Archivio della categoria: Spiritualità

Scritti di santi e articoli sulla spiritualità ortodossa

Perché accendiamo lampade davanti alle icone?

di San Nicola di Zica e Ochrid

Primo – poiché la nostra fede è luce. Cristo ci ha detto: “Io sono la luce del mondo” (Giovanni 8, 12). La luce della lampada ci ricorda la luce con la quale Cristo illumina le nostre anime.

Secondo – per ricordarci della natura luminosa del santo innanzi alla cui icona accendiamo la lampada, poiché i santi sono detti figli della luce (Giovanni 12,36; Luca 16, 8).

Terzo – per servire di rimprovero a noi per le nostre azioni oscure, per i nostri pensieri e desideri cattivi, e al fine di chiamarci al sentiero della luce evangelica; e così da avere più zelo nel cercare di soddisfare i comandamenti del Salvatore: “Splenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone” (Matteo 5, 16).

Quarto – perché la lampada sia il nostro piccolo sacrificio a Dio, che diede interamente sé stesso in sacrificio per noi, e come un piccolo segno della nostra gratitudine e amore gioioso per Lui, poiché è Lui che preghiamo per la vita, la salute, la salvezza e per tutto ciò che solo lo sconfinato amore celeste può accordare.

Quinto – perché il terrore afferri le potenze del male che a volte ci assalgono anche al tempo della preghiera per distogliere i nostri pensieri dal Creatore. Le forze del male amano le tenebre e tremano ad ogni luce, specialmente innanzi a quelle che appartengono a Dio e a quanti gli sono graditi.

Sesto – perché questa luce ci risvegli al disprezzo di noi stessi. Così come l’olio e lo stoppino bruciano nella lampada, sottomessi alla nostra volontà, allo stesso modo è necessario anche alle nostre anime di bruciare con la fiamma dell’amore in tutte le nostre sofferenze, sempre sottomessi alla volontà di Dio.

Settimo – per insegnarci che, proprio come la lampada non può essere accesa senza la nostra mano, così neppure il nostro cuore, nostra lampada interiore, può essere acceso senza il santo fuoco della divina grazia, anche se dovesse essere ripieno di ogni virtù. Tutte queste nostre virtù sono, dopo tutto, come un combustibile, mentre il fuoco che li accende procede da Dio.

Ottavo – per ricordarci che prima di ogni altra cosa il Creatore del mondo creò la luce, e poi tutto il resto, per ordine: “E Dio disse: Sia la luce: e la luce fu” (Genesi 1, 3). E così deve essere anche all’inizio della nostra vita spirituale: prima di ogni altra cosa la luce della verità di Cristo deve splendere dentro di noi. Da questa luce della verità di Cristo conseguentemente ogni bene ha origine, germoglia e cresce in noi.

Che la luce di Cristo vi illumini sempre!

Tratto da Orthodox America Issue 125,Vol XIV, No. 1 July-August, 1993
Trad. del p Daniele Marletta
Versione italiana da Luce Vita n. 11

San Giovanni Maximovic: Sulla santità

SAN GIOVANNI (MAXIMOVIČ)
arcivescovo di Shanghai e San Francisco

Sulla santità
( Omelia pronunciata il 18 Marzo 1953)

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La santità è il frutto di sforzi umani e il dono del Santo Spirito. La santità è raggiunta da colui che porta una croce e nel nome di Cristo conduce una guerra contro gli ostacoli alla santità, gli ostacoli che impediscono di diventare come Cristo. Questi ostacoli sono i peccati, le cattive abitudini, profondamente radicati nell’anima. La lotta contro di essi è il principale lavoro di un cristiano, e nella misura in cui riuscirà a purificare la sua anima, riceverà lo Spirito Santo.

San Serafino ha insegnato l’acquisizione dello Spirito Santo, e veramente lo ha acquisito poiché la Santissima Madre di Dio, lo ha riconosciuto in quanto vicino a lei. E i fedeli, sinceri ricercatori della Verità e della Luce, come lo era Motovilov, in ragione della loro venerazione, hanno visto come questo essere fosse gradito a Dio per lo splendore della luce della santità.

Come sono diverse le vie dei santi! Presso il trono di Dio, davanti a tutti è la Santissima Madre di Dio, la più gloriosa dei serafini e tutti gli angeli e arcangeli che furono saldi, fedeli a Dio nella terribile lotta che è stata condotta contro di Lui, risplendendo per la maggior parte di loro, e Lucifero, che significa portatore di luce, che ora è il diavolo, in altre parole, è stato gettato nel buio più profondo. In questa lotta gli angeli luminosi sono giunti così vicino a Dio che è già impossibile per loro fare un passo indietro e quindi essere separati da Lui.

Tutti coloro che sono graditi a Dio sono come angeli colti nel loro amore e nella loro devozione. Sono come gli angeli che fecero guerra contro le forze delle tenebre e sono stati rinsaldati nell’amore di Dio. Tutti i profeti dell’Antico Testamento hanno vissuto lottando contro le tenebre. L’empietà prevaleva, la legge di Dio era stata dimenticata. Il mondo perseguitava i profeti perché interferivano con la vita del mondo immersa nel peccato. Si nascosero nelle “profondità della terra.” Il mondo li odiava. Il profeta Isaia fu segato in due da una sega di legno, il profeta Geremia fu calpestato in una palude. E, pur vivendo in un ambiente del genere, rimasero saldi nella fede e nella devozione. Tutti i giusti erano afflitti perché erano estranei al mondo peccatore. Tutti gli apostoli hanno sofferto in un modo o nell’altro. I giusti andarono nel deserto. Che cosa li ha resi santi? La sofferenza? Non è la sola sofferenza che rende santi, ma anche la tensione verso Dio, l’amore di Dio e lavorare per superare gli ostacoli alla santità, che è il frutto della fatica dell’uomo e il dono del Santo Spirito.

San Massimo di Torino – Sulla Pentecoste

Sulla Pentecoste
Sermone 56 di San Massimo di Torino

1. Non vi riuscì spiacevole molti giorni or sono, come ricordate, fratelli, la nostra predicazione nella quale abbiamo narrato che la carne del Signore, risorta da morte, germogliò dal sepolcro come con lo splendore di un fiore; e questo sepolcro l’evangelista attestò che si trovava in un piccolo giardino (Gv 19, 41), motivo per cui non abbiamo parlato a sproposito. Era opportuno, infatti, che un fiore tanto prezioso germogliasse in un giardino e il seme affidato a un suolo fecondo entro un recinto domestico e fra piante rigogliose producesse la salvezza per tutti. Infatti la risurrezione di Cristo è la redenzione dei popoli. Dunque il Salvatore assume il corpo risorto in un giardino e, dopo che la sua carne era ormai morta, rifiorisce tra alberi in fiore e candidi gigli e germoglia dal sepolcro in modo da trovare ogni cosa germogliante e splendente Così infatti, in un certo senso, dopo la frigida sepoltura del freddo invernale tutti gli elementi si affrettano a germogliare per risorgere anch’essi alla risurrezione del Signore. Certamente, infatti in seguito alla risurrezione di Cristo l’aria diventa più sana, il sole più caldo, la terra più feconda; da allora il pollone verdeggia in arbusto, il grano cresce divenendo messe, la vite si sviluppa in tralci. Se dunque, quando rifiorisce la carne di Cristo, tutto si riveste di fiori, è necessario che, quando egli porta frutti, anche tutte le cose fruttifichino, come dice lo stesso Signore: Se il chicco di grano , cadendo in terra, non morirà, rimane solo; se invece morirà, produce molto frutto (Gv 12, 24s). Rifiorì dunque il Signore, quando risorse dal sepolcro; fruttifica, quando sale al cielo (At 1, 9). È fiore, quando è generato dalle parti inferiori della terra, è frutto, quando è collocato in un’altissima sede. È grano, come egli stesso dice, quando da solo soffre la croce, è frutto, quando è circondato dalla grandissima fede degli apostoli. Infatti, in questi quaranta giorni dopo la risurrezione trattenendosi con i discepoli, li istruì con tutta la sapienza nella sua pienezza e con tutta la fecondità dei suoi insegnamenti li indirizzò verso frutti salutari. Poi salì al cielo, portando evidentemente al Padre il frutto della carne e lasciando nei discepoli i seguaci della giustizia.
2. Dunque il Salvatore salì al Padre. La vostra Santità ricorda che abbiamo paragonato il Salvatore all’aquila del Salterio, della quale abbiamo letto che era stata rinnovata la giovinezza (Sal 102, 5) . C’è infatti una somiglianza non piccola. Come l’aquila abbandona i luoghi bassi, cerca quelli elevati e sale presso il cielo, così anche il Salvatore abbandonò le bassure degli inferi, cercò i luoghi più elevati del paradiso, penetrò nel sommo dei cieli. E come l’aquila, lasciate le sozzure terrene, volando in alto gode della salubrità di un’aria più pura, così anche il Signore, abbandonando la feccia dei peccati terreni, volando tra i suoi santi, si allieta dell’innocenza di una vita più pura. In tutto, dunque, il paragone con l’aquila si addice al Salvatore. Ma, come ce la caviamo, visto che l’aquila spesso rapisce la preda e spesso prende l’altrui? Nemmeno in questo, tuttavia, è diverso il Salvatore. In un certo senso, sottrasse la preda quando portò in cielo l’uomo che prese, dopo averlo rapito alle fauci dell’inferno, e lo condusse come prigioniero in alto, dopo averlo strappato alla prigionia, mentre era servo del dominio altrui, cioè del potere del demonio, come sta scritto nel Profeta: Salendo in alto condusse prigioniera la prigionia, diede doni agli uomini (Sal 67, 19). Questa affermazione certamente va intesa nel senso che il Signore fece sua prigioniera, strappandola a lui, la prigionia dell’uomo che il diavolo aveva assoggettato a sé, e portò, come dice la stessa prigionia, catturata, nell’alto del cielo. L’una e l’altra prigionia, dunque, vengono chiamate con un solo vocabolo, ma l’una non è uguale all’altra. Infatti, mentre la prigionia del diavolo assoggetta alla schiavitù, la prigionia di Cristo restituisce alla libertà.
3. Salendo in alto, dice, condusse prigioniera la prigionia. Con quale efficacia il Profeta descrive il trionfo del Signore! Un corteo di prigionieri soleva, come dicono, precedere il cocchio dei re che trionfavano. Ecco che la gloriosa prigionia non precede, ma accompagna il Signore che sale al cielo; non è condotta davanti cocchio, ma essa trasporta in alto il Salvatore. Per un fatto misterioso, mentre il Figlio di Dio portava in cielo il Figlio dell’uomo la stessa prigionia è portata e porta. Quanto all’affermazione: Diede doni agli uomini, questo è un distintivo del vincitore. Infatti, dopo il trionfo, il vincitore distribuisce sempre doni e stando nel proprio regno colma di regali i servi e i servi gli fanno festa; così anche Cristo Signore vittorioso, sedendo alla destra di Dio Padre dopo il trionfo sul diavolo (Sal 109, 1), oggi ha distribuito in dono ai discepoli non talenti d’oro, non argento, ma i doni celesti dello Spirito Santo, così che, tra le varie grazie, gli apostoli parlavano anche in varie lingue (At 2, 4), in modo che cioè uno di nazionalità ebrea proclamava la gloria di Cristo con l’eloquenza propria della facondia romana, e gli orecchi stranieri, poiché non avrebbero compreso ciò veniva predicato in ebraico, apprendevano nella propria lingua la redenzione del genere umano. Ogni lingua si scioglie per predicare Cristo, perché ogni eloquio confessi la sua maestà, come dice il santo Davide: Non è linguaggio e non sono parole di cui non si oda il suono (Sal 18, 14). E non meravigliatevi perché abbiamo detto che il Figlio siede alla destra del Padre. Siede infatti alla destra non perché maggiore del Padre, ma perché non si creda inferiore al Padre, come gli eretici sogliono affermare in modo blasfemo. Come infatti la divinità non conosce gerarchia, così la Sacra Scrittura si oppone alle bestemmie.

(Tratto da Massimo di Torino, Sermoni, Roma, Città Nuova, 2003, pp. 236-239)

 

 

Messaggio Pasquale 2019

Chiesa dei veri Cristiani Ortodossi di Grecia
Il Santo Sinodo

La Discesa agli Inferi

Protoc. 2822

«Venite, prendete la Luce dalla Luce che non tramonta e glorificate il Cristo Risorto dai morti»
(Mattutino di Pasqua)

Cari Padri e Fratelli, figli nel Signore risorto,
in questa sublime Festa delle Feste e Solennità delle Solennità tutta inondata di Luce, il vincitore della morte, nostro Signore Gesù Cristo, ci concede la Luce senza tramonto della Resurrezione e della Vita. Ci invita gioiosamente, nella santa Chiesa, a non scoraggiarci, a non restare nelle gelide tenebre delle passioni e del peccato, ma ad accendere i nostri ceri alla Luce tangibile che scaturisce dal Suo Santissimo Sepolcro e soprattutto a ricevere nelle nostre anime l’illuminazione, partecipando con tutto il cuore alla Sua trionfante Resurrezione.
In altre parole, ci invita a lasciarci infondere dalla Luce che ha riempito tutta la creazione, il cielo, la terra e gli inferi, per illuminare anche la nostra interiorità con la Luce della Resurrezione:
«Oggi tutto è pieno di luce, il cielo, la terra e gli inferi» afferma con entusiasmo il santo Innografo. Poiché il nostro Sovrano, Cristo Risorto, ha colmato della Sua eterna e divina Luce anche il tenebroso Inferno dove Egli è disceso!
Perché? Perché, allorché un tempo, a causa del peccato, l’uomo giaceva nelle tenebre, il male dominava ovunque e noi eravamo consegnati alla schiavitù della morte tanto che il nostro nemico, il diavolo, «l’omicida» (Gv. 8, 44), era potente e si vantava di averci ingannato.
Ma il Cristo nostro Salvatore, la Vera Luce, ci ha riscattati da questa vergognosa schiavitù con la Sua morte senza peccato sulla Croce, e ci ha liberati da questa condizione insopportabile. Nella Sua immensa compassione per l’uomo e nel Suo ineffabile amore, ha assunto volontariamente la morte per discendere nel regno dell’Inferno e incontrare le anime incatenate dei morti delle ere passate. E là, ha ucciso l’Inferno con il bagliore della Sua Divinità, ha annientato il regno della morte e del peccato, ha abbattuto il nostro implacabile nemico, e come nuovo Adamo, ha portato la liberazione e la redenzione.
Il Nostro Signore pieno di bontà ha sopportato tutto, come scrive san Gregorio Teologo, «allo scopo di resuscitare la carne, assicurare la salvezza della Sua immagine e di rigenerare l’uomo» (Omelia VII, 23)
Per questo motivo, l’Apostolo Paolo, difendendosi davanti ai Giudei e ai Pagani, chiede: «perché vi pare incredibile che Dio risorga dai morti?» (Atti 26, 8) La Resurrezione per l’Apostolo è una certezza e una realtà tra le più evidenti, poiché, egli stesso, finché era Saulo il persecutore, si convertì alla fede quando fu illuminato da una Luce discesa dal cielo, più splendente del sole, e udì Gesù Risorto rimproverarlo di averLo perseguitato ma fu anche chiamato a risorgere lui stesso, per intraprendere la più grande e gloriosa missione, quella di «aprire gli occhi degli increduli, per ricondurli dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, affinché ricevano, per la fede in Me, il perdono dei peccati e una parte di eredità con quelli che sono stati santificati» (Atti 26, 18)
La fede nella Resurrezione vivificante di nostro Signore Gesù Cristo libera e illumina l’uomo, mentre l’incredulità e il peccato che ne è la conseguenza, lo asserviscono e lo colmano di tenebre.
Solo coloro che persistono «nelle opere cattive» (Col. 1, 21) dell’incredulità e dell’errore sono invasi dalle tenebre e diventano estranei a Dio, al punto di considerare il peccato come un bisogno naturale, come un fine e uno stile di vita, e di giungere ad una sua giustificazione, all’agnosticismo e all’ateismo.
Tuttavia è necessario sottolineare che anche i fedeli che cadono in peccati apparentemente insignificanti, ma li amano e li giustificano, divengono, secondo la definizione di San Basilio il Grande «infatuati dalle tenebre» privati della Luce e della Vita Eterna!

Figli nel Cristo Risorto,
Nella Chiesa di Cristo, per mezzo della fede ortodossa e delle buone opere, diveniamo «concittadini dei santi, membri della famiglia di Dio» (Ef. 2, 19), riceviamo la vita più alta, spirituale e carismatica e siamo «Luce nel Signore…Figli di luce» (Ef. 5, 8), figli della Resurrezione.
Questo dono ci sarà concesso fino alla fine e ci renderà degni dei beni divini e eterni, se partecipiamo alla Passione di Cristo, allo scopo di partecipare anche alla Resurrezione e alla deificazione, come, ispirato da un amore ardente per Cristo, ne esprime il desiderio San Gregorio Teologo: «Devo entrare nel sepolcro con Cristo, resuscitare con Cristo, divenire co-erede di Cristo, diventare figlio di Dio e dio io stesso».
Conseguentemente, i problemi e le difficoltà che incontriamo nella vita non devono farci paura né scoraggiarci. Non dobbiamo aver timore di lavorare con abnegazione al compimento delle virtù e dobbiamo dedicarci, con santo ardore e zelo gradito a Dio, a Cristo nostro Salvatore che ha sofferto ed è risorto per noi, alla preghiera, alla carità, alla continenza, alla speranza, alla mansuetudine, al perdono, alla misericordia, alla pazienza; e soprattutto alla partecipazione, nel pentimento, agli Immacolati Misteri. Senza cadere del tutto nell’inerzia o nella negligenza spirituale, considerandoci “arrivati”, compiuti e perfetti con sufficienza e vanto. Poiché siamo sempre dei debitori, «dei servi inutili» e «non abbiamo fatto altro che il nostro dovere» (Lc. 17, 10). Davanti a noi si aprono continuamente degli orizzonti luminosi e delle vette risplendenti di perfezione che ci chiamano a «essere in vista del premio della vocazione celeste di Dio in Cristo Gesù» (Fil. 3, 14)
Che la radiosa festività della Santa Pasqua su questa terra sia per noi un’anticipazione della divina Gloria e ineffabile illuminazione della Pasqua Celeste ed eterna. Amen!

Cristo è Risorto! È veramente Risorto!
L’Arcivescovo Kallinikos di Atene
e i membri del Santo Sinodo

Insegnamenti sulla preghiera di San Gerolamo di Egina

San Gerolamo di Egina
Insegnamenti sulla preghiera

Che tu abbia zelo o meno, non smettere di pregare per non diventare negligente nella tua preghiera. Non cessare per nessun motivo di pregare e non divenire negligente in questo. E cerca di versare una lacrima ogni notte.

Non lasciar passare un giorno senza la preghiera; e la tua preghiera non sia senza lacrime.

Persevera nella preghiera e accrescila. Di’ le preghiere che la nostra Chiesa ha prescritto: l’Esapsalmo, la Piccola Compieta, la Paraclisi, ecc. Leggi dal libro di preghiera, ma poi lascia i libri da parte per un po’. Cioè, senza il libro, al di là delle parole di preghiera che vi sono scritte, parla a Cristo per tuo conto. Parlagli con semplicità dal profondo del tuo cuore, come se tu lo vedessi innanzi a te: “Padre mio, ho peccato; Non ho speso la mia giornata in modo spirituale, ma tra le cose del mondo. Ho giudicato, parlato, riso, mangiato troppo, non ho pregato. Ho avuto tante debolezze e cadute. Perdonami, Signore” e così via.
Parlagli così e Cristo avrà pietà di te e ti donerà le lacrime. Ed è necessario che vengano le lacrime, poiché tali lacrime di preghiera ti daranno forza e gioia. Porteranno via la tua angoscia.

Proprio come, quando non si lavora, non si ottiene salario, allo stesso modo senza fatica, sforzo, diligenza, preghiera, ecc, non verranno doni spirituali, né alcun gusto per le cose sante e spirituali.

Umiltà, lacrime, preghiere, e un’anima pura. Le lacrime non vengono quando non si è trascorsa la giornata bene, in modo spirituale.

Se un giorno intero è passato senza che hu abbia sentito il Cristo nel tuo cuore con la preghiera, la lettura del Salterio e del Vangelo, ecc, consideralo un giorno sprecato.

Supplica con le lacrime, come Maria Maddalena, dicendo: “Non abbandonarmi, Cristo mio! Non lasciarmi da solo, Cristo mio! Mio dolce Cristo dolce, non prendere la mia anima prima ch’io sia divenuto del tutto tuo!”
Con ogni preghiera, versa una lacrima. E quando sei pieno di compunzione, non dirlo ad alcuno, poiché è un dono divino che potresti perdere.

*Tratto da Aghios Kyrianos, No. 305 (novembre-dicembre 2001), p. 96.
Versione italiana su Luce Vita, n. 12

La Via della Filosofia secondo Cristo

 

† Sua Eminenza, il Metropolita Cipriano di Oropos e Filì

La Via della Filosofia secondo Cristo

“Una santa combinazione: amore ed umiltà”

San Massimo il Confessore

Nulla il Diavolo ha in odio quanto l’amore tra fratelli e sorelle in Cristo, l’armonia, la pace, l’unità e la concordia.
Egli è sempre vigile, macchinando le più incredibili azioni, pur di rompere i legami spirituali, seminare odio e antipatia, confusione e disordine, vani sospetti e angosciosi pregiudizi.
Cristo ha immolato sé stesso “perché i figli di Dio dispersi siano portati insieme come uno solo” in pace e amore, mentre l’omicida non si dà mai riposo nel suo tentativo di affliggerli e disperdere i figli di Dio, che sono riuniti in Cristo.
Il seguente episodio è assai tipico, e mostra che sia l’azione satanica a favorire la rabbia, l’impazienza e la rottura dei legami di amore e di pace con il nostro fratello:

“Un certo fratello, mosso a sdegno contro un altro, si mise in preghiera, supplicando [che il Signore lo aiutasse] sopportare il suo fratello, passando illeso attraverso la tentazione; e subito egli vide del fumo uscire dalla sua bocca. Al che, la sua rabbia cessò. “

* * *

Ora, come è possibile evitare tutte le insidie ​​del nemico amante dei tormenti? Qual è il sicuro antidoto?
I Santi Padri ci insegnano che solo con l’amore e con l’umiltà potremo essere protetti e liberati.
La santa combinazione di amore e di umiltà ci eleva spiritualmente al di sopra delle insidie ​​degli spiriti maligni, e soprattutto al di sopra di meschinità e incomprensioni, che, per la maggior parte, nascono dal nostro amor proprio.
Allo stesso modo, questa santa combinazione nella Grazia di Dio, che ci dona un cuore pacifico, umile, misericordioso, pronto al perdono e tollerante.
“Una santa combinazione sono amore e umiltà”, dice S. Giovanni Climaco; “l’uno infatti esalta, e l’altro, dando forza a quanti sono esaltati, non permette loro di cadere.”
Per essere precisi, abbiamo bisogno di trovare pazienza e coraggio nell’ora
della tentazione; è necessario essere in preghiera longanimi davanti ai dolori ed avere un cuore pronto al perdono verso quanti ci hanno addolorati. Cerchiamo di non essere vinti dall’ odio, ma piuttosto di vincerlo con l’amore.
Un dolore non è che una nube che presto si scioglierà… non allontaniamoci dall’amore fraterno… Cerchiamo di essere longanimi e Preghiamo… Gettiamo la colpa su noi stessi… Accettiamo umilmente le scuse del nostro fratello… Ricordiamo le sue gentilezze e le virtù e non allontaniamolo dal nostro cuore…

* * *

San Massimo il Confessore splendidamente ci guida sulla “via della filosofia secondo Cristo”:

Non accusare di essere ignobile ed empio colui che ieri hai lodato come buono e virtuoso, solo perché il tuo amore si è mutato in odio.
Non denunciare la mancanza del tuo fratello per giustificare l’odio malvagio che si è impadronito di te. Piuttosto, anche se sei preso dal risentimento, persisti nelle tue lodi, così ti sarà facile tornare allo stesso salutare amore.
Non adulterare, a causa del tuo risentimento nascosto, il solito elogio del tuo fratello nelle conversazioni con gli altri , mescolando di nascosto le tue parole con riferimenti alle sue mancanze e giudizi di condanna. Invece, usa parole di lode senza sotterfugi e sinceramente prega per lui, come se stessi pregando per te stesso, e così sarai presto liberato da un tale odio distruttivo.
Se il tuo fratello è di nuovo tentato dal nemico e persiste nel parlare male di te, non discostarti dal tuo amore, ma respingi il demone che ti sconvolge la mente.
E questo accadrà se parli benevolmente quando sei denigrato e mostri bontà e gentilezza quando si trama contro di te.
Questa è la via della filosofia cristiana, e nessuno potrà dimorare con Cristo senza seguirla.

* * *

Così, il Diavolo divide i nostri cuori con l’orgoglio e l’odio facendone un inferno.
Al contrario, Cristo unisce i fratelli per mezzo del suo amore e della sua umiltà
e instaura il Regno dei Cieli nei nostri cuori.
Fratello mio, possa tu divenire un filosofo secondo Cristo!
Invocando l’aiuto della Deipara, non permettere mai a te stesso di essere sopraffatto da sentimenti di odio o da antipatia per il tuo fratello.
Quando ami tuo fratello, diventi simile a Dio, diventi un dio per Grazia. Ed esorcizzi il demone del disordine, della confusione e della discordia.

 

Sesta Domenica di San Luca
24 Ottobre / 6 Novembre 2005
(trad. di p. Daniele Marletta)

San Giovanni di Shangai e San Francisco e San Filarete di New York

San Giovanni di Shangai e San Francisco: Cosa intendiamo per “ortodosso”?

San Giovanni di Shanghai e San Francisco

Cosa intendiamo per “ortodosso”?

Poco dopo che la dottrina di Cristo ebbe cominciato a diffondersi tra i Gentili, i seguaci di Cristo presero ad essere detti cristiani” (Atti 11, 26). La parola “cristiani” indicava che coloro che portavano questo nome appartenevano a Cristo, gli appartenevano nel senso della devozione a Cristo e alla sua dottrina. Da Antiochia, il nome di cristiani si diffuse per ogni dove.
I seguaci di Cristo furono lieti di chiamarsi col nome del loro amato Maestro e Signore; i nemici di Cristo chiamarono i suoi discepoli cristiani, trasportando così su di loro la malevolenza e l’odio che essi nutrivano per Cristo. Comunque, abbastanza presto comparvero alcuni che, pur chiamandosi cristiani, non erano di Cristo nello spirito. Di loro Cristo stesso aveva detto: non chiunque mi dica “Signore Signore” entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Matteo 7, 21). Cristo profetizzò anche che molti si sarebbero spacciati per Cristo stesso: Molti verranno nel mio nome dicendo: io sono il Cristo (Matteo 24,5). Gli Apostoli nelle loro Lettere indicarono che quanti falsamente portavano il nome di Cristo erano già apparsi nel loro tempo: Avete udito che deve venire l’Anticristo, ma già ora ci sono tanti anticristi (1 Giovanni 2, 19).
Essi stabilirono che coloro che si erano allontanati dalla dottrina di Cristo non dovessero essere considerati dei loro: Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri (1Giovanni 2, 19). Pur mettendo in guardia da discordie e discussioni su argomenti minori (1Corinti 1, 10-14), gli Apostoli raccomandavano comunque ai loro discepoli di evitare quanti non confessassero la vera dottrina (2Giovanni 1, 10). Il Signore, per tramite della Rivelazione data all’Apostolo Giovanni il Teologo, rimprovera duramente quelli che, pur dichiarandosi fedeli, non agivano in accordo con questo loro nome; in questo caso tale nome era falso per loro.
Che utilità c’era in antico a definirsi un Giudeo, un seguace della vera fede nell’Antico Patto? La Scrittura li definisce la sinagoga di Satana (Apocalisse 2, 9).
Allo stesso modo, è cristiano in senso stretto solo chi confessa la vera dottrina di Cristo e vive in accordo con essa. Essere cristiano significa glorificare il Padre Celeste con la propria vita. Splenda la vostra luce davanti agli uomini affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli (Matteo 5, 16). La retta glorificazione di Dio è possibile però solo a chi crede rettamente ed esprime in opere e parole la sua retta fede. Per questo il retto cristianesimo – ed esso solo – può esser detto “retta glorificazione” (Ortho-doxia). Con la parola Ortodossia noi esprimiamo la nostra convinzione che la nostra fede sia precisamente la vera dottrina di Cristo. Quando chiamiamo qualcuno o qualcosa “ortodosso” noi con questo semplice fatto indichiamo il suo essere cristiano in mondo non contraffatto ed incorrotto, rigettando nello stesso tempo ciò che si appropria falsamente del nome di Cristo.

Domenica dell’Ortodossia, Shangai, 1943

Tratto da The Orthodox Word, 1968, vol  4 n. 1 (18)
trad. p Daniele Marletta (in Luce Vita, n. 11)

Messaggio Pasquale 2018

Chiesa dei veri Cristiani Ortodossi di Grecia
Il Santo Sinodo

N° di Prot. 2698

Messaggio Pasquale 2018

“Non spaventarti; Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente.
Ero morto, e ora sono vivo per i secoli dei secoli”
(Apoc. I, 17-18)

 

Cari Padri e Fratelli, figli nel Signore risorto, Il nostro Signore cominciò la Sua predica chiamando alla Conversione, perché era arrivato il Suo “Regno” (Matt. IV, 23). Secondo il Suo comando, il Suo regno, ugualmente, predicavano i Suoi Santi Apostoli, e a noi raccomandò di chiederlo nella nostra preghiera: “che venga il Tuo Regno”.
Il Suo Regno è la Sua santa Chiesa che Lui ha guadagnata e riscattata con il Suo Sangue santissimo e santificata con lo Santo Spirito, essendo il Capo di Essa. La Chiesa Ortodossa continua l’opera salvifica del nostro Signore, predica la Verità divina e i fedeli vengono santificati nella loro lotta e nel loro cammino verso il Regno eterno del Dio Trinitario nei Cieli.
Il nostro Signore Gesù Cristo parlò dopo la Sua Risurrezione della fondazione e l’espansione della Sua Chiesa, ai Suoi Discepoli e Apostoli, “e apparve ad essi più volte, parlando del Regno di Dio” (Atti I, 3).

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Attraverso la Chiesa fu rivelato al mondo “il mistero di Dio” (Apoc. X, 7), che giunse al suo apogeo sulla Croce, sul terribile Golgotha, quando il nostro Signore accettò volontariamente la morte la più infame, secondo i criteri umani, per vincere e distruggere definitivamente il diavolo, nostro nemico e donarci “la vita e l’incorruttibilità” con la Sua gloriosa Risurrezione.
L’immondo Satana fu ingannato: “Aveva preso un corpo, e si è trovato davanti a Dio. Aveva preso terra e ha incontrato il cielo. Aveva preso ciò che vedeva, ed è caduto su quel che non vedeva”, come afferma con voce sonora San Giovanni Crisostomo.
Cristo, all’interno della Sua Chiesa, ci dona guarigione e salvezza, tramite le sante Virtù e i santi Misteri, ma il diavolo e i suoi strumenti, gli infedeli e gli eretici, fanno una guerra senza pietà contro di Lei e contro i Suoi veri membri, per ostacolare o persino annullare la Sua opera salvifica. Questa guerra continuerà senza tregua fino al Secondo Avvento (del Signore), sempre più intensa; ma il Signore verrà, come trionfatore Forte e Potente, per portare la giusta restituzione e per chiarire completamente questo “mistero”. Assolutamente sicuro è il fatto che la vittoria definitiva appartiene a Lui e a coloro che sono con Lui. Per questo, Egli ci rianima e ci incoraggia, ripetendo con insistenza a ciascuno di noi: “Non spaventarti; Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Ero morto, e ora sono vivo per i secoli dei secoli” (Apoc. I, 17-18).

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E noi, quali umili membri della nostra santa Chiesa Ortodossa, ci troviamo in una posizione particolarmente vantaggiosa in questo mondo: “noi siamo cittadini del cielo; è di là che aspettiamo il nostro Salvatore, il Signore Gesù Cristo” (Filip. III, 20). Noi, Cristiani Ortodossi, siamo legati attraverso i santi Misteri con il nostro Salvatore Che è nei Cieli, e aspettiamo che Lui ritorni come Giudice e Redentore. Non siamo come gli infedeli, i quali non si appoggiano sulla Verità, ma sulla loro forza terrestre; egli si ingannano in modo pietoso, pensando poter riuscire tutto da soli, come si immaginano, ottenebrati nel loro errore, nella loro menzogna e nella loro ingiustizia. Noi non siamo come le canne deboli e instabili, esposte al vortice dei venti di questo mondo e dei nostri persecutori infedeli. Abbiamo un Salvatore in Cielo, e anche degli Alleati invincibili, potentissimi e sempre pronti ad accorrere al nostro soccorso: la Tutta Santa Conduttrice di Schiere, gli Eserciti delle Forze Incorporee, i gloriosi Santi della nostra Fede! Loro possono intervenire, quando invochiamo con fede intensa la loro protezione in tutte le situazioni difficili.
E persino quando sembra che il Signore Risorto non interviene, allora dobbiamo sapere che ciò non è per debolezza o per indifferenza, ma perché così deve essere. Egli permette il forte aumento dell’iniquità e sembra che le forze dell’Anticristo vadano avanti: “I malvagi continuino pure a praticare l’ingiustizia e gli impuri a vivere nell’impurità” (Apoc. XXII, 11). E ciò, affinché noi, i fedeli, mostriamo la nostra pazienza e la nostra lotta fino alla morte, per ricevere la corona della Vittoria dal nostro Signore Gesù Cristo, il Quale ci incita a crocifiggerci assieme a Lui, per donarci la Vita eterna e il Regno.

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Figli nel Signore Risorto,
Non  lasciamoci piegare e intimorire da tutte le cose sgradevoli e minacciose che accadono attorno a noi; ma rinnoviamo invece la nostra fede e la nostra convinzione nella vittoria sulle passioni e su tutti i nemici visibili e invisibili, con l’invincibile e divina protezione e aiuto, gridando in tutte le direzioni: “Dio è con noi; sappiatelo, o genti, e siate vinte, perché Dio è con noi!”; e anche cantando continuamente l’inno pasquale della vittoria: “Cristo è risorto dai morti, con la morte ha calpestato la morte, ed ai morti nei sepolcri ha elargito la vita”!
Cristo è Risorto! È veramente Risorto!

L’Arcivescovo
† Kallinikos di Atene con i Membri del Santo Sinodo

Santa neomartire Caterina

Santa neomartire Caterina

 

Memoria il 15 di Novembre.

Per quanto la forma di martirio più diffusa nel XX secolo, in Europa – ad esclusione di quanto avvenne nei paesi dell’Est sino alla caduta del regime comunista – , non sia quella del sacrificio cruento offerto con il proprio sangue che ebbero a patire i santi del cristianesimo delle origini, tuttavia, la Chiesa Ortodossa greca del Vecchio Calendario e le altre Chiese Ortodosse tradizionali annoverano, tra i loro fedeli, molti testimoni che, per la difesa della vera fede, furono disposti a consegnare la propria vita ai carnefici, come vittime sacrificali. La santa neomartire Caterina, donna di umili origini, entra a far parte di questa eletta schiera nel 1927, all’età di ventisette anni. Caterina nasce nel 1900 in un villaggio dell’Attica da una famiglia povera. A ventidue anni si sposa con un giovane del suo stesso paese e, pochi anni dopo, nascono due figli.
Nel frattempo, la famiglia sceglie di rimanere fedele alla Tradizione dei Padri, aderendo al movimento vecchio-calendarista. La Chiesa di Grecia aveva introdotto in modo non canonico il calendario gregoriano nel Marzo del 1924 ed a questa decisione si era opposta in modo massiccio gran parte dei fedeli. Ma i testimoni della verità non hanno, tuttavia, vita facile: il governo greco, istigato dalla Chiesa di Stato (Nuovo Calendario), si impegna, con ogni mezzo, per impedire il moltiplicarsi delle adesioni al gruppo dei Veri Cristiani Ortodossi. Ma torniamo alla narrazione degli avvenimenti che precedettero il glorioso martirio di Caterina. La sera della Vigilia della festa dei santi Arcangeli, nel piccolo villaggio dell’Attica, alcune donne, tra le quali la santa neomartire, avevano appena terminata la pulizia della chiesa e attendevano l’arrivo del celebrante. Non era facile, infatti, poter disporre, ad ogni occasione, di un sacerdote, in quanto le comunità di fedeli vecchio calendaristi erano molte ma i sacerdoti non erano in numero sufficiente da soddisfare tutte le richieste. Giunto il celebrante, iniziarono i Vespri; la chiesa era affollatissima ed era grande la commozione dei fedeli. Nel frattempo, all’esterno, la chiesa era stata circondata dai soldati inviati, ufficialmente, dalle autorità di governo, ma che, di fatto, obbedivano agli ordini dell’Arcivescovo di Atene. Mentre all’interno si svolgeva nel raccoglimento più assoluto la Divina Liturgia, i soldati cercavano di abbattere le porte e di penetrare in chiesa per interrompere la sacra funzione. Terminata la Liturgia, temendo che le guardie potessero aggredire il prete, un gruppo di donne si schierò attorno al celebrante per scortarlo sino a casa. Caterina, dopo essersi assicurata che i figli e il marito fossero in salvo, si unì alla pia schiera delle fedeli. L’esercito, costatando che non era possibile rompere tale baluardo di difesa umana, imbracciò le armi e partirono i primi colpi di fucile. Uno di questi colpì la tempia di una giovane, ferendola gravemente anche se non a morte, ma tale gesto ebbe come unico risultato quello di consolidare ancor più lo schieramento delle donne e di rendere ancora più alte le grida di disprezzo nei confronti dei soldati. Un gendarme, tuttavia, mirando al sacerdote, fece improvvisamente fuoco ma Caterina frappose il proprio corpo, come uno scudo, a quello del celebrante, salvandone così la vita e perdendo la sua. Cadde a terra in un lago di sangue, mormorando il nome della Tuttasanta Deipara. Restò in agonia per sette giorni e nel primo giorno della Quaresima di Natale, il 15 novembre del 1927, rimise l’anima a Dio per raggiungere il coro dei santi martiri. Al suo funerale, parteciparono moltitudini di fedeli che sfilarono in processione come se fossero in presenza della celebrazione di una grande festa.

Omelia sul radioso giorno di Pasqua

di San Giovanni di Kronstadt

San Giovanni di Kronstadt

Io sono il primo e l’ultimo; Io sono il vivente, ed ero morto, ed ecco, sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell’inferno. (Ap 1, 17-18)
Queste cose dice il Santo, il Veridico, Colui che detiene la chiave di Davide, che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre. (Ap 3, 7)
Io mi rallegro insieme a voi tutti per la luminosa Resurrezione di Cristo e nell’occorrenza di un tale grande e santo giorno vorrei parlare a voi, cari fratelli e sorelle, di queste parole della Sacra Scrittura; e se vi chiamo cari è perché davvero siete cari al nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha redenti ad un prezzo infinitamente prezioso, quello del suo purissimo sangue, sparso sulla croce per la nostra salvezza. Ricordate questo e non dimenticate; non dimenticate da cosa siete stati redenti a un tal caro prezzo: dal peccato, dalla maledizione e dalla morte, sia temporale che eterna. Guardatevi con tutte le forze dal peccato, che ha causato tali sventure nel mondo e che anche ora provoca ogni genere di sventura. E così, io ripeto: Cristo è risorto! È veramente risorto!
Vorrei spiegare a voi le parole dell’Apocalisse dell’apostolo ed evangelista Giovanni il Teologo, che ho citato all’inizio: io sono il primo e l’ultimo; io sono il vivente, ed ero morto, ed ecco, sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell’inferno. Con queste parole potenti il Signore ci indica che Egli è l’Inoriginato e Onnipotente Creatore di tutte le cose visibili e delle invisibili, ovvero del mondo angelico; che tutta la creazione ha ricevuto il suo inizio da Lui, anche lo stesso Lucifero, gettato giù dal cielo e divenuto Satana e il diavolo, il capo degli angeli caduti, che osò opporsi a Dio ed entrare in lotta con il suo Creatore introducendo il peccato e la morte nel mondo di Dio. Dice il Signore: Io sono il primo e l’ultimo; da me tutti gli spiriti creati hanno ricevuto il loro inizio – gli angeli e i demoni, che prima erano spiriti buoni e santi; per tramite della mia parola cielo e la terra e tutto il genere umano furono chiamati all’esistenza e furono date le leggi dell’esistenza e della vita; da me sono e saranno compiute tutte le nascite delle creature e per me sarà la fine del cielo e della terra e di tutte le creature terrene; per me sarà l’universale resurrezione e il giudizio di tutti; per me saranno vinti e sottomessi tutti i miei nemici e tutto il regno di satana; da Me sarà distrutto e annientato l’ultimo nemico, la morte.
L’Apocalisse dell’Apostolo Giovanni è l’ultimo libro della Sacra Scrittura, mentre il primo libro è la Genesi del mondo e della razza umana, scritta per ispirazione dello Spirito Santo dal Profeta Mosè. Il Signore così ci dice che per mezzo di lui il mondo e il corso della sua esistenza ha avuto inizio, e per mezzo di lui anche seguirà la fine del mondo visibile, come è dettagliatamente esposto nell’Apocalisse, che parla anche della battaglia finale del serpente, o Satana, con l’Agnello , che fu sgozzato e assaggiò la morte per la salvezza del mondo. Perciò il Signore dice a Giovanni: “Io sono il primo e l’ultimo”, cioè tutto ciò che per mezzo mio ha ricevuto il suo inizio, per mezzo mio finirà; per mezzo mio avrà fine il mondo, avrà fine il regno di Satana e avrà inizio il suo tormento eterno, alla fine della battaglia del bene contro il male – la fine della morte, la fine del morire – e per mezzo mio la giustizia regnerà. Da Me il bene e il male riceveranno la giusta ricompensa; i peccatori impenitenti andranno al tormento eterno, e i giusti alla vita eterna. Ecco, io vengo presto; e con me è la mia mercede, per dare a ciascuno secondo le sua opera (Ap. 22, 12), dice il Signore molte volte nell’Apocalisse.
Indicando che sopportò la morte per noi, e che senza dubbio la resurrezione generale sarà per mezzo di Lui, il Vincitore della morte, Egli dice: “Io ero morto, ma ecco, sono vivo per i secoli dei secoli, amen”; e anche voi vivrete per sempre. Questo è il significato delle parole del Risorto: Io sono il primo e l’ultimo; io sono il Vivente ed ero morto per te, per la tua redenzione dalla morte, ed io, vale a dire, ho vinto la tua morte con la mia morte innocente per amor tuo, ed ecco, io siedo anche per sempre con il Padre mio sul Suo trono. Non ero separato da Lui, anche se ero sulla terra a compiere la mia grande opera per voi, che siete soggetti al peccato e alla morte. Pertanto operate anche voi, miei discepoli, e lottate contro il peccato per compiere il bene, e dove io sono, nel Regno eterno, lì sarà anche il mio servo.
Importanti sono anche le parole del Signore: tengo le chiavi della morte e dell’inferno; e, in un altro luogo nello stesso libro: queste cose dice il Santo, il Veridico, Colui che detiene la chiave di Davide, che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre. Proprio come i conquistatori delle città nei tempi antichi, che, come segno della loro vittoria, prendevano le chiavi delle porte della città ed entravano trionfalmente nella città conquistata, così anche il nostro Signore, dopo aver conquistato l’inferno e la morte per noi, con la sua morte, come Vincitore prese da Satana le chiavi con cui aveva governato per intere migliaia d’anni, le chiavi dell’inferno e della morte, e distrusse l’inferno, luogo di vincoli eterni per i nati dalla terra, e liberò i suoi eterni prigionieri e li condusse fuori verso la luce del Regno dei Cieli.

(trad. di p. Daniele Marletta,  tratto da LUCE VITA n 10)