verità – avrebbe la risposta: la Verità è personale, la Verità è Dio, e non è una cosa. La Verità è “Lui” e non “ciò” La Verità è Colui che che è sempre uguale e non ciò che continuamente muta . La Verità è la Divina Personalità Trinitaria, eguale nei secoli, immutabile, non passeggera, indipendente, intoccabile, irresistibile, alfa ed omega del tutto vivente, l’inizio e la fine del creato, la fiamma della luce che mai si spegne, la culla della vita, la Mente e la Sapienza che sorge ad Oriente, l’immenso ed irresistibile Amore, lo Spirito della Vita che tutto risuscita, la Parola che fa ogni cosa, la Gioia che supera ogni canto, la Pace che sorpassa ogni intendimento, la Capacità di realizzazione che supera ogni sogno, l’Artista che insegna l’arte alle formiche, alle api, agli uccelli ed agli uomini.

Dio è Verità, fratelli, e non una “cosa”1. La differenza tra pagani e cristiani: i pagani rispondevano e rispondono: la Verità è tutto ciò che è Materia Prima di ogni cosa e cioè l’acqua, o l’aria, o la terra, o il fuoco, o l’etere, oppure il numero. I cristiani hanno risposto e rispondono: Cristo è la Verità, Persona Divina e Verità, non la Materia. La Verità non si può trovare nel creato, ma si trova nel Creatore. La Verità non viene rivelata nella Materia, se non è il Creatore che ve la rivela.

Ora udite e gioite uomini della terra: il Creatore ha annunciato la Verità, è apparso in carne, ha donato agli uomini i misteri mai pronunciati, ha fatto opere mai compiute, ha vinto i nemici invincibili, ha spalancato ai credenti le porte del regno dei Cieli pieno dei più grandi tesori che il cuore possa desiderare. Ma chi è adesso questo? Si domandano gli eretici pagani dell’occidente; colui che voi avete cacciato, è Colui al quale voi avete chiesto “che cosa” è la verità. Ma se lui rimase in silenzio senza darvi risposta voi vi siete rivolti ai vostri filosofi, ai vostri maghi i quali vi hanno grattato le orecchie quando prudevano. E colui che ha detto: “Io per questo sono nato, per questo son venuto al mondo: per rendere testimonianza alla Verità” (Gv.18,37) è Lui, il nostro dolce e misericordioso Cristo Ortodosso il quale è stato rigettato da tutti i pagani, vecchi e nuovi che hanno cercato la verità nelle cose e non nel Creatore delle cose, che indagano sulle radici delle cose (come se la materia potesse avere radici al di fuori della Parola di Dio) i quali hanno messo i loro filosofi sulla cattedra di Cristo, i quali apprezzano la cultura più che la giustizia, l’onestà, l’eroismo; Capite adesso, fratelli miei, di cosa vi sto parlando? Ve lo dico perché è accaduta la recente guerra mondiale2 e perché ne accadrà una ancora peggiore, se il mondo non si inchinerà di fronte alla Verità. Il mondo si è allontanato dalla Verità. E non parlo solo del mondo di chi non è credente, anche il mondo cristiano si è allontanato dalla Verità e quando ci si distanzia anche solo di un pelo dalla Verità ci distanzia chilometri dall’onestà e dalla giustizia. Il mondo cristiano così è diventato menzognero, disonesto, ingiusto, fino al punto di superare i popoli non credenti. E per questo motivo la Divina Verità ha dovuto permettere tremendi terremoti, tempeste, orrori per smuovere la mente degli uomini e per ripulirla dalla sporcizia e dalla menzogna.

Se mi chiedete cosa dobbiamo fare per salvarci io vi risponderò: “conoscete la Verità e questa Verità vi libererà da tutti i mali. Cristo è la Verità ed il Testimone dell’Unica Divina verità. Manifestate Cristo nella vostra vita personale, familiare,sociale e Cristo vi salverà da ogni male, e da ogni opera del Maligno, visibile o invisibile”. Amen.

(Traduzione dal Serbo di Sladjana Bojanic)

Tratto da La Pietra, n. 1/1999, pp.19-22

San Giovanni di Shangai e San Francisco: Omelia su Zaccheo

San Giovanni di Shangai e San Francisco

Omelia su Zaccheo

Il Signore e Zaccheo

Il Signore e Zaccheo

Chi era Zaccheo? Un pubblicano di rango elevato, “un capo dei pubblicani”. La consuetudine che abbiamo di opporre le due figure dell’umile pubblicano e dell’orgoglioso fariseo cela i fatti ed impedisce al nostro spirito di valutare rettamente questi due tipi di personaggi. Per comprendere bene il Vangelo, è indispensabile sapere esattamente chi fossero.

I Farisei erano, in poche parole, dei giusti. Oggi, il termine “fariseo” suona come un rimprovero, ma, al tempo di Cristo e nei primi secoli del cristianesimo, era inteso diversamente. Lungi dal considerarlo una mancanza, l’Apostolo Paolo confessa fieramente ai Giudei: “Sono un fariseo, figlio di farisei” (Atti 23, 6). In seguito, rivolgendosi ai cristiani, ai propri figli spirituali, scrive: “Sono della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo tra gli Ebrei, e in ciò che concerne la Legge, un fariseo” (Fil. 3, 5). Il santo Apostolo Paolo non fu il solo fariseo ad abbracciare il cristianesimo, ce ne furono molti altri: Giuseppe, Nicodemo, Gamaliele…

I farisei – nell’antico ebraico peroushim, in aramaico pherisim, che significa “altri, coloro che si sono separati, differenti”- erano degli zeloti della Legge divina: Si “riposavano sulla Legge” e, in altri termini, la meditavano costantemente, l’amavano e si sforzavano di compierne tutti i precetti; ne erano i predicatori e gli interpreti.

Le ammonizioni del Signore ai Farisei hanno per argomento il fatto di avvertirli che qualsiasi loro battaglia, tutti gli sforzi lodevoli perseguiti sono nulli, perdono qualsiasi pregio agli occhi di Dio, valendo così, non la benedizione del Signore, ma la sua condanna, a motivo dell’inorgoglirsi dei loro atti di giustizia e, soprattutto, del giudicare il prossimo. Un esempio eclatante di tale attitudine si trova nel Fariseo della parabola che dice: “Dio, ti ringrazio di non essere come gli altri uomini” (Lc. 18, 11).

Al contrario, i pubblicani erano dei pubblici peccatori , che trasgredivano le più sacre leggi del Signore. Questi esattori delle tasse mettevano le imposte sui Giudei per conto di Roma. Ricordiamoci che gli Ebrei, consapevoli del loro ruolo unico di popolo eletto da Dio, si vantavano di essere “la semenza di Abramo” e di “non essere mai stati schiavi di nessuno” (Gv. 8, 33). In quest’epoca, tuttavia, conseguentemente ai noti fatti storici, si trovavano ad essere sudditi, schiavi di un popolo orgoglioso e brutale, un popolo “di ferro” – i Romani pagani. Il giogo di tale schiavitù li opprimeva strettamente e diveniva sempre più pesante e doloroso.

Il segno più tangibile e manifesto di tale sottomissione, di questo asservimento ai Romani consisteva nell’obbligo di versare, in tributo, ogni sorta di tassa ai loro oppressori. Per i Giudei, come per tutti i popoli dell’antichità, pagare i tributi simboleggiava una soggezione. I Romani, che di fronte ad un popolo vinto non avvertivano il minimo scrupolo, esigevano imperiosamente e senza mediazioni delle tasse ordinarie e straordinarie.

Evidentemente, i Giudei pagavano con odio e disgusto. Gli scribi erano consapevoli del loro misfatto, allorché desiderando compromettere il Signore agli occhi del Suo popolo, gli chiesero: “È lecito pagare il tributo a Cesare?” (Mt. 22, 17). Sapevano che se Cristo avesse risposto negativamente, sarebbe stato facile accusarlo davanti ai Romani; ma se dichiarava obbligatorio versare il tributo, sarebbe stato compromesso agli occhi del popolo.

Finché i Romani governarono la Giudea con la mediazione di re locali – come Erode, Archelao, Agrippa ed altri ancora – l’assoggettamento a Roma e più precisamente l’obbligo di pagare le tasse, fu leggermente mitigato per i Giudei nella misura in cui non erano che sudditi indiretti, pagando i tributi ai loro re che – essi soltanto – erano sudditi e tributari di Roma. Ora, poco tempo prima del debutto del ministero pubblico di Cristo, ci fu un cambiamento nel sistema di governo della Giudea. Il censimento universale menzionato circa la Natività di Cristo costituiva la prima tappa di un processo che mirava a stabilire una capitazione – una tassa sulla persona, pagata da ciascun individuo- su tutti i sudditi di Roma in questa regione.

Nell’anno 6 o 7 d. C., dopo le dimissioni di Archelao, l’introduzione di una tale tassa che pesava su tutti gli abitanti della Palestina produsse, da parte dei Giudei, delle rivolte guidate dal Fariseo Sadduc e da Giuda il Galileo (Atti 5, 37). A malapena il Sommo Sacerdote Joazar riuscì a quietare il popolo. Al posto dei re locali, i Romani misero dei procuratori come governatori della Giudea e delle vicine province. Per riscuotere le tasse con maggiore successo, i Romani introdussero il sistema dei pubblicani. Questa istituzione esisteva a Roma sin dall’antichità, ma mentre a Roma e in Italia, i pubblicani erano reclutati tra i membri di rango elevato, quella dei cavalieri, in Giudea, i Romani furono costretti ad assoldare come pubblicani degli scapestrati, rifiuti della società, degli Ebrei che, perduto ogni pudore, acconsentivano a collaborare con loro ed a indurre i loro fratelli a pagare le tasse.

Accettare una tale condizione significava la perdita totale della moralità. Significava diventare traditori della patria e, principalmente, della propria fede. Per divenire, al servizio dei pagani, lo strumento della dominazione del popolo eletto da Dio, bisognava rinunciare all’attesa di Israele, rinunciare a ciò che era più sacro, rinunciare alle speranze.

Quando accettava l’incarico, il pubblicano doveva prestare un giuramento di fedeltà all’imperatore ed offrire un sacrificio pagano in onore del suo spirito, il genio dell’imperatore. I Romani non avevano alcun rispetto delle convinzioni religiose dei loro agenti. I pubblicani, non contenti di servire gli interessi di Roma riscuotendo le tasse dai loro compatrioti, assecondavano i loro appetiti mercenari e, divenendo ricchi a spese dei fratelli di schiavitù, rendevano ancora più gravoso il giogo dell’oppressione romana. Questi erano i pubblicani! Perciò, a ragione, l’odio e il disprezzo li circondavano; traditori del loro popolo, non tradivano un qualsiasi popolo, ma il popolo scelto da Dio, il Suo strumento nel mondo, l’unico popolo per il quale dovevano giungere al genere umano la rinascita e la salvezza.

Tutti i tratti che abbiamo sinora descritto si applicano perfettamente a Zaccheo, che non era un pubblicano ordinario, ma un capo dei pubblicani, un architelone. Indubbiamente, aveva compiuto tutto: aveva offerto dei sacrifici pagani, prestato un giuramento pagano, estorto brutalmente le tasse ai suoi fratelli, aumentandole per il proprio profitto. Ed era divenuto, come testimonia il Vangelo, un uomo ricco. Certamente, Zaccheo capiva che le speranze di Israele erano per lui perdute. Tutta la predicazione dei profeti, tutto l’amore respirato sin dall’infanzia, tutto ciò che faceva trasalire di gioia le anime pie dell’Antico Testamento, ciascuna anima “che conosce il giubilo” – tutto ciò non esisteva più per lui. Era un traditore, un rinnegato, un fuori legge. Non aveva più alcun ruolo nel popolo d’Israele.

Ed ecco che gli giunge una voce: il Santo d’Israele, il Messia annunciato dai profeti è apparso nel mondo e, con un manipolo di discepoli, percorre le pianure della Galilea e della Giudea, predicando il Vangelo del Regno ed operando molti miracoli. Nei cuori fedeli, si accendono delle speranze. E Zaccheo? Come reagirà? Per lui, personalmente, la venuta del Messia suona come una catastrofe. Il regno dei Romani sarebbe finito ed Israele trionfante non avrebbe perso l’occasione di vendicarsi dei disastri da lui prodotti, degli abusi e delle esazioni ai quali si era abbandonato. E se anche non fosse andata così – poiché il Messia, essendo un testimone dei profeti, viene come un giusto, un apportatore di salvezza, un uomo umile e dolce (Zaccaria 9, 9) – il trionfo del Messia non avrebbe potuto portargli, a lui Zaccheo, nient’altro che la vergogna più totale, la perdita di ogni ricchezza e del rango sociale che aveva acquisito ad un così terribile prezzo: quello del tradimento del suo Dio, del popolo e di tutte le speranze d’Israele.

Forse, tuttavia, non è così – non ancora. Il nuovo predicatore potrebbe non essere il Messia. Non credono tutti in Lui. Farisei e Sadducei – i più grandi nemici dei pubblicani e, in particolare, di lui Zaccheo – non credono in Lui. Forse questa storia non è altro che una voce sparsa dal popolino. In tal caso si può continuare a vivere alla giornata come si è fatto sinora… Ma Zaccheo non cerca di rafforzare tale pensiero. Desidera vedere Gesù per sapere, per sapere veramente: “Chi è?” Sì, Zaccheo vuole che il predicatore che sta passando sia realmente il Cristo, il Messia. Vorrebbe gridare con i profeti: “Ah! Se tu aprissi i cieli e discendessi!” (Isaia 64, 1). Che venga questo tempo, anche se per lui significa rovina e declino. Nella sua anima si aprono, gli pare, delle profondità che non aveva mai percepito sinora; in lui brucia, arde, divora un amore totalmente disinteressato per Colui che è l’“Attesa delle Nazioni”, per l’immagine dell’umile Messia descritta dai profeti, “Che ha preso le nostre sofferenze e portato i nostri dolori” (Isaia 53, 4). E quando si presenta l’occasione di vederLo, Zaccheo dimentica se stesso. Nel trionfo del Messia risiede, per lui personalmente, per Zaccheo, il disastro e la perdizione. Ma non vi pensa. Desidera scorgere anche solo furtivamente Colui che Mosè ed i profeti hanno predetto.

Ed ecco: il Cristo passa. La folla lo circonda. Zaccheo, a causa della sua bassezza, non Lo può vedere. Tuttavia, la sete di Zaccheo, la sete assolutamente libera e gratuita che ha di scorgere il Cristo, almeno da lontano, è talmente illimitata, così irresistibile che quest’uomo ricco e potente, ufficiale dell’Impero, nel mezzo di una folla che professa per lui odio e disprezzo, non presta attenzione a nulla e, consumato dal desiderio di vedere Cristo, trascura ogni convenienza, abbandona qualsiasi decoro, salendo su di un albero, un sicomoro che cresceva ai lati della strada. Gli occhi di questo grande peccatore, di questo capo dei traditori e dei rinnegati, incontrano gli occhi del Santo d’Israele, di Cristo il Messia, del Figlio di Dio. Gesù vede ciò che uno sguardo indifferente od ostile non saprebbe vedere. Amando di un amore disinteressato l’immagine del Messia, Zaccheo ha la capacità immediata di riconoscere il Signore Cristo nel dottore Galileo che sta passando; e il Signore, pieno di amore divino ed umano, discerne l’amore in Zaccheo che Lo scruta dai rami del sicomoro; il Signore vede le profondità spirituali di questa anima, profondità che Zaccheo stesso, fino a quel momento, ignorava. Il Signore vede, in questo cuore di traditore, l’amore ardente per il Signore d’Israele, amore che non manifesta alcun sospetto di interesse personale, amore che può rigenerarlo e rinnovarlo. La voce di Dio si fa sentire: “Zaccheo, affrettati a scendere, poiché oggi sarò a casa tua”. La rinascita morale, la salvezza, il rinnovamento giungono a Zaccheo e nella sua dimora. Sì, il Figlio dell’Uomo è venuto veramente a cercare ed a salvare colui che si era perso.

Signore, Signore, Ti abbiamo tradito, Te e la Tua opera, come fece Zaccheo; noi stessi ci siamo privati di una parte in Israele; abbiamo rinnegato la nostra speranza! Tuttavia, doveva tornare a nostra vergogna e confusione e a quella dei nostri simili, che il Tuo Regno venga! E la Tua vittoria, e il Tuo trionfo!

Sì, per quanto per i nostri peccati – ed è giustizia – la Tua venuta debba portarci rovina e condanna, vieni, Signore, affrettati!

Ma donaci di vedere, anche solo da lontano, il trionfo della Tua Giustizia, per quanto non sappiamo avervi parte. Ed abbi pietà di noi contro ogni speranza, come un tempo hai fatto con Zaccheo!

Tratto da La Lumiere du Thabor, n. 47-48, pp. 103-108
Traduzione di Chiara Ruth Rantini