Archivio della categoria: Ortodossia

Introduzione all’Ortodossia

Francesco Quaranta: Preti sposati nel Medioevo

preti-sposati-nel-medioevo-264Francesco Quaranta
Preti sposati nel Medioevo
Torino, Claudiana, 2000

 

Presentiamo un’antologia che raccoglie cinque diversi testi, redatti tra la metà del XI e l’inizio del XII secolo, in difesa dello stato coniugale dei sacerdoti. L’autore, attraverso un attento studio delle fonti, avalla la tesi dell’imposizione del celibato, in Occidente, secondo il fine di un determinato progetto politico e sociale. Due testi sono opera di autori greci e presentano il punto di vista di chi, contestando l’assurdo provvedimento, tuttavia non ne subisce l’imposizione, a differenza degli altri testi, opera di autori latini, testimonianza viva di una protesta che gettò il cristianesimo d’Occidente in un periodo molto buio della sua storia. L’interesse per il libro nasce dal fatto che, l’argomento viene trattato approfonditamente, inserendo l’imposizione del celibato nel quadro generale della riforma gregoriana che, nel XI secolo, mutò radicalmente i connotati della Chiesa latina. L’esistenza dei tre testi latini scritti contro l’obbligo del celibato testimonia uno stato di insofferenza agli stravolgimenti della Tradizione che sino ad allora aveva sorretto i cristiani – d’Oriente come d’Occidente – attraverso i secoli, superando vittoriosamente gli agguati delle persecuzioni e delle eresie. Alla base delle riforme esisteva la volontà di affermare l’egemonia culturale ed economica dei Franchi, inizialmente, e del Sacro Romano Impero, poi. Il feudalesimo non avrebbe potuto avere la forza e la durata che ha storicamente avuto, se, in Occidente, fosse esistito il clero sposato. A tale scopo, già nel IX secolo, erano sorti i cosiddetti claustra, edifici che ospitavano i sacerdoti costretti a separarsi dalle loro mogli. In verità, la legge del celibato non poteva essere sostenuta, né dal punto di vista dogmatico né dal punto di vista morale: essa infatti, oltre ad essere contraria alla tradizione ecclesiale, entrava in conflitto con le disposizione canoniche prese dalla Chiesa indivisa durante il Concilio di Nicea che, in materia di clero sposato, faceva riferimento al pensiero dell’Apostolo Paolo, di cui vogliamo citare le parole testuali indirizzate a Tito: “Per questo ti ho lasciato a Creta, affinché tu dia ordine alle cose che restano e costituisca dei preti [presbyteroys] per ogni città, come ti ho ordinato; persone irreprensibili, mariti di una sola moglie, che abbiano figlioli credenti:” (Tt. 1,5-6)

Il celibato era considerato dagli antichi cristiani come una condizione immorale, dalla quale erano esclusi soltanto gli asceti e gli eremiti che non vivevano a stretto contatto con il popolo. I diaconi, i presbiteri ed i vescovi, seguendo l’ideale del servizio, costituivano gli autentici modelli di irreprensibilità e di fede ai quali i credenti dovevano trarre ispirazione anche in relazione alla loro vita matrimoniale.

Dunque, tra i meriti dell’autore, oltre ad esservi l’ottima scelta delle fonti ed un interessante resoconto storico – il capitolo intitolato “Le radici della polemica” – sul ruolo assegnato al matrimonio dei chierici nella tradizione ebraica, cristiana dei primi secoli e latina medievale, c’è soprattutto quello di aver proposto al pubblico occidentale, in maggioranza cattolico, un testo contemporaneo, ovvero una lettera pastorale del metropolita di Gortina e Megalopoli, Theophilos Kanavos riguardante le spose dei presbiteri. Di esse viene indicato il grande ed arduo – oggi, nelle società secolarizzate, ancor più gravoso – compito ed il ruolo di sostegno che devono rivestire al fianco dello sposo e della comunità parrocchiale. Vogliamo citare qui soltanto alcuni brevi estratti, con i quali vorremmo concludere questa recensione: “Basta che sappia che lei non è una semplice sposa, uguale alle altre donne coniugate, ma che ha un proprio titolo, una missione, un lavoro e un ministero propri. È compagna e sposa, collaboratrice fidata del parroco, la prima delle madri cristiane, alla quale tutti guardano…Discepola virtuosa nella fede, insegnerà la virtù prima ai suoi figli e poi a ogni donna.”

Chiara Ruth Rantini (da La Pietra n. 3-4 2000 pp.36-38)

Marta Sordi: L’impero romano-cristiano al tempo di Ambrogio

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Marta Sordi
L’impero romano-cristiano al tempo di Ambrogio
Milano, Edizioni Medusa, 2000

Marta Sordi, professore ordinario di storia greca e romana all’Università Cattolica di Milano, ha, da tempo, focalizzato il suo impegno di studiosa sulla tematica del rapporto tra cristianesimo ed impero romano. Questo piccolo volume, di cui vorremmo occuparci, pur coprendo un arco di tempo non molto ampio – i trent’anni compresi tra l’ascesa di Costantino al potere e il regno di Teodosio – riassume con chiarezza alcune tesi molto interessanti ed innovative.

Due di queste, le troviamo già espresse nel titolo, e sono: la definizione dell’impero come romano-cristiano e il posto di onore assegnato al vescovo Ambrogio nella congerie storica del tempo.

L’espressione Romanum imperium, quod Deo propitio christianum est, contenuta nel De gratia Christi di sant’Agostino, è rivelatore dell’avvenuto incontro tra la tradizione romana imperiale e la cultura cristiana. Ora, se per la parte orientale dell’impero, questo incontro si era concretizzato con la fondazione della nuova capitale Costantinopoli, fondazione avvenuta nel segno della cristianizzazione con il passaggio delle istituzioni politiche e militari sotto la protezione del nuovo credo, simboleggiato dall’inserimento di frammenti della Croce nella statua posta al centro del foro urbano, in Occidente, alla presenza di un Senato ancora fortemente affiliato ai sostenitori del paganesimo, questo processo non aveva avuto luogo. Dunque, occorreva designare una nuova capitale che potesse rendere possibile il sodalizio tra la fede cristiana e la fedeltà ai valori della sovranità romana. Valentiniano I scelse Milano ed elevò a simbolo del nuovo potere imperiale la corona e il morso forgiati con il ferro dei chiodi della Croce di Cristo, già vessillo vittorioso nella storica battaglia di Costantino al Ponte Milvio. La sovranità dell’impero avrebbe così ritrovato il novello vigore e la salda autorità che le erano mancate nell’oscuro periodo delle usurpazioni.

Ma torniamo alla designazione di Milano come capitale dell’impero. Nella città, infatti, risiedeva il vescovo Ambrogio che è da considerarsi una figura di gran rilievo nel processo di cristianizzazione della società romana. Proveniente dagli ambienti nobiliari e senatoriali, giunse al soglio vescovile per acclamazione popolare, dimostrando di essere uomo, oltre che di provata pietà, di grande moderazione ed abilità politica, dimostrata nella delicata vicenda della controversia ariana a Milano. Sant’Ambrogio ebbe un ruolo fondamentale nel fornire una lettura teologica delle vicissitudini dell’Impero romano-cristiano, soprattutto quando le polemiche, scatenate in seguito alle disfatte militari del IV e V secolo, cercavano di incolpare il cristianesimo e di minare, precisamente, la sua capacità di essere religione di stato. Per questo motivo, il vescovo Ambrogio respinse la tesi di chi voleva identificare il prestigio di Roma con la sua tradizione religiosa pagana; al contrario, il paganesimo, soprattutto nel periodo imperiale, aveva dimostrato di essere un elemento di pericolo per l’integrità dei costumi romani, sia dal punto di vista morale che politico, dato che perfino il culto della potestà imperiale aveva prodotto le aberrazioni di Nerone, di Caligola e di altri che, senza dubbio, non avevano favorito la prosperità ed il benessere dello stato. In realtà, il cristianesimo rappresentava l’elemento purificatore ed unificante della società civile, oltre ad essere in continuità con la tradizione dell’autentico mos maiorum di Roma. Ciò che sant’Ambrogio aveva pienamente compreso erano le vere ragioni della debolezza del paganesimo: esso, infatti, essendosi frantumato in una miriade di culti diversi, aveva perso la vitalità di un tempo e, perciò, non possedeva più la forza e l’autorità di guida sullo stato. Tuttavia, le disposizioni legislative di Graziano in ordine al rifiuto della carica di pontefice massimo e l’esaurirsi dei finanziamenti ai collegi sacerdotali pagani, ed in seguito il veto teodosiano di praticare i sacrifici e di accedere ai templi che non fossero quelli cristiani, finirono col decretare la morte del paganesimo. In seno alle controversie intellettuali, questo sopravvisse ancora qualche decennio, sinché non fu travolto dalla fine dell’impero d’Occidente sotto i colpi delle invasioni barbariche, il cui patrimonio culturale avrebbe apportato non poche trasformazioni al cristianesimo di Ambrogio e di Agostino.

Chiara Ruth Rantini (da La Pietra n. 3-4 2000 pp.34-36)

pacinichieseortodosseAndrea Pacini
Le Chiese ortodosse
Leumann (Torino), Elledici, 2000

 

Le opere di carattere divulgativo sono spesso il paradigma del grado generale di approfondimento di una data materia. È questa una regola generale valida per molte materie, in particolare per quanto riguarda la conoscenza della Chiesa Ortodossa. Duole notare come l’Italia sia uno dei paesi europei ove l’Ortodossia venga maggiormente travisata, quando non addirittura ignorata. Il grado generale di informazione sulla Chiesa Ortodossa è in Italia molto basso, e questo libretto di Andrea Pacini è una triste prova di questo fatto. Questo Le Chiese ortodosse, uno degli ultimi volumi pubblicati nella collana “Religioni e Movimenti” diretta da Massimo Introvigne, è appunto un’opera divulgativa, sofferente come tale dei più vistosi difetti che affliggono la pubblicistica italiana a riguardo della nostra Chiesa. Vistose lacune sono presenti nel capitolo quinto, “Elementi di teologia ortodossa”, notevole per la generale incomprensione della nostra teologia, nonché per la scarsa informazione: vi si parla ad esempio del p. Sergej Bulgakov come di uno dei più grandi teologi ortodossi del ventesimo secolo, tacendo però delle due scomuniche cui questo famoso “sofiologo” era andato incontro. “La fede della Chiesa ortodossa, scrive inoltre Pacini, coincide nei punti fondamentali con quella della Chiesa Cattolica” (p.65); ed ancora: “praticamente eguale… è la dottrina sacramentaria” (ivi). Speriamo che l’autore voglia, in una prossima pubblicazione, dare ragione di queste affermazioni che si confutano praticamente da sole: affermare la sostanziale identità della fede ortodossa e di quella cattolico-romana significa quantomeno liquidare un intero millennio di contrapposizioni teologiche; lo stesso vale per quanto riguarda la dottrina sacramentale.

Le più gravi lacune dell’opera vanno però ricercate nei capitoli riguardanti l’organizzazione della Chiesa Ortodossa e la sua storia recente; si legge ad esempio a p. 43: “Merita rilevare l’esistenza in Europa occidentale dell’esarcato russo del patriarcato ecumenico: si tratta di una grande diocesi appositamente creata dopo la rivoluzione russa del 1917 per i russi della diaspora, i quali avevano difficoltà a restare nella giurisdizione della Chiesa ortodossa russa dopo che il patriarca Vasily Ivanovich Thikon [sic](1865-1925) aveva ammorbidito la sua posizione nei riguardi del governo comunista a partire dal 1922″. È bene notare innanzitutto che l’autore, nel suo inutile sfoggio di erudizione (non è poi tanto necessario ricordare nome secolare e patronimico di un religioso!), confonde il nome da religioso del santo Patriarca Tikhon con il suo cognome, che era in realtà Bellavin; inoltre è bene sottolineare che non fu il Patriarca ad ammorbidire la posizione della Chiesa russa nei confronti del potere bolscevico, ma il Metropolita Sergio, luogotenente autoproclamato del trono patriarcale, dopo la morte del Patriarca. Quanto alla nascita dell’Arcidiocesi russa del Patriarcato di Costantinopoli, le motivazioni date dall’autore sono palesemente false; non sappiamo se sia il caso di attribuire ciò alla sua disinformazione in materia o alla volontà di nascondere la storia vera e poco edificante di tale Arcidiocesi, storia che varrà la pena rievocare: nel 1926, un anno dopo la morte del santo Patriarca, il Metropolita Evloghi, appartenente alla Chiesa Russa dell’Emigrazione, decise di riconoscere il Metropolita Sergio di Nišni-Novgorod, di cui abbiamo detto, e di entrare così nel Patriarcato di Mosca; sospeso in seguito a divinis per ineccepibili ragioni canoniche, il Metropolita Evloghi riuscì a sfuggire al vagantismo facendosi accettare dal Patriarcato Ecumenico, che diede così origine alla “Arcidiocesi Russa dell’Europa occidentale” tuttora esistente.

Un altro grave difetto dell’opera è quello di voler affrontare, nello spazio di poche pagine e, soprattutto, per un pubblico di lettori non specialisti della materia trattata, dei problemi di comunione ecclesiale nati a seguito del 1920: l’autore si lascia sfuggire giudizi di valore che non dovrebbero comparire in un libro di intento “descrittivo”, parlando di Chiese “non canoniche” o “scismatiche” e lasciando intravedere la sua totale ignoranza dell’argomento. Una uguale faziosità è riscontrabile nella trattazione, ugualmente lacunosa, sull’Ortodossia in Italia.

Uno dei peggiori difetti di molti libri di divulgazione è quello di voler trattare di tutti gli aspetti di un dato argomento in modo esaustivo, anche se in poche pagine e, spesso, con pessimi risultati. Anche questa Le Chiese ortodosse si iscrive nel novero delle opere che non solo non riescono a trattare esaurientemente di un argomento, ma aggiungono confusione a confusione, dimostrandoci, se mai ce ne fosse bisogno che, senza una adeguata attività editoriale da parte ortodossa, la più antica Confessione cristiana rimarrà ancora a lungo chiusa “con sette sigilli” alla cultura italiana.

p. Daniele Marletta (da La Pietra n. 3-4 2000 pp.38-41)

Anthony Bloom: Scuola di preghiera

scuolapreghieraAnthony Bloom
Scuola di preghiera
Piemme, Casale Monferrato, 1998

 

In questo scorcio di fine millennio, scrivere libri che abbiano come tema centrale la preghiera è divenuto pressoché una moda; in seno ad un “risveglio” spirituale che ha tutti i caratteri di una trovata consumistica, occorre saper discernere tra ciò che, pur essendo affascinante, ci allontana da Cristo e ciò che invece ci conduce a Lui.

La preghiera – scrive Padre Anthony – è proprio il canale di comunicazione tra l’uomo e Dio. Noi viviamo quotidianamente una condizione di silenzio, o meglio di incapacità di ricezione e di espressione; il nostro silenzio nasce dall’inquietudine, dall’accidia, dall’inedia e dall’insoddisfazione, ed è molto distante da quella dimensione di attesa, di vigilanza e di attenzione che alberga in un animo posto nella quiete: “…quando tutto è muto intorno a te e dentro regna la pace, allora Dio può parlarti nel silenzio”. Innanzitutto dobbiamo quindi cercare la pace del cuore, ovvero la sospensione di un qualsiasi sentimento di rancore o di ira. Soltanto allora, come dei pellegrini che partono senza provviste ma sicuri della loro meta spirituale, possiamo apprestarci alla “nostra umile ascesa verso Dio”. Padre Anthony insiste particolarmente sulla necessità preliminare di assumere un atteggiamento umile, ovvero, di attesa che la misericordia di Dio lenisca le nostre ferite causate dal peccato; occorre quindi un atto di umiltà che induca le labbra, così pronte a pronunciare parole di orgoglio, a sussurrare il “Miserere mei” salvifico. Riconosciuta la nostra reale situazione di miseria e di peccato, deposta quindi ogni forma di orgoglio e di autostima dobbiamo farci ancora più leggeri, ancora più fragili in modo che il nostro abbandonarsi a Dio sia totale e profondo. Procedendo nella scala delle spoliazioni, che sono necessarie per incontrare Dio, troviamo la povertà, ovvero la beatitudine di coloro che si affrancano da qualsiasi possesso, secondo il principio per il quale “…ogni cosa che prendiamo nelle nostre mani per possederla è sottratta al Regno dell’amore”; perciò se dovessimo definire il Regno di Dio useremmo queste stesse parole: “(il Regno) è la sensazione di essere liberi dal possesso”. Ma ciò ancora non basta: il potere dell’immaginazione costituisce un nuovo, temibile ostacolo a cui il cristiano deve sapersi opporre, sentendosi vicino a Dio pur senza darGli forma.

Adesso ci sono tutte le condizioni perché possa sgorgare in noi la preghiera; una preghiera che non sarà, mai sempre la stessa pur essendo comunque veritiera. Ci saranno momenti in cui il nostro cuore angosciato e sconvolto ci porterà a pronunciare parole sconnesse, non vagliate dall’intelletto, pure emissioni di spontanea supplica verso Dio. Più spesso però il nostro comunicare con il Signore scorrerà tranquillo, pacato ma non per questo meno sincero; sono i momenti in cui ci lasciamo guidare dalla saggezza delle antiche orazioni della Tradizione, soffermandoci attentamente su ogni parola, perché il suo significato possa tradursi in azione di vita, in esempio pratico di preghiera vissuta.

Chiara Ruth Rantini, (da La Pietra n. 1-4/1998 pp.25-27)

NOTA: Il libro, oggi esaurito in questa edizione, è stato riedito dalle edizioni Qiqajon.

Storia dello Scisma Oriente – Occidente

di P. Ranson, M. Terestchenko e L. Motte
La Chiesa raffigurata come una nave condotta da Cristo.

La Chiesa raffigurata come una nave condotta da Cristo.

Alcune note di introduzione a cura del traduttore

Lo studio che presentiamo è costituito da due conferenze tenute dai Proff. P. Ranson e M. Terestchenko presso una scuola superiore di Parigi. Quello che colpisce il lettore in questi studi è l’assoluta novità dell’impostazione data alla questione “scisma” per troppo tempo sconosciuta agli studiosi ed anche agli occidentali che fossero semplicemente interessati a questa storia, soprattutto a causa di storici in malafede che hanno preferito tenere molti risvolti di questa storia artatamente celati al fine di non permettere in alcun modo la messa in discussione delle origini del papato e del Sacro Romano Impero. Non possiamo dimenticare, a questo proposito, come tutte le case regnanti dell’Europa occidentale originassero dall’Impero carolingio e dal sistema feudale la propria ragione di esistere e che l’eventuale messa in discussione della validità, sul piano del diritto storico dell’Impero carolingio, avrebbe messo conseguentemente in discussione anche la loro sussistenza. Per ciò che riguarda il Papato, la cosa è anche più evidente, in quanto la tesi difesa da Ranson e Terestchenko è quella della “usurpazione” del trono ortodosso dell’antica Roma da parte di vescovi eretici germano-franchi aventi come scopo primario il mantenere prima il potere carolingio e poi, da Gregorio VII in poi, il proprio potere politico da veri e propri imperatori romani (cfr. il “Dictatus Papae”del 1075). In un primo momento, il lettore italiano, abituato alla manualistica storica scolastica, potrà rimanere veramente colpito, se non quasi traumatizzato, da questa “Storia dello Scisma Oriente-Occidente”, e arriverà fors’anche a rifiutarla quasi visceralmente tanto tutti noi siamo abituati alle nostre cognizioni di base e le riteniamo comode e tranquille anche per la nostra coscienza un po’ forse sonnolenta rispetto al nuovo, ma, una volta fatto lo sforzo di operare in noi stessi una vera e propria “metanoia” intellettuale ed accettando con serietà ed equanimità delle interpretazioni diverse da quelle alle quali abbiamo sempre dato credito, allora dovremo concludere col dare ragione ai nostri autori. Ciò potrebbe dare origine ad una metanoia senz’altro un po’ più grande di quella culturale, ma questa è competenza di un Altro.

Lo studio che segue è tratto, per fraterna concessione del suo direttore L.Motte, dai nn. 1 e 2 della rivista “LA LUMIERE DU THABOR” edita a cura della FRATERNITE’ ORTHODOXE St. GREGOIRE PALAMAS che ne detiene i diritti letterari.

Daniele Gandini

1 – Il quadro politico e religioso: la Romanità.

Per affrontare con serietà la questione dello scisma, bisogna, in primo luogo, schivare un primo ostacolo e cioè quello di vedersi negato il fondamentale ruolo dogmatico di questa questione oggi. Codesta questione rischia di essere rifiutata immediatamente da un punto di vista storico poiché gli specialisti in ecumenismo hanno fatto tanto per ridurne la portata fino al renderla una banale “questione di campanile” la cui sussistenza oggi è del tutto anacronistica. Non abbiamo forse visto qualche anno fa il Patriarca Atenagora dichiarare di aver perduto il suo diploma in teologia manifestando così il suo disinteresse per gli aspetti dogmatici dello scisma?
Per il padre Congar sono stati dei malintesi storici a provocare l’allontanamento reciproco : “Lo scisma di Oriente ci appare consistere nell’accettazione di uno stato di cose in cui ogni parte della cristianità, vive, si comporta e giudica senza tener conto dell’altra. Allontanamento quindi, provincialismo, situazione di non rapporti, stato di ignoranza reciproca. Lo scisma d’oriente, si è realizzato a causa di un progressivo estraniarsi delle parti e consiste oggi nell’accettazione di tale estraniarsi.” Secondo questa interpretazione, questo allontanamento ha avuto delle cause geografiche, linguistiche e morali.
La principale causa geografica, si afferma seguendo lo storico belga Pirenne, è la rottura delle vie di comunicazione tra oriente e occidente dovuta alle invasioni musulmane.
La causa linguistica di questa misconoscenza reciproca è l’ignoranza del greco in occidente e del latino in oriente. Culturalmente le due tradizioni che non si capiscono più tra loro, sviluppano ciascuna autonomamente dall’altra due visioni peraltro possibili del Cristianesimo. In Oriente, a forza di risettaciare continuamente i Padri greci, la teologia diventa “Bizantina” ; in Occidente, grazie ai carolingi, il dogma progredisce approfondendo le “intuizioni originali” della Patristica latina.
Congar che vuol tirare tutte le conseguenze della sua analisi nell’ottica dell’unione delle Chiese, ne deduce che il reciproco allontanamento può essere superato dato che le condizioni sociologiche sono cambiate : la società moderna è più “civilizzata”, più capace di amore di quanto lo fossero quelle di “Bisanzio” e dell’Occidente medioevale. Congar afferma ugualmente che la grande scoperta di oggi, del tutto ignorata nel passato dalla Chiesa, sarebbe l’amore : “Diciannove secoli di Cristianesimo si sono interessati quasi unicamente a Dio. Oggi conosciamo il mondo e questo si impone talmente a noi che certe affermazioni cristiane ci sembrano se non vacillare, almeno essere surclassate dalle evidenze che ci vengono dalle cose… Nulla è più significativo a questo riguardo del ritorno dell’amore, anche se solo della parola amore, nella letteratura religiosa”.
Il fondo di questa posizione “ecumenista” sulla storia dello scisma è l’affermazione che i Padri abbiano ignorato, del tutto o in parte, l’amore e che conseguentemente ogni vivente oggi si trovi, su questo punto, ad un livello più alto di Sant’Atanasio, l’intransigente lottatore per la fede di Nicea, di san Cirillo d’Alessandria, il “persecutore” di Nestorio, o di San Massimo il Confessore che rifiutava ogni compromesso di fronte ai cinque patriarchi diventati per un momento eterodossi.
Si vede dunque fino a che punto queste tesi sono dei veri e propri insulti alla Teologia dei Padri quando si afferma che l’amore è “una scoperta recente” e che è stata una mancanza di amore ad essere la causa delle grandi polemiche dei padri contro gli eretici.

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Questo concetto, ammesso oggi da numerosi cattolici e anche da molti “ortodossi”, si fonda su di una visione della storia completamente falsa e su tre postulati che ci proponiamo di discutere nel modo che segue :

  1. Per prima cosa “Bisanzio” non esiste, è un’impostura o almeno una polemica indegna di storici seri, il chiamare “bizantini” coloro che fino alla caduta di Costantinopoli, Nuova Roma, e anche oltre, si sono sempre chiamati “romani”. Il Patriarca di Costantinopoli porta ancora oggi il titolo di “Arcivescovo di Costantinopoli Nuova Roma”.
  2. Secondariamente l’opposizione culturale tra i Padri greci e latini si giustifica solo col fatto che i germano-franchi hanno dato ad Agostino d’Ippona un’autorità esclusiva a spese degli altri numerosissimi padri latinofoni anteriori. Questa sedicente opposizione dunque è in gran parte falsa e in luogo di distinguere tra padri latini e padri greci, bisogna riconoscere l’unità della Fede tra padri latinofoni ed ellenofoni, tranne Agostino, nell’interno del quadro geopolitico della romanità.
  3. Infine non c’è stato scisma nel senso di separazione di due mondi, poiché una cosa del genere sarebbe contraria alla definizione stessa di Chiesa, una per natura, ma l’usurpazione della sede ortodossa di Roma da parte della frazione francofila che ha dovuto agire per molti secoli prima di vincere la Romanità in occidente.

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La scienza storica europea chiama generalmente “bizantino” l’Impero Romano del santo Imperatore Costantino il Grande attribuendo all’Impero questo aggettivo a partire dalla fondazione di Costantinopoli, o a volte, a partire da Giustiniano. L’origine di questa nuova civiltà sarebbe legata ad una cosiddetta “orientalizzazione” dell’Impero Romano. In ogni caso tutti affermano che l’Impero Romano diventa “bizantino” verso il V-VI secolo, perché si ellenizza e perde la sua latinità originaria. D’altro canto questa stessa scienza storica chiama “bizantino” il quadro culturale e teologico dell’Impero, perché esso perde la sua specificità greca per modellarsi su di una “mentalità bizantina” assai problematica. Già i due termini “Greci” e “Bizantini” sono recenti e peggiorativi.
Il termine “greco” non viene in verità impiegato prima dell’VIII – IX secolo , nel particolare clima politico e ideologico dell’epoca carolingia : Carlo Magno vuole restaurare l’impero romano e a questo scopo gli è necessario negare ogni legittimità al “Basileus” Ortodosso col fine precipuo di spezzare il legame profondo esistente fra le popolazioni gallo-romane e italo-romane da un lato e Costantinopoli dall’altro. Chiamare “greci” i popoli dell’Impero è, per mezzo di un’impresa ideologica di notevole ampiezza, rigettarli fuori dall’Occidente e praticamente identificarli con i “Gentili”, con i Greci antichi e cioè con i pagani di cui parla la scrittura.
Alcuni anni più tardi, Nicola I, il primo papa germanofilo attaccato dai vescovi italo-romani del sud dell’Italia e da quelli gallo-romani in conflitto con il clero franco, tentò di raccogliere intorno a sé tutto l’episcopato germanico e franco. Fece comporre dei trattati “contro gli errori dei greci” che si rivelarono delle vere e proprie minacce nei confronti della Fede cristiana. Nella mente di Hincmar e egli altri teologi franchi di quest’epoca che pensavano di poter far progredire nel sottile la teologia analizzando l’essenza di Dio con le categorie di Aristotele, il termine “greco” è un insulto pieno di disprezzo : i “greci” sono insieme indegni del nome di “cristiani”, ignoranti in teologia e perfidi come degli “orientali”. Basta consultare i numerosi trattati “Contro gli errori dei greci”, da quello di Ratramno di Corbia fino a quello di Tommaso d’Aquino, che queste raccolte di citazioni false e menzognere appaiono col chiaro ed evidente scopo di presentare la sottigliezza diabolica del “Filioque” come un segno di grande superiorità intellettuale dell’Occidente sui “greci”. Tra gli ortodossi romani dell’Impero quel termine era considerato una vera e propria ingiuria; nel secolo XV anche un partigiano dell’unione con Roma al Concilio di Firenze, quale l’Imperatore Giovanni Paleologo, rifiutò come ingiurioso l’epiteto di “greco”.
Ugualmente è da dirsi per il termine “bizantino”; nessuno si sognerebbe oggi di chiamare i parigini “luteziani” dal nome dell’antico villaggio sul quale è costruita l’attuale città così come noi facciamo usando quel vocabolo per gli abitanti di Costantinopoli Nuova Roma. Il termine d’altronde è piuttosto tardivo perché è solo nel XV secolo che un latinizzante uniata, Niceforo Gregoras, l’utilizzò per la sua storia dei Romani intitolata “Storia dei “Bizantini”. Nei secoli XVI e XVII viene impiegato più frequentemente soprattutto dagli Illuministi Francesi che ad esso diedero un valore dispregiativo. Montesquieu e Voltaire parlano rispettivamente di “un’indegna raccolta di declamazioni e di miracoli” e di “un tessuto di rivolte, di sedizioni e di tradimenti” per descrivere l’Impero Romano di Costantinopoli. Fino ad oggi questo termine ha conservato tale connotazione negativa e abbiamo potuto vedere persino un professore della Sorbona arrabbiarsi al solo nome del grande e Santo Fozio.
Quale che sia l’impronta di mille anni di passioni antiortodosse, resta il fatto che la storia, nel suo sforzo necessario di rigore e di obbiettività, non ha assolutamente il diritto di usare una terminologia uscita dalle polemiche più violente dell’epoca carolingia o del XVIII secolo. Non ne verrebbe di conseguenza la liceità di trattare i “tempi lunghi ” della storia universale partendo da concetti apparsi in momenti ben precisi di lotte per lo più “provinciali” ? Non sarebbe più giusto chiamare i bizantini col loro nome di Romani e di utilizzare gli aggettivi e i sostantivi propri della loro Romanità? Non è forse ciò che fanno ancora oggi gli Arabi che li chiamano “Rom” e “Romis”?
Innumerevoli sarebbero le sorgenti testuali di queste affermazioni e gli storici potrebbero analizzare più adeguatamente il sentimento profondo di unità culturale che avevano i Romani della Nuova Roma nei confronti del passato sia “romano” (latino) sia “greco”, sia antico sia cristiano. Per esempio la Biblioteca di san Fozio sconcerta spesso il critico occidentale che vi vede soltanto un prezioso libro di erudizione che evidenzia la curiosità intellettuale del santo patriarca, quando invece i libri di Storia Romana o di Filosofia greca gli erano così poco estranei quanto per un francese del XX secolo lo sarebbero le opere di Racine o quelle di Moliere. La storia antica era tanto vicina culturalmente a san Fozio quanto ne era tenuta lontana, sul piano dei valori cristiani, come ne è testimonianza il suo rifiuto all’intrusione del razionalismo umanista carolingio nell’interno della dogmatica. Gli “umanisti” latini o greci non avevano un carattere di esemplarità per un romano di Costantinopoli, più di quanto la nostra infanzia lo abbia per l’adulto che siamo diventati.
Prendiamo un altro esempio più recente : qualcuno potrebbe obbiettarci il fatto che la Grecia continentale, una volta liberata dal giogo dei Turchi, non ha scelto il nome di “Romanità”. Nei fatti questa è l’eccezione che conferma la regola : sono state le potenze occidentali a imporre il termine “greci” per tagliare via gli ortodossi continentali dai loro fratelli dell’Anatolia ed impedire così ogni rivendicazione dell’Asia minore, in quanto i Turchi dovevano essere risparmiati e protetti per ragioni di politica internazionale. Le conseguenze di questa politica furono più tardi i massacri di Asia minore del 1923 durante i quali truppe francesi ed inglesi assistettero indifferenti allo sterminio delle popolazioni cristiane. Nel XIX secolo, in ogni caso, la scelta dei termini greci ed elleni fu combattuta dagli Ortodossi ostili alla rinascita di un neo-paganesimo elleno ; il grande poeta Costis Palamas fu il cantore della romanità di fronte alle tesi del gruppo neo-greco di Korais incapace di dimostrare l’esistenza di una coscienza nazionale neo-greca autonoma. Oggi il teologo di fama mondiale Giovanni Romanidis, professore all’Università di Tessalonica, è diventato il difensore dell’idea e della coscienza romana ortodossa.
Il Padre Giovanni Romanidis ha in particolare denunciato la grande contraddizione della scienza storica europea che presentiamo di seguito : da un lato si afferma che l’impero è diventato “bizantino” perché è diventato “elleno” o “greco”; dall’altro si spiega il passaggio dalla civilizzazione ellenica dell’impero romano – quella ad esempio dei grandi Cappadoci – alla civilizzazione bizantina con la perdita del carattere propriamente elleno di questa civilizzazione. Così l’Impero Romano diventa “bizantino” perché si ellenizza e la civilizzazione ellenica diventa “bizantina” perché cessa di essere ellena.
Si vede così quanto sia grande la confusione presso gli storici e i teologi occidentali che parlano ora di “bizantini” ora di orientali ora di greci per indicare un impero che si è sempre chiamato nella stessa maniera : Romano.
Sarebbe dunque un vero progresso il rifiutare questi termini dispregiativi di “greci” e di “bizantini” che non hanno nemmeno il merito di chiarire i fatti storici. Se si ritornasse alla denominazione di “romano” e di romanità ortodossa”, l’efficacia scientifica sarebbe grande almeno su tre punti:
1] Lo storico avrebbe un filo conduttore coerente per considerare la storia del mondo mediterraneo nella sua totalità : l’impero romano viene invaso da popolazioni barbare che impongono il loro dominio in modo piuttosto differente ; in occidente questa dominazione consiste in una sorta di imitazione parodistica e nell’usurpazione delle antiche strutture romane e cristiane ; presso i musulmani si stabilisce invece un modello di dominazione non parodistico e le due culture, cristiana e musulmana, restano, seppure in una certa misura parallele ed ostili. I punti d’incontro essenziali sono particolarmente interessanti e sono incomprensibile al di fuori di questa unità culturale romana, in particolare quando si parla del periodo carolingio, delle crociate e del Concilio di Firenze. Quest’ultimo avvenimento è spesso trascurato dagli storici quando invece riveste un’importanza quasi paradigmatica. Bessarione inventa e diffonde ben presto l’umanesimo insieme pagano e papista; San Marco d’Efeso rifiuta assolutamente, in nome della Romanità Ortodossa, l’infallibilità del papa e dell’uomo europeo; Pletone riscopre una ellenicità fondata sul ritorno dei culti pagani, ritorno ostile tanto alla romanità quanto all’Europa.
2] La storia non dovrebbe cercare una “latinità” che non esiste sempre. Le differenti costruzioni della latinità in Occidente – Carlo Magno e successori – sarebbero meglio comprese se fossero studiate come utopie o come ideologie nate per facilitare il dominio sull’antica Romanità Ortodossa.
3] La lotta patetica dei Romani d’Occidente contro i Barbari potrebbe infine essere studiata in una prospettiva di lunga durata invece di svanire curiosamente dopo i Merovingi. In particolare la volontà degli Italo-Romani del sud d’Italia o della Sicilia, dei provenzali, degli aquitani, degli spagnoli romanizzati, tutti ortodossi, di preservare la loro cultura e la loro fede potrebbe essere studiata in quest’ottica.
Infine la storia delle idee scaturirebbe dalla storia degli avvenimenti, poiché il senso di infallibilità che caratterizza, secondo il padre Justin Popovic, l’uomo europeo, progredirebbe nello stesso tempo delle forze politiche e religiose proprie all’Occidente medioevale e classico : il papato e la monarchia assoluta.
La storia di ciò che si denomina lo “scisma” del 1054 sarebbe da questo punto di vista un archetipo, lo studieremo nel prossimo capitolo e vedremo come l’abbandono dei termini antiscientifici di “bizantini” e di “greci” permette di modificare le opinioni tradizionali o ecumeniste sullo “scisma”.

La Chiesa raffigurata come una nave condotta da Cristo.

La Chiesa raffigurata come una nave condotta da Cristo.

2 – Lo scisma del 1054

Nel primo capitolo abbiamo mostrato brevemente che la necessità del “Dialogo Ecumenico” conducevano a dare una spiegazione insoddisfacente sia per la teologia sia per la storia dello scisma del 1054.
Sul piano teologico il dibattito è stato impoverito perché è stato ridotto ad essere soltanto una disputa di parole; in particolare il filioque è presentato come il frutto fortunato di un approccio puramente latino ed occidentale alla teologia che, dati i postulati, non mette in pericolo la teologia classica dei padri. Si impiega allora il vocabolario vago dei sentimenti e delle emozioni , come fa, ad esempio Olivier Clement quando parla della “grandezza propriamente religiosa del filioque” e delle “intuizioni originali del Filioquismo”. Brevemente, in mancanza di un vocabolario concettuale sufficientemente elaborato, l’Oriente, meno speculativo, e l’Occidente, troppo razionalista forse, non si sarebbero capiti.
Si è allora andati alle cause puramente storiche che presto sembrano essere soltanto una serie di casi sfortunati; prevale allora l’interpretazione psicologica: a ciascuno si fa un dovere, dopo aver messo tra parentesi tutti i problemi, di trovar scortese la propria parte. Così Clement scrive del patriarca Michele Cerulario: “Il patriarca bizantino Michele Cerulario era uno spirito rozzo, incapace di discernere l’essenziale dall’accessorio e di elevarsi ad una concezione ecumenica della Chiesa”; e Congar dice del cardinale Umberto che era “un uomo rigido e combattivo” e la sua Bolla di scomunica è un monumento di inimmaginabile incapacità di comprensione”. A forza di “dialogo”, è la storia che rischia di diventare incomprensibile se si resta sulle alte sfere della “casualità psicologica”.
In realtà l’aspetto storico e l’aspetto teologico sono legati, soprattutto a partire dall’ VIII secolo quando la teologia del filioque, della redenzione e generalmente il metodo teologico uscito dall’agostinismo appaiono come l’ideologia dei Franchi e dei Germani i cui antenati hanno invaso la romanità occidentale e che hanno avuto bisogno di tre secoli per costituirsi in Stato. Lo “scisma” non è soltanto una rottura, uno strappo nel tessuto cristiano dovuto ad una separazione teologica tra Roma e l’Oriente, ma piuttosto l’usurpazione della sede ortodossa dell’antica Roma operata dai Germano-Franchi e tendente al rapimento dell’ultimo Papa Ortodosso ed alla sua sostituzione con un papa germanico filioquista, Sergio IV.

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Descriveremo ora in breve le grandi tappe di questa usurpazione che sono le tappe di una lotta tra l’elemento romano, gallo-romano e italo-romano, da un lato e i barbari goti, longobardi, vandali o franchi dall’altro.
L’origine lontana, il dato fondamentale che celava in germe le divisioni ulteriori, sono le invasioni barbariche, non tanto per il carattere eretico ariano della religione di questi popoli, quanto per la loro incapacità di costituirsi in stato o almeno di modellare una religione capace di rimpiazzare quella che volevano distruggere. Dopo i primi massacri e grazie alla resistenza eroica dei vescovi, dei preti e di tutto il popolo martire gallo-romano, dal momento della morte del re Eurico, il progetto di sostituire la “Romanità” con una “Goticità” dovette essere abbandonato. Anzi al contrario numerosi capi barbari presero gli abiti e i titoli romani per guadagnare un po’ di legittimità presso le popolazioni. Ciò però non vuol dire che il sentimento nazionale delle popolazioni asservite sia scomparso rapidamente, come hanno affermato certi storici (Fustel de Coulange). In realtà, dopo il naufragio del potere politico romano, la rappresentanza legale così come l’autorità morale sul popolo romano viene ad essere assunta dalla Chiesa che diventa il luogo di resistenza di tutti coloro che vogliono conservare la tradizione e l’identità romane. In questo tormentato periodo, oltre al ruolo dei grandi vescovi del V e del VI secolo come Fausto di Riez o Cesario d’Arles, il patriarca dell’Antica Roma assume la funzione di Etnarca del popolo Romano d’Occidente. E’ lui infatti che resta in contatto con l’Imperatore di Costantinopoli. Si sa quanto Gregorio il Grande seppe preservare i diritti dei Romani in quell’epoca così tormentata e drammatica, al punto che non esitava, nei suoi Moralia a paragonare la Romanità occidentale con Giobbe. Certamente l’Impero Romano d’Oriente non aveva mai cessato di rivendicare, malgrado le difficoltà , la sua parte occidentale. I Romani d’Oriente e d’Occidente erano solidali, ma da Giustiniano a Basilio I la fortuna militare di Costantinopoli non fu sempre favorevole. Le divisioni interne dei barbari e quel periodo oscuro che fu l’epoca merovingia, assicurarono tuttavia alla Chiesa una molto relativa tranquillità: i barbari non potevano accedere facilmente allo stato ecclesiastico e la sinodalità della Chiesa, conforme ai Canoni Apostolici, era rispettata grazie alla grande maggioranza di Romani liberi nelle città gallo-romane. Sarà necessario l’immenso sistema di deportazione e di messa in schiavitù dei Romani che si chiama feudalesimo, perché i Franchi diventino maggioritari nell’elezione dei Vescovi.

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Già le scuole monastiche che, fondate un tempo dai discepoli di San Giovanni Cassiano, di Onorato di Arles e di Fausto di Riez, formavano i vescovi romani, erano state annientate ad opera di Carlo Martello e di Pipino il Breve. A causa dell’anarchia politica merovingia, il carattere sinodale della Chiesa fu parzialmente soppresso per essere ristabilito solo a favore dell’episcopato franco. La grande crisi iconoclasta che lacerò l’Impero in Oriente, permise ai Franchi di godere delle divisioni interne dei romani d’Oriente e dell’Italia meridionale. In effetti, dopo l’inizio dell’VIII secolo, l’Italia romana e la Chiesa Ortodossa dell’Antica Roma restarono pericolosamente isolate, nel momento in cui, sotto il principato di Leone Isaurico e poi sotto i suoi successori, le icone furono distrutte e gli iconofili perseguitati. Poiché il papa Gregorio II rifiutava di promulgare gli editti imperiali che ordinavano la distruzione delle Icone, l’Italia fu isolata dall’Oriente e presa come in una tenaglia fra gli imperatori eretici e i Franchi. I Franchi erano iconoclasti, fondamentalmente, e ugualmente lo erano i Longobardi e certi vescovi dell’Italia del nord come Claudio di Torino. Tuttavia gli Ortodossi partigiani delle Icone erano numerosi in Gallia, nel clero e nell’episcopato di tradizione romana. In Oriente, grazie alla imperatrice Irene, essi riusciranno a prevalere e a imporre il VII Concilio Ecumenico che i vescovi franchi di Carlo Magno non riconosceranno e contro il quale si leveranno.
La questione del filioque fu altrettanto grave. Il filioque non è una formulazione antica, come generalmente si afferma, che risalirebbe al III Concilio di Toledo. Data invece dalla fine del secolo VII o dall’inizio dell’VIII ed era contestato molto in Occidente all’inizio del IX dai vescovi gallo-romani: al contrario i franchi ne facevano il simbolo di una rinascita intellettuale che in realtà appariva ben modesta. Il Concilio di Aix la Chapelle è una notevole testimonianza di questa lotta tra l’elemento romano e l’elemento franco. Per prima cosa questo Concilio mette in evidenza il carattere recente del filioque. In effetti i rappresentanti del Concilio di Aix informarono il Papa che il Simbolo della fede cominciava ad essere cantato con il filioque nel palazzo di Carlo Magno e che si trattava di un dogma nuovo. Il Concilio di Aix non poté concludere nulla e si divise in due partiti contrari. Carlo Magno, il campione del filioque, non poté in realtà imporre la sua opinione e il Concilio si sciolse prima della sua fine. Così scrive Adam Zernicaw: “Gli incontri sullo Spirito Santo furono numerosi con gli uni che dicevano che lo Spirito santo procedeva anche dal Figlio e gli altri che li contraddicevano”. Ciascuno dei due partiti fece appello al Papa Leone III che non solo si oppose all’aggiunta del filioque, ma in più ordinò che il Credo di Nicea-Costantinopoli fosse inciso su due piastre d’argento, in greco ed in latino, nella chiesa di San Pietro. Questa sconfitta di Carlo Magno dimostra che il potere dei Franchi cadeva di fronte all’autorità del Papa Ortodosso dell’Antica Roma. Bisogna ben comprendere che per Carlo Magno il contenuto dogmatico non era essenziale, ma il filioque era per lui il simbolo del progresso compiuto nei confronti dei “Greci” in teologia grazie all’applicazione delle categorie razionali alla Santa Trinità. Era per lui la prova della superiorità culturale dei Franchi su coloro che chiamava spregevolmente i “Greci”.
Il vecchio Leone III, sebbene fosse riuscito a resistere sulla Fede, aveva tuttavia permesso a Carlo Magno di riportare una vittoria definitiva sul piano politico facendosi incoronare “Imperatore dei Romani” e cioè lo aveva lasciato usurpare il potere legittimo dell’Imperatore di Costantinopoli sulle popolazioni romane di Occidente. La versione germano-franca dell’incoronazione di Carlo Magno che si trova sui manuali di storia occidentali è una vera mistificazione, poiché essa è fondata unicamente sul racconto dell’ideologo franco Eginardo che afferma che sarebbe stato Leone III ad aver voluto di sua iniziativa incoronare un Carlo Magno piuttosto reticente. In realtà con questa cerimonia in cui la potenza del re franco fece violenza al Papa Ortodosso Leone III, Carlo Magno voleva instaurare una nuova concezione della legittimità del potere. Il racconto di Eginardo che non osa addossare a Carlo Magno la responsabilità dell’avvenimento, prova al contrario che nel IX secolo i barbari non erano riusciti ad instaurare altra legittimità che quella del popolo romano. Invece la pretenziosa teologia del filioque e la concezione carolingia del potere aggiunte al fatto che la dottrina agostiniana sulla predestinazione sembrava poter far considerare predestinata la razza dei Franchi, gettarono le fondamenta principali del Medio evo occidentale.

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La necessità di lottare contro gli Arabi nell’Italia meridionale e l’occupazione militare franca della Roma Antica vi aveva fatto nascere, come in un microcosmo, una situazione simile a quella dell’Occidente: un partito franco ed un partito romano vi lottavano.
Dalla morte di Leone III all’anno 858, il popolo ortodosso di Roma riuscì ad imporre un suo candidato , malgrado le minacce dell’imperatore germanico. Già dal momento dell’elezione di Leone III grandi furono l’ansietà ed anche il terrore per una rappresaglia franca. L’elezione di Benedetto III fu interrotta dal partito germanico che impose per un momento il proprio candidato Anastasio, ma la folla assediò le porte della basilica costantiniana ove si teneva il sinodo incaricato di eleggere il nuovo papa. Alla morte di Benedetto fu eletto il primo papa germanofilo Nicola I. L’imperatore germanico Ludwig accorse e fece svolgere l’elezione alla sua presenza. Prestissimo Nicola I volle imporre la sua autorità su tutta la chiesa e applicò alla sua tiara e al suo regno la dottrina della predestinazione. Scrisse al patriarca della Nuova Roma, San Fozio il Grande, che “la Chiesa di Roma aveva meritato il diritto al potere assoluto ed aveva ricevuto il governo di tutte le pecorelle di Cristo”. Un po’ più tardi, furioso di non aver ottenuto il riconoscimento delle sua innovazioni da San Fozio, scrisse direttamente al popolo, al clero e all’Imperatore di Costantinopoli delle lettere piene di ostilità e di odio in cui il patriarca è chiamato “Signor Fozio” , “adultero”, “omicida” ed “ebreo”. In Bulgaria benediceva la missione del vescovo Formoso, uno dei capi del partito filogermanico, ed autorizzava l’aggiunta del filioque al Credo nonché altre riforme o pratiche tipiche delle chiese franche.
Questo atteggiamento provocò la reazione della Chiesa di Costantinopoli e San Fozio, d’accordo con il suo Sinodo, inviò un’enciclica a tutte le Chiese nella quale denunciava la situazione creata in Bulgaria e il dogma del filioque. Un concilio si tenne a Costantinopoli nell’867, alla presenza dei delegati dei patriarchi orientali, che anatematizzò le dottrine denunciate da san Fozio, in particolare l’eresia del filioque e la sua aggiunta al Credo di Nicea-Costantinopoli in Bulgaria. Più di mille firme testimoniarono contro il dogma franco che, come afferma San Fozio, scinde la Santa Trinità in due, poiché instaura due sorgenti nella Divinità, finendo così nel paganesimo. Dopo la partenza per l’esilio del patriarca Fozio, il papa Nicola I fece organizzare a Costantinopoli nell’869 un concilio di 18 vescovi nel quale la persona di San Fozio fu condannata, senza che nessuna eresia gli potesse essere rimproverata. Bisogna dire che Nicola I in Roma non osò mai imporre il filioque per paura del popolo romano fedele alla Fede Ortodossa. Nicola I d’altronde non cessava di trovare difficoltà con i romani dell’Italia del Sud e anche con quelli delle Gallie che erano rimasti scossi dalla sua concezione totalitaria dell’antica “etnarchia”. Quando morì, era ormai sostenuto solo dai teologi franchi filioquisti che egli aveva mobilitato contro il patriarca e l’imperatore di Costantinopoli, senza peraltro fare il nome di San Fozio la cui scienza e santità erano note ai romani ortodossi della Gallia.

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Dopo un papa di transizione, Adriano, il partito romano ebbe nuovamente il sopravvento e l’arcidiacono Giovanni, divenuto Giovanni VIII, salì al trono patriarcale di Roma. Giovanni VIII che la storiografia occidentale ha lasciato per molto tempo da parte – e ciò in parte a causa della falsificazione delle fonti, ormai ammessa dagli storici -, fu un grande papa della Romanità, della statura dei Leone Magno e dei Gregorio Magno. Gerarca attento e prudente, fino alla morte dell’imperatore Ludwig II nell’875, seppe utilizzare il partito germanico, senza pur dare ad esso un ruolo decisionale. Al momento però nel quale la minaccia germanica scomparve con la morte dell’imperatore, depose, scomunicò e anatematizzò i vescovi “nicolaiti” che avevano aggiunto il filioque in Bulgaria ed in particolare il vescovo Formoso. Scelse un candidato all’impero tra i carolingi, il re di “Francia” Carlo il Calvo che era il più moderato e il più lontano dall’Italia e gli impose una “donazione” che liberava le elezioni dei papi dalla presenza dei legati imperiali. Così tentava di preservare Roma da un nuovo Nicola imposto dal partito germanofilo. Dopo la disfatta e la morte di Carlo il Calvo, lasciò in sospeso la successione che egli cercava di controllare, muovendo i vari candidati gli uni contro gli altri. Fallì alla fine perché il re Carlo il Grosso invase Roma e fece avvelenare Giovanni VIII che fu poi finito a colpi di scure. Questo periodo di tempo che Giovanni VIII riuscì a dare al trono dell’antica Roma, se da un lato fece entrare la capitale in un periodo di disordini e di incertezze, dall’altro doveva contribuire a cambiare l’aspetto delle cose. Da una parte la disorganizzazione politica in Italia provocata dalla vacanza del trono imperiale occidentale permise alle truppe di Basilio I di avanzare in modo decisivo in Italia e di liberare momentaneamente i romani della regione ; dall’altra parte i legati di Giovanni VIII poterono assistere e riconoscere le decisioni del Concilio dell’879 presieduto da San Fozio, di nuovo in possesso del suo trono patriarcale.
A questo concilio tutti patriarchi vennero rappresentati e San Fozio fu riconosciuto da tutto il mondo quale Patriarca della Nuova Roma. Così colava a picco tutta l’opera di Nicola I. L’inalterabilità del Simbolo della fede e la condanna di ogni aggiunta furono proclamate ufficialmente benché Giovanni VIII avesse domandato che i franchi non venissero nominati e ciò per prudenza. I legati della Chiesa di Roma chiamarono l’aggiunta del filioque un “inqualificabile insulto ai Padri”, Giovanni VIII scrisse una lettera a San Fozio nella quale condannava in termini velati, ma fermi, i germano-franchi e l’aggiunta del filioque: “Noi li mettiamo dalla parte di Giuda, poiché essi hanno lacerato le membra del Cristo”. Questo concilio dell’879 che riconobbe l’ecumenicità del VII Concilio ebbe tutti i caratteri di un Concilio Ecumenico e la chiesa Ortodossa lo riconosce ormai come l’VIII Ecumenico.
Il pontificato di Giovanni VIII segna dunque un momento decisivo e mal conosciuto della storia dello “scisma”, perché rappresenta l’ultima grande resistenza dei romani dell’antica Roma e dell’Occidente nei confronti della spinta germano-franca contro il trono ortodosso di Roma.

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Il periodo che va dalla morte di Giovanni VIII all’inizio del secolo IX è sistematicamente rappresentato in Occidente come un periodo di corruzione e di anarchia a causa del ruolo che in quest’epoca hanno avuto i laici nella scelta dei papi. I soli papi che trovano grazia agli occhi degli storici, sono quelli rivolti verso i regni sorti dai carolingi. In realtà questo periodo è presentato come un periodo particolarmente turbolento perché i romani dell’antica Roma conservavano un controllo relativo sulla loro Chiesa. Come scrive G. Romanidis : “Per due secoli, dagli anni tra il 784 e l’809, quando i Franchi condannarono il VII Concilio Ecumenico, fino al 1019 o 1014 quando il Filioque fu definitivamente introdotto nel simbolo a Roma, gli Ortodossi Latini lottarono duramente in Italia per conservare la Fede del VII e dell’VIII Concilio Ecumenico”. Effettivamente fino all’inizio del secolo XI il Filioque non fu mai aggiunto al Credo e, finchè Roma riconobbe il VII e l’VIII Concilio Ecumenico , la comunione non fu rotta fra le sedi orientali e l’antica Roma. Durante questo periodo i Franchi che temevano una rivolta di tutti i Romani dell’Occidente non osarono attentare direttamente al Patriarca dell’antica Roma. Quando però l’impero germanico fu ristabilito, l’ultimo Papa Ortodosso Giovanni XVIII fu deportato in un monastero dell’Italia meridionale e Sergio IV che doveva il suo trono all’Imperatore tedesco Enrico II, professò il Filioque nella lettera di intro-nizzazione che indirizzò al Patriarca di Costantinopoli Sergio II. Quest’ultimo, per decisione conciliare, cancellò allora il nome del papa dai dittici della Grande Chiesa e non vi fu mai rimesso. A Roma il filioque fu ufficialmente aggiunto dal papa Benedetto VIII che era nipote dell’Imperatore tedesco. Ancora una volta il clero ed il popolo reagirono ma dovettero questa volta inchinarsi di fronte all’autorità di Benedetto VIII perché fu durante l’incoronazione di Enrico II di Germania che il Credo fu letto con l’aggiunta.
L’usurpazione del Trono ortodosso dell’antica Roma così si compiva e il popolo romano d’Occidente, senza né capo, né difese, dovette sopportare le persecuzioni che fecero ad esso subire i grandi papi del feudalesimo come Gregorio VII.
Ciononostante ci furono per molto tempo ancora in maniera sparsa delle resistenze e si sa da un testo di Alessandro di Hales che nel 1240 e cioè 226 anni dopo l’aggiunta del filioque di Benedetto VIII si cantava ancora in certe chiese il Credo senza l’aggiunta. Si può dire tuttavia che nel 1014 la resistenza di quattro secoli dei Romani di Occidente si conclude e che così una nuova struttura ecclesiale, totalmente estranea all’antica e che porta tutte le caratteristiche del feudalesimo, sostituisce totalmente il Papato ortodosso di Leone, di Gregorio e di Giovanni VIII.

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L’incidente del 1054 a Costantinopoli che dà il suo nome allo “scisma”, non è dunque, come si è detto, che un permesso di inumazione. Si sa che il 15 Luglio 1054 durante la Liturgia celebrata alla presenza del patriarca Michele Cerulario, Umberto, legato del Papa Leone IX, fece irruzione in Santa Sofia e pose sull’altare un libello in cui rimproverava gli “orientali” di aver tolto il Filioque dal Credo. Accusava inoltre il Patriarca Michele di essere nemico dello Spirito e nemico di Dio. Il patriarca riunì un Concilio e anatematizzò “questo scritto empio e stupido”. Il Patriarca Pietro di Antiochia al quale il Cerulario scrisse, confermò la decisione della Chiesa di Costantinopoli e tutti gli altri Patriarchi Orientali fecero la stessa cosa seguendo in ciò quanto avevano deciso al momento del Concilio dell’879.

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Gli avvenimenti ulteriori confermano che il termine usurpazione è il più adeguato per descrivere la politica ecclesiastica dei Franchi e dei Germani. Le crociate sono infatti in un modo ancora più chiaro dei tentativi di rimpiazzare i Vescovi Ortodossi delle sedi orientali con dei Vescovi “latini”, cioè Franchi. L’uniatismo fu ugualmente la continuazione con mezzi più o meno diretti della stessa politica e solo recentemente la conoscenza e lo studio dei testi hanno permesso un’interpretazione sfavorevole all’Occidente dello “scisma”. E’ questo ristabilimento dei fatti che l’Ecumenismo tenta di relativizzare, appoggiandosi sull’ostilità o sul disprezzo quasi ereditario nei confronti di tutto ciò che è “bizantino” o “greco”, ma esso, lasciando nell’oblio la resistenza dei suoi antenati romani ortodossi, non può giustificare codesta relativizzazione se non nascondendo dei fatti storici e disprezzando in maniera quasi totale la lotta politica e teologica dei Romani Orientali durante le Crociate e durante i secoli XIV e XV quando san Gregorio Palamas e San Marco d’Efeso si presentarono come i campioni della Tradizione Romano Ortodossa di fronte alla Teologia orgogliosa dei Franchi prodotto di elucubrazioni razionali e fantastiche.
Ai nostri tempi in cui la civiltà sorta dal preteso “Rinascimento” è in molte parti contestata, l’ecumenismo viene considerato da molti ortodossi come un ultimo tentativo del Papato, isola feudale in mezzo al mondo moderno, di salvare “l’infallibilità” dell’uomo europeo ed impedire il ritorno dei “Romani d’Occidente” alla teologia tradizionalmente romana degli ortodossi e cioè alla teologia dei Tre Dottori.

(Versione italiana da La Pietra nn.3-4/1999)

Breve commento al Credo

del Vescovo Alexander (Mileant)
Il Concilio di Nicea

Il Concilio di Nicea

Cos’è il Credo?

Il termine “Credo” proviene dal latino “credo”, che significa appunto “io credo”. Nella Chiesa Ortodossa Credo è usualmente detto il Simbolo della Fede, cioè l'”espressione” o “confessione” della Fede.
Un uomo senza la fede è come un cieco. La fede dà all’uomo una visione spirituale per mezzo della quale egli può vedere e capire l’essenza di tutto ciò che lo circonda: come e perché ogni cosa è stata creata, quale è il senso della vita, cosa è giusto e cosa non lo è, ed infine verso cosa ci si deve sforzare di tendere.
Dai tempi antichi, i Cristiani del periodo apostolico usarono il Credo per ricordarsi dei principi della Fede Ortodossa. Nella Chiesa antica esistevano vari brevi Credi. Ma nel quarto secolo apparvero dei falsi insegnamenti riguardo al Figlio di Dio e al Santo Spirito. Così si rese necessario completare questi brevi Credi e definire più accuratamente gli insegnamenti della Chiesa.

Quadro storico

Il Credo Niceno fu composto dai Padri del primo e del secondo Concilio Ecumenico. I primi sette articoli del Credo sono stati scritti durante il primo Concilio Ecumenico, e gli ultimi cinque durante il secondo Concilio Ecumenico. Il primo Concilio si riunì a Nicea nel 325 d.C. per confermare i veri insegnamenti riguardo al Figlio di Dio e per opporsi alle false dottrine di Ario. Ario credeva che il Figlio di Dio fosse stato creato da Dio Padre. Il secondo Concilio si riunì a Costantinopoli nel 381 d.C. per confermare i veri insegnamenti riguardo al Santo Spirito ed opporsi alle false dottrine di Macedonio che rifiutava l’origine divina del Santo Spirito. Il Credo è denominato “Niceno-Costantinopolitano” a derivare dalle due città nelle quali i Padri si raccolsero per il primo ed il secondo Concilio Ecumenico. Il Credo consiste di dodici articoli. Nel primo articolo si parla di Dio Padre; dal secondo al settimo articolo si parla del Figlio; nell’ottavo articolo del Santo Spirito; nel nono della Chiesa; nel decimo del Battesimo; e infine, nell’undicesimo e nel dodicesimo della resurrezione dei morti e della vita eterna.

Il Credo

1 Credo in un unico Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, e di tutte le cose visibili e invisibili.
2 E un unico Signore: Gesù Cristo, il Figlio di Dio, l’unigenito, il generato dal Padre prima di tutti i secoli. Luce da Luce; Dio vero da Dio vero; generato, non creato; coessenziale al Padre; mediante cui tutte le realtà presero esistenza.
3 Che per noi uomini e per la nostra salvezza discese dai cieli e si incarnò dallo Spirito santo e dalla Vergine Maria, e si fece uomo.
4 E fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, e soffrì, e fu sepolto.
5 E risuscitò il terzo giorno, secondo le Scritture.
6 E risalì ai cieli e siede alla destra del Padre.
7 E di nuovo verrà con gloria a giudicare i vivi e i morti; il cui regno non avrà fine.
8 E nello Spirito, che è santo, Signore, vivifico, procede dal Padre, insieme con il Padre e con il Figlio è adorato e glorificato, parlò per mezzo dei Profeti.
9 Ed un’unica, santa, cattolica e apostolica Chiesa.
10 Confesso un unico Battesimo per la remissione dei peccati.
11 Aspetto la risurrezione dei morti.
12 E la vita del secolo venturo. Amen.

Cominciamo il Credo con “(Io)Credo” questo perché l’essenza delle nostre convinzioni religiose non dipende da esperienze esterne ma dal nostro accettare verità date da Dio. Sicuramente non si possono provare con un esperimento di laboratorio verità del mondo spirituale. Queste verità appartengono alla sfera dell’esperienza religiosa personale. Più una persona cresce nella vita spirituale – più prega, pensa a Dio, compie il bene – più cresce la sua esperienza spirituale interiore, e più chiara diventa per lui la verità religiosa. In questo modo, la fede diviene per lui soggetto di esperienza personale.

In cosa dobbiamo credere secondo il Credo?

Noi crediamo che Dio sia pienezza di perfezione; crediamo che Egli sia uno Spirito perfetto, senza tempo, senza principio, onnipotente e onniveggente. Dio è dappertutto, vede tutto, e sa in anticipo quando qualcosa accadrà. Egli è Bene sovrabbondante e l’unico tuttosanto. Non ha bisogno di niente ed è la ragione di tutto ciò che esiste.
Noi crediamo che Dio sia uno in essenza e una Trinità nelle Persone (questo per dire che l’unico vero Dio ci è apparso come Padre, Figlio e Santo Spirito). Il Padre, il Figlio e il Santo Spirito sono la Trinità, una in essenza ed indivisibile. Il Padre non è generato e non procede da altri. Il Figlio è stato generato dal Padre prima di tutti i secoli il Santo Spirito procede eternamente dal Padre.
Noi crediamo che tutte le Persone della Santa Trinità sono eguali in perfezione divina, grandezza, potenza e gloria. Cioè noi crediamo che il Padre è Dio vero e perfetto, il Figlio è Dio vero e perfetto, il Santo Spirito è Dio vero e perfetto. Quindi nelle preghiere glorifichiamo contemporaneamente il Padre, il Figlio e il Santo Spirito come un solo Dio.
Crediamo che l’intero mondo visibile ed invisibile sia stato creato da Dio. In principio Dio creò il grande mondo invisibile degli Angeli, altrimenti noto come Cielo. Come specificato nella Bibbia, Dio creò il nostro mondo materiale o fisico dal nulla. Questo non fu fatto istantaneamente, ma gradualmente durante i periodi di tempo che nella Bibbia sono chiamati “giorni”. Dio creò il mondo non per necessità o bisogno ma a derivare dal Suo buon desiderio di fare ciò affinché le sue altre creazioni potessero godere della vita. Essendo Egli stesso infinitamente buono, Dio creò buone tutte le cose. Il male apparve nel mondo a causa del cattivo uso della libera volontà, che Dio ha dato sia agli angeli che agli uomini. Per esempio, il Diavolo (Satana) e i suoi demoni erano una volta angeli di Dio. Ma essi si ribellarono contro il loro Creatore e divennero demoni. Essi furono cacciati dal Cielo e formarono il proprio regno denominato “inferno”. Da allora in poi, essi hanno tentato gli uomini al peccato e sono diventati i nemici nostri e della nostra salvezza.

Noi crediamo che tutte le cose siano sotto il controllo di Dio; cioè egli provvede ad ogni creatura e guida ogni cosa ad una buona meta. Dio ama e bada a noi come una madre bada al suo bambino. Per questa ragione niente può accadere ad una persona che abbia fiducia in Dio.

Noi crediamo che il Figlio di Dio, il nostro Signore Gesù Cristo, discese dal cielo per la nostra salvezza. Venne sulla terra e assunse la nostra carne per mezzo dello Spirito Santo e della Vergine Maria. Essendo Dio da tutta l’eternità, Egli nel tempo del re Erode assunse la nostra natura umana, sia anima che corpo, ed è quindi veramente Dio e veramente uomo, o Dio-uomo. In un’unica divina Persona Egli combinò due nature, la divina e l’umana. Queste due nature rimarranno sempre con Lui senza cambiamento, né mescolandosi né cambiando dall’una nell’altra.

Noi crediamo che il nostro Signore Gesù Cristo, mentre viveva sulla terra, ha illuminato il mondo col Suo insegnamento, il suo esempio ed i miracoli. Egli insegnò agli uomini cosa essi devono credere e come devono vivere per poter ereditare la vita eterna. Per mezzo delle Sue preghiere a Suo Padre, della Sua completa obbedienza alla Volontà del Padre, della Sua sofferenza a morte Egli sconfisse il demonio e redense il mondo dal peccato e dalla morte. Per mezzo della Sua Resurrezione dalla morte, pose le basi per la nostra resurrezione. Dopo la Sua Ascensione nella carne al Cielo, che avvenne quaranta giorni dopo la Sua Resurrezione dalla morte, il nostro Signore Gesù Cristo sedette alla destra di Dio Padre; cioè ricevette uguale potenza di Dio Padre e da allora insieme con Lui egli governa la faccia del mondo.

Noi crediamo nel Santo Spirito, che procede da Dio Padre dall’inizio del mondo, insieme con il Padre ed il Figlio dà esistenza a tutta la creazione e governa tutto. Egli è la sorgente di una vita spirituale piena di grazia, per gli angeli come per gli uomini, ed ugualmente al Padre ed al Figlio è degno di tutta la gloria e adorazione. Nel Vecchio Testamento il Santo Spirito parlò per mezzo dei Profeti. Quindi, nel principio del Nuovo Testamento, Esso parlò attraversò gli Apostoli ed ora vive nella Chiesa di Cristo, guidando i suoi pastori ed il suo popolo nella verità.

Noi crediamo che il nostro Signore Gesù Cristo fondò la Chiesa sulla terra per la salvezza di tutti coloro che credono in Lui. Egli mandò lo Spirito Santo agli Apostoli alla Pentecoste. Sin da quel tempo lo Spirito Santo rimane nella Chiesa, quella comunità piena di grazia o unione dei credenti Cristiani Ortodossi e la preserva nella purità degli insegnamenti di Cristo. La grazia del Santo Spirito rimane nella Chiesa, purifica coloro che si pentono dai peccati, aiuta i credenti a crescere nelle opere buone e li santifica.

Noi crediamo che la Chiesa è Una, Santa, Cattolica ed Apostolica. Essa è Una poiché tutti i Cristiani Ortodossi, sebbene appartengono a diverse chiese nazionali e locali, sono un’unica famiglia insieme con gli angeli ed i santi nel Cielo. L’unicità della Chiesa è determinata dall’unicità della Fede e della Grazia. La Chiesa è Santa poiché i suoi figli fedeli sono santificati dalla parola di Dio, dalla preghiera e dai Sacramenti. La Chiesa è Cattolica poiché ciò che noi crediamo è il medesimo insegnamento che è ritenuto essere vero da tutti i Cristiani Ortodossi, sempre e dovunque. La Chiesa è chiamata Apostolica poiché conserva l’insegnamento e la successione degli Apostoli. Dai tempi antichi questa successione apostolica passa avanti senza interruzione da Vescovo a Vescovo nel Sacramento dell’Ordine. La Chiesa rimarrà del nostro Signore e Salvatore sino alla fine del tempo.
Noi crediamo che nel sacramento del Battesimo il credente ottiene il perdono di tutti i peccati. Il credente diventa un membro della Chiesa. In questo momento è aperto per lui l’accesso agli altri sacramenti di salvezza. Nel sacramento della Crismazione il credente riceve la grazia del Santo Spirito. Nella Confessione o Penitenza sono perdonati i peccati. Nella Santa Comunione, offerta durante la Divina Liturgia, il credente riceve il reale Corpo e Sangue di Cristo. Nel sacramento del Matrimonio è creata un’unione indissolubile tra un uomo e una donna. Nel sacramento dell’Ordine sono ordinati Diaconi, Preti e Vescovi per servire la Chiesa. Nella Santa Unzione è offerta la cura della malattia fisica e spirituale.

Noi crediamo che prima della fine del mondo Gesù Cristo, accompagnato dagli angeli, verrà nuovamente nella gloria sulla terra. Ogni persona, secondo la Sua Parola, risorgerà dalla morte. Come per un miracolo, le anime di coloro che sono morti ritorneranno nei corpi che possedettero durante la loro vita terrena. Tutti i morti ritorneranno alla vita. Durante la Resurrezione Generale, i corpi dei santi, sia quelli che risorgono che quelli ancora viventi, saranno rinnovati e diventeranno spiritualizzati nell’immagine del Corpo Risorto di Cristo. Dopo la resurrezione, ognuno apparirà davanti al giudizio di Cristo, per ricevere ciò che è dovuto, secondo quanto egli fece quando viveva nel suo corpo, bene o male. Dopo il giudizio, i peccatori senza pentimento entreranno nei tormenti eterni ed i giusti entreranno nella vita eterna. Questo segnerà l’inizio del Regno di Cristo, che non avrà fine.

Il Credo è letto da un catecumeno (chi si prepara a ricevere il battesimo). Il Credo è cantato durante la Liturgia e dovrebbe essere letto quotidianamente durante le Preghiere del Mattino. Un’attenta lettura del Credo rafforza grandemente la nostra fede. Questo accade perché il Credo non è semplicemente una formale dichiarazione di fede ma una preghiera. Quando diciamo “Credo” in uno spirito di preghiera, insieme con le altre parole del Credo, noi ravviviamo e rinforziamo la nostra fede in Dio e in tutte quelle verità che sono contenute nel Credo. Ecco perché è così importante per il Cristiano Ortodosso recitare il Credo quotidianamente o almeno regolarmente.

(traduzione di G. Costa)

La Santa Ortodossia

La santa Ortodossia
Conversazione in un chiosco turco sul Monte Athos

Un monaco athonita

Un monaco athonita

– “Che cos’è il Cristianesimo, venerabile Padre ?” gli domandammo da principio.
Padre Cirillo si segnò e cominciò così:
– Il Cristianesimo, fratelli cari, è una “imitazione della natura di Dio” come dice bene S. Gregorio di Nissa… Ma vedete, fratelli in Cristo, ancor prima di domandarsi che cosa sia il Cristianesimo, conviene rifarsi una mentalità cristiana. Finché non avrete rinunciato alle abitudini acquisite nelle Università e rinforzate dai condizionamenti del mondo profano, vero abominio della desolazione, e cioè dal criticismo permanente, dalla dialettica, dal dubbio fatto sistema, dall’angoscia filosofica che non ha altra uscita se non il suicidio, non potrete comprendere nulla dell’essenza del Cristianesimo, il quale occupa un livello sopra-razionale e si serve di un linguaggio analogico e simbolico. Voi siete degli studenti simpatici, ma come tali vittime della droga delle raziocinazioni, fatte di argomenti antitetici, di costruzioni intercambiabili, che portano solo alla negazione di Dio dapprima, poi a quella dell’uomo sua immagine. Ridiventate prima degli esseri atemporali, dei contemporanei del Logos; raggiungerete con il cuore ciò che l’ordine della ragione non vi farà mai raggiungere. Disfatevi dello spirito storicistico proprio delle genti dell’Occidente, atee o credenti, il quale tende a vedere solo degli “avvenimenti” ed è sensibile solo all’uomo Gesù, dimenticando il Cristo preeterno, negando miracoli e resurrezione. Da ciò sorge la tentazione delle vostre Chiese di occuparsi prima di storia, poi di politica, e quindi di secolarizzarsi senza quasi accorgersene….
Interessati dal discorso insolito e insieme curiosi e scettici domandammo a Padre Cirillo di precisare il suo pensiero.
– La verità, riprese, è stata limitata al semplice fatto, il relativo ha ricevuto il carattere di assoluto e l’assoluto stesso è stato strappato via. Nello stesso tempo è stato creato il mito del senso della storia, del progresso indefinito della specie, mito che una semplice passeggiata tra le civiltà del passato e una rapida analisi dell’animo umano sono sufficienti a demolire. I Padri beati e glorificati si mostrano indifferenti all’aspetto storico del Cristo Salvatore, preferendo vedere in lui il Logos di prima dei secoli, la Sophia eterna. La sua vita terrestre, le sue azioni, le sue parole, essi le interpretano allegoricamente. Se voi riporterete la vostra mente in questa direzione, cari fratelli, comincerete a comprendere che cosa significhi “imitazione della natura di Dio”.-
Intervenni allora in questi termini:
– Voi non pensate, venerabile vecchio, che la Chiesa possa essere condotta, pur restando fedele all’essenziale del suo messaggio, a modificare i suoi modi in funzione dei cambiamenti d’epoca o ad adattarsi alle diverse circostanze?
La risposta del Vecchio non si fece attendere:
– Sapete che cosa fa che si rispetti la Santa Chiesa Ortodossa? È il fatto che essa non si lascia manipolare o influenzare. La Chiesa non ha da adattarsi a delle “novità” che domani si riveleranno scadute e saranno rimpiazzate da altre, né a riformarsi, quando siamo noi a dover essere riformati da essa, né a conformarsi allo spirito del mondo, né a consultarlo, quando lo spirito del mondo non è altro se non l’emanazione delle tenebre traviate. Essa non ha da subire i condizionamenti e le seduzioni fìlosofìche, politiche, scientifiche di questo mondo destinato a scomparire come l’erba dei campi. Essa che i Padri dicono superiore alla prima Creazione, non ha da aprirsi al mondo; ma chiunque vi entri deve lasciare questo mondo ed il suo principe alla porta, se essi rifiutano di entrarvi attraverso la penitenza e la mortificazione dell’impudicizia, della cupidigia e della superbia… Prendete l’esempio della cosiddetta “giustizia sociale” elargita sulla terra: resterà un’illusione finché l’uomo non avrà trovato Dio nel suo cuore. Ogni altro atteggiamento è l’inizio della decomposizione.
Padre Cirillo riprese dopo alcuni istanti:
– Ci viene rimproverato un eccessivo rigore, un rifiuto di adattamento. Ma a che cosa porta l’alleggerimento delle Quaresime? Alla loro totale scomparsa. A che cosa l’accorciamento delle preghiere? Al loro rimpiazzo con delle officiature sacrileghe. A che cosa il conformarsi al secolo? Allo spopolarsi delle Chiese e alla caduta delle vocazioni. Più le Chiese dell’Occidente si ingegnano a inventare dei metodi nuovi per attirare la gioventù, più questa perde la fede!
– Qual è allora la missione della Chiesa?
– Trasmettere la fede degli antenati e dei Padri Teofori, una fede integra e pura. Anche se ciò un giorno potrà dispiacere ai potenti e suscitare delle persecuzioni tali che quelle dell’Impero Romano non sono nulla al confronto. L’Ortodossia è precisamente la fedeltà alla Tradizione, una tradizione più limpida del cristallo, sigillata da Dio, non soggetta a varianti; essa ha il senso di una continuità perfetta, senza diminuzioni né aggiunta di una sola parola, di una sola lettera. San Giovanni Damasceno il Sublime ha detto: “Noi non cambiamo i confini che i nostri padri hanno posto, ma conserviamo la tradizione come noi l’abbiamo ricevuta.” E San Marco di Efeso il Divino: “Nessuna concessione è permessa quando si tratta della nostra fede.” Così conserviamo nei vasi di argilla della nostra indegnità il deposito intatto e inalterato.
– Ma allora, venerabile padre, in definitiva che cos’è la Tradizione?
– È la trasmissione delle realtà spirituali e segna la continuità di una conoscenza uscita dagli inizi del mondo, dal Paradiso. Questa Tradizione è la fede data dal Dio-Uomo, Nostro Signore Gesù Cristo, ai suoi Apostoli e insegnata dalla Chiesa alle generazioni. Essa è inoltre l’immensa e immemorabile eredità che costituiscono la Bibbia, il Credo, i decreti conciliari, gli scritti dei santissimi Padri, bocche d’oro del Verbo, i trattati dottrinali e canonici, i libri liturgici, le sante icone, la Divina Liturgia.
– Voi non riconoscete l’autorità di tutti i Concili?
– I sette grandi e santi Concili ecumenici hanno posto i fondamenti definitivi di tutta la Chiesa; ad essi ci sottomettiamo con fede e pietà. Essi hanno normativamente precisato il messaggio cristologico della Chiesa, il mistero del Cristo vero Dio e vero Uomo, l’unità assoluta di Dio inseparabile da una diversità non meno assoluta, le Ipostasi, l’unione in Cristo delle due nature, la maternità di Maria, la “sinergia” tra la grazia divina e lo sforzo umano, la venerazione delle immagini, pegni dell’incarnazione e della metamorfosi della materia in Spirito… I Concili che sono seguiti non hanno apportato nient’altro ovvero hanno smorzato la serie delle deviazioni e delle alterazioni della Verità, sorgente di vita… Questo settenario simboleggia i sette sigilli dello Spirito, i sette pilastri della fede del Verbo sui quali si fonda la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica… Ora, ciò che dissero i Padri, lo diciamo anche noi…
– Tuttavia non tutti i Patriarcati ortodossi si mostrano refrattari a delle influenze moderne…
– Malgrado alcune spiacevoli eccezioni, dovute a carenza di dottrina e di informazione, la Santa Ortodossia si rifiuta di scendere a patti con l’apostasia del mondo attuale, regno dell’Anticristo.
Quindi padre Cirillo martellò questa frase che per lui era definitiva :
– La civiltà dell’Anticristo non è altro se non la disumanizzazione dell’uomo.
Non potevamo concludere qui ; allora il mio amico domandò:
– Venerabile padre, che cos’è l’Anticristo ?

Padre Cirillo non rispose subito, forse era stupito per la nostra ignoranza, o forse esitava di fronte ad un tale argomento. Infine :
-Figlioli cari, l’Anticristo è colui nel quale l’umanità vedrà il suo più grande benefattore e che sarà il suo peggior nemico. È per la sua venuta che lavorano i senzadio e numerosi cristiani incoscienti delle conseguenze più remote, persone che sposano con candore le tesi materialiste e sotto il pretesto del Vangelo seguono dei “pastori-lupi”, veri strumenti della potenza delle tenebre.
– L’Anticristo, continuò, non vuole abolire la religione, auspica di prenderla al suo servizio. Ma per far ciò deve abolire la fede in Cristo, quella fede che il Signore stesso farà tanta fatica a trovare al suo ritorno, come ha detto. La strategia dell’Anticristo è di far per prima cosa dimenticare tutto ciò che permette all’uomo di elevarsi verso l’Infinitamente Vivente e di sostituirlo con delle comodità tecnocratiche, dei divertimenti, delle sicurezze sociali, spazzatura agli occhi di Dio. Suo interesse è di far credere che il pane domandato nel Padre Nostro sia unicamente il “pane quotidiano” di cui sarebbe il distributore, allorquando si tratta del pane sopraessenziale e cioè dello Spirito Santo. Il suo interesse è di sopprimere le personalità umane per rimpiazzarle con degli individui, una massa amorfa, anonima e irresponsabile di cui egli soddisfa gli istinti immediati seducendola con l’aiuto di slogan idealisti… Come un mendicante il Signore Gesù ha avuto l’ultimo posto alla tavola di questo mondo, quando i primi seggi sono riservati ai politici, agli intellettuali, agli sportivi, ai banchieri per farli acclamare da migliaia di giornali e di libri che ogni giorno bestemmiano la maestà divina. Il Cristo, nostro maestro, è ignorato, deriso; ai suoi templi succedono quelli della cultura deicida.
– Si è detto che il Monte Athos sia il baluardo contro l’Anticristo. È vero, padre santo ?
– Di tutta l’Ortodossia è vero che la Santa Montagna è la guardiana più rigorosa della Tradizione cristiana, avendo trapassato col suo sperone tutte le vicissitudini della storia umana: è sopravvissuta alla caduta dell’impero bizantino, è sfuggita all’ingrandirsi dell’Islam, ha rifiutato la tiara di Roma e la falce di Mosca, combattendo incessantemente tutte le eresie dell’Oriente e dell’Occidente.
– Ma, soggiungiamo, fra tutti i Cristiani di oggi voi siete un’infima minoranza a pensarla così…
– La maggioranza può essere solo una moltitudine di persone che si evita di informare e che giudicano su tutto senza saperne niente. Una persona più Dio, ecco la maggioranza!… La Chiesa, che non ha mai ricevuto la promessa di una vittoria sulla terra, esisterà fino alla fine, anche ridotta a un piccolo gregge… Io so, fratelli cari, che dappertutto si dice che noi siamo solo un ammasso di monaci pidocchiosi, fanatici ed ignoranti, quando invece non siamo qui per altro se non per testimoniare la gloria dell’Onnipotente anche con la nostra sporcizia e la nostra ignoranza. Si dirà ben presto di noi che siamo una setta, mentre l’accumulo di tutte le eresie ammassato in venti secoli passerà per verità!… Ma noi accettiamo di essere odiati dagli uomini, visto che noi non siamo mai separati dall’Amore tra Dio e l’uomo e tra l’uomo e Dio. Sì noi apparteniamo al piccolo resto di cui parla San Paolo, che non si è inginocchiato davanti a Baal. Noi sappiamo con Bastilo il Grande che “non è la moltitudine che sarà salvata” e con Niceforo il Confessore che “se anche un piccolo numero resta attaccato alla pietà ortodossa, è questo che costituisce la Chiesa”.
– Voi ci fate pienamente capire, venerabile Padre, l’irremovibile attaccamento dell’Ortodossia alla tradizione. Purtuttavia, molto curiosamente, vi è in essa a fianco dell’aspetto ieratico immutabile, un lato molto vasto modernissimo che l’Occidente ignora. Pensiamo per esempio all’uso delle lingue parlate nella Liturgia, alla scelta del Vescovo da parte del popolo o al matrimonio dei preti.
– Non sono questi due aspetti, uno antico e l’altro moderno; è la tradizione tale e quale è sempre stata. L’uso obbligatorio del latino in tutta la Cristianità occidentale l’ha rigidifìcata, uniformizzata sopprimendo arbitrariamente la diversità delle manifestazioni liturgiche… Il matrimonio dei preti è sempre esistito nel Cristianesimo ortodosso nel quale non si è mai confuso l’ordine sacerdotale con l’ordine monastico. Al Concilio di Nicea, un grande asceta egiziano, S. Pafnuzio, ricordò la castità spirituale dell’amore coniugale e l’intera compatibilità tra sacerdozio e matrimonio. Questo come quello sono oggetto di sacramento… Discreta e devota, la moglie del prete è la madre di tutti i fedeli; e tra noi ci sono generazioni di preti, come ce ne sono di musicisti… Ma è una cosa che l’Occidente ha dimenticata, come ha dimenticato anche la “ruminazione” personale delle Scritture, la vivificazione del Nome e molti altri punti.
– Voi ne volete molto, santo vecchio, all’Occidente. La Chiesa non è, nonostante gli errori, “cattolica” nel significato più largo del termine?
– È proprio qui che sta la confusione che assimila abusivamente il termine cattolico nel senso di “universale” col termine “romano” che serve solo ad indicare il luogo dove stava Cesare, l’imperatore romano. Così, nello stesso modo si assiste sia ad una dissoluzione del sacro negli impegni esteriori, sia alla riduzione della Chiesa alle strutture gerarchiche ed autoritarie. Da qui l’espressione peggiorativa “semplici fedeli”; da qui il fatto che la specie del Vino venga riservata ordinariamente ai chierici. Quando quelli dell’Occidente parlano di Chiesa intendono molto di più con questo termine una gerarchia disciplinare che il Corpo Mistico.
– Voi parlavate proprio ora, venerato Padre, dell’uso del latino esteso all’insieme dell’Occidente cristiano. Eppure questa lingua soprattutto ha cementato fra loro le nazioni cattoliche ed ha consacrato l’unità romana di fronte ad una certa anarchia ortodossa.
– Voi prendete per anarchia, cari fratelli, una certa diversità pentecostale… L’unità romana è soprattutto di ordine giuridico, amministrativo e astratto tendente al centralismo. L’unità ortodossa, al contrario risiede nella fede comune a tutte le chiese autocefale; è un’unità interiore, dottrinale e sacramentale, quella di tutte le prime comunità cristiane che si aiutavano tra loro pur restando libere l’una dall’altra, nel mutuo rispetto delle lingue e dei costumi nazionali. È l’unità nella diversità, una sinfonia, non un monologo.
– Voi ritenete dunque l’Occidente responsabile dell’attuale crisi del cristianesimo ?
– Ahimè sì! Totalmente… Sua maestà l’Uomo d’Europa ha fondato la religione dell’uomo esiliando il Dio-Uomo nel cielo.
– E come è stato possibile ciò?
– L’Umanesimo uscito dall’antico paganesimo ha proclamato l’uomo Divinità suprema. Nel suo orgoglio l’uomo europeo si è preteso Dio, si è voluto misura di tutte le cose, ha negato tutto ciò che lo supera o che non può comprendere alla luce della sua ragione. Se ammette ancora il Cristo, lo fa in quanto uomo, non in quanto Dio supremo. È una macchia nell’occhio della Chiesa, una cattiva dottrina che si chiama Arianesimo… Il Cristo è vero Dio consustanziale al padre; ecco perché è Salvatore, Redentore e Signore. Negando la consustanzialità l’Arianesimo priva Dio della Sua divinità. Pretende di spiegare Dio con la sola intelligenza umana decaduta. Ora “un Dio spiegabile cesserebbe di essere Dio” dice Sant’Atanasio, vera lingua di fuoco dello Spirito Santo. La logica è incapace di comprendere l’incomprensibile, di raggiungere l’irraggiungibile. E oggi il pensiero moderno riducendo tutto all’uomo, compreso il Tutto, ha risuscitato l’Arianesimo nella sua gloria… Tutta la cultura occidentale ne è impregnata; da qui la lotta contro lo Spirito, la “pneumatomachia” che essa combatte vigorosamente con le armi del positivismo e del relativismo. Di qui il fallimento contemporaneo.
– La ragione può servire a provare l’esistenza di Dio. Sant’Anselmo, per esempio?
– Dio si prova da Se stesso, con la sua creazione, la Sua rivelazione e la Sua incarnazione. Anselmo comincia a voler provare Dio con deduzioni e argomenti ontologici: la Scolastica, figlia dell’aristotelismo arabizzato, è nata scegliendo per guida la ragione che essa preferisce allo Spirito Santo. A sua volta poi nasce il razionalismo dal quale nasceranno il Protestantesimo, l’individualismo e il suo libero arbitrio, il rigetto della metafisica, la critica dei testi e lo scientismo. Parallelamente a questo Occidente dualista, il mondo greco, nato da Platone e da Plotino, svilupperà, sotto il soffio biblico un cristianesimo tutto penetrato di misticismo e di poesia. L’Occidente opterà per la “cultura” religiosa prima, poi profana; l’Oriente conserverà le “cose che sono al disopra di noi”, la conoscenza profonda.

La notte ci aveva lentamente avvolti di drappi trapunti di stelle. Era come l’immagine di quella Conoscenza divina che nasconde un’Ortodossia ripiegata sui suoi tesori nascosti. Forse Padre Cirillo non ci diceva tutto. Noi sapevamo che Ireneo, Basilio di Cesarea, Gregorio Nisseno, Dionigi l’Areopagita, Evagrio Pontico ed altri fanno allusione nelle loro opere ad una tradizione orale e segreta proveniente dal Cristo e trasmessa attraverso gli Apostoli. Noi ci ricordavamo che il Cristo aveva proibito di dare le perle ai porci e, se molte fasi della celebrazione dei “tremendi misteri” si svolgono dietro ad un velo, ciò deve corrispondere a qualcosa. Noi però ci accorgevamo che proprio nel momento stesso in cui perdeva queste cose misteriose, l’Occidente aveva perso il senso stesso delle cose di cui parla e che la sua caduta era molto più grave di quanto la si immagini.
Noi però ci arrestammo alla soglia di questa vertigine. Il beato Esichio ci dettava la nostra condotta: le conversazioni più elevate non sono che chiacchiere se si prolungano troppo.

* * *

Le parole di padre Cirillo non avevano mancato di turbarci, di distruggere in noi tante false certezze. Curiosi di saperne di più ci affrettammo ad andare nuovamente a trovare il vecchio l’indomani sera nello stesso posto. Stava com’era suo costume, si dimostrò con noi paziente e cortese. Cominciammo a domandare a Cirillo che cosa differenziasse di più l’Ortodossia dalle eterodossie. Padre Cirillo si segnò e cominciò così:
– Noi Ortodossi non abbiamo rifiutato l’Epiclesi (invocazione allo Spirito Santo che opera la trasformazione dei santi doni del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore, abbandonata dalla chiesa latina per polemica contro gli ortodossi N.D.T.), ignoriamo gli azzimi, le indulgenze, i meriti surrogatori, la casuistica; ignoriamo l’opposizione tra Natura e Grazia, la distinzione tra Natura e Soprannatura. Così per noi le dispute tra Papisti e Luterani non hanno alcun senso.
Ma rivelò che le tre ragioni di disaccordo si trovavano altrove. E da principio la famosa questione del calendario.
– Il nostro calendario giuliano ritarda di tredici giorni rispetto al calendario civile di Gregorio di Roma. Ora che cos’erano i riformatori del sedicesimo secolo di fronte agli astronomi della chiesa di Alessandria? Degli ignoranti che hanno soltanto voluto distruggere il calendario pasquale ortodosso per compiacere ai gesuiti i quali volevano rompere definitivamente con noi spostando la data delle feste. E anche in Italia questa riforma fu considerata una “bambinata”. Il nostro calendario è forse inesatto astronomicamente, ma lo è anche l’altro, tanto che alcuni scienziati oggi lo vorrebbero correggere. L’errore di calcolo della nostra Pasqua non supera le tre ore in millenovecento anni ed il nostro calendario è il calendario lunare della Bibbia. Cosa abbiamo da occuparci oggi di ciò che sarà tra mille anni quando non sappiamo nemmeno se domani saremo vivi? Il nostro calendario è il calendario lunare della Bibbia; è secondo questo calendario che il Signore è nato, è vissuto ed è morto per resuscitare il 16 di Nisan. Ora, dice San Giovanni Crisostomo, “né gli angeli né gli arcangeli devono cambiare ciò che è stato prescritto da Dio”. E’ questo calendario che è stato vissuto “sempre, dappertutto e da tutti” ed è questa fedeltà al calendario biblico che ci ha provocato calunnie e persecuzioni, da quelli stessi che pretendono di seguire la Bibbia!
Uno di noi domandò:
– Non vi sono anche considerazioni legate alla Pasqua giudaica?
– È regola in questo calcolo di non festeggiare la nostra Pasqua insieme con quella dell’antico Israele, né prima di quest’ultima, ma la domenica che segue il plenilunio nel momento dell’equinozio di Primavera. Cosa che non accade sovente nel nuovo calendario! Il nuovo calendario è un’invenzione diabolica!
– Ma, soggiungemmo, venerabile Padre, il calendario gregoriano non si basa su dati scientifici?
– Noi non abbiamo a che fare con le questioni scientifiche. La Chiesa si pone al di sopra di questo tempo astronomico che sarà abolito. Non si tratta di considerare i giri che la terra descrive intorno al sole, ma il ciclo liturgico della Chiesa terrestre che riflette la Liturgia celeste, segno del sigillo dello Spirito Santo. Eterna nella sua natura la Chiesa è per la grazia al di sopra del tempo.
Un secondo punto di disaccordo: il filioquismo.
– Se ne sente sovente parlare, dissi, senza sapere mai di che cosa si tratti veramente.
– “Lo Spirito Santo procede dal Padre”, afferma il Simbolo di Nicea. Ora, dal sesto secolo, gli Spagnoli ed i Franchi aggiunsero “e dal Figlio” (Filioque). I papi resistettero a lungo e mantennero la prima formula ereditata dai Padri. Giovanni VIII pensava ancora che doveva essere gettato fuori dalla confessione cristiana chiunque avesse aggiunto o tagliato via qualcosa al grande e venerabile Credo. Leone III rifiutò l’aggiunta che voleva imporgli Carlo Magno con argomenti teologicamente assurdi. Ma alla fine del decimo secolo il cesaropapismo degli Imperatori germanici finì con l’imporsi. Al momento della sua incoronazione a Roma, Enrico II impose al Papa una messa che menzionava il “Filioque”. Due secoli dopo il Concilio di Lione renderà obbligatoria la dottrina eterodossa del fìlioquismo introducendo così anche ufficialmente due principi nella divinità. Una volta ancora in Occidente lo spirituale si inchinava davanti al temporale… L’Oriente invece si opponeva fin dall’inizio a questa innovazione arbitraria e rifiutò di subordinare unilateralmente la persona dello Spirito a quella del Figlio: l’una e l’altra infatti procedono insieme dal Padre. L’Ortodossia fa osservare da una parte l’interdizione dei Concili Ecumenici di portare qualunque modifica al Credo senza la riunione di un altro Concilio, dall’altra la falsità del fìlioquismo che distrugge l’equilibrio tra le tre Persone ed introduce una concezione erronea del ruolo dello Spirito Santo nel mondo. Ecco perché il Patriarca Fozio lo condannò come eresia.
– Ma non era una di quelle discussioni teologiche senza grandi conseguenze sul divenire attuale della Chiesa?
– Cari amici, non ci sono nella nostra fede cose importanti e dettagli inutili!… Togliete una sola pietra e l’edificio sprofonda. Le conseguenze del Filioque sono state catastrofiche. La Scolastica dei latini insistendo più sull’unità di essenza che sulle persone trinitarie ha fatto di Dio un’astrazione, una deità impersonale; ed è già in germe il Dio dei “filosofi”. Il Filioque confonde le persone, distrugge la delicata antinomia dell’unità e della diversità, accentua l’indivisibilità a detrimento dell’aspetto trinitario e così facendo porta con sé l’istituto monarchico del “Vicario di Cristo” e la sua priorità sulla libertà nello Spirito e sul sacerdozio universale. La Chiesa d’Occidente è diventata un’istituzione di questo mondo, un potere temporale; in seno a questa Chiesa l’unità ha distrutto la diversità donde l’eccesso di centralizzazione e di autorità. Pian piano la volontà dei Pontefici romani sarà di trasformare un primato morale, una presidenza di onore in un potere giuridico e autoritario. La riforma gregoriana dell’undicesimo secolo preparò da ben lungi l’infallibilità papale”.
– È dunque principalmente la questione del “filioque” che provocò la separazione di Costantinopoli da Roma?
– La questione dogmatica del “filioque” contribuì alla separazione; ma è la questione del Papato che completò lo scisma del 1054. È a partire da questa data fetale che i Papi si arrogano autorità anche in oriente, si costituiscono capi di tutte le Chiese: è il potere assoluto diventato ipostatico. Una concezione feudale della chiesa si sviluppò in occidente e i Crociati vennero a distruggere Tessalonica e Costantinopoli; una devastazione tale che la conquista musulmana ne impallidì più tardi. Il Papa di Roma assunse da allora un ruolo da autocrate imperante anche sui capi secolari; la Chiesa dell’Occidente si centralizzò, mentre la nostra restava collegiale. Dei concetti giuridici dominarono il latinismo papale, mentre la nostra teologia si fece adorazione. I differenti punti di vista si distanziarono sempre di più. I Latini videro nel Dio Uno e Trino l’unità di Dio, noi l’armonia triadica delle Persone. Nella Crocifissione gli uni videro la morte del Cristo, – da cui nascerà più tardi l’impostura della “morte di Dio” – gli altri la vittoria di colui che è assise sul trono della gloria cherubica… Gregorio VII aveva già completamente cambiato le strutture ecclesiali. Egli fece dei vescovi i semplici rappresentanti del Papato, separò la Chiesa tra chierici e laici, docenti e discenti, cosa che preparò la lotta tra clericalismo e laicismo. Predisse anche la dannazione a coloro che non avessero obbedito al papa. Durante questo tempo il gregge ragionevole del Cristo si ripiegava su se stesso, mantenendo la sua fedeltà senza compromessi e la sua verità interiore, conservando gelosamente quella fede che fece germogliare in lui la pianta profumala dell’umiltà.
Tutto questo non era lontano dal provocare la nostra conseguente adesione, ma noi desideravamo sapere l’esatta posizione dell’Ortodossia sulla questione del papato. Padre Cirillo ci rispose :
– Per noi Pietro ha il primato tra gli Apostoli; il potere delle chiavi è stato affidato ai dodici che sono come altrettante “pietre”. A Gerusalemme gli Apostoli decidevano tutto in comune e all’unanimità, insieme e nello stesso luogo essendo col Cristo stesso solo a capo della Chiesa. Gli Apostoli sono i padri dei Vescovi;
– Pietro è il “primus inter pares” primo tra eguali. Ogni vescovo nella sua diocesi è l’immagine vivente del Signore. Per noi l’errore ecclesiologico di Roma è stato di trasformare la sua autorità e il suo lieve diritto di arbitrato in un potere supremo che dà al Papa il diritto di designare i vescovi di tutte le Chiese: la “Presidenza nella carità” è diventata supremazia di potere e di giurisdizione. Il primato accordato a Roma in quanto città ove i Santi Pietro e Paolo “corifei degli Apostoli” furono martirizzati e in quanto capitale dell’impero, non diminuisce in nulla l’uguaglianza fondamentale tra i vescovi. Si può notare che il potere politico esercitato dal vescovo di Roma non è mai stato permesso dai santi canoni. E’ impossibile per un chierico mescolare funzioni temporali con le sue funzioni ecclesiastiche. Il Dio Amico degli uomini ha insegnato che “nessuno può servire due padroni”: e ha anche detto “il mio regno non è di questo mondo”: Lo stesso uomo non può portare il gladio e la croce : la nostra coscienza ortodossa geme davanti a questo spettacolo…
– Ma l’infallibilità papale non è anch’essa un dogma ?
– Non lo fu prima del 1870 e non fu ammesso se non con molte resistenze da parte degli stessi Cattolici. Nulla nelle Sante Scritture afferma che Cristo abbia conferito a Pietro una qualsiasi infallibilità. L’Assemblea egli Apostoli ha come solo potere quello di comunicare i doni necessari alla vita ecclesiale ; analogamente i mèmbri della gerarchia che sono loro succeduti.
Un’altra domanda ci bruciava sulle labbra; mi decisi a parlarne :
– Se noi vi comprendiamo bene, carissimo padre, né voi né i vostri confratelli vedete di buon occhio gli attuali tentativi di riavvicinamento tra le Chiese…
– Cari figlioli, prima che ci possa essere una riunione di tutti i Cristiani, ci deve essere una totale concordanza nella fede. I non Ortodossi devono ammettere la tradizione nella sua pienezza e nella sua immutabilità. Finché non sarà acquisita l’unità della fede, non ci potrà essere vera riconciliazione, ancor meno intercomunione possibile.
– Ma in un momento nel quale delle forze tanto notevoli sono impegnate contro la religione, non conviene sopprimere lo “scandalo della divisione” lasciando da parte ciò che separa i Cristiani per vedere ciò che li unisce ?
– Nell’ecumenismo nessuna Chiesa afferma di avere la verità totale; ciascuna si dichiara depositaria di lembi di verità. Ognuna dunque confessa di non avere la verità e cerca di ritrovarla con altre Chiese le quali dicono anch’esse di averla perduta. L’ecumenismo è dunque l’amalgama, la fusione della Verità con tutti gli errori possibili; è il contrario della Chiesa una… Che cosa potranno dare delle confessioni parziali o erronee come contributo all’Ortodossia e quale contributo potrà dare l’Ortodossia a delle confessioni che pretendono di dialogare alla pari con essa ?… Ogni progetto di riunificazione che non ha per fondamento la Verità totale, non è conforme al piano divino; resta illusorio, fatto da mani umane, e pertanto porta in sé la propria fine.
Noi insistemmo :
– Un dialogo fraterno non è forse più utile di una battaglia a colpi di anatemi ?
– Dialogare con queste Chiese, vedete, non è neppure concepibile. La Chiesa Ortodossa non è un club di pensatori, di sociologi, di filologi, di falsi profeti eloquenti e seduttori. Essa è l’Arca della Fede, sbattuta senza sosta dalle onde dell’apostasia. Serpenti dalla testa di colombe, coccodrilli con le penne di pavone la minacciano; ma il Signore la custodisce fino agli ultimi giorni… Come volete, per esempio, pregare con coloro che non sanno più né come né chi pregare, o che pregano senza digiunare, o che hanno negato il valore della preghiera ripetuta, o che vogliono piegare il contenuto delle preghiere in un senso ariano traducendo “consustanziale” con “della stessa natura”?
– Al rigore dottrinale dei tempi antichi non può succedere la comprensione dell’altro e l’amore?
– Non bisogna confondere l’amore vero con quel sentimentalismo che presiede a tanti colloqui… Che cos’è l’amore vero? Quello che non consiste nel mantenere il silenzio su ciò che ci separa, ma nel confessare coraggiosamente la Verità che sola può di nuovo unirci tutti. S. Fozio, vera colonna dell’Ortodossia, l’ha scritto in lettere d’oro : “Dire la verità è il più grande atto di carità”. Questa Verità è stata data una volta per tutte. Non dobbiamo “camminare con i nostri tempi” sotto il pretesto di amare i nostri fratelli, se questo cammino deve condurre alla distruzione della verità e a quella dei nostri fratelli.
– L’ecumenismo non sarebbe dunque altro se non una deviazione in più?
– Molto di più, è una pan-eresia nella quale ogni singola eresia costituisce una bestemmia contro lo Spirito Santo. Le innovazioni e le iniziative degli ecumenisti formano un vasto oceano che ogni giorno fa schiumare la sua vergogna… Se i dogmi dei Santi Padri, glorificati dalla Chiesa, vere “trombe dello Spirito”, sono disprezzati, se le tradizioni apostoliche sono ogni giorno beffate, la navicella della Chiesa non potrà che andare a picco. L’ecumenismo è sotto il peso di tutte le condanne lanciate dai Concili. Ecco che cosa dicono gli Athoniti… ma diciamo di più. Volendo la revisione dell’Ortodossia, il suo allineamento al pensiero dei tempi, il suo compromesso con la menzogna, la sua secolarizzazione ed il suo livellamento, il Nemico del genere umano vuole anche il suo sradicamento. Per la sua propaganda Egli dispone di mezzi considerevoli, di enormi risorse finanziarie e degli organi di stampa. Noi abbiamo solo le nostre preghiere. Noi sappiamo che un complotto tipicamente luciferino viene tramato contro la nostra Chiesa, dall’esterno e dall’interno; si presenta la storia del cristianesimo in una maniera alterata con lo scopo di far passare l’eterodossia per verità. E quando una parte dell’Ortodossia si rende complice di queste manovre, è la sua distruzione ed il suo suicidio. Così noi che preghiamo piangendo Iddio di conservarci tra i suoi figli, non ci presteremo mai a questo crimine e non rinnegheremo né nostro Padre, né nostra madre. Noi abbiamo un solo motto : Ortodossia o morte. Noi abbiamo un solo modello : quello degli ieromartiri il cui sangue illumina la Chiesa.
Gli argomenti di Padre Cirillo erano di una innegabile solidità dottrinale. Ciononostante tentammo un ultimo assalto :
– Nello stesso modo per cui, santissimo Padre, le religioni differiscono tra loro a seconda delle mentalità e delle sensibilità dei popoli, non si potrebbe supporre che le confessioni differiscano per le stesse ragioni e che, per esempio, il cattolicesimo romano sia più portato all’azione e l’Ortodossia bizantina alla contemplazione ?
– Dualismo!…, esclamò il Vecchio. L’azione suprema è contemplazione suprema… Se i cristiani di Occidente volessero considerare bene la pienezza dell’Ortodossia con il coraggio e l’onestà intellettuale necessari, vedrebbero che non c’è che una sola soluzione: non cucire insieme dei pezzi di diversa origine, né ispirarsi alla Chiesa d’Oriente rubandole qualche inno e qualche icona, ma riconoscerla come unica detentrice dell’unica Verità.
– E dunque convertirvisi ?
– Fare penitenza, discendere nelle acque battesimali, ricevere la crismazione… Agendo così cesserebbero di affondare il loro pugnale nel petto della loro Madre. Dio sia il loro giudice !…
– Ma noi non siamo né greci, ne russi…
Il Padre ebbe uno sguardo di stupore :
– Ritornare alla fede ortodossa è solo ritornare alla fede dei nostri antenati!
– E come ?… domandammo noi.
– Prima del 1054 di detestabile memoria l’Europa occidentale era anch’essa ortodossa. Fino al quinto secolo la liturgia vi era spesso celebrata in greco (e di ciò vi restava il Kyrie eleison). Un Sant’Ilario di Poiters difendeva l’Ortodossia a fianco di un Sant’Atanasio d’Alessandria contro il papa Liberto ; una Santa Genoveffa di Parigi è salutata dall’estremo del deserto siriaco da San Simeone lo Stilita, un San Cassiano portava in Gallia il monachesimo di San Pacomio… le Chiese erano Chiese locali. La Chiesa di Celtia (Irlanda e Bretagna) professava con San Patrizio e San Colombano un cristianesimo della più stretta ortodossia. La Chiesa di Spagna aveva la sua liturgia mozarabica… Il popolo si comunicava sempre con le due Specie ed esercitava il “sacerdozio regale”. I preti potevano essere sposati, come san Pietro stesso, Sant’Ilario, San Gregorio di Nissa, San Paolino di Noia… Vestigia di Ortodossia sussistono nell’arte merovingica, nelle città di Venezia e di Ravenna così come in quelle di Marsiglia e di Narbonne… Ma Papisti e Luterani hanno sommerso tutto… E’ ritrovando questa Chiesa primitiva indivisa che l’occidente ridiventerà terra cristiana. Allora forse l’Europa, acropoli del potere e della cupidigia, del piacere e della scienza, donde sono uscite due guerre mondiali e una quantità di altre guerre, riscoprirà che il Cristianesimo non è un’arma di prestigio e di propaganda, ma la via della salvezza. E questa via ella salvezza è una generalizzazione ; il Salvatore ci esorta ad “essere perfetti come è perfetto il padre celeste”. Allora forse il materialismo apostata sarà battuto come un polipo sugli scogli della spiaggia.

Su queste parole terminò il nostro secondo incontro con Padre Cirillo. Egli ci aveva fatti penetrare in un universo che non avevamo supposto, in quanto eravamo soltanto sensibili fino ad allora ad una sorta di esotismo religioso. Una vera rivelazione ci era stata fatta, che doveva farci rimettere in questione le nostre opinioni pretenziose ed in più ignoranti. Un’altra religione era sorta ai nostri occhi, con la quale quella che ci era stata insegnata non aveva che un rapporto lontano. Ma allora, se l’Ortodossia era il vero Cristianesimo, che ne era del nostro?

* * *

A legger questi pochi appunti di una sera, alcuni potranno esser colpiti, irritati o delusi. Non si poteva edulcorarli. Che essi li meditino lo stesso, lasciandone da parte ogni riflesso. Essi vedranno dapprima come noi che gli Athoniti non sono così poco intellettuali o dotti come ci avevano detto. Quanto all’accusa molto allettante di settarismo essi si dovrebbero domandare da un lato se un settarismo che difende la verità cristiana non è meglio di tante ideologie di morte, e se anche difendere una tale verità possa essere qualificato di settarismo; dall’altro canto, se la “larghezza di vedute” che vi si oppone, non corra il rischio di diventare settarismo a sua volta, nella misura in cui tratta da settario tutto ciò che non le appartiene.
La notte aveva oscurato burroni e vallate. Il piccolo chiosco turco fluttuava come una nave sull’oceano delle brume. Padre Cirillo si era taciuto. Noi saremmo partiti presto l’indomani ; sapevamo che non lo avremmo mai più rivisto su questa terra. Prima di separarci, gli domandammo di pregare per noi e gli baciammo la destra.

Tratto da: Jean Biès, Athos Voyage a la Sante Montagne,
Paris, Dervy Livres (traduzione di Daniele Gandini)

La Chiesa dei nostri Padri

del Vescovo Silvano (Livi)

Introduzione

Mi sono trovato molte volte nella situazione di dover parlare del Cristianesimo Ortodosso a chi ortodosso non è o a chi, più semplicemente, travolto dal vortice della nostra società che sempre di più si dimentica di Dio e di Gesù Cristo, non si sente più nemmeno cristiano, eppure – per quella insaziabile sete di Verità che è nel cuore di ogni uomo e che neppure la scristianizzata società di oggi riesce a spegnere totalmente – non ha rinunziato ad una ricerca di una dimensione spirituale della vita e del mondo.

Queste persone rimangono sconcertate quando io, cristiano ortodosso, dico loro con semplicità:

  1. che solo Gesù Cristo ha la vera risposta alle inquietudini del cuore umano e che quindi soltanto nel cristianesimo egli può trovare pace interiore, la meta delle sue ricerche e l’appagamento dei suoi desideri.
  2. che soltanto nella Chiesa Ortodossa oggi si è conservato integralmente e senza alcuna modificazione l’autentico insegnamento di Gesù Cristo e dei suoi Apostoli e che tutte le altre confessioni cristiane – per vari motivi storici ed a causa dell’orgoglio degli uomini – lo hanno, più o meno, alterato.

Queste due affermazioni non possono non lasciare sconcertato l’uomo di oggi abituato a dubitare di tutto e di tutti, che si domanda se poi davvero esiste la Verità, e poi – ammesso che esista – perché questa verità debba essere in possesso della Chiesa Ortodossa che, a suo parere, sembra strana, ferma nelle sue tradizioni e nei suoi riti, forse un po’ pezzo da museo…

Allora io, cristiano ortodosso, monaco-sacerdote, ho il dovere di rendere ragione delle mie certezze dialogando con tutti con serenità e semplicità, rispettando tutti, ma insieme senza venir meno alla fede per la quale io so che Dio, nonostante la mia debolezza ed il mio peccato,mi ha donato se stesso attraverso Gesù Cristo e, nella sua Chiesa, la Chiesa Ortodossa, mi ha donato la Verità tutta intera. Questo non è orgoglio, né integralismo: la Verità infatti non è mia, non l’ho trovata con le mie forze, anche se con tutte le mie forze l’ho cercata, la Verità mi è stata donata, ed a questo dono corrisponde il dovere ed il compito di portarla a tutti quelli che incontro sul mio cammino.

Quando poi, dialogando con chi mi chiede spiegazioni della mia fede e, spesso, anche qualcosa da leggere, mi sono accorto che in commercio non esistono libri facili, non destinati a chi non si intende di teologia o che, almeno, ha una certa cultura su cose religiose. Questo breve scritto vuol essere un rimedio a questa mancanza.

Chi mi legge dovrà fare un atto di fiducia. Infatti, per non rendere questo libretto pesante e lungo, non ho potuto riportare le fonti delle mie affermazioni: per cui chi mi legge dovrà fidarsi che ciò che affermo si può sempre giustificare, e, se poi vuole approfondire, potrà fare riferimento a libri più specialistici tra i quali consiglio anzitutto quello di P. Evdokimov, L’Ortodossia, oggi pubblicato dalla casa editrice “EDB” di Bologna. In questo libro si potrà trovare un discorso più articolato e complesso. Qui gli unici riferimenti sono quelli della Bibbia che sicuramente ciascuno di voi avrà in casa e quindi facilmente potrà andare a cercarli .

Chi mi legge deve sapere che sia io, sia qualsiasi altro sacerdote ortodosso in Italia, siamo sempre disponibili a fornirgli tutti i chiarimenti che desidera.

  1. Gesù Cristo ha la sola vera risposta alle inquietudini del cuore umano

Il Beato Agostino, uno dei Padri della Chiesa Occidentale, autore fra l’altro di un libro famoso – Le Confessioni – dove racconta la sua storia, che da una vita non proprio esemplare ma sempre segnata da una profonda ricerca della Verità, lo portò ad essere cristiano e vescovo, afferma che “il cuore dell’uomo è inquieto finché non riposi in Dio.

Ciascuno di noi può trovare una verifica sperimentale di questo dentro se stesso. Solo se per un momento ci lasciamo dietro il frastuono del mondo, i rumori, le musiche assordanti, i ritmi frenetici… anche nei momenti apparentemente più felici abbiamo la sensazione che qualcosa non va. Se ci sentiamo amati abbiamopaura di poter perdere l’amore, se siamo in salute sentiamo che lamalattia potrebbe essere in agguato dietro l’angolo, se possediamo qualcosa siamo perfettamente consapevoli del fatto che nulla in questo mondo è eterno… e poi, al termine di tutto, ognuno di noi sa, fin da bambino, che un giorno, presto o tardidovrà morire. Questa certezza della morte non ci abbandona nemmeno nei momenti in cui – per esempio nei momenti della giovinezza – dovrebbe essere più lontana… eccolo davvero il grande problema, allontanato, nascosto, sommerso, eppur sempre presente: la Morte. Ce la richiama il momento in cui una persona cara ci lascia, il momento in cui leggiamo sul giornale notizie di sciagure, il momento in cui un carro funebre incontra casualmente la nostra strada… Allora, se ci ascoltiamo dentro, comprendiamo che ogni risposta che sia capace davvero di eliminare le nostre inquietudini profonde e le nostre paure, che possa davvero mettere il nostro cuore in pace, deve essere una risposta che comprenda la morte, che dia una spiegazione alla morte, che ci indichi come superare la morte. Attento:tutte le risposte che non fanno i conti con la morte sono risposte illusorie, false, come tutte le risposte del mondo:

*la salute: è la risposta più comune: “basta che ci sia la salute” si dice comunemente, ma sappiamo tutti che la salute fisica non c’è sempre e che, con tutti gli sforzi che la scienza possa fare, non ci assicurerà mai l’eterna giovinezza e l’eterna salute, perché ilmale, il dolore fan parte della nostra natura umana e della realtà stessa del cosmo.

* Il denaro: è uno degli idoli più adorati del nostro tempo. Si lavora per la casa, la carriera, per aver sempre di più: ma a che serve tutto questo se una macchina ci può investire da un momento all’altro, una tegola cadere in capo, una malattia inaspettata fare la sua comparsa nella nostra esistenza e condurci rapidamente alla morte?

*gli affetti: l’amore forse è, tra le risposte del mondo, quella che più si avvicina alla verità… l’amore ci protegge, la vicinanza della persona amata ci fa sentire sicuri come si sente sicuro il bambino quando è vicino alla mamma… eppure anche l’amore è illusorio, perché anch’esso è contrassegnato dalla fine e dalla morte… a meno che…

*a meno che non ci sia un AMORE che duri per sempre.

Se esiste un Amore che dura per sempre allora non solo abbiamo trovato la risposta alle nostre inquietudini, qualcosa capace di dare un senso alla nostra vita, qualcosa capace di mettere il nostro cuore nella pace, ma abbiamo trovato anche qualcosa capace di dare un senso a tutti gli amori che incontriamo ed abbiamo incontrato nella vita: i veri amori intendo dire, non tutto ciò che oggi si scambia per amore. Tutti i veri amori, se esiste unAMORE che dura per sempre, in questo AMORE trovano il loro significato più vero e più profondo.

Ebbene: c’è un Amore che dura per sempre e questo Amore è Dio. Ce lo dice l’Apostolo S. Giovanni che nelle sue lettere, bellissime, che puoi trovare e leggere nel Nuovo Testamento, sulla tua Bibbia, chiama Dio con il nome di Amore. Dio infatti ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio Gesù Cristo nel mondo. Nel Nuovo Testamento, nella Lettera dell’Apostolo S. Paolo ai Filippesi (cap.2), troverai scritto che Gesù pur essendo Dio non ha esitato a condividere la nostra sorte di uomini e si è fatto obbediente fino a fare, Lui, l’Immortale, l’esperienza della nostra morte. Questo e il più grande atto dell’amore di Dio verso di noi.

Ma attento: cosa accade nel momento in cui il Figlio di Dio, che è Dio come il Padre, condivide la morte dell’uomo?

Vorrei che tu facessi lavorare per un momento la tua immaginazione: pensa ad una stanza tutta buia, in completa oscurità… Ora immagina che una lampada luminosissima venga introdotta in questa stanza… cosa è accaduto? Dov’è il buio? Dov’è l’oscurità?…

Ora, Dio è la Vita e la Vita è la luce degli uomini (lo puoi leggere nella tua Bibbia, al cap. I del Vangelo di S. Giovanni). Immagina la Vita che entra nella Morte, la Luce nell’Oscurità dell’Oltretomba! Che cosa accade? La Vita vince la Morte, la Luce vince l’Oscurità: è per questo che l’Apostolo Paolo può esclamare che la Morte ha perso il suo pungiglione, cioè non fa più paura, come uno scorpione che non ha più il mezzo per inoculare il veleno (1° Lettera ai Corinzi, cap. 15).

La Risurrezione di Cristo dai morti è la riprova che l’Amore di Dio non può essere sconfitto nemmeno dalla morte, anzi vince la morte. Per questo l’Amore di Dio è un amore che dura per sempre.

Dal momento della Resurrezione di Gesù Cristo la morte non ci fa più paura perché, se crediamo in Lui, Egli ci ha detto che è il primogenito dei morti e che, se siamo morti con Lui, resusciteremo anche con Lui, anzi, misteriosamente, siamo già risorti il giorno del nostro Battesimo. Leggi quello che scrive l’apostolo S. Paolo nella 1° Lettera ai Corinzi: scrive che il Battesimo è una sepoltura a somiglianza della morte di Cristo ed una resurrezione a somiglianza della resurrezione di Cristo.

Questo, nel Battesimo come si fa nelle chiese cattolico-romane, si può vedere difficilmente, perché ormai si è ridotto più ad un gesto di lavaggio che ad un vero Battesimo. Attento: un adulto, quando viene battezzato, fa morire l’uomo vecchio con tutti i suoi peccati e fa nascere un uomo nuovo, ma un piccolo bambino non ha nulla da lavare: il peccato originale non è una colpa che lui si porta dietro e che deve essere cancellata, ma è la tragica situazione, di cui lui non è personalmente responsabile, è il fatto che anche un bambino nasce in una umanità ed in un mondo dove c’è il peccato, il dolore, la morte e questa è una realtà così evidente che basta girarsi un po’ intorno per comprenderla. Nella Chiesa Ortodossa si continua, come nella Chiesa degli Apostoli, a Battezzare con l’immersione in modo che si capisce subito che il Battesimo è Morte e Resurrezione a una vita nuova, non soltanto il lavaggio dei peccati .

Allora la risposta che Gesù Cristo dà alle nostre inquietudini è una risposta che tiene conto della Morte. Non è come le risposte del Mondo (salute, denaro, affetti…) che non tengono conto della Morte, l’allontanano, cercano di non guardarla in faccia… sono risposte vigliacche. La risposta di Gesù Cristo guarda in faccia la Morte, il Dolore, l’Angoscia… e le vince: “lo sono la Via, la Verità, la Vita” dice Gesù nel Vangelo, e ancora “chi crede in me anche se muore vivrà e chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno” (Vangelo di S. Giovanni, cap. I, 1).

Questo trionfo di Gesù Cristo sulla morte era talmente vivo e sicuro nell’anima dei primi cristiani che essi chiamarono il luogo dove seppellivano i loro morti “cimitero”, che in greco significa “dormitorio”. I cristiani, cioè, sanno bene che la morte non è la fine ma che chi muore in Cristo dorme, attendendo il giorno della resurrezione, nell’attesa del quale è aiutato dalle preghiere dei fratelli ancora in vita a purificarsi di ciò che potrebbe renderlo non bello e non pronto per comparire al cospetto del Dio della Bellezza e della Bontà (è questo il significato della preghiera per i morti). Così il cristiano è certo che vivrà in eterno con Cristo, non è come gli altri che non hanno speranza.

Come scrive l’apostolo S. Paolo nella 1° Lettera ai Tessalonicesi (cap.4) il cristiano sa di essere risorto con Cristo, non ha paura della morte, ogni Domenica – nella Divina Liturgia – mangia e beve il Corpo ed il Sangue di Cristo che sono la sola medicina capace di curare dalla morte, “ farmaco di immortalità ” come si esprime S. Atanasio, grande patriarca di Alessandria d’Egitto e Padre della Chiesa.

Ora mi aspetto una domanda: ma chi mi dice che solo Gesù Cristo ha la risposta al problema della morte? E le altre grandi Religioni dell’umanità? La domanda è seria, ma la risposta è più semplice di quello che non sembri: in ognuna delle grandi Religioni c’è un po’ di verità, di quella Verità che Dio ha seminato nel cuore dell’uomo in ogni epoca ed in ogni tempo. Alcune religioni hanno addirittura pensato che la salvezza poteva venire solo da un Dio che morisse e risorgesse (il Dionisio dei Greci, Bacco per i Romani, Osiride degli Egiziani ecc.), ma soltanto Gesù Cristo è morto e risorto davvero, in una precisa epoca storica, quando era Imperatore Romano Tiberio Cesare, in un preciso luogo, a Gerusalemme,mostrandosi a precisi testimoni, gli Apostoli e le donne che andarono al Sepolcro per imbalsamarlo con aromi, e molti altri a cui ha dato l’incarico di testimoniarlo “fino agli estremi confini della terra” (Vangelo di S. Matteo cap. 28). Pertanto noi non rigettiamo gli elementi buoni che ci sono nelle religioni venute prima di Cristo, ma sappiamo che in esse gli elementi di Verità sono mischiati a tanti elementi di errore, e sappiamo anche che solo Gesù Cristo dà spiegazione e compimento alle Verità contenute in quelle stesse religioni: solo in Lui tutti gli uomini religiosi della terra trovano la risposta esauriente a tutti i loro affanni.

Lui è il vincitore della morte, il vincitore del peccato, colui che dà, attraverso il suo Amore, un significato autentico alla nostra vita. Tutte le altre risposte che ci dà il mondo sono illusioni; il Risorto è la nostra vera e solida speranza.

  1. Soltanto nella Chiesa Ortodossa Orientale oggi si è conservato integralmente e senza alcuna innovazione o modificazione l’autentico insegnamento di Gesù Cristo e dei suoi Apostoli.

Quando Gesù, dopo aver compiuto la missione che il Padre gli aveva affidato, è salito al cielo, ha inviato ai suoi Apostoli riuniti nel Cenacolo, lo Spirito Santo. Gli Apostoli che già avevano visto il Cristo resuscitato dalla morte, e quindi erano i testimoni, in quel momento ricevettero forza dall’alto, perché lo Spirito è “l’altro Consolatore” di cui aveva parlato Gesù nel discorso dopo l’ultima Cena, che egli avrebbe inviato loro dal Padre “lo Spirito di Verità che procede dal Padre.

Questo Spirito trasforma i pescatori di Galilea negli araldi della testimonianza di Cristo. dei pellegrini instancabili per tutte le terre allora conosciute per annunciare la Parola della Salvezza, per dare speranza a tutti gli uomini. Quel giorno – il giorno di Pentecoste, nasce la Chiesa. Una sola Chiesa, come uno solo è Gesù Cristo Quindi Gesù ha fondato una sola Chiesa ed i vescovi delle antiche comunità cristiane che erano succeduti agli Apostoli nel governo di quelle stesse comunità, nell’anno 325 nel Concilio di Nicea proclamarono solennemente nel Credo di credere nella Chiesa“UNA SANTA CATTOLICA APOSTOLICA”. Si tratta ora di vedere dove è oggi questa Chiesa fondata da Cristo, instaurata dagli Apostoli, stabilita dall’insegnamento degli antichi Padri, molti dei quali, come gli stessi Apostoli, dettero valore al loro insegnamento con la testimonianza della morte per Cristo. Ebbene, io non solo credo che questa Chiesa è, oggi, la Chiesa Ortodossa Orientale, ma credo anche che questo si possa facilmente dimostrare. Se uno è sincero e riflette senza preconcetti può facilmente comprenderlo. Infatti la Vera Chiesa è quella che continua direttamente e fedelmente la Chiesa degli Apostoli e dei Padri. Tutte le confessioni, che si sono staccate da essa non sono né possono essere vere Chiese, anche se sono più numerose, più forti ed hanno più mezzi umani. Avranno mezzi umani ma non la Verità di Dio.

Facciamo ora un semplice ragionamento: immaginiamo di avere davanti a noi un televisore con il quale sia possibile tornare indietro nel tempo. Osserviamo nello schermo una mappa delle varie confessioni cristiane oggi: vediamo, in Occidente, la chiesa Cattolica -Romana, le chiese Protestanti e Riformate, la chiesa Anglicana ed un grande numero di piccole (o meno piccole) Confessioni spesso chiamate “Sette”: Testimoni di Geova, Mormoni, Bambini di Dio ecc; ad Oriente le Chiese Ortodosse (Grecia, Russia, Romania, Bulgaria, Serbia, parte del Medio Oriente, con Gerusalemme…) ed alcune altre antiche chiese Cristiane dette Ortodosse-precalcedonesi: Armeni, Siri, Copti ecc. Torniamo ora indietro di poco più di cento anni e guardiamo di nuovo la mappa sullo schermo: vedremo che sono sparite le Sette, le piccole Denominazioni nate nel secolo scorso per discussioni e litigio in seno al Protestantesimo: restano la chiesa Cattolica-Romana e le chiese Protestanti, Riformate e Anglicana in Occidente, ed in Oriente quello che abbiamo già visto più sopra. Da questo si deve subito capire, se si ha un minimo di intelligenza, che confessioni nate nel secolo scorso non possono certo essere la vera Chiesa di Gesù Cristo, che è stata fondata quasi 2000 anni fa a Gerusalemme dagli Apostoli! Se poi torniamo ancora indietro, mettiamo alla data della scoperta dell’America (1492) da cui si fa, di solito, iniziare l’era moderna, ci accorgiamo che la mappa si è ancora modificata: in Occidente c’è solo la Chiesa Cattolica Romana ed in Oriente il quadro è invariato. Infatti le Chiese nate dalla Riforma si erano staccate dalla Chiesa Cattolica-Romana nel XVI secolo per protesta contro le degenerazioni di questa Chiesa ed in particolare del Papato (lusso sfrenato della Curia Romana, decadimento della teologia, vendita delle indulgenze ecc.) ad opera principalmente di Lutero e di Calvino. Torniamo ancora un po’ indietro all’anno ‘800, quello dell’incoronazione di Carlo Magno: troviamo un’unica Chiesa in Oriente ed in Occidente oltre alle già dette Chiese Ortodosse-precalcedonesi: tornando ancora un po’ indietro vedremo scomparire anche queste ed essere presente l’Unica Chiesa. UNA. SANTA, CATTOLICA, APOSTOLICA. Da questa poco dopo si staccherà la Chiesa Cattolica – Romana , principalmente a causa del fatto che il Vescovo di Roma patriarca di Occidente (quello che oggi si chiama comunemente “il papa”) aveva cominciato a pretendere un’autorità su tutta la Chiesa che mai gli antichi cristiani gli avevano riconosciuto: avevano sì riconosciuto che il Vescovo dl Roma era il primo tra i Patriarchi perché Vescovo della capitale dell’impero, a cui si era poi equiparato quello di Costantinopoli dove era stata fondata la seconda capitale imperiale ad opera di Costantino, ma questo “essere primo” per la Chiesa antica voleva dire un primato di onore e di amore, non supremazia su tutti. Infatti per un tale tipo di supremazia non c’è posto nella Chiesa di Cristo: vai a leggere nel tuo Vangelo il capitolo 22 di S. Luca dal v. 24 e te ne convincerai facilmente: “i principi delle nazioni – dice Gesù – dominano su di loro ma tra di voi non deve essere così . Chi di voi vuol essere il primo deve essere 1′ ultimo di tutti ed il servo di tutti”. E quando diceva queste parole parlava ai suoi Apostoli che litigavano per stabilire chi fra di loro dovesse essere il più grande! Certo il papa si è dimenticato di questo discorso di Gesù quando ha cominciato ad affermare di essere il Vescovo dei vescovi che non rende conto a nessuno e non è giudicato da nessuno, anzi, come osò far proclamare in Vaticano il papa Pio IX, è “infallibile” quando definisce cose di fede e di morale. Eppure noi sappiamo che nella Chiesa antica il papa era giudicato come un qualunque altro Vescovo: esempio più lampante fu il Papa Onorio che insegnò l’eresia e venne condannato come eretico da un concilio Ecumenico, persino dopo morto: “condanniamo ancora la memoria dell’empio Onorio ” e che, se gli antichi santi ed ortodossi papi S. Silvestro, S. Leone I il Grande, S. Gregorio I il Grande… tornassero oggi in vita sarebbero i primi a condannarela superbia dei loro successori (successori nella sede però, non nella fede). Voglio fare un solo esempio: quando l’imperatore Bizantino attribuì al Patriarca di Costantinopoli il titolo di “Patriarca Ecumenico  (= universale) ” il Papa di Roma Gregorio Magnogli scrisse indignato: “Come osi!  Nessuno può chiamarsi Vescovo universale!” e pensare che quel titolo gli era stato dato solo in modo onorifico senza che vi corrispondesse nessun potere reale. Cosa direbbe oggi S. Gregorio Magno di fronte ai suoi successori che non solo portano un simile titolo ma che si compongano davvero come Vescovi a loro arbitrio e senza un giudizio sinodale, e che addirittura osano chiamarsi Vicari di Cristo in Terra!Cristo non ha bisogno di Vicari, perché Lui stesso, Risorto e vivo, governa la sua Chiesa per mezzo dello Spirito Santo, e tutti i Vescovi sono tra loro, e chi per ragioni di organizzazione della Chiesa riceve titoli e funzioni come quella di Patriarca, è soltanto un “primo tra pari”, sottoposto come gli altri al giudizio della Chiesa, e che può essere deposto qualora non compia il suo dovere conformemente alla volontà di Dio. I papi di Roma, forti del potere che si erano attribuiti, circa dall’anno 1000 hanno cominciato ad introdurre nella Chiesa tutta una serie diinnovazioni  sia nella dottrina che nella pratica della Chiesa e che non erano state volute da Cristo né introdotte dagli Apostoli.  E non mi riferisco a cose marginali ed esteriori, che possono benissimo mutare secondo i tempi ed i luoghi (anche se nella Chiesa ogni cambiamento va fatto con molta attenzione per non correre il rischio di alterare il patrimonio tramandato, e poi .sempre con l’approvazione collegiale di un Concilio), ma a cose essenziali: anzitutto la modifica del testo  del Credo che contiene il simbolo della nostra fede e che il Concilio Ecumenico di Calcedonia avesse dichiarato “immodificabile”, aggiungendo al te.sto approvato in modo del tutto arbitrario, il famoso “Filioque”.

In cosa consiste? I Santi Padri, conformemente  all’insegnamento di Gesù “ vi manderò un altro Consolatore lo Spirito di Verità che procede dal Padre”) avevano professato: “Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita e procede dal Padre. Con  il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato ed ha parlato per mero dei profeti ”; arbitrariamente la Chiesa Romana ha aggiunto”procede dal Padre e dal Figlio” (Filioque).Ora, se lo Spirito Santo procedesse anche dal Figlio, Gesù lo avrebbe detto, e non lo dice – dice invece che procede dal Padre – e poi questa aggiunta sconvolge tutta la dottrina della Santissima Trinità facendo del Figlio un a .specie di “Secondo Padre” dello Spirito Santo. Comunque anche senza addentrarci in un a questione profondamente teologica non c’è chi non veda che il .solo fatto di modificare unilateralmente il testo che contiene il riassunto fondamentale della nostra fede, approvato dai Concili Ecumenici, è un arbitrio che attenta all’unità della Chiesa. Infatti dopo questo, seguirono altre innovazioni unilaterali della Chiesa romana, basata sull’autorità del solo Papa e non .su un Concilio Ecumenico (come in modo comunitario si deve fare nella Chiesa .secondo il volere di Cristo) quali la modifica della concezione del peccato originale che farebbe anche i piccoli bambini responsabili di una colpa che non hanno loro commesso (“i loro Angeli – dice al contrario Gesù – vedono sempre il volto del Padre mio”) che rende poi necessario il dogma dell’immacolata Concezione dl Maria (il l’atto cioè che Maria sia nata priva di questa colpa da non confondere con il dogma della Concezione Verginale, il fatto cioè che Cristo sia nato da lei senza Padre umano perché Figlio del Padre celeste), il dogma dell’esistenza del Purgatorio come terzo stato delle anime dopo la morte di cui non c’è minima traccia in tutta la Sacra Scrittura né nell’insegnamento dei Santi Padri… e così via.

Vengono poi introdotte modifiche arbitrariamente nell’amministrazione dei Santi Sacramenti: i laici vengono, durante la santa Comunione, privati della Comunione al Santo Sangue (Gesù invece aveva detto “Prendete e bevetene tutti…”)  il Battesimo, cioè l’immersione a somiglianza della morte e resurrezione di Gesù viene sostituito con un lavaggio con poche gocce di acqua e la Cresima, fin dall’antichità unita al Battesimo (come nel Battesimo di Gesù: quando Gesù esce dall’acqua subito lo Spirito Santo scende su di lui) viene separata da questo e pian  panino subisce anche una modificazione del modo di essere concepita … e così via tutta una serie di modifiche e di modifiche a loro volta modificate… tutte cose che si introducono quando nella Chiesa si attribuisce ad un Vescovo (il papa) un potere smisurato che non risale certo a Cristo ed alla sua volontà.

*Ed il discorso “Tu sei Pietro e su questa Pietra…?

Questo capitolo del Vangelo di Matteo (capitolo 16) viene comunemente usato oggi dai cattolici-romani come prova del primato del papa, insieme a quello degli agnelli e delle pecorelle che chiude il Vangelo di Giovanni (cap.21).

Ora questa pretesa cattolica-Romana è insostenibile.

Infatti presuppone alcune cose che noi dimostreremo infondate:

  1. che con queste parole il Signore intendesse promettere a Pietro una autorità assoluta sulla Chiesa;
  2. che questa autorità sia trasmissibile;
  3. che questa autorità si sia trasmessa al papa in quanto Vescovo di Roma e successore di Pietro.

Esaminiamo i tre punti:

1. non è vero che con queste parole Gesù intendesse trasmettere a Pietro tale autorità: infatti dice a Pietro che lo aveva confessato poco prima come Figlio di Dio (il capitolo va letto tutto per capire anche quelle parole: “tu mi hai detto che io .Sol1o il Figlio di Dio – sottinteso – e non la carne ed il sangue te lo hanno rivelato ma il Padre mio che è nei cieli, ed io a te dico: tu sei Pietro (nome derivato da “Pietra”) e su questa Pietra (cioè su di me che tu hai riconosciuto come Figlio di Dio) io fonderò la mia Chiesa”. E’ sulla fede di Pietro che Gesù costruisce la sua Chiesa, non sulla sua persona: ed il Beato Agostino (Padre tanto caro agli occidentali) fa notare che se la avesse fondata su Pietro, la avrebbe fondata su una ben fragile pietra. visto che Pietro lo avrebbe rinnegato tre volte! Questa interpretazione ortodossa era l’interpretazione sostenuta in tutta l’antichità e mai nessuno si era in antico sognato di vedervi una prova del primato del Papa di Roma se S . Cipriano, grande Vescovo di Cartagine e Martire può scrivere: “Ogni Vescovo siede sulla cattedra di Pietro”, cioè ogni Vescovo trova il suo fondamento ed il fondamento della fede che insegna nella fede che Pietro ha professato, cioè che Gesù è il Figlio di Dio.

Se anche poi si volesse riferire a Pietro il significato della pietra su cui si fonda la Chiesa questo andrebbe sempre inteso nel senso che Pietro è la Pietra perché ha confessato Cristo. Infatti non può essere posto alla Chiesa nessun altro fondamento che non sia Gesù Cristo come si legge chiaramente nel Nuovo Testamento. Puoi leggere a questo proposito il Vangelo di S. Matteo cap.2 1 al v.42,  S. Marco cap. 12 al v. 10, S. Luca cap.20 al v. 17; e ancora gli Atti degli Apostoli cap.4 v. I e la prima lettera di S. Pietro cap.2 vv. dal 4 al 10 dove è proprio S. Pietro a parlare di Cristo come “pietra viva che gli uomini hanno gettato via ma che Dio ha scelto come Pietra preziosa pietra sulla quale se noi ci fondiamo diveniamo tutti (e non solo Pietro né il Papa) “pietra ~ a”, formata per il tempio dello Spirito Santo. Perché è solo Cristo la pietra principale del fondamento: e chi crede in esso non resterà deluso”.

Più tardi noi troviamo dei testi affascinanti del grande Origene, maestro di tutti i Padri negli studi delle Sacre Scritture, e così anche nel papa san Leone Magno.  Il primo afferma: “Se anche noi diciamo “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente, allora anche noi diventiamo Pietro… perché ciascuno che si rende simile a Cristo diviene Pietro ”. Ed il secondo afferma con chiarezza “la forma di Pietro, cioè una pietra fondata sulla fede è presente in ogni Chiesa locale, e non soltanto in quella di Roma ”

2 – Ma anche se si vuole interpretare questo passo “alla maniera romana ”  ossia attribuendo a Pietro una preminenza sugli altri Apostoli nel Nuovo Testamento – preminenza non certo autorità assoluta – (Al Concilio Apostolico di Gerusalemme fu infatti il capo della Comunità cittadina, S. Giacomo, a presiedere, e Paolo resistette a viso aperto alle erronee opinioni di Pietro, come egli stesso ci dice nella Lettera ai Galati al cap.2), non possiamo certo pensare che questa autorità sia trasmissibile. Essa non è trasmissibile più di quella di essere testimone del Cristo risorto, in quanto né nel Nuovo Testamento, né negli scritti dei Padri c’è nulla che possa lasciar pensare ad una simile possibilità.

3 – Non c’è poi nessun fondamento per pensare che tale autorità si sia di fatto trasmessa al Vescovo di Roma dove la Chiesa era stata fondata da Paolo.  Inoltre, prima di recarsi a Roma, Pietro aveva presieduto la Comunità di Antiochia ( là dove i seguaci di Gesù furono per la prima volta chiamati “Cristiani ” per distinguerli dai Giudei); ed allora, perché il “potere  ” di Pietro si sarebbe trasmesso al Vescovo di Roma e non a quello di Antiochia? Lo stesso  papa S. Gregorio Magno identifica tre “sedi Pietrine ” : Roma, Alessandria ed Antiochia, pari nell’essere la cattedra storica dell’Apostolo e tiene a sottolineare che quella di Roma non ha niente di più eminente delle altre due.

Come si vede, per questa strada i entra in un labirinto inestricabile. La Chiesa antica non aveva – fortunatamente – di questi problemi; essa, come anche ora la Chiesa Ortodossa, era articolata in Comunità locali ciascuna pienamente “CHIESA ” , ciascuna presieduta da un Vescovo. Le Chiese talvolta si riunivano a Concilio sotto la presidenza del vescovo della città più eminente (Metropolita da Metropoli), considerato “primus inter pares”, il cui posto di presidente alla Comunione è poi stato preso dai Patriarchi e dai Primati delle Chiesa Autocefale (che si governano con piena autonomia).

Un Vescovo di Antiochia, Sant’Ignazio detto Teoforo (portatore di Dio), discepolo degli Apostoli,  morto martire a Roma scrive in una sua lettera: : “state uniti al Vescovo, che tiene in mezzo a voi il posto di Cristo, ed al collegio dei presbiteri (preti) che è il senato degli Apostoli, ed ai Diaconi, a me carissimi ”. Dimostrando così dinon conoscere altra Gerarchia che quella di una Chiesa Locale la quale è l’UNA, SANTA CATTOLICA, APOSTOLICA .. Per lui il rapporto si stabilisce tra il Vescovo (Cristo) e i Presbiteri (Apostoli) e non come farà più tardi la chiesa cattolica-romana tra, il papa (Cristo) ed i vescovi (apostoli).

Io penso di aver così risolto la questione.  Senza dimenticare che a Roma, nel Medioevo sono sorti (probabilmente fabbricati dalla cancelleria papale) falsi documenti, come la “Donazione di Costantino ” e le “Decretali pseudo-Isidoriane”, inventati per fornire appoggi alle pretese papali. Non pensate che quando si costruiscono prove false è perché di vere non ve ne sono?

E la falsità di questi documenti è oggi universalmente ammessa da tutti anche dagli studiosi cattolico-romani.

CONCLUDENDO

La Chiesa Cattolica Ortodossa è oggi la vera Chiesa Cattolica Una, Santa, Apostolica, che, mentre l’Occidente deviava, forse anche travolto tra le continue lotte tra papato e impero per cui il papa tendeva sempre più ad affermarsi come sovrano e signore degli stessi re della terra ( “Signore dei Signori” e “Dominatore dei Dominanti”, gli si diceva incoronandolo con il Triregno), ha conservato fino al presente la dottrina autentica di Cristo e degli Apostoli:

* Essa crede in ciò che gli antichi Concili hanno definito basandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione Apostolica.

* Amministra i Santi Sacramenti nella forma  perfetta istituita da Cristo.

* Celebra il Culto Divino secondo le antiche tradizioni.

*Venera la Madre di Dio Maria sempre Vergine e ne invoca l’intercessione continuamente, anche se rifiuta i dogmi che sono stati introdotti tardivamente su di Lei, ne dipinge e ne venera le Sacre Icone, dipinte sui modelli che risalgono fino a S. Luca.

* Venera gli Apostoli, i Martiri, i Padri, gli Asceti e tutti i Santi, invocando le loro preghiere e la loro intercessione presso il Signore delle misericordie.

* Prega per tutte le necessità del corpo e dell’anima dei fedeli.

* Non si ingerisce nelle questioni politiche che non la riguardano direttamente, ma si impegna per la pace, la giustizia sociale e la promozione dei diritti di tutti gli uomini, specie i più deboli.

* Difende in ogni sua forma la Vita sul nostro pianeta.

* Attende con la preghiera e la speranza all’unica casa comune di tutti coloro che le vicende della storia hanno allontanato dall’Unico ovile di Cristo, Unico Sommo Pontefice e Salvatore delle nostre anime.

* Annuncia agli uomini, il perdono dei peccati, la beata speranza della Resurrezione ed ogni giorno prega per i vivi e per i morti.

* Mantiene inalterate le antiche tradizioni, per questo ammette un Clero celibe ed uno coniugato, crede nell’indissolubilità del matrimonio, eppure non rigetta per misericordia coloro che con sincerità chiedono le seconde nozze,  avendo fallito, per l’umana debolezza, le prime.

* Aiuta per mezzo dei Padri Spirituali, tutti quelli che a lei ricorrono per consiglio ed aiuto.

* Propone una morale basata sulla libertà cosciente del cristiano liberato da Cristo, piuttosto che sull’osservanza legalistica dei precetti.

Pavel Florenskij: Il cuore cherubico

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Pavel A. Florenskij
Il Cuore cherubico. Scritti teologici e mistici
Casale Monferrato, Piemme, 1999, pp. 303

Nell’introdurre questo libro davvero magistrale, e ben prima di affrontarne i temi, è nostra intenzione tracciare un profilo, seppure sommario ma incisivo, del noto autore, tralasciando volutamente le note biografiche a cui rimandiamo all’ottimo apparato messo a punto nel presente volume.

Pavel Florenskij si inserisce a pieno titolo nel panorama dei padri della teologia contemporanea, tuttavia distinguendosi per la particolare attenzione rivolta al tema della Tradizione e all’interpretazione del linguaggio liturgico. Anzi, possiamo, con sicurezza, affermare che la grandezza del suo pensiero consiste proprio nel non aver voluto tenere distinti i due aspetti. Nell’opera di Pavel Florenskij, infatti, la Tradizione non viene chiamata in causa come elemento di supporto per la validità di particolari tesi dal momento che essa costituisce la materia primaria intorno a cui si anima il pensiero di un uomo veramente teologo in quanto il senso della teologia è tutto racchiuso nell’essere in comunicazione con Dio in presenza degli uomini.

Florenskij quindi sviluppa, in questa raccolta di saggi che sono perlopiù il resoconto di alcune sue lezioni tenute all’università, interessanti riflessioni sull’uomo contemporaneo e sull’impostazione del problema della verità.

Nel saggio Empiria ed empirismo, il teologo russo dimostra, con correttezza di pensiero ed audacia linguistica, i limiti e la fallacia dell’approccio empirico-scientifico all’ambito del sacro e della vita etica, criticando aspramente il principio per il quale ciò che appartiene alla natura del sensibile e del fenomenico è di per sé evidente. Invero, nessuna esperienza sensibile, nessuna empiria, può rivelare alcunché sul segreto dell’azione umana. Il giudizio sulle azioni degli uomini non può appellarsi unicamente al criterio della bontà o dell’infamia, l’intenzione è ciò che muove l’azione ma essa resta impenetrabile alla superficie dei fatti. Per questo motivo, la scienza “non ha mezzi per cogliere le esperienze mistiche”. Su tale argomento, Florenskij rifiuta in toto la visione positivista del mondo: l’interesse per l’universo sensibile non è dato tanto dalla volontà di conoscere ciò che in esso esiste, bensì da ciò che esso rappresenta per l’uomo: una potenziale via alla scoperta degli altri mondi sovrasensibili. L’universo sensibile è quindi un simbolo, laddove Florenskij intende per “simbolo” non semplicemente un segno ma un “un’unità organicamente viva di ciò che rappresenta e di ciò che è rappresentato”. Tuttavia, la realtà sensibile non cessa di esistere, sebbene abbia espletato la sua funzione: essa viene coinvolta , mescolata, trasfigurata dal fuoco dell’altro mondo, divenendo essa stessa fiamma pur senza perdere la forma sensibile che le è propria.

Una critica ai limiti della scienza rispetto alla conoscenza mistica compare anche in un altro importante saggio contenuto nel libro, intitolato La luce della verità. La fallacia dell’analisi scientifica è qui vista dal punto di vista del linguaggio. La prassi della scienza si concentra essenzialmente nella direzione di una scomposizione, di una separazione degli elementi della realtà, come se essi dovessero essere sottoposti alla precisione oculare di un microscopio. Perciò, le parole poste al vaglio della riflessione, ovvero dell’analisi scientifica, appaiono come semplici segni che compongono un concetto; in realtà, le parole, piuttosto che essere dei segni incastrati in uno schema, sono strumenti che suscitano la formazione di un pensiero nella coscienza. Conseguentemente, nei testi religiosi, mitici e leggendari, la parola, non sottoposta al vaglio della riflessione, può rivelare liberamente tutto il suo contenuto metalinguistico. Per questo motivo, i miti sono il fondamento di qualsiasi comprensione della realtà. Alla base del processo conoscitivo si pone quindi un’esperienza di “uscita reale del conoscente da se stesso oppure… un reale ingresso del conosciuto nel conoscente, la loro unione reale”. L’uscita di cui parla il filosofo russo non è altro che la fede. Così, la conoscenza non è il mero impossessarsi di un oggetto morto da parte di un soggetto predatore ma l’attuarsi di una viva comunione in cui soggetto ed oggetto hanno ruoli intercambiabili. La fede rappresenta, per il cristiano, la via della conoscenza: una conoscenza che si attua per mezzo dell’amore, in quanto l’oggetto, ma potremmo dire anche il soggetto della fede, è esso stesso Amore. “Dio è amore” è detto nella Prima Lettera di Giovanni, ovvero Dio è l’Amore e non semplicemente “Uno che ama”. Eppure, alle orecchie del mondo moderno, la parola “amore” è una delle tante che ha subito un processo di decontestualizzazione. Scissa dall’originale senso evangelico, essa è divenuta un termine banale che abbonda sulla bocca di tutti. “La più evidente degenerazione del tessuto religioso è riflessa dai discorsi sull’amore” denuncia tristemente uno dei più interessanti saggi contenuti in questa raccolta, Il timore di Dio. Respinto quindi ogni vago sentimentalismo, ciò che veramente tocca l’essenza dell’amore cristiano è il senso del timore. Recita una preghiera di San Giovanni Crisostomo: “Signore, pianta in me la radice dei beni, il tuo timore sia nel mio cuore” e nei Proverbi, a proposito del timore, si dice che esso è il principio della sapienza. Quindi, considerato che la conoscenza avviene sempre tramite il contatto, nella relazione tra l’uomo e Dio, il timore è il segno che questo contatto è avvenuto, rivelandosi in un profondo sconvolgimento dell’anima. Il timore infatti nasce con l’irruzione dello sconosciuto, del totalmente altro; esso squarcia in noi il meccanismo perverso dell’abitudine e apre una finestra su altri mondi, sull’eternità. Questa finestra compare nella vita del cristiano essenzialmente attraverso il culto, nella liturgia, nella preghiera, negli uffici. Il culto, ultimo tassello su cui vorremmo concludere questa breve presentazione di un libro molto complesso ma profondamente illuminante, costituisce il centro della vita del cristiano, essendo “quella parte della realtà, distinta da tutte le altre, dove si incontrano l’immanente e il trascendente, il terreno e il celeste, le cose di questo e le cose dell’altro mondo, l’istante e l’eterno, il relativo e l’assoluto, il corruttibile e l’incorruttibile”. In esso infatti si racchiude il tempo del già e del non ancora, ovvero di quel mistero che, celato agli occhi della razionalità, vive nel cuore di ogni cristiano.

Chiara Ruth Rantini (da La Pietra n.4/1999 pp.28 – 30)

Kostas Delikostantìs: L’Ethos della libertà

copKostas Delikostantìs
L’Ethos della libertà
Servitium, Sotto il Monte, 1997.

“Quintessenza dell’Evangelo cristiano è la libertà” scrive il teologo greco Delikostantìs, e questa sua opera non è che una lunga meditazione sulla libertà, sull’ethos della libertà (ed il titolo rimanda ad una nota opera di Christos Yannaras, La libertà dell’ethos ). Cosa si intende per Ethos della libertà? ovvero se l’ethos è “libero”, la libertà è essa stessa “etica”? La nostra mentalità di uomini del ventesimo secolo ci spingerebbe piuttosto a pensare che con l’etica si schiacci la libertà, che in qualche modo la si limiti e se ne restringa il campo d’azione, al massimo ci farebbe affermare il principio – moralistico ed utilitaristico – che “la mia libertà finisce dove comincia la tua”. Ma nulla di tutto ciò concerne la libertà dal cristiano. La libertà del cristiano è un’ascesi, ascesi che, lungi dall’avere un fine utilitaristicamente umano, è tesa a travalicare i limiti dell’umano, a liberare l’uomo, in definitiva, da se stesso. La civiltà in cui viviamo, sempre più secolarizzata e scristianizzata, in cui si comincia (o ri-comincia) a parlare di “neopaganesimo” di “fedeltà alla terra”, di “etica della finitezza” è sempre più una civiltà in cui l’ascesi è quasi totalmente assente, e quando è presente si tratta di un’ascesi di natura, appunto, “neopagana” – umanistica ed utilitaristica – tesa ad eliminare le limitazioni “esterne” all’uomo e finalizzata in qualche modo al compimento, non alla travalicazione dell’umano, finalizzata insomma a rendere l’uomo sempre più padrone (o forseschiavo) di sé. L’uomo non vuole essere libero. Questo lo aveva ben capito quel Grande Inquisitore di dostoevskjana memoria che giunse a condannare come eretico Cristo stesso, per aver voluto dare agli uomini la libertà, rendendoli così profondamente infelici, perché l’uomo altro non desidera che “qualcuno innanzi a cui prostrarsi”. Non aveva capito Cristo che gli uomini hanno bisogno di pane, hanno bisogno di regole e di “valori”, non di libertà; e a chi dona loro la libertà e la possibilità di amare Dio liberamentepreferiscono chi li stupisce trasformando delle pietre in pane. L’uomo vuole essere schiavo dei miracoli e del potere: la libertà è troppo rischiosa, “la libertà pesa, da essa non vengono che dolore e pena” (Berdiaev). È l’evangelica “via stretta” che conduce al Regno.

Daniele Marletta (da La Pietra n. 1-4/1998 pp.27-28)