Archivio della categoria: Agiografia

Vite dei Santi della Chiesa Ortodossa

San Zanobi, vescovo di Firenze

Memoria il 26 Maggio

zanobiSan Zanobi nacque a Firenze, nel 355 da genitori pagani, Luciano e Sofia. Giovinetto, si accostò alla Fede e divenne catecumeno. Crebbe così, istruendosi sia nelle scienze profane che in quelle divine. Quando fu giunto all’età  di vent’anni, i genitori tentarono di indurlo al matrimonio; egli si affrettò invece a ricevere il battesimo dal Vescovo della Città . I genitori, irritati, si scontrarono con il presule, ma il giovane Zanobi avanzò verso di loro, fece il segno della croce e si raccolse in preghiera. Subito Luciano e Sofia chiesero il battesimo anche per loro. Questo fu il primo segno della vocazione apostolica del Santo. Egli decise di rimanere vicino al Vescovo e ricevette l’ordinazione al suddiaconato, divenendo, in seguito, arcidiacono.

Firenze era, al tempo, travagliata dal morbo dell’eresia ariana, e Zanobi lottò duramente contro di esso, guadagnandosi la fama di campione dell’ortodossia, fama che giunse fino alle orecchie del grande Ambrogio, Arcivescovo della citt`  di Milano, che volle conoscerlo, e potè incontrarlo nella basilica di San Lorenzo Arcidiacono, posta al tempo fuori le mura della città . Il santo patrono di Milano rimase talmente ammirato della sua persona da parlare di lui al Papa  Damaso, che invitò Zanobi a Roma e lo elesse suo diacono.

A Roma, mentre con il papa si recava ad una sacra officiatura in Santa Maria in Trastevere, fu loro presentato il figlio del prefetto, che era paralitico, perché fosse guarito. Un segno di croce del diacono ridiede al giovinetto la salute. Tale era la stima del papa Damaso nei suoi confronti da inviarlo come legato ad un concilio a Costantinopoli e la sua fama si diffuse rapidamente anche in tutto l’oriente cristiano.

Tornato a Roma, giunse la notizia della morte dell’anziano Vescovo di Firenze, Teodoro e Zanobi fu scelto da Damaso come arbitro nei dissidi tra clero e popolo fiorentini riguardo alla nomina del successore. Ma, appena giunto in città , fu acclamato egli stesso vescovo dai suoi concittadini.

Durante il suo episcopato, la diocesi allargò i suoi confini, con l’evangelizzazione di gran parte del contado e la costruzione di nuove chiese. L’opera apostolica fu accompagnata da innumerevoli miracoli, attestati dalla Tradizione della Chiesa.

Giunto in tarda età , si addormentò nel Signore il 26 maggio dell’anno 428.

Santa protomartire ed isapostola Tecla

Memoria il 24 Settembre

Santa TeclaSanta Tecla viveva ad Iconio, in Asia Minore, ed era figlia di una ricca famiglia pagana. Diciottenne, fu promessa sposa al giovane Tamiri che l’amava appassionatamente. In quel tempo, san Paolo, che proveniva da Antiochia, fu accolto nella casa di Onesiforo perché insegnasse il vangelo del Signore. L’abitazione di Onesiforo confinava con quella di Tecla: un giorno, essa ebbe ad ascoltare un discorso del santo apostolo circa le beatitudini del cristiano. Ne fu completamente rapita, tanto da restare in ascolto, immobile, presso la finestra della casa di Onesiforo, per tre lunghi giorni. La madre di Tecla e Tamiri, temendo che le parole di Paolo potessero distogliere l’attenzione di Tecla per le cose terrene, cercarono di separare i due santi, finché, proprio a causa della sua predicazione, il santo apostolo fu arrestato e condotto davanti al governatore. Per quanto fosse in catene, Tecla era riuscita a corrompere le guardie carcerarie e si introduceva nella sua cella per ascoltare il Verbo divino, seduta ai piedi dell’apostolo, mentre, tra le lacrime, baciava le sue catene. Ma, un giorno, fu scoperta, arrestata e condotta dal governatore. Interrogata, oppose un santo silenzio che fu rotto soltanto dalle grida della madre Teoclia che chiedeva, per sua figlia, una punizione esemplare: il martirio nell’anfiteatro, affinché potesse essere pubblicamente condannata la sua opposizione al matrimonio. Il governatore, irritato, decise di cacciare Paolo dalla città e di condannare Tecla ad essere arsa viva. Mentre si recava al luogo del martirio, la santa ebbe una visione in cui il Signore, assunti i tratti di Paolo, le indirizzava un benevolo sguardo che le conferì una forza soprannaturale. Nel frattempo, la folla delirante, ammassava legna da ardere, ma quale sgomento si generò al suo interno, quando la santa, impugnata l’arma del segno della Croce, nonostante l’altezza delle fiamme, non bruciava, restando immobile al centro del rogo. In seguito, una divina pioggia spense il fuoco e creò una forte inondazione dell’anfiteatro. Tecla poté quindi fuggire e raggiungere Paolo ed Onesiforo ad Antiochia. Qui, colpito dalla sua straordinaria bellezza, il nobile Alessandro tentò di rapirla ma Tecla lo respinse, gettando a terra la sua corona ed umiliandolo pubblicamente. Immediatamente arrestata e tradotta dal governatore, fu condotta tra le fiere, ma una leonessa, divenuta mansueta come una gatta, le laccava i piedi ed impediva l’assalto delle altre belve. Scorta una grande vasca piena d’acqua popolata da feroci foche, la santa vi si tuffò dentro, pronunciando la formula battesimale. Nel frattempo, le bestie furono colpite da un tuono, morendo all’istante, mentre una nuvola densa scendeva dall’alto per coprire la nudità della santa. Consegnata a fiere ancora più feroci, furono presto rese innocue dalle donne della città che dagli spalti dell’anfiteatro gettavano aromi per stordirle e indurle al sonno. Constatando che ogni genere di supplizio risultava impotente contro la santa, il governatore decise di decretare la sua libertà. Tecla restò per un breve periodo presso la madre adottiva, la devota Trifena; quindi ripartì per raggiungere Paolo a Mira. Tornò poi ad Iconio, dove apprese della morte di Tamiri e dell’ostinazione di sua madre contro la verità cristiana. Si recò allora a Seleucia dove rimase per settantadue anni in una grotta nei dintorni della città, a vivere in preghiera. Si narra che alcuni medici pagani, invidiosi delle sue potenti guarigioni, le avessero teso un agguato, dal quale fu salvata da una provvidenziale crepa, apertasi nella roccia che la inglobò. Una tradizione racconta che, negli ultimi anni della sua vita, si recò a Roma per incontrare san Paolo e che, trovatolo già morto, vi sia rimasta sino al momento del suo glorioso transito, trovando sepoltura nelle vicinanze della tomba del maestro di Tarso.

San Serafino di Sarov

Memoria il 2 Gennaio

San Serafino di SarovIl santo e teoforo Padre Serafino nacque in Russia, nella città di Kursk, nel 1759. I genitori erano mercanti molto pii e devoti alla Deipara: la Tuttasanta aveva infatti guarito miracolosamente il giovane da una grave malattia.

Adolescente, Serafino, con la benedizione della madre, lasciò la casa paterna ed entrò nel monastero di Sarov. Occupandosi dei compiti più faticosi ed umili, progredì molto nella virtù e nella pratica della preghiera di Gesù. Trascorsi alcuni anni, si ammalò gravemente. Tuttavia, non volle alcuna medicina, chiedendo unicamente la Santa Comunione. Quando gli fu portata, apparvero in visione la Deipara con i santi Apostoli Pietro e Giovanni Teologo: essa, indicando il giovane malato disse loro. “Egli appartiene alla nostra razza!” Pochi giorni dopo, Serafino guarì.

Passati otto anni di noviziato, fu tonsurato monaco e successivamente ordinato diacono. Prima di celebrare la Divina Liturgia, trascorreva molte ore in preghiera e, pur avendo ricevuto il carisma delle visioni, continuò a vivere nel silenzio e nell’umiltà. Alla morte del suo padre spirituale, dopo essere stato ordinato sacerdote, ottenne il permesso di ritirarsi in solitudine nella foresta attorno al monastero su di un’altura, da lui chiamata “Monte Athos”. Qui restava per tutta la settimana, tornando al monastero solo per partecipare agli uffici liturgici festivi.

Sopportava volentieri i rigori dell’inverno e l’assalto degli insetti in estate, trascorrendo tutto il tempo in preghiera, immerso nella sante letture od impegnato in altre attività gradite a Dio: ogni suo pensiero ed azione erano compiuti nel ricordo del Signore. Per non dimenticare le sofferenze patite da Cristo durante la Passione e per meditare senza sosta gli altri misteri delle Sacre Scritture, portava legato sulla schiena un grosso evangelario. Mangiava un pane che riceveva settimanalmente al monastero e pochi altri vegetali che crescevano nel suo orto.

Talvolta, non consumava interamente i pasti, offrendone una parte agli animali selvatici, tra cui un orso, che si presentavano mansueti al’ingresso della sua capanna.

Le forze del Nemico non potendo tollerare una tale santità scatenarono una furiosa tempesta di pensieri impuri che Serafino sconfisse passando mille notti e mille giorni in piedi o in ginocchio su di una roccia, ripetendo la preghiera del Pubblicano. Tuttavia, tre briganti si presentarono alla sua porta e non trovando niente da rubare, lo colpirono sino a farlo quasi morire. Per quanto fosse ferito gravemente, il santo riuscì a raggiungere il monastero dove, di nuovo, un’apparizione della Deipara lo salvò dalla morte.

Non potendo più camminare se non con un appoggio, rese il suo soggiorno nella foresta ancora più solitario; raramente infatti si recava al monastero e se incontrava qualcuno, non gli rivolgeva alcuna parola se non un profondo inchino. Alla morte dell’igumeno del monastero di Sarov, i monaci cominciarono a lamentare l’eccessivo isolamento del Padre Serafino, tanto che, in santa obbedienza, fu costretto a ritornare nella sua cella monastica.

Cominciò per lui il periodo della reclusione. Viveva nel silenzio più totale, leggendo e commentando, durante la settimana, tutto il Nuovo Testamento.

Nel 1825, terminata la reclusione per suggerimento della Tuttasanta, aprì la sua cella inizialmente ai monaci del monastero e successivamente ai laici che arrivavano sempre più numerosi per ricevere consigli e parole di consolazione. La sua porta restava aperta a tutti sino alla notte, accogliendo anche le persone più umili con il saluto della Pasqua: “Mia gioia, Cristo è risorto!”.

Grazie al dono della chiaroveggenza, sapeva in anticipo le richieste, i dubbi, i peccati non confessati e poteva così dirigere il pellegrino verso le vie della salvezza, esercitando, di fatto, la paternità spirituale.

Essendogli stato accordato il dono della profezia, predisse molti avvenimenti storici, tra i quali la guerra di Crimea, la carestia e la rivoluzione che avrebbe sconvolto la Russia e la sua Chiesa nel XX secolo. Operava molte guarigioni e tutti avevano per lui la venerazione tributata ad un santo. Molti dei suoi insegnamenti sono stati trasmessi in un libro (il Colloquio con Motovilov) che è il resoconto di conversazioni spirituali avute con l’amico Motovilov.

Quando era ancora soltanto diacono, ebbe la direzione spirituale del monastero femminile di Divaevo che curò amorevolmente per tutta la sua vita. Nell’ultima apparizione della Deipara, avvenuta alla presenza di una monaca di Divaevo gli fu predetta la morte che giunse nella notte tra il primo e il due gennaio 1833. Dopo la morte, le apparizioni del santo furono numerose ma soltanto il 19 luglio 1903 fu decisa la sua glorificazione tra i santi, alla presenza della famiglia imperiale e di tutto il popolo russo che si trovava unito spiritualmente prima di affrontare la grande prova dell’ateismo bolscevico.

I Quaranta martiri di Sebaste

I Quaranta martiri di Sebaste

Memoria il 9 marzo

I Quaranta Martiri di SebasteQuando il crudele Licinio (308-323), che era stato associato all’imperatore san Costantino, mise termine alla dissimulazione e ruppe l’intesa con lui, pubblicò degli editti contro i cristiani e inviò in tutte le province dei magistrati incaricati di eseguire i suoi ordini, mettendo a morte tutti coloro che non volevano piegarsi. Il governatore designato per la Cappadocia e la Piccola Armenia, Agricolao, era uno dei più zelanti esecutori degli editti di persecuzione e aveva convocato nella città in cui risiedeva, Sebaste, la dodicesima legione imperiale, guidata dal comandante Lisia e soprannominata Fulminante. Quaranta soldati di questa legione, uomini giovani, esperti e stimati, si rifiutarono di sacrificare agli idoli dell’impero e si dichiararono cristiani. Originari di luoghi diversi, ma uniti come se fossero un solo uomo nella fede e nella carità, si presentarono, uno alla volta, davanti al governatore, allo stesso modo degli atleti quando si iscrivono nel giorno del combattimento, rinunciando alla loro vera identità e dicendo: “Sono Cristiano!” Agricolao, inizialmente, cercò di convincerli con dolcezza, lodando le loro particolari imprese e promettendo favori da parte dell’imperatore qualora si fossero sottomessi ai suoi ordine. I santi gli risposero per mezzo della voce di uno solo di loro: “Se, come tu dici, abbiamo combattuto valorosamente per l’imperatore della terra, con quanto più ardore combatteremo per il Sovrano dell’Universo. Poiché per noi esiste una sola vita: la morte per Cristo”. Gettati in prigione, in attesa di comparire nuovamente, i valorosi combattenti della pietà caddero in ginocchio, pregando il Signore di mantenerli saldi nella vera fede e di fortificarli nel combattimento. Mentre trascorrevano la notte cantando salmi , il Cristo apparve loro e disse: “Avete iniziato bene, ma la corona sarà concessa soltanto a chi resisterà sino alla fine!”

Il giorno dopo, comparvero nuovamente davanti al governatore che tentò di conquistarli con le lusinghe; ma uno dei santi martiri, Candido, denunciò egregiamente la sua falsa dolcezza, scatenando così l’ira del tiranno. Tuttavia, non potendo fare niente contro di loro, sino al momento del giudizio che doveva essere espresso dal comandante Lisia, Agricolao li condusse nuovamente in prigione. Dopo sette giorni, giunto Lisia a Sebaste, li fece comparire al suo cospetto. Strada facendo, Cirione incoraggiava i suoi compagni, dicendo: “Abbiamo tre nemici: il diavolo, Lisia e il governatore. Cosa possono fare contro di noi che siamo quaranta soldati di Gesù Cristo?” Vista la loro audacia, Lisia ordinò che fossero loro frantumati i denti a colpi di pietra. Ma quando i soldati si scagliarono contro i santi martiri, furono accecati dalla potenza divina e, nella confusione, si colpirono tra di loro. Lisia, preso dall’ira, afferrò una pietra e volle lanciarla sui santi ma questa colpì il governatore, ferendolo gravemente. Nella notte, i martiri furono ricondotti in prigione, nell’attesa di scegliere la pena da infliggere loro. Riunendo le risorse della sua immaginazione perversa, il governatore ordinò di denudarli e di lasciarli così sul lago ghiacciato che era nei pressi della città, affinché patissero una orribile morte, tra le molte sofferenze causate dal gelo. Per rendere ancora più crudele il supplizio, pensò di porre, come ultima tentazione, un rimedio per le loro pene, facendo preparare, sulle rive del lago, un bagno d’acqua calda affinché chi abbandonasse il lago potesse trovare, immediatamente, un certo sollievo.

Appena fu nota la sentenza, i santi fecero a gara a chi, per primo, deponeva la veste, dicendo: “Deponendo queste vesti, rigettiamo anche l’uomo vecchio! Perché, a causa dell’inganno del serpente, un tempo, rivestimmo le tuniche di pelle; dunque, denudiamoci adesso per ottenere il Paradiso perduto! Cosa possiamo offrire in cambio al Signore per ciò che ha sofferto a causa della nostra salvezza? Un tempo, i soldati Lo hanno denudato; spogliamoci, quindi, perché tutto l’ordine militare ottenga il perdono! Il freddo è rigoroso, ma il Paradiso è dolce! Manteniamo la pazienza per pochi istanti, per essere, in seguito, riscaldati nel seno di Abramo. Accettiamo la gioia eterna in cambio di una breve notte di tormenti. Poiché, comunque, questo corpo corruttibile deve perire; accettiamo adesso di morire volontariamente per vivere in eterno! Ricevi, Signore, questo olocausto, che il freddo, e non il fuoco, sta per consumare!”

Incoraggiandosi vicendevolmente, i santi quaranta martiri avanzarono come un solo uomo sul ghiaccio, senza subire altra costrizione che non fosse la propria volontà e, durante tutta la notte, sopportarono la crudele morsa del vento, particolarmente gelido in questa regione, pregando il Signore che da quaranta combattenti ne uscissero quaranta vittoriosi, senza che nessuno venisse meno a tale numero sacro, simbolo della pienezza. Mentre la notte avanzava, i loro corpi iniziavano ad indurirsi e il sangue a gelare nelle vene, provocando loro un terribile dolore al cuore. Uno dei martiri, vinto dal dolore, lasciò il lago e si precipitò verso il bagno surriscaldato. Tuttavia, l’improvviso sbalzo di temperatura lo fece morire all’istante, privandolo della corona della vittoria. Gli altri trentanove, addolorati della caduta del loro compagno, rinvigorirono la preghiera mentre una grande luce attraversava il cielo, fermandosi al di sopra del lago e riscaldando i santi martiri. Alcuni Angeli discesero dalla volta celeste per porre sulle loro teste trentanove splendide corone. Davanti a tale meraviglia, uno delle guardie, Aglaio, che si stava scaldando presso il bagno, ebbe la coscienza illuminata dalla fede. Vedendo che una quarantesima corona restava sospesa nell’aria come se attendesse qualcuno per completare il numero degli eletti, svegliò i suoi compagni d’armi, gettò loro le proprie vesti e avanzò frettolosamente sul ghiaccio per raggiungere i martiri, gridando che anche lui era cristiano.

Quando, il mattino dopo, Agricolao venne a conoscenza dell’accaduto, ordinò di trarre fuori i santi dal lago e di finirli, rompendo loro le gambe. Infine, comandò di gettare i corpi nel fuoco affinché non restasse alcuna traccia del loro glorioso combattimento. Come venivano condotti verso l’ultimo supplizio, i gloriosi martiri cantavano: “Siamo passati attraverso il fuoco e l’acqua, ma Tu ci hai tratti fuori, Signore, per darci il refrigerio.” (Pr. 65, 12)

Dopo aver eseguito il loro compito, i boia caricarono i corpi dei martiri su di un carro e li condussero al rogo. Si accorsero allora che il più giovane del gruppo, Melitone, era ancora vivo e cercarono di convincerlo a rinnegare Cristo. Ma sua madre, avendo assistito allo spettacolo del martirio, prese in braccio il figlio e lo depose sul carro insieme agli altri corpi, dicendogli: “Non rimanere privo della corona, figlio mio caro, raggiungi i tuoi compagni per gioire della luce eterna che dissiperà la mia afflizione.” Quindi, senza spargere una lacrima, accompagnò il carro sino al rogo, con volto pieno di gioia.

Seguendo gli ordini del governatore, i soldati dispersero le ceneri dei martiri e gettarono le ossa nel fiume, ma nel giro di tre giorni, i santi apparvero in visione al vescovo di Sebaste, Pietro, e gli indicarono il luogo del fiume che nascondeva le loro reliquie. In seguito, le reliquie dei Quaranta Martiri furono distribuite in molti luoghi e il loro culto si diffuse soprattutto grazie alla famiglia di san Basilio che fece dedicare loro una chiesa ed un monastero, diretto da santa Macrina. San Basilio e san Gregorio di Nissa pronunciarono memorabili discorsi in loro onore.

La notte che precedette il martirio, i santi dettarono le ultime volontà sotto forma di esortazione ad un giovane schiavo, Eunoico, che fu testimone dei loro combattimenti e riuscì a fuggire ai persecutori: Trasmise questo memorabile testo alla posterità e si curò, in seguito, del santuario dove erano deposte le loro reliquie. In questo testamento sono iscritti i nomi dei Quaranta combattenti: Isichio, Melitone, Eraclio, Smaragdo, Domno, Eunoico, Valente, Vibiano, Candido, Prisco, Teodulo, Eutichio, Giovanni, Xantio, Eliano, Sisinnio, Cirione, Aezio, Aggia, Flavio, Acacio, Ecdicio, Lisimaco, Alessandro, Elia, Gorgonio, Eutichio, Atanasio, Cirillo, Sacerdote, Nicola, Valerio, Filottemone, Severiano, Ludione e Aglaio.

San Policarpo, vescovo di Smirne

San Policarpo, vescovo di Smirne

Memoria il 23 febbraio

San Policarpo di SmirneIl glorioso Policarpo, che fu, secondo il suo discepolo sant’Ireneo di Lione, discepolo degli Apostoli e amico di coloro che avevano visto il Signore, nacque ad Efeso, durante il regno dell’imperatore Vespasiano. Prima di affrontare il martirio, i santi genitori affidarono il bambino ad una pia e nobile donna, Callista, che lo crebbe nel timore di Dio e nell’amore delle sante virtù. Mosso da compassione, il bambino eseguiva così fedelmente i precetti sull’elemosina ai poveri, al punto di prosciugare il patrimonio della madre adottiva. Tuttavia, dal momento che le riserve di denaro tornavano, miracolosamente, a riempirsi, Callista mutò il nome del bambino Pancrazio in Policarpo, che significa frutta abbondante.

Divenuto adulto, divenne discepolo di san Giovanni Teologo che annunciava il Vangelo in Asia insieme ai compagni san Bucolo e sant’Ignazio Teoforo. Facendo proprio ogni suo insegnamento e ponendo attenzione a tutto ciò che evocava la vita del Signore, san Policarpo condivise tutte le tribolazioni del discepolo Prediletto, sino all’esilio a Patmos. San Giovanni ordinò san Bucolo vescovo di Smirne, affiancandogli Policarpo come collaboratore e sostegno. Giunto a Smirne, Policarpo fu ordinato prete ed ebbe l’incarico della cura degli orfani; ma san Bucolo, vedendo prossima la morte, designò l’umile Policarpo suo successore.

Divenuto, per volontà divina e del suo Padre spirituale, pastore della Chiesa di Smirne, Policarpo ebbe la condotta dei suoi Padri predecessori, ripetendo fedelmente i loro insegnamenti e quelli che avevano sentito pronunciare direttamente dalla bocca del Signore. Dal suo esilio di Patmos, san Giovanni fece sentire i suoi elogi perl’angelo della Chiesa di Smirne, incoraggiandolo a restare fedele sino alla morte, affinché potesse ricevere la corona della vita eterna. Ricolmo della Grazia divina, compì molti miracoli: spense con la sola preghiera un incendio che minacciava una città da sette giorni, fece cadere una pioggia benefica per mettere termine ad un periodo di siccità, liberò dei posseduti e guarì alcuni malati, permettendo così la conversione di molti pagani.

Quando, all’inizio dell’episcopato di Policarpo, nel 101, sant’Ignazio fu condannato a morte e trasferito in catene a Roma per essere dato in pasto alle belve, nel viaggio che lo doveva portare alla capitale dell’impero, si fermò a Smirne per abbracciare, per l’ultima volta, il santo vescovo. Dopodiché, giunto a Troade, gli inviò una lettera per ringraziarlo dell’ospitalità ricevuta e per affidargli la cura della Chiesa antiochena. Nella lettera, sant’Ignazio trasmette a Policarpo alcuni divinamente ispirati insegnamenti sui doveri del Pastore: “Glorifica il Signore di avermi fatto degno di contemplare il tuo volto irreprensibile. Dimostra la tua dignità episcopale con una profonda sollecitudine nella carne e nello spirito. Preoccupati dell’unità, al di sopra della quale non esiste cosa più importante. Sopporta pazientemente tutti i fratelli, come il Signore sopporta te. Porta sulle tue spalle le infermità di tutti, come fa l’atleta esperto (…) Il tempo presente ti esige per tendere verso Dio, come il nocchiero attende il vento e l’uomo sbattuto dalla tempesta attende il porto.”

In seguito, san Policarpo scrisse ai cristiani di Filippi per felicitarsi con loro di aver accolto Ignazio e gli altri martiri: “…le immagini della vera carità che avete meritevolmente scortato, essi che erano in quei ceppi degni dei santi che sono come dei diademi per coloro che sono stati prescelti da Dio”. Li esorta a perseverare nella pazienza che avevano impressa in volto i martiri ed espone loro i principi della vita di una comunità cristiana animata dall’amore: “La fede è la madre di tutti; essa è la fonte della speranza e nasce dall’amore per Dio, per Cristo e per il prossimo. Colui che adempie a tali virtù, compie i comandamenti della Giustizia, poiché chi possiede la carità è lontano da ogni peccato.”

Diresse, come un Apostolo, la Chiesa per oltre cinquanta anni. Nel 154, già carico di anni, fece un viaggio a Roma per incontrarsi con il Papa Aniceto circa la questione della diversità della celebrazione della Pasqua in Asia e per difendere la vera fede contro gli attacchi delle eresie. Il risplendere della sua santità e dei suoi insegnamenti produssero la conversione di molte anime che si erano lasciate sedurre dagli eretici Valentino e Marcione. Al momento di lasciare Roma, il Papa gli cedette la presidenza della Sinassi eucaristica e, dopo essersi scambiati un santo bacio, si lasciarono in pace, nel mutuo rispetto delle differenze tra le chiese locali.

Poco dopo il suo ritorno a Smirne, una violenta persecuzione, scatenata da Marco Aurelio, sconvolse tutte le chiese d’Asia. Fu in tale frangente che, al seguito di un gruppo di dodici martiri originari di Filadelfia, san Policarpo, all’età di ottantasei anni, trovò una gloriosa morte, nel giorno del Grande Sabato, similmente alla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. Mentre i valorosi martiri di Cristo subivano ogni sorta di tormento, in vista di essere dati in pasto alle belve, il venerabile Policarpo conservava la naturale serenità, volendo restare in città per non abbondare il gregge spirituale. Ma, per le insistenze dei suoi compagni, che lo supplicavano di non esporsi prematuramente alla morte, si ritirò in una piccola proprietà non lontano dalla città, dove, notte e giorno, pregava per tutti gli uomini e per le Chiese del mondo intero. Tre giorni prima del suo arresto, essendo in preghiera, ebbe una visione, durante la quale il suo orecchio prese fuoco e fu consumato. Voltandosi verso i suoi compagni, annunciò tranquillamente che avrebbe dovuto dare la vita per Cristo tra le fiamme.

Aveva appena trovato un nuovo rifugio, quando dei soldati, che avevano saputo del rifugio torturando uno schiavo, fecero irruzione nella dimora. Rifiutandosi di fuggire, il vescovo li accolse con un volto radioso e dolcissimo, li invitò a pranzare con lui, chiedendo loro soltanto un momento per pregare. Acconsentirono; per oltre due ore, l’anziano vescovo restò in piedi, ricolmo della Grazia divina, facendo memoria di tutti gli uomini, piccoli e grandi, che aveva conosciuto e ricordando la Chiesa sparsa sulla terra. Giunta l’ora di partire, i soldati, colti da profondo timore, e pentendosi di aver portato a termine questo incarico, lo fecero salire su di un asino per condurlo a Smirne. L’intendente della polizia, chiamato non a caso Erode, gli venne incontrò, facendolo salire sul suo carro per tentare di persuaderlo a sacrificare a Cesare. Avendo perso il suo tempo, lo gettò dalla vettura sulla strada. Ferito ad una gamba, l’anziano vescovo continuò il cammino a piedi. Quando entrò nello stadio pieno di una folla urlante e avida di sangue, una voce divina si fece udire dai soli cristiani. Diceva: “Coraggio Policarpo!” Il proconsole lo esortò a rinnegare Cristo, dicendo: “Abbi pietà della tua età” -e disse anche tutte le altre cose che sono soliti dire i persecutori in tali circostanze- “Giura sulla fortuna di Cesare e pronuncia queste parole: Abbasso gli atei!”. Facendo scorrere lo sguardo sulla folla dei pagani che riempivano l’anfiteatro, Policarpo rispose, sospirando: “Certamente, abbasso gli atei!”. Poiché gli si ingiungeva di maledire Cristo, rispose. “Sono ottantasei anni che Lo servo e non mi ha fatto alcun male. Come potrei bestemmiare il Re che mi ha salvato?”

Il proconsole disse: “Se non muti opinione, ti lascerò alle belve”. Policarpo rispose: “Chiamale, poiché è impossibile cambiare opinione per passare da una condizione migliore ad una peggiore; al contrario, è bene cambiare per passare dal male alla giustizia”. – ” Ti farò bruciare, se disprezzi il pericolo rappresentato dalle belve”, disse il giudice. Policarpo, pieno di vigore e di gioia, rispose: “Mi minacci con un fuoco che brucia per un attimo e dopo si spenge; certamente, ignori il fuoco del giudizio e del supplizio eterno, riservato agli empi. Perché attendere ancora? Fai ciò che vuoi.”

Poiché l’araldo aveva annunciato, per tre volte, che Policarpo si era dichiarato cristiano, la folla insistette perché gli fosse lanciato contro un leone. Ma, dal momento che i combattimenti con le belve erano terminati, gridarono: “Bruciatelo vivo!” In un attimo, i pagani e i giudei ammassarono la legna e delle carte. Quando il rogo fu posto nel centro dello stadio, Policarpo si tolse i vestiti, con la stessa tranquillità con la quale celebrava il santo sacrificio, e volle togliersi anche le scarpe, azione che non compiva mai poiché i fedeli si gettavano a baciargli i piedi. Dato che l’intenzione era quella di inchiodarlo al rogo, disse: “Lasciatemi libero, Colui che mi dona la forza di sopportare il fuoco, mi darà anche il potere di restare immobile sul rogo.” Deposto sulla legna come una vittima per l’olocausto, levò gli occhi al cielo e rese grazie a Dio, in un’ultima preghiera, per averlo ritenuto degno di partecipare, con tutti i santi martiri, al calice di Cristo, per la resurrezione e la vita eterna nell’incorruttibilità dello Spirito Santo.

Quando ebbe pronunciato il suo amen, fu acceso il fuoco. Una grande fiamma si alzò, ma il fuoco assunse immediatamente la forma di una volta, come una vela gonfiata dal vento, che circondava il corpo del martire. Tenendosi al centro di essa, non come carne che brucia ma come un pane che cuoce o come oro e argento risplendenti nella fornace, sprigionando un profumo d’incenso o di altri preziosi aromi.

Constatando che il corpo del martire restava incombusto, i pagani ordinarono al boia di finirlo con la spada. Il sangue allora sgorgò in tale abbondanza da spengere il rogo, lasciando così la folla stupefatta.

I preziosi resti del martire furono inceneriti per opera dei giudei, ma i fedeli riuscirono a raccogliere alcune ossa che deposero in un luogo degno, dove si riunivano, ogni anno per celebrare, nella gioia, il giorno della sua nascita al cielo. Il glorioso martirio di san Policarpo sigillò, per un breve periodo, la persecuzione contro i cristiani.

Santa Maria Egiziaca

Santa Maria Egiziaca

Memoria il primo di Aprile e la quinta Domenica della Grande Quaresima

Santa Maria EgiziacaLa nostra santa Madre Maria nacque in Egitto nel V secolo. All’età di dodici anni abbandonò i suoi genitori per recarsi nella grande città di Alessandria, dove visse principalmente di elemosine e della tessitura del lino. Qui per diciassette anni visse nella dissolutezza come pubblica meretrice, spinta non dal bisogno – come tante altre povere donne – ma, come ella stessa ammise più tardi, da pura depravazione.

Un giorno Maria vide un gran numero di persone recarsi al porto per imbarcarsi. Informatasi, scoprì che erano diretti a Gerusalemme, per la festa dell’Esaltazione della Croce. Accordatasi con alcuni marinai depravati, si imbarcò anch’ella, offrendo il proprio corpo come pagamento per il viaggio. Giunta a Gerusalemme si recò con i pellegrini alla Basilica della Resurrezione, ma, entrata nel nartece si accorse che una forza misteriosa le impediva di oltrepassare la soglia del tempio, mentre gli altri, i fedeli, passavano senza difficoltà. Rimasta sola, cominciò finalmente a capire che era la sua condotta di vita a impedirle di avvicinarsi alla Croce di Cristo. Cominciò a piangere e a battersi il petto, finché non vide un’icona della Deipara, davanti alla quale pregò: «Vergine Sovrana, che hai partorito Dio nella carne, io so che non dovrei neppure guardare la tua immagine, a te che sei pura d’anima e di corpo, io – dissoluta – dovrei ispirare solo disgusto. Ma poiché il Dio che da te è nato si è fatto uomo per chiamare i peccatori al pentimento, vieni in mio aiuto, concedimi di entrare nella chiesa per prostrarmi dinanzi alla Croce. Quando l’avrò vista, ti prometto di rinunciare al mondo e ai piaceri, seguendo il cammino di salvezza che tu mi mostrerai». Subito si sentì liberata dalla potenza che la tratteneva. Entrò nel tempio e venerò la Santa Croce; uscendo si fermò ancora dinanzi all’icona e si disse pronta a seguire la via che le sarebbe stata mostrata. Una voce discese dall’alto: «Attraversa il Giordano e troverai la pace».

Uscì dalla chiesa e con l’elemosina offertale da un fedele comprò tre pani. Si fece indicare la via per il Giordano, si incamminò e verso sera giunse alla chiesa di San Giovanni Battista. Si lavò nelle acque del Giordano, comunicò ai Santi Misteri e, dopo aver mangiato la metà di uno dei pani, si addormentò sulla sponda del fiume. Il mattino successivo, risvegliatasi, passò il fiume e da allora visse per quarantasette anni nel deserto in assoluta solitudine, senza incontrare uomo o animale.

Nel corso di primi diciassette anni di permanenza nel deserto, le sue vesti si ridussero a brandelli e il suo corpo fu esposto al caldo torrido di giorno e al freddo pungente di notte; si nutriva di radici ed erbe selvatiche. Ma più che le privazione del corpo, dovette affrontare l’assalto delle passioni e il ricordo della sua vita passata. Ma ogni volta si ricordava della promessa fatta alla Deipara e la supplicava, prostata a terra, di essere liberata dalla tentazione. Ma Dio, che “non desidera la morte del peccatore, ma che si converta e viva”, sradicò dal cuore di Maria ogni passione, mutando il fuoco del desiderio carnale in amore per Dio e permettendole di sopportare il deserto ostile, come se fosse stata un essere incorporeo.

Dopo molti anni, il santo anziano Zosima, monaco nella Palestina, che si era spinto nel deserto per passarvi la Grande Quaresima, secondo un costume iniziato da Sant’Eutimio, vide un giorno un essere umano col corpo abbrunato dal sole e i capelli bianchi come la lana ricadenti sulle spalle. Il monaco corse dietro a questa apparizione sfuggente, supplicandola di dargli la sua benedizione e una parola di salvezza. Quando fu a portata di voce, Maria lo chiamò per nome, rivelandogli di essere una donna e chiedendo il suo mantello per coprirsi. Zosima, felice di avere incontrato un essere teoforo che aveva raggiunto la perfezione nella vita angelica, la supplicò di raccontargli la sua vita. Maria accondiscese e, terminato il racconto, lo pregò di ritornare l’anno successivo, il Grande Giovedì, per portarle la Comunione, dandogli appuntamento sulle sponde del Giordano.

Il giorno fissato, Zosima si recò sul Giordano e vide Maria sull’altra riva del fiume; lei, facendosi il segno della Croce, attraversò il fiume camminando sulle acque. Dopo essersi comunicata, in lacrime, disse: «Ora lascia, o Sovrano, che la tua serva vada in pace, secondo la tua parola, poiché i miei occhi hanno visto la tua salvezza» (Lc 2, 29).
Congedando Zosima, Maria gli diede appuntamento, per l’anno successivo, nello stesso luogo del loro primo incontro.

Zosima tornò così l’anno successivo e trovo il corpo della santa disteso a terra con le braccia incrociate ed il volto a oriente. Zosima pianse sul corpo della santa e solo più tardi si accorse di una iscrizione che ella aveva lasciato, tracciandola sul suolo: «Padre Zosima, sotterra in questo luogo il corpo dell’umile Maria, restituisci alla polvere ciò che è polvere, dopo aver pregato per me. Sono morta nella notte della Passione di Nostro Signore, il primo del mese di Aprile, dopo aver partecipato all’Eucaristia». Zosima conobbe così il nome della santa, e ne fu consolato. Si stupì inoltre di scoprire che ella aveva percorso in poche ore una distanza di più di venti giorni di cammino. L’anziano cercò inutilmente di scavare il terreno con un pezzo di legno, quando d’un tratto vide un leone che, avvicinatosi al corpo di Maria, le leccava i piedi. Zosima si fece coraggio ed ordinò al leone di scavare la fossa per la santa. Subito il leone cominciò a scavare e Zosima poté dare sepoltura al corpo di Maria.

Ritornato al suo monastero, Zosima raccontò ai fratelli la storia del suo incontro con Maria Egiziaca, che da peccatrice pubblica era divenuta un modello di penitenza e di conversione. Da allora la Chiesa ha posto la sua memoria alla fine della Grande Quaresima, come incitamento per quanti sono pigri nella ricerca della salvezza, ricordando loro che anche all’ultima ora il pentimento può riportarli a Dio.

Padre Giustino (Popovic), il “nuovo filosofo”

Padre Giustino (Popovic), il “nuovo filosofo”

Memoria il 25 Marzo

San GiustinoIl padre Giustino è stato una figura di primo piano nella testimonianza della Tradizione Ortodossa, sia per la sua dottrina che per la vita nell’ascesi: un vero Padre della Chiesa in pieno XX secolo. Di lui, un monaco del Monte Athos ha scritto: “Ci fu un uomo mandato da Dio , e il suo nome era Giustino”.Come gli antichi Padri, egli non ha compreso la dottrina staccata dall’ascesi e dalla tensione verso la santità. “L’unico possibile rinascimento nella Chiesa – amava dire – è un rinascimento nell’ascesi”. La sua Teologia, che volle chiamare – intitolando la sua opera di Dogmatica – La filosofia ortodossa della Verità, non è una contemplazione intellettuale dell’essenza di Dio, come la scolastica occidentale, ma la continuazione dell’esperienza vivente della Vita in Cristo. La stessa vita della Chiesa è l’organica continuazione della Vita di Cristo da parte del suo Corpo, secondo l’immagine paolina. Essere cristiani significa essere in Cristo. L’eresia non è soltanto la formulazione intellettuale di un errore dogmatico ma è, soprattutto, separarsi da Cristo. Torna in mente un apoftegma (detto) di un padre del deserto che accettava di essere accusato dei più ed orrendi peccati, ma non di eresia “perché l’eresia è separazione da Cristo”.

“Non c’è niente di più orribile – scrive p. Giustino – di un’eternità senza Cristo. Io ritengo preferibile un Inferno dove fosse il Cristo (perdonatemi il paradosso) ad un Paradiso dove Cristo non c’è. Perché se Cristo non è presente, tutto si trasforma in maledizione ed orrore”.

Il Venerato Padre nacque il giorno dell’Annunciazione (25 Marzo del Calendario Ecclesiastico) del 1894 a Vranje in Serbia e si addormentò nel Signore lo stesso giorno dell’Annunciazione del 1979. L’intera sua vita è segnata da questa data dell’Incarnazione: è un canto al Verbo incarnato principio e fine, alpha ed omega di tutte le cose.

Nato da una famiglia sacerdotale da diverse generazioni, figlio di un sacerdote, padre Spiridione, e della matuska Anastasia, ricevette fin dalla più tenera infanzia il respiro della “dolce Ortodossia” come il popolo Serbo amava chiamare la fede dei suoi padri , p. Giustino è veramente il frutto eletto di una stirpe che ha vissuto e praticato in profondità la fede cristiana ortodossa della sua nazione.
Del popolo serbo condivise i momenti dolorosissimi del XX secolo: divenne monaco nel 1915, proprio durante la lunga ritirata dell’esercito serbo che durante l’inverno marciò lungo il Kosovo e l’Albania fino a Scutari, condotto dal vecchio Re Pietro I nelle piane del Kosovo , nel “Campo dei merli” là dove il santo principe Lazaro aveva nel passato , lottando contro i Turchi, preferito “la gloria del regno celeste all’effimera gloria del regno terreno”. Imitando la rinuncia del santo, Blagoje (questo era il nome di battesimo di abba Justin) scelse anche lui, dopo un secondo dramma del Kosovo, la gloria eterna, identificando il suo destino a quello della Serbia Ortodossa che scelse di servire nel suo calvario, materiale, morale e soprattutto spirituale.

La sua formazione fu ricca e complessa, ed anche il suo nome monastico di Giustino – filosofo e martire – gli si addice perfettamente. Con la Filosofia Ortodossa della Verità fu chiamato da Dio a formulare una grande sintesi teologica in un’epoca di relativismo, sintesi nella quale riaffermò la Verità di Cristo, l’Unicità della Chiesa Cattolica ed Ortodossa, Corpo di Cristo vivente ove lo Spirito Santo dimora, unica arca della nostra salvezza in mezzo ai marosi del secolarismo, dell’ateismo, dell’umanesimo, arrogante negatore della centralità di Dio, dell’eresia del relativismo e dell’Ecumenismo.

In questo si può dire che egli fu davvero un nuovo filosofo.

Nonostante che la sua formazione si sia svolta in parte in occidente – studiò ad Oxford, dopo il Seminario in Serbia e l’Accdemia in Russia, e poi ad Atene ove conseguì il dottorato in Teologia – dal pensiero occidentale non fu influenzato se non per una maggiore comprensione del dramma dell’occidente stesso.

Due grandi figure dell’Ortodossia del ‘900 ebbero influenza sulla formazione di Padre Giustino: il santo Vescovo Nicolaj (Velimirovic) ed il Metropolita Antonio Krapovitsky.

Del primo abba Justin ebbe a dire “Sì, è il grande padre di tutti i Serbi, il più grande dopo San Sava”.

L’altro suo padre spirituale, il Metropolita Antonio, fu il primo Presidente del Sinodo della “Chiesa Russa fuori frontiera” uscita dai confini della Patria per preservarne la grande tradizione spirituale, la tradizione della Santa Russia Ortodossa, dopo l’avvento del bolscevismo, e che ebbe la sua sede a Karlovac. Di lui scrisse:”Nella nostra epoca nessun altro ha esercitato maggiore influenza sul pensiero ortodosso del beato metropolita Antonio. Egli ha ricondotto l’Ortodossia fuori dalle strade scolastiche e razionaliste , lungo la via beata ed acetica; egli ha mostrato e provato, in maniera indiscutibile, che la potenza eterna dell’Ortodossia risiede nei Santi Padri , perché solo i santi sono i veri luminari e, per ciò stesso, i veri teologi”. Nel Metropolita Antonio vede la luce della tradizione della nazione Russa ortodossa che continua nonostante gli orrori della rivoluzione e del materialismo ateo eretto a sistema.

Quest’insistenza sul tema della “Nazione Ortodossa” ritorna più volte, come una costante, nel pensiero del p. Giustino. Ma non deve farci pensare ad un nazionalista chiuso alla dimensione universale e cattolica dell’Ortodossia. Al contrario, se l’attaccamento alle radici della nazione ortodossa ha, per lui, il significato di un legame organico, quasi fisico, all’interno del più grande corpo di Cristo che è la Chiesa, il filetismo rappresenta per lui il più grave peccato degli Ortodossi contro la Chiesa. Egli è convinto che l’Ortodossia non abbia limiti nazionali e che le nazioni ortodosse hanno anzi il dovere di portarla sempre oltre i loro confini, com’è avvenuto nell’epoca degli Apostoli e dei Padri.

Vide con chiarezza il pericolo che il relativismo si introducesse pian piano nell’ortodossia attraverso l’eresia dell’Ecumenismo. Lottò con tutte le sue forze, con gli scritti, con la parola e soprattutto con la vita ascetica perché l’Ortodossia restasse salda nella Vivente Tradizione di Verità ricevuta dagli Apostoli e dai Padri.

Quando la Chiesa Serba, nel 1965, ,per decisione del Patriarca German (una creatura del regime comunista di Tito) entra ufficialmente nel Consiglio Ecumenico delle Chiese, la coscienza della Chiesa serba, ovvero la voce profetica del Venerato Padre Justin dichiarò: “Noi abbiamo rinnegato la Chiesa Ortodossa, degli Apostoli, deiPadri, dei Concili Ecumenici e siamo diventati membri di un Club eretico, umanistico, umanizzato, fatto dalle mani dell’uomo; un Club che consiste di 263 eresie, ciascuna delle quali è spiritualmente morta”.

Nel 1971 il P. Giustino, che sempre aveva manifestato la sua simpatia per il movimento di resistenza greco (l’attuale vescovo Ireneo (Bulovic), figlio spirituale del P. Justin, da giovane ieromonaco studente ad Atene, andava a celebrare in una chiesa vecchio-calendarista di un monastero di monache, quello della Panaghia Mirtidiotissa alla periferia della città.), rompe la Comunione col Patriarcato Serbo. Alla sua morte nessun Vescovo serbo presenzierà alle esequie.

Negli ultimi anni, abbandonato il lavoro di insegnamento, restò nel monastero di Celije dove era padre spirituale di quella comunità di Monache da dove però non si stancò, fino alla morte, di far sentire la sua voce di confessore della fede. Egli era consapevole della china ecumenistica e modernista in cui l’Ortodossia stava precipitando ma era sempre più convinto che la preghiera, l’ascesi, la paternità spirituale, più che il gridare scalmanato (che è altra cosa rispetto alla capacità di prendere posizioni ferme quando necessario) fossero necessari alla conservazione di un’Ortodossia fedele alla Tradizione dei Padri.Un’occasione per incontrare gran numero di fedeli erano le annuali commemorazioni del Santo Vescovo Nicolaj, sepolto poco lontano da Celije. Di quelle commemorazioni ci restano magnifiche Omelie che sono veri insegnamenti di fede e lezioni di Ortodossia.

Le sue opere restano come tra le più preziose testimonianze di una rilettura fedele della Tradizione per gli uomini di oggi, in perfetta e mai soluta continuità con il filo d’oro che dagli Apostoli giunge fino a noi.

Anche se la Chiesa Serba non lo ha ancora ufficialmente canonizzato, il padre Giustino è venerato ovunque come santo dai veri Ortodossi. Il padre Atanasio Simonopetrita ha composto i testi liturgici in suo onore:

Apolitikio Tono I

Il Teologo dalla mente divina onoriamo con splendore,* Il sapiente tra i Serbi Giustino:* con la grazia del santo Spirito ha combattuto l’errore degli atei e l’empietà dei latini* come iniziato del Signore Filantropo ed amante della pietà.*Gloria a Cristo che ti ha glorificato!* Gloria a Lui che ti ha incoronato!* Gloria a Lui che ti ha reso un luminare* nel tempo della tenebra.

Kontakion Tono I

Acclamiamo alla fedele ed inesauribile fonte* da cui sgorgano le dottrine ortodosse,* ad un angelo in forma umana animato di zelo divino,* Giustino deiforme,* il germoglio dei Serbi,* che con gli insegnamenti e gli scritti* strenuamente difese* la fede nel Signore.

Megalinario

Rallegrati* Giustino amante di Dio,* stella del mattino nuovamente risplendente per tutti gli Ortodossi:* nei nostri tempi hai illuminato il mondo, coi raggi delle divine parole,* e sei stato oppositore dell’eresia.

San Leone, Papa di Roma

San Leone, Papa di Roma

Memoria il 18 Febbraio

San Leone il Grande, Papa di RomaAi tempi in cui la Chiesa d’Occidente era in comunione con la Chiesa indivisa, il Papa di Roma, in quanto vescovo della capitale dell’impero e patriarca d’Occidente, godeva di una certa priorità nella comunione della Chiesa ed era considerato, da tutti i cristiani, come il custode per eccellenza della tradizione apostolica, facendo da arbitro nelle questioni dogmatiche. Occupando la cattedra romana in una delle epoche più critiche della storia, durante la quale, oltre alla caduta dell’impero d’Occidente, la Chiesa si trovò ad essere minacciata dalle divisioni causate dagli eretici, san Leone seppe proclamare la dottrina della Verità e adoperò tutte le cure possibili per preservare l’unità della santa Chiesa; pertanto esso è venerato, in Occidente come in Oriente, con il nome di san Leone Magno.

Nato a Roma da una nobile famiglia originaria della Toscana, entrò presto a far parte del clero, ricevendo la carica di arcidiacono della Chiesa di Roma, incarico che lo portò a stretto contatto con le problematiche ecclesiali e le controversie dottrinali del tempo. Fu durante una delle sue missioni in Gallia che venne a conoscenza della morte di Papa Celestino e che, a sua insaputa, era stato eletto sul seggio patriarcale da tutto il popolo. Sia durante l’intronizzazione che, in seguito nell’anniversario della stessa, Papa Leone esprimeva, nei sermoni, il timore per il compito che gli era stato affidato, confidando nella sola Grazia divina per il governo della Chiesa.

Arduo era pertanto l’incarico che gli si presentava. L’impero, minacciato dai barbari, era percorso da un rilassamento dei costumi che coinvolgeva persino la Chiesa, scossa dalle eresie. Unendo mirabilmente il rigore alla compassione, san Leone cominciò col risanare la condizione del clero e con il ristabilimento dell’ordine nelle chiese d’Africa e di Sicilia, travolta dall’invasione dei Vandali. All’interno della chiesa d’Illiria, allora dipendente da Roma, consolidò l’autorità del metropolita di Tessalonica e, in Gallia, ristabilì il rispetto per la gerarchia ecclesiastica. Con una sottile perspicacia, mise a nudo le macchinazioni degli eretici manichei, dando così a vescovi e a sacerdoti l’esempio del Buon Pastore con la condotta di una vita irreprensibile dedita totalmente al culto divino e alla stesura di sermoni sobri ed eloquenti. Durante le feste liturgiche edificava il popolo, interpretando i misteri della fede ed esortando a condurre una vita conforme ai principi evangelici.

Non per la sola opera pastorale, san Leone meritò gli onori della Chiesa, essendo ricordato anche per gli interventi in campo dogmatico. Quando, in seguito, agli intrighi di Eutiche, sostenuto dal potente ministro Crisafo, l’empio eretico pronunciò, durante il falso concilio, giustamente chiamato da san Leone Brigantaggio d’Efeso, la condanna di san Flaviano, il Papa, subito informato, si affrettò a condannare l’accaduto e convocò un concilio dei vescovi occidentali, in vista di annullare i decreti dell’iniqua assemblea di Efeso e di ristabilire la retta fede circa la Persona di Cristo. Precedentemente il falso concilio, san Leone aveva indirizzato una lettera al patriarca Flaviano, nella quale, dopo aver esposto la fede della Chiesa nella divinità di Cristo, scriveva:

“Le proprietà delle due nature (divina ed umana) restano integre ma si uniscono in una sola Persona; la maestosità si è unita all’umiltà, la potenza alla debolezza, l’eternità alla mortalità, affinché fosse riscattato il debito da noi contratto; dal momento che ciò era necessario ai fini della salvezza umana, Gesù Cristo, fatto uomo, è morto nella sua natura umana, rimanendo immortale in quella divina (…)
Egli ha preso la forma di servo senza aver parte al peccato, risollevando l’umanità senza diminuire la divinità. Così, la kenosi per la quale l’invisibile si è fatto visibile e per la quale il Creatore ha voluto essere come un mortale, è stato un assenso alla misericordia e non una diminuzione della potenza (…) Il Figlio di Dio è dunque venuto in questo mondo, abbandonando la dimora celeste, ma senza lasciare la gloria del Padre ed è nato in nuovo ordine di cose, con una nuova nascita (…) La Persona è quindi, al tempo stesso, vero Dio e vero uomo, in quanto, in essa, è presente sia l’umanità dell’uomo che la grandezza di Dio (…) La Chiesa vive e si perpetua in virtù della fede che, in Gesù Cristo, l’umanità non sussiste senza una vera divinità, né la divinità priva di una reale umanità.”

Si narra che san Leone scrisse questa lettera ispirato dal santo Spirito, dopo aver trascorso molti giorni nel digiuno, nella veglia e nella preghiera. Ma prima di inviarla, la depose sul sepolcro di san Pietro, scongiurando il Principe degli Apostoli di correggerla da ogni errore che poteva essersi introdotto a causa della debolezza umana. Dopo quaranta giorni, il santo Apostolo apparve a Leone durante la preghiera, dicendogli: “Ho letto e ho corretto!” Infatti, aprendo la lettera san Leone la trovò corretta dalla mano di san Pietro. Tale lettera fu consegnata ai legati perché fosse letta al Concilio di Efeso ma fu ignorata dagli eretici. Tuttavia, quando il pio imperatore Marciano e santa Pulcheria convocarono il Concilio Ecumenico di Calcedonia, fu letta solennemente davanti ai Padri che la acclamarono ad alta voce: “E’ la fede degli Apostoli, la fede dei Padri! Pietro ha parlato per bocca di Leone!”

Mentre in Oriente avvenivano queste cose, in Occidente infuriavano i saccheggi di Attila e le orde unne. Dopo aver seminato morte e distruzione in Germania e Gallia, traversate le Alpi, saccheggiarono la regione di Milano e minacciarono Roma. L’imperatore, il Senato ed il popolo, terrorizzati, supplicarono il Papa di intraprendere una marcia di pace verso il tiranno che faceva tremare il mondo intero. Vestito con gli abiti pontificali, alla testa di un imponente corteo di sacerdoti e diaconi che cantavano gli inni, il santo gerarca si presentò ad Attila, suscitando, sorprendentemente, in lui un timoroso rispetto tanto che accettò di ritirarsi, dietro il pagamento di un tributo annuo. Quando i suoi soldati gli chiesero perché avesse dimostrato questa inusuale clemenza, Attila rispose che aveva visto, accanto al Papa, l’Apostolo Pietro, con in mano una spada e negli occhi una terribile espressione minacciosa. Roma fu così miracolosamente risparmiata, ma poco tempo dopo, il popolo ingrato, immemore dei benefici operati da Dio, ritornò ai suoi disordini consueti. Così il Signore, non potendo più trattenere la collera contro la superba città, permise ai vandali di Genserico, sbarcati in Africa, di occupare la capitale e di saccheggiarla nel 455. Il Papa intervenne nuovamente presso gli occupanti e riuscì ad ottenere la promessa di non massacrare il popolo e di non incendiare gli edifici. Si contentarono di un immenso bottino e di deportare una grande parte della popolazione. Appena la furia si acquietò, san Leone si prodigò a consolare gli scampati, a restaurare le chiese devastate, a ristabilire, per quanto possibile, la vita cristiana in una città che, un tempo gloriosa, era ormai decaduta. Riuscì persino a inviare alcuni sacerdoti e consistenti elemosine a coloro che erano stati deportati in Africa. Il resto della vita fu consacrato all’opera pastorale, in particolare, alla correzione degli abusi nella disciplina ecclesiastica e a sostenere, con tutta la sua autorità, la fede di Calcedonia, minacciata dalla reazione dei monofisiti, particolarmente quelli di Alessandria. Rimise l’anima a Dio nel 461, al termine di un pontificato durato ventun’anni.