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Scritti di santi e articoli sulla spiritualità ortodossa

Breve introduzione alla Spiritualità Ortodossa

Vescovo Silvano (Livi)

Breve introduzione alla Spiritualità Ortodossa

Non è facile parlare di una “Spiritualità Ortodossa” almeno nel senso che gli Occidentali sono ormai abituati a dare alla parola “Spiritualità” in quanto la Chiesa degli Apostoli e dei Padri Teofori (portatori di Dio), in una prospettiva un tempo comune all’ Oriente come all’Occidente, non distinguevano la cosiddetta “spiritualità” dagli altri aspetti della vita del Cristiano, individualmente preso, e della Chiesa nella sua Cattolicità.

Ogni realtà, infatti, se vuol essere affrontata ecclesialmente, deve essere messa in una prospettiva spirituale. Nell’Ortodossia, nei Padri, la cosiddetta spiritualità è indissolubilmente unita al dogma, alla teologia, alla liturgia, nonché alla morale ed al Diritto canonico. In una parola: alla Vita della Chiesa come Corpo Mistico di Cristo.

Racconta uno scrittore ortodosso prima cattolico-romano, che quando nel suo Monastero Benedettino stava per divenire sacerdote accadde questo episodio che riprendo testualmente dalle sue parole:

Poco prima della mia ordinazione sacerdotale, il Padre Abate mi consigliò di leggere qualche buon libro sul sacerdozio. Gli risposi che mi sarebbe piaciuto leggere qualche trattato dei Padri su tale argomento.Egli replicò vivamente: “Ma mio giovane fratello, non pensarci nemmeno! Sarai ordinato fra tre settimane: ti è necessario qualcosa di serio sul sacerdozio. I Padri avrai sempre il tempo di leggerli più tardi, come complemento”. Così mi fu concessa una piccola opera del XIX secolo, altrettanto sentimentale nelle sue effusioni che raziocinante nella sua teologia. Mi sono spesso imbattuto in analoghi atteggiamenti. Un altro superiore monastico al quale ho parlato dei Padri mi rispose: “Si, certo ci sono cose belle nei Padri; ma vi manca la teologia e la mistica. Non vi fu vera teologia nella Chiesa prima di S. Tommaso. E se in Oriente vi sono stati dei grandi asceti, non vi furono mistici. Il misticismo, nella Chiesa, comincia con S. Bernardo e non è giunto a maturità che con S. Giovanni della Croce nel XVI secolo.”
(Archimandrita Placide (Deseille) – Tappe di un Pellegrinaggio in “La Pietra” n.0/1995)

E’ evidente che sia il comportamento dell’Abate che l’affermazione dell’altro Superiore monastico cattolico-romano sono espressione di una mentalità che tende a separare la Mistica, terreno troppo alto per la spiritualità ordinaria dei comuni cristiani, sia dalla teologia che dagli altri aspetti della vita della Chiesa, primi fra tutti la Liturgia e il culto divino.

Eppure se noi domandassimo ad un antico Padre dove più che in ogni altro luogo della vita della Chiesa noi possiamo trovare la “Vita Spirituale” della Chiesa stessa è alla Liturgia che egli ci rimanderebbe, continua dossologia, continua lode, continua supplica ed intercessione ma soprattutto continua epiclesi, “invocazione” del Santo Spirito perché compia con la sua forza ciò che noi con la nostra debolezza siamo incapaci di fare: la trasmutazione della realtà creata in realtà partecipe del divino, di Dio il Padre,il Figlio ed il Santo Spirito.

Questo atteggiamento della Chiesa Ortodossa e dei suoi Padri si è rivelato chiaramente nel corso della cosiddetta “controversia palamitica” o “controversia esicasta”. Di questo dovremo parlare un po’ più diffusamente perché attualmente molti fanno, in occidente, l’equazione spiritualità ortodossa=preghiera esicasta, oppure ortodossia=esicasmo. Ora se questo ha un aspetto di verità non è vero in senso assoluto e deriva da un fraintendimento. Un libro che ha avuto il grande merito di far conoscere in occidente il mondo dell’anima ortodossa è però lo stesso libro che ha generato il fraintendimento. Quando i Racconti di un pellegrino russo furono tradotti nelle lingue occidentali e fece scoprire all’Occidente ormai del tutto raziocinante ed arido l’esistenza della preghiera interiore, ossia la cosiddetta “preghiera del cuore” gli occidentali furono subito tentati di vedere in essa una specie di yoga cristiano, e nell’Ortodossia la forma orientale del Cristianesimo. La contrapposizione si spostò da ortodossia/eterodossia a oriente/occidente. Mentre noi sappiamo bene che per secoli è esistita una Ortodossia Occidentale senza che Sant’Ambrogio o Sant’ Ilario di Poitiers abbiano mai pensato di sentirsi “orientali”. Questo non per negare che la parte orientale della Chiesa abbia un suo “stile” peculiare ed una sua peculiare ricchezza ma perché tutto questo nulla sarebbe se essa avesse perso l’Ortodossia della Fede che è il suo tesoro più prezioso. Esistono delle Chiese Orientali che sono “eterodosse” ed una Ortodossia Occidentale sta rinascendo pur tra tanti travagli e difficoltà, e per Ortodossia Occidentale non intendo solo, né principalmente come taluni fanno, “di rito Occidentale”. Questo libro che mostra come attraverso la sua esperienza, anche un semplice contadino può arrivare alla vetta più alta della preghiera e dell’unione con Dio venne intellettualizzato. Niente di più fuorviante. La “preghiera di Gesù” praticata dal Pellegrino Russo è una preghiera estremamente semplice e povera, è quella che in occidente si chiama “giaculatoria” e consiste nella ripetizione del “Kyrie eleison”, spesso ampliato nell’espressione “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore” o altra espressione consimile. Spesso alla Domenica o nel tempo Pasquale si sostituisce con l’espressione “O risorto dai morti, salvaci!”, e talvolta si alterna con invocazioni rivolte alla Deipara o ai Santi. Viene pronunciata con le labbra a mezza voce finché, con la lunga e costante pratica, non si interiorizza e la ripetizione vocale diviene superflua. Legata al respiro essa fa sì che tutto l’essere umano, corpo ed anima, preghi. Presuppone inoltre che l’uomo faccia silenzio dentro di se , unificando il pensiero sulle parole della preghiera (di qui il nome di “preghiera monologica”, ossia “di una sola parola” ma anche “di un solo pensiero”) e soprattutto che alla preghiera si accompagni lo sforzo ascetico che tende alla purificazione dalle passioni, specie dell’egoismo e del primato dell’esteriore, della sensualità, dell’edonismo. Così tutte le facoltà umane tendono a riunirsi in quell’armonia in cui si trovavano nell’uomo edenico, prima del peccato.

E’ però necessario sapere alcune cose.

1 – La “preghiera del cuore” non è certamente l’unica forma di preghiera personale presente nella Chiesa Ortodossa. E nemmeno la più alta che è invece la Divina Liturgia dove si celebra l’Eucaristia del Signore e ci si nutre del Suo Corpo vivificante e del suo Sangue prezioso. Poi il ciclo della ufficiatura quotidiana, la lettura del salterio e tutte le altre forme di preghiera. Tutte queste forme hanno lo stesso fine. Quello che rende “singolare” la preghiera del cuore è che, per la sua semplicità, è adatta a ogni uomo. Per questa ragione, nel mondo ortodosso, talora è chiamata semplicemente “la preghiera”.

2 – Alcuni si sono santificati quasi esclusivamente con “la preghiera”, altri la hanno pressoché ignorata. Basti pensare alla spiritualità sacramentaria di San Giovanni di Cronstadt tutta centrata sull’Eucaristia . Questo non deve preoccupare perché l’Ortodosso sa che sia la preghiera comunitaria e quella personale, che la preghiera monologica e quella liturgica non sono tra di loro opposte, sono invece complementari, sussidiarie e talvolta possono benissimo convivere anche contemporaneamente. Spesso nel mondo ortodosso capita di vedere cristiani o monaci nelle chiese inchinarsi, farsi il segno della Croce e recitare sotto voce la preghiera mentre tra le dita scorre una specie di rosario che è chiamato in greco “komvoskini” in russo “tciotki”. E questo anche durante lo svolgimento dei sacri offici.Questo deriva dal fatto che la preghiera ortodossa non è discorsiva ma contemplativa, risiede nel cuore (inteso non come sentimento ma come centro dell’essere) non nell’intelletto. E’ la stessa cosa che accade quando lo sguardo si posa su un’icona nel momento della celebrazione. Non c’è distrazione perché, mentre gli occhi contemplano l’icona, il cuore è totalmente coinvolto nell’azione sacra che si sta celebrando. Allo stesso modo esistono varie situazioni per la preghiera. Si può pregare camminando, lavorando, ma si può anche isolarsi, in silenzio tranquillo “esichia”, come fanno i monaci detti appunto “esicasti” facendo partecipare tutto il corpo alla preghiera con una posizione raccolta oppure con delle inclinazioni del corpo (metanie) più o meno profonde, e dei segni della croce. L’importante è che la meta a cui si tende è il far sì che lo Spirito che s’impossessi dell’orante. “Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me”. La vita di San Serafino di Sarov ha un episodio magnifico quello dell'”acquisizione della Grazia dello Spirito santo” che trasfigura il Santo ed il suo discepolo Motovilov sulla bianca neve della Russia, in una luce sovrumana: la Luce increata delle energie divine di cui parlava San Gregorio Palamas.

3 – E’ necessario distinguere “la preghiera” nella sua essenza da tutte le particolari pratiche “fisiche” ed esercizi vari che la possono accompagnare e – se praticati correttamente – facilitare. Non bisogna però dimenticare che fine della preghiera nella sua essenza non è nient’altro che l’unione con Dio, la “deificazione”. “Dio si è fatto uomo perché l’uomo possa diventar dio” dicono ininterrottamente i Padri. A questo tende “la preghiera” come tutta la vita Cristiana. Chi confonde l’anima della preghiera con gli esercizi di respirazione o di concentrazione trasformandola in yoga cristiano assume, già lo accennavamo, una posizione totalmente fuorviante. E queste posizione, in epoca di new-age – sono, purtroppo, molto comuni. La preghiera senza la partecipazione integrale alla pienezza della vita della Chiesa Ortodossa, non è nulla. La preghiera senza la vita sacramentale, non è nulla. La preghiera senza la guida di un padre spirituale ortodosso può addirittura essere pericolosa, sia sul piano psicologico, che sul piano fisiologico, ma soprattutto sul piano spirituale, specie se si dà soverchia importanza alle pratiche fisiche.

Dicevamo che ciò che conta nella Preghiera, come in tutta la vita Cristiana è la tendenza alla “deificazione” che provocò una grande controversia all’epoca di San Gregorio Palamas prima monaco Athonita poi Arcivescovo di Tessalonica. Non possiamo qui soffermarci troppo sulla teologia Palamita, che esulerebbe dai limiti di una introduzione ma, come abbiamo anticipato all’inizio, dobbiamo evidenziare che, indipendentemente dal fatto che Gregorio Palamas fu il grande difensore dei monaci esicasti , egli ha avuto il merito di mettere a fuoco una dottrina, che per gli Ortodossi è ben più di un semplice facoltativo theologumenon, che ha mostrato che è possibile fin da questa vita terrena l’unione con Dio e la conoscenza di Dio, distinguendo, sulla linea dei Santi Padri che lo avevano preceduto, l’Essenza divina dalle sue Energie increate. Dio,infatti, è inconoscibile nella sua Essenza ma è conoscibile e partecipabile nelle sue Energie increate dette anche Attributi (Bellezza, Sapienza, Amore, Bontà, Misericordia…. ecc.). Detto in parole semplici la dottrina Palamita non condanna l’uomo alla realtà Creata ove la salvezza risiederebbe, come per il Tomismo, in un “organismo sovrannaturale” – la “grazia creata” – che si sovrappone alla natura umana come un surplus, ma nella reale soprannaturalità dell’uomo, creato a immagine e somiglianza divina, e capace di partecipare alle energie increate – “Grazia increata “- divenendo egli stesso “dio per grazia”.

Questo è il cuore stesso della vita della Chiesa, il fine a cui tutta la creazione, insieme all’uomo, tende come nei gemiti del parto, per usare l’espressione Paolina, finché Dio sarà “tutto in tutti” nella pienezza escatologica anticipata nella Resurrezione di Cristo e celebrata fin d’ora nella partecipazione ai tutti-immacolati Misteri.

La meditazione della Sacra Scrittura

Metropolita Cipriano di Oropós e Filì

La meditazione della Sacra Scrittura

Il Metropolita Cipriano

Il Metropolita Cipriano

Lasciate che la parola di Cristo abiti in voi con ricchezza.(Colossesi 3,16)

Il nostro pio popolo laico non dovrebbe dimenticare e trascurare un molto benefico dono della compassione di Dio per la sua edificazione spirituale: lo studio della Sacra Scrittura*.
Certamente, è possibile studiare la Sacra Scrittura, ma sorgono di necessità certe questioni: la “parola di Cristo” rimane “con ricchezza” in chi la studia? È così ogni volta che egli la studia? Conosce la Sacra Scrittura sufficientemente? Essa è una guida splendente ed un arbitro della sua vita? Possiede gran potenza ed influenza su di lui…?

I Santi padri ci consigliano di intraprendere l’incessante e pia lettura delle Sacre Scritture in una modo tale che questo sforzo frequentemente ripetuto possa familiarizzare i nostri cuori con l’insegnamento di Cristo e che le nostre menti possano essere letteralmente immerse in esso: allora le nostre azioni verranno più facilmente e naturalmente a concordare col Vangelo.

In questa vena, prendiamo nota che S. Pacomio il Grande, il vero padre del monachesimo cenobitico, conosceva il Santo Vangelo a memoria e, incitato dalla Rivelazione Divina, impose ai suoi discepoli il dovere di memorizzare il Vangelo, in modo che li accompagnasse e guidasse sempre.

Si deve prendere particolare cura che il Libro della Vita non sia letto intellettualmente, per “voli sublimi”, o a motivo di curiosità o semplicemente per acquisire conoscenza: ci si chiede di leggere la Sacra Scrittura con le nostre azioni, mettendola in pratica, così che la sua vita diventi la nostra vita.

Comprenderemo meglio ciò facendo attenzione ad una verità, così semplice ma anche così profonda: Il Nuovo Testamento comincia col Santo Vangelo di S. Matteo, che ci indirizza alla “pratica” ed all’osservanza dei Comandamenti, e si chiude con l’Apocalisse di S. Giovanni il Teologo, la quale guida coloro che sono stati purificati dalla “pratica” all’unione col nostro Signore, alla “visione” [“theoria”].

Ma nessuno deve pensare che lo studio della “parola di Cristo” sia un’impresa facile, o che possa conseguirsi per mezzo delle nostre abilità mentali: è indispensabile la preghiera con uno spirito di contrizione ed umiltà, affinché il Divino Consolatore possa aprire gli occhi delle nostre anime e affinché ci possano essere rivelate le Verità Divine.

Similmente, poiché l’interpretazione dei Testi Divini è un dono dello Spirito Santo, noi dovremmo evitare con zelo le nostre personali interpretazioni “facili” e ricorrere con confidenza alle prospettive ermeneutiche dei Santi Padri della nostra Chiesa.
Non ci dovrebbe neanche sfuggire che nella Sacra Scrittura non c’è niente di insignificante e non degno di attenzione; al contrario, tutto in essa irradia la luce di Grazia, e, conseguentemente, dovrebbe essere studiato con molta riverenza, attenzione e dedizione.

I Padri Teofori della nostra Fede consigliano i fedeli Cristiani di studiare il Santo Vangelo stando in piedi, per rispetto alle Parole Sacre. Naturalmente, si può studiare la Parola Divina in ginocchio o seduti- e questo per condiscendenza-, ma in una tale circostanza, riverenza, timore di Dio, compunzione e attenzione dovrebbero dominare l’anima.

S. Giovanni Crisostomo conserva per noi la memoria di un sorprendente esempio di riverenza verso i Libri Sacri della nostra Santa Fede: i Cristiani del suo tempo erano usi, quando stavano per leggere qualsiasi Libro Sacro, di lavarsi prima le mani e poi prendere il Libro, e gli uomini lo leggevano a capo scoperto, mentre le donne si coprivano il capo…!

“Noi ci mettiamo immediatamente in tensione e laviamo le nostre mani, quando desideriamo prendere un Libro. Vedete quanta riverenza vi è prima della lettura? Ed una donna, se mai il suo capo è scoperto, immediatamente lo copre col suo fazzoletto, mostrando un segno della sua interna pietà; ed un uomo, se ha la testa coperta, la scopre. Vedete come il vestito esteriore diventa un messaggero della pietà interna.”(S. Giovanni Crisostomo, Omelia LIII sul Santo Vangelo di S. Giovanni)

Quindi, lasciate che la parola di Dio abiti in voi con ricchezza!

Quarta Domenica di Luca
17 / 30 Ottobre 2005

La paternità spirituale nei Padri del Deserto

P. Ambroise Fontrier

La paternità spirituale nei Padri del Deserto e nella Tradizione bizantina
(Scelta di testi)

ascetic sketch

Considera gli anni delle generazioni che furono…
Chiedi a tuo padre, ai tuoi anziani e te lo diranno (Deut. 32, 7)

Per prima cosa, è necessario chiarire che per il cristiano ortodosso esiste un solo ed unico Maestro Spirituale che altro non è se non lo Spirito Santo, il Consolatore, lo Spirito di Verità, che il mondo non può ricevere in quanto resta a lui invisibile ed inconoscibile. Tuttavia, a voi, diceva il Signore ai suoi Apostoli e, per mezzo loro a tutti coloro che crederanno in Lui, voi lo conoscerete poiché dimorerà con voi e sarà in voi… Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho insegnato… Vi condurrà alla verità… poiché non parlerà da se stesso, ma riferirà tutto ciò che ha udito e vi annuncerà le cose a venire…
Senza lo Spirito Santo, nessuno può ricevere l’illuminazione spirituale, nessuno può contemplare i misteri, nessuno può ricevere la grazia deificante, niente potrà essere mutato e trasformato, nessuno può insegnare, nessuno può essere Padre Spirituale.
Il Signore ha tracciato la via regale della perfezione: “Se vuoi essere perfetto, vai e vendi i tuoi beni, distribuiscili ai poveri e avrai un tesoro nei cieli. Poi vieni e seguimi.” I Padri del Deserto, questa schiera di uomini amanti di Dio, hanno recepito l’appello del Signore, lasciando il mondo per cercare la perfezione, la purificazione e l’unione con Dio, nei “deserti e nelle montagne, nelle caverne e negli antri della terra.” Essi hanno interpretato letteralmente i comandamenti divini, li hanno vissuti e meditati notte e giorno. Per dimostrare quanto fosse dura e difficile la lotta, i Padri usavano questo detto: “Dai il tuo sangue e riceverai lo Spirito”. Perciò sono divenuti Maestri e Padri Spirituali, alimentando la stirpe dei Pneumatofori, degli autentici pastori, poiché hanno raggiunto la semplicità del cuore posseduta dai bambini ricordata nei Vangeli.
“Beati i cuori puri… e tutti coloro che, ininterrottamente, nelle profondità dell’animo, meditano il Nome glorioso del Signore Gesù, scrivono i Padri teofori Callisto ed Ignazio. Essi possono vedere la luce dell’intelletto… e percorrere in Dio ciò che resta della loro via mondana, camminando nella luce, in quanto sono divenuti figli della Luce, come dice Gesù, datore della Luce: “Finché avrete la Luce, credete nella Luce per divenire figli della Luce”. Ed inoltre: “Io sono la Luce del mondo, colui che mi segue non camminerà nelle tenebre, ma possederà la Luce della vita.” Ebbene, anche David grida a Dio la stessa cosa: “Nella tua Luce vedremo la Luce”. Così il divino Paolo: “Dio ha detto che la Luce brilla in seno alle tenebre, Lui ha fatto risplendere il suo chiarore nei vostri cuori”. Per mezzo di essa (la Luce), come per una lampada inestinguibile e sempre splendente, i credenti sono guidati per raggiungere le cose che sono al di là dei sensi; e ancora attraverso tale Luce la porta celeste si apre a coloro che sono puri di cuore, la via sublime che li rende uguali agli angeli. Allora, sorge da loro, come dal disco solare, il dono di esaminare, di discernere, di vedere, di prevedere e simili altri doni; in breve, a loro sono manifestati e rivelati i misteri indicibili. Sono talmente ripieni di spirito, di forza soprannaturale e divina che, polvere divenuta sottile, si alzano e volano nello spazio.
Attraverso tale potenza illuminatrice nello Spirito Santo, sebbene siano ancora in una condizione carnale, alcuni Padri, simili ad incorporei ed immateriali, hanno guadato i fiumi, i mari ed hanno camminato sulle acque a piedi asciutti, hanno percorso in un baleno lunghe ed interminabili distanze, hanno compiuto prodigi sia in terra che in cielo, sul sole, sul mare, nel deserto, nelle città, in ogni luogo e paese, tra le belve e i rettili, nella creazione tutta e in ogni elemento… E, alla morte, i corpi venerabili portano il carattere dell’incorruttibilità che manifesta la grazia dimorante in loro… e dopo la Risurrezione universale saranno elevati, per la potenza illuminatrice dello Spirito, nel cielo ad incontrare il Signore, come dice l’iniziato alle cose indicibili, il divino Paolo, e saranno sempre con Lui. Allo stesso modo, David canta: “Signore, nella Luce del tuo Volto cammineremo e nel tuo Nome gioiremo per tutto il giorno”, ovvero per l’eternità… A ciò, risponde la voce maestosa di Isaia: “Ma coloro che confidano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano in volo…”
“Il Padre Spirituale, dice san Basilio il Grande, è colui che non vive più nella carne, ma guidato dallo Spirito di Dio, divenendo figlio di Dio, ad immagine del Figlio di Dio. Un simile uomo può essere chiamato spirituale”. Non basta, per essere un Padre spirituale avere un carisma dello Spirito, ma avere la grazia in abbondanza, come Eliseo la chiede a Elia suo Maestro: “Che ottenga, te ne prego, una doppia razione del tuo spirito”. Bisogna aver sanato e padroneggiato le proprie passioni, prima di illuminare gli altri. In una parola, bisogna avere ereditato, prima di distribuire. Bisogna essere l’uomo spirituale di cui parla l’apostolo Paolo. Se infatti l’uomo carnale, che non comprende affatto le cose dello spirito, commette, ad esempio, l’ingiustizia, l’uomo psichico non la commette, ma non desidera certo subirla; al contrario, l’uomo spirituale, l’uomo perfetto, imitatore di Cristo, non solo non commette alcuna ingiustizia ma la subisce rendendo grazie al Signore, senza cercare alcuna vendetta.
Se interroghiamo i Padri del deserto su come deve essere il padre spirituale, essi, al pari di Abba Poemen, risponderanno: “Colui che istruisce un altro deve essere perfettamente santo e privo di passioni. Non bisogna assolutamente costruire la dimora del vicino lasciando in rovina la propria. Colui che è maestro e non realizza niente di ciò che insegna, è simile ad un pozzo che disseta e lava ciò che lo circonda pur essendo colmo di ogni genere di impurità”.
Abba Iperechio diceva che colui che insegna per mezzo delle opere e non con le sole parole, è il vero sapiente. Un altro padre paragona colui che insegna a parole a un albero che ha soltanto foglie e nessun frutto.
San Nilo l’Asceta dice che “quelli che hanno un carico di anime devono possedere una perfetta conoscenza, allo scopo di dirigere con prudenza coloro che gli sono stati affidati. Devono insegnare sapientemente ogni aspetto della lotta e non contentarsi di indicare, con un gesto della mano, i segni della vittoria, ma di dirigere, passo passo, il combattimento contro l’avversario. Difatti, il combattimento spirituale è assai più arduo di quello che coinvolge il corpo. In un caso, sono i corpi ad affondare, ma essi possono rialzarsi senza alcuna pena. Nell’altro sono le anime a cadere, che rischiano di ricadere nuovamente anche qualora si siano rialzate…”
San Nilo afferma che colui che è ancora immerso nelle passioni non può essere una guida spirituale. Illustra il suo insegnamento interpretando spiritualmente la Sacra Scrittura e prendendo come esempio il Re David che voleva costruire il tempio di Dio. “Se colui che ancora combatte contro le passioni ed ha le mani insanguinate, vuole edificare il Tempio di Dio assieme a delle anime razionali, udrà queste parole: “Non sarai tu ad innalzare un tempio per me poiché sei un uomo di sangue…” Dunque bisogna essere in pace e pacificati per costruire un tempio a Dio… Ecco perché Mosè pone la tenda fuori dal campo, stando ad indicare, con tale gesto, che il Maestro spirituale deve trovarsi lontano dai rumori della guerra, lontano dagli eserciti macchiati di sangue, un luogo dove risieda la pace.
San Barsanufio il Grande applicò rigorosamente la regola di san Nilo e visse recluso, murato in una cella, all’esterno del monastero presso Gaza, in Palestina. Fu il padre spirituale non solo dei monaci del monastero ma anche di una moltitudine di cristiani. Non incontrava mai nessuno e comunicava tramite messaggi scritti e per la mediazione dell’abate. “Fu nella sua cella che raccolse e gustò il dolcissimo miele dell’esichia”, dice san Nicodemo l’Athonita. Si impose una penitenza così rigorosa che trovava consolazione soltanto nelle lacrime… Poteva dimenticarsi di mangiare, di bere, di vestirsi poiché il suo nutrimento, la sua bevanda, la sua veste erano il Santo Spirito… Dopo aver purificato il cuore da tutte le passioni, fu ritenuto degno di divenire il tempio e l’abitazione del Santo Spirito… Oltre all’umiltà, gli fu concessa la più grande tra le virtù, il discernimento… Al discernimento si aggiunse il dono di vedere e scrutare le ragioni misteriose e spirituali degli esseri sensibili ed intellegibili. Poi ricevette il dono di conoscere le cose lontane come se fossero presenti, il dono di profezia, il dono di leggere nei cuori, di conoscere i pensieri… Da tenero padre che era, non cessava di pregare, notte e giorno, Dio perché rendesse i suoi fratelli dei teofori. Queste sono le sue parole: “Prima che voi me lo chiediate, per la fiamma ardente che brucia in me per Cristo che ha detto “Ama il prossimo come te stesso”, per le bruciature dello Spirito Santo, non cesso mai di pregare Dio, giorno e notte, di rendervi tutti teofori, d’inviare in voi e di farvi dimorare lo Spirito Santo… Sono divenuto per voi un Padre che si adopera per mobilizzare i suoi figli per il Re…”
San Barsanufio è il modello del Padre spirituale, la cui ambizione è di fare dei suoi figli dei portatori di Dio. Nell’amore del prossimo, giunge al livello di un Paolo, di un Mosè. “Credimi fratello, scrive in una lettera, sono pronto a chiedere al mio Maestro, che gioisce delle richieste dei suoi servi, di introdurmi nel suo regno con i miei figli, altrimenti, di cancellarmi dal suo libro”.
L’arte, il modo di insegnare del Padre spirituale è sempre vivo, semplice, come una parabola del Vangelo. Spesso gli esempi sono tratti dalla Sacra Scrittura, al pari del seguente, in cui Dio dice a Ezechiele: “Tu, figlio dell’uomo, prendi un mattone, ponitelo innanzi, disegna su di esso una città: ‹Gerusalemme›”. Ciò significa che il Maestro spirituale deve fare del suo discepolo, che è sulla terra, un Tempio Santo. “Poni attenzione, dice san Nilo, alle parole “ponitelo innanzi”, poiché i progressi del discepolo saranno rapidi se quest’ultimo è costantemente sotto gli occhi del suo maestro. Il continuo spettacolo dei buoni esempi imprimerà delle simili immagini nelle più aride ed indurite anime…” Ed ancora un esempio che trae origine dalla Sacra Scrittura: Giuda ha tradito quando si è sottratto agli sguardi del suo Maestro.
Ecco un altro modo, quello di un Padre del deserto, per riportare sulla retta via uno dei suoi figli venuto a consultarlo.
“- Vengo a trovarti, Padre, dice, per dirti che vado a citare in giudizio un vicino che mi fa molti torti…
– Fai come meglio credi, risponde l’Anziano.
– Allora ci vado di gran lena.
– Vai. Ma prima, preghiamo un po’-. L’Anziano si mise in preghiera e recitò il PadreNostro. Giunto alle parole: rimetti i nostri debiti come anche noi li rimettiamo…, l’Anziano disse: “non rimettere i nostri debiti come anche noi non li rimettiamo ai nostri debitori”.
– Padre, ti sbagli, non è così.
– Ma, disse l’Anziano, non è questo ciò che tu hai deciso di fare?”
E il cristiano ripartì istruito, placato, con lo sguardo interiore fisso sul proprio peccato.
Il Maestro Spirituale è indispensabile, dice Cassiano il Romano, per colui che vuole praticare l’arte spirituale.
Se per le arti e le scienze umane dobbiamo ricevere delle lezioni, istruirci, per quanto tali cose siano alla portata delle nostre mani, dei nostri occhi, delle nostre orecchie, se quindi abbiamo bisogno di un maestro capace che ci diriga, non è forse una follia voler apprendere l’arte spirituale senza un Maestro, essendo essa l’arte più difficile, un’arte nascosta, invisibile, che soltanto chi ha il cuore purificato può apprendere? Fallire in tale arte non è una semplice sconfitta, ma perdizione dell’anima e morte eterna.
“Non è possibile apprendere da soli la scienza delle virtù, insegna ancora un altro padre, san Gregorio il Sinaita, nonostante alcuni abbiano usato l’esperienza come maestra. Colui che agisce in questo modo e non cerca il consiglio di coloro che hanno progredito è un presuntuoso. Se il Figlio non compie niente che non compia anche il Padre, se lo Spirito Santo non parla da se stesso, qual è dunque l’uomo che può pretendere di essere salito sul più alto gradino della virtù senza essere iniziato? Folle temerarietà! Se crede di possedere la virtù, si inganna. Affidatevi a coloro che conoscono i dolori della virtù della prassi, vale a dire il digiuno sino alla fame, la continenza, le veglie prolungate, le prosternazioni faticose, lo stare in piedi ed immobili, la preghiera incessante, il silenzio benedetto e soprattutto la pazienza… La Scrittura, a tal proposito, dice: “Mangerai i dolori delle tue virtù” ed ancora “Il Regno dei cieli appartiene a coloro che lo forzano”.
Nonostante fosse vissuto da asceta nella pratica di tutte le virtù, qualcosa preoccupava ancora san Gregorio il Sinaita: di trovare un uomo spirituale che potesse condurlo là dove non era giunto con le sue sole forze, poiché sentiva, nel profondo del suo cuore, un vuoto da colmare, quello che gli anziani, da lui incontrati, non gli avevano ancora insegnato. “Dio esaudì la sua richiesta, dandogli la guida cercata. Rivelò ad Arsenio, anacoreta, l’esistenza di Gregorio e il suo desiderio. Arsenio, guidato dal Santo Spirito, si recò da Gregorio, che lo ricevette con gioia. Dopo i saluti consoni ai monaci, l’anziano Arsenio cominciò a parlare come se leggesse da un libro divino. Parlò della sorveglianza sull’intelletto, della purificazione, dell’attenzione, della preghiera intellettiva, del modo in cui l’intelletto si purifica con la pratica dei comandamenti e come diviene Luce.
Poi, rivolgendosi a Gregorio, gli chiese:
-Dunque, figlio mio, qual è il tuo percorso?
Il divino Gregorio gli raccontò tutto quello che aveva compiuto sin dall’inizio, la sua separazione dal mondo, l’amore per la solitudine, i combattimenti che aveva intrapreso…
Il divino Arsenio che conosceva perfettamente la Via che conduce l’uomo al culmine della virtù, sorrise, dicendogli:
– “Tutto quello che mi hai narrato, figlio mio, è chiamata Prassi dai Padri teofori e non Teoria-Contemplazione”. Udendo tali parole, Gregorio cadde ai piedi dell’anziano e lo supplicò, nel Nome del Signore, di insegnargli la preghiera intellettiva, l’esichia e il controllo sull’intelletto. Arsenio colse l’occasione e, senza perdere altro tempo, cominciò ad iniziare il nuovo discepolo e a rivelargli tutto quello che aveva ricevuto dalla grazia divina.
Nell’Ortodossia, non è la regola a fare il monaco, ma il Maestro spirituale. Abbiamo conosciuto dei monaci che hanno lasciato il loro monastero per andare a vivere presso un Padre spirituale e cercarne un altro alla morte di quest’ultimo. San Gregorio ha formato dei discepoli degni del regno dei Cieli. Egli, infatti, ha reso noto al mondo san Massimo il Cavsocaliba, che fino a quel momento errava nei deserti athoniti, facendosi passare per un folle. Un maestro spirituale non rivelato da un altro, non caldeggiato, diremmo, da un altro maestro conosciuto e sperimentato, è un falso maestro da cui bisogna prendere le distanze. Cristo si appella al Padre e il Padre lo manifesta al mondo. Al momento del battesimo di Giovanni ci sono due testimonianze: quella del Padre e quella dello Spirito. Lo Spirito non parla da se stesso, ma dice ciò che ha udito presso il Padre. Abbiamo sentito spesso, presso gli anacoreti, la domanda: Di chi sei discepolo? Essi se la pongono al primo incontro.
Ritorniamo a san Gregorio e al suo discepolo Callisto che divenne, in seguito, patriarca di Costantinopoli, e penetriamo, grazie a lui, nell’intimità del rapporto con il suo maestro, per mezzo del racconto che segue:
“ – Lo interrogavo semplicemente, e senza curiosità, appena lo vedevo uscire dalla cella, col volto radioso… E mi diceva:
“L’anima che si lega a Dio, che è stata ferita dal suo amore, che è salita al di sopra della creazione tutta, che vive ad un livello superiore delle cose visibili, che è completamente soggiogata dal desiderio di Dio, non può del tutto nascondersi. Difatti, il Signore ha annunciato queste cose, dicendo: “Il Padre che vede nel segreto ti manifesterà innanzi a tutti”. E ancora: “…così brilli la vostra luce davanti agli uomini, perché, vedendo le vostre buone opere, glorifichino il Padre che è nei cieli”. Poiché il cuore danza dalla gioia, l’intelletto si scuote di letizia, il volto è radioso, secondo il sapiente che ha detto: “Il cuore gioioso fa splendere il volto”.
– Io gli chiedevo ancora: Padre divino, insegnami, per amore della verità, cosa sia l’anima e come venga considerata dai santi.
– Accogliendo la mia richiesta, con una tranquillità che le era connaturale, mi rispose:
– Mio caro figlio spirituale, non cercare ciò che si trova al di sopra della tua capacità e non vagliare ciò che più profondo di te. Di fronte alla questione importante che mi hai posta, sei ancora un bambino, vale a dire imperfetto. Non puoi digerire un nutrimento solido, comprendere delle cose che sono al di sopra delle tue capacità. Il nutrimento degli adulti non è adatto ai lattanti che possono cibarsi di cose liquide.
Caddi ai suoi piedi, abbracciandoli fortemente e lo supplicai, con insistenza, di darmi ancora delle spiegazioni. Acconsentendo alla mia preghiera mi disse brevemente:
– Se non vedi la risurrezione della tua anima, non puoi apprendere cosa sia esattamente l’anima spiritualizzata. Ancora lo pregai, con rispetto, e lui mi rispose:
– Rivelami, Padre, se sei giunto al culmine di tale ascensione, ovvero, se hai compreso cosa sia l’anima spiritualizzata. Con molta umiltà, mi rispose:
– Sì.
– Per amore del Signore, ribattei, insegnami questo per il bene della mia anima. Fu così che questa anima divina e venerabile soddisfece il mio desiderio, dandomi tale insegnamento:
– Quando l’anima ha impiegata tutta la volontà a combattere ogni passione per mezzo della pratica delle virtù, con la ragione e il discernimento, le riduce progressivamente e le sottomette. Dopo averle sottomesse, coltiva le virtù naturali che la istruiscono e la guidano alle cose che sono al di sopra della natura, facendola salire su di una scala spirituale. Allorché l’intelletto, per la grazia di Cristo, raggiunge la dimensione spirituale, viene illuminato dalla Luce del Santo Spirito. Si spande luminosamente nella contemplazione, si eleva al di sopra di se stesso, secondo la misura della grazia che Dio gli ha concesso e vede con maggiore purezza e chiarezza la natura degli esseri, secondo l’ordine e la relazione che le sono propri e non come speculano i filosofi che percepiscono soltanto l’ombra delle cose e che non cercano di seguire, come dovrebbero, l’operazione della natura. Poiché come insegna la divina Scrittura “… si sono smarriti nel loro vano ragionamento e il cuore, privo di intelligenza, si è colmato di tenebre”.
L’anima che ha ricevuto la caparra della grazia del Santo Spirito, per mezzo delle ripetute contemplazioni, abbandona, a poco a poco, ciò che si trova in basso e sale verso l’alto, verso ciò che è divino, come dice Paolo ai Filippesi, “Dimenticando ciò che è dietro di me e slanciandomi verso ciò che si trova innanzi a me, corro verso la meta finale…” L’anima così illuminata dal Santo Spirito, scintilla. Si è elevata sulle cime della contemplazione… Unita allo Sposo celeste per mezzo di un eros immortale, il Cristo, conversa con Dio che la ricolma abbondantemente e la orna riccamente…”
“Quando troviamo tali maestri, dice Nilo l’Asceta, i discepoli devono rinunciare a se stessi e alla propria volontà, al punto da non differenziarsi da un corpo inanimato, di essere come la materia plasmabile nelle mani dell’artista…Poiché in tale modo il Maestro fa progredire i discepoli, che non lo contraddicono mai, nella virtù”.
“Non ti illudere credendo di saperti guidare da solo nelle cose spirituali, consiglia Abba Poemen. Sottomettiti ad un anziano e lasciati guidare in tutto”. Un altro Padre del deserto, introducendo un novizio gli diceva: “Fratello, fai come il cammello. Caricati delle tue imperfezioni e lasciati guidare da un Padre spirituale sulla via che egli conosce più di te”.
“Se vogliamo criticare le soluzioni che utilizza il maestro, non ci sarà alcun progresso, poiché ciò che al discepolo può sembrare privo di importanza e persino insensato, dice ancora san Nilo, in verità è cosa buona. Colui che è un artista e chi non lo è, giudicano differentemente l’opera d’arte. Il primo ha come regola la conoscenza, l’altro la somiglianza”.
Si narra che Abba Giovanni il Colobo, prima di divenire asceta, visse per molti anni sotto la direzione di un Anziano, nella Tebaide. In principio, il Maestro, volendo metterlo alla prova, lo fece camminare, in un giorno, per dodici ore, dalla loro capanna sino ad un luogo arido. Là, l’Anziano prese il suo bastone, lo piantò in terra e ordinò al discepolo di andare ad innaffiarlo tutti i giorni, portando, in un secchio, l’acqua dalla capanna. Il buon discepolo operò con zelo quanto era stato stabilito dal maestro. Tre anni dopo, il legno secco riprese vita e produsse delle noci. L’Anziano le raccolse e la Domenica seguente le portò in Chiesa. Dopo l’ufficio furono distribuite agli eremiti, dicendo loro: “Venite fratelli, gustate i frutti dell’obbedienza”.
Abba Iperechio diceva che l’obbedienza è il gioiello più prezioso per un monaco. Quello che lo possiede sarà esaudito da Dio ed entrerà in rapporto con il Crocifisso che si è fatto obbediente sino alla morte.
Marco l’Asceta, fedele alla tradizione dei Padri, insegna ugualmente: “Vivere soli è pericoloso, seguendo le proprie fantasie, senza testimoni ma è ugualmente insidioso vivere assieme ad uomini privi di esperienza nei combattimenti spirituali. Le macchinazioni del Maligno sono molteplici e ben dissimulate, le trappole del nemico sono di vario genere e disseminate ovunque. Per questo, possibilmente, bisogna impegnarsi a vivere con degli uomini saggi e virtuosi oppure frequentarli ripetutamente. Quando non possediamo la lampada della vera conoscenza, per non aver ancora raggiunta la maturità spirituale, essendo sempre bambini, bisogna seguire colui che possiede la lampada, per non camminare nelle tenebre e non esporsi ai pericoli degli uragani e delle gelate, correndo il rischio di cadere nelle fauci delle belve spirituali che abitano le tenebre e che divorano coloro che procedono senza la lampada spirituale che è la Parola di Dio…”
A proposito di tale frequentazione di uomini santi e sapienti, ci vengono alla mente molte storie del Deserto. Un Anziano diceva che colui che entra in un profumeria, anche se non acquista alcunché, ne esce impregnato da un buon odore. La stessa cosa avviene a colui che frequenta dei santi, poiché di impregna del profumo delle loro virtù.
“Tre anziani, si narra nella vita di sant’Antonio, avevano la consuetudine di recarsi, una volta all’anno, al monte dell’Abba Antonio per ricevere gli insegnamenti del grande santo. Una volta, due di loro posero alcune domande sull’ascesi dell’anima e del corpo, per fornire al santo l’occasione di riversare la sapienza divina che sortiva dalle sue labbra. Il terzo ascoltava in silenzio e non poneva domande. Il santo gli disse:
– In tutti gli anni che mi hai reso visita, non hai ancora posto una domanda. Non vuoi imparare niente?
– Mi basta guardarti, Abba. – Ciò mi insegna molto, rispose con rispetto l’anziano”.
Da ciò che abbiamo scritto sin qui, apprendiamo che non esiste altra via certa se non quella di confessare ogni pensiero ai Padri che hanno il dono del discernimento, di ricevere da loro soli la condotta nella virtù, di non affidarsi mai al proprio giudizio… Poiché confessarsi a qualcuno che non possiede il discernimento, che non ha esperienza, mette a rischio di perdizione ambedue le anime. Abba Poemen consiglia di non affidare la propria confessione a chi risulta sconosciuto alla nostra coscienza.
Abba Cassiano e i suoi discepoli resero visita ad Abba Mosè (un vecchio brigante divenuto uno dei più grandi santi del deserto) e lo interrogarono sulla confessione dei pensieri. Mosè rispose loro: “ È buona cosa, figli miei, non nascondere i propri pensieri ai Padri e confessarli francamente e sinceramente. Non bisogna ascoltare il proprio giudizio, ma sottomettersi, senza esclusione alcuna, a quello dei Padri. Non bisogna confessare a chiunque i segreti del cuore, ma a degli anziani divenuti spirituali, che sanno discernere, che hanno la stima di molti e non soltanto i capelli bianchi. Molti sono coloro che si fissano sulle cose esteriori e rivelano i loro pensieri; al posto della guarigione trovano la disperazione, a causa dell’inesperienza di chi li ascolta”.
San Massimo il Cavsocaliba – l’uomo ardente delle capanne – è stato vittima di un confessore inesperto a cui aveva rivelato le sue visioni e l’incontro con la Deipara sulla cima del Monte Athos: per questo, fu considerato un folle, un uomo smarrito. Ma fu una grazia per san Massimo, che si servì dell’epiteto “smarrito” per salvarsi dalle lodi degli uomini, dicendo a tutti quelli che lo avvicinavano: “Allontanatevi da me, sono un uomo smarrito”.
“I Padri esperti, insegna Cassiano il Romano, non si muovono per loro volontà, ma sono mossi da Dio e dalle Scritture ispirate. Che sia necessario interrogare coloro che sono progrediti nella virtù, è scritto in molti passi della Santa Scrittura, come nella Vita di san Samuele, che, ancora bambino, fu consacrato dalla madre a Dio e fu degno di conversare con il Signore e che tuttavia non si affidò a propri pensieri, andando a consultare il Padre spirituale Eli, apprendendo così che avrebbe dovuto rispondere a Dio. Nonostante Dio, con la Sua chiamata, lo avesse reso degno di Lui, volle che fosse sottomesso al padre spirituale, affinché vivesse nell’umiltà.
Allo stesso modo, Cristo che scelse e chiamò Paolo, avrebbe potuto aprirgli subitamente gli occhi, mostrandogli la via della perfezione; tuttavia lo inviò da Anania, orinandogli di imparare da quest’ultimo la via della verità e dicendogli: “Alzati, torna in città e là ti sarà detto cosa devi fare”. Tali esempi ci insegnano a lasciarsi guidare da coloro che sono perfetti… “Salii, dice Paolo, a Gerusalemme per incontrare Pietro e Giacomo, per esporre loro il Vangelo che predico, con il timore di correre o di aver corso invano”, nonostante la grazia del Santo Spirito fosse con lui nella potenza dei miracoli compiuti. Chi può essere talmente orgoglioso e presuntuoso da reggersi unicamente sul proprio giudizio, quando il vaso di elezione confessa che è necessario il parere degli apostoli? Dunque è chiaro che – i fatti lo dimostrano – il Signore non rivela la via della perfezione se non a quelli che sono guidati dai Padri spirituali. Perciò Dio, per bocca del profeta, dice: “Interroga tuo padre e te lo insegnerà, interroga i tuoi anziani e te lo diranno…”
Similmente all’apostolo, il padre spirituale conosce i dolori del parto, gli attacchi dei demoni scatenati contro di lui, poiché i demoni si vendicano sul padre spirituale, dice Nilo l’Asceta, e vanno a turbarlo di giorno e di notte, suscitando, a suo danno, le calunnie, le difficoltà, i pericoli.
Talvolta, accade, dice Giovanni il Carpato, che il maestro si esponga al disonore, subisca delle prove per il bene dei discepoli. “Siamo privi d’onore e disprezzati, voi siete gloriosi e forti in Cristo”, scrive Paolo ai Corinti. San Simeone il Nuovo Teologo fu attaccato dai suoi monaci animati dal diavolo. Il patriarca di allora lo condannò all’esilio, ma tornò sui suoi passi grazie alla richiesta e alle preghiere del santo e si limitò a disperdere i calunniatori. Ma, da buon pastore che era, non potendo tollerare il monastero deserto, si mise a cercarli, inviando loro ciò che era indispensabile a sopravvivere. In seguito, andò da ciascuno di loro, chiedendo perdono come se li avesse offesi e dopo qualche tempo riuscì a farli tornare al monastero.
“Ricevi e ascolta con pietà le istruzioni divine e spirituali dei Padri. Le cose spirituali sono inaccessibili a coloro che sono privi di esperienza, dice san Macario. La comunicazione del Santo Spirito è data all’anima santa e fedele… I tesori celesti dello Spirito sono resi manifesti a colui che ha acquisito l’esperienza. Quello che non è stato iniziato non può comprendere assolutamente niente”.
“Dunque ascolta con pietà ciò che ti è rivelato su tali cose fino al momento in cui sarai ritenuto degno di riceverle. Allora vedrai, con gli occhi sperimentati dell’anima, a quali beni e a quali misteri le anime dei cristiani possono, sin qui, comunicare…”, ci insegnano i santi Callisto ed Ignazio.

(Tratto dal volume Callinique l’Esicaste, Paris, Fraternitè Orthodoxe Saint Gregoire Palamas)

Vescovo Nicolaj di Ochrid: Sulla Verità

Vescovo Nicolaj (Velimirovic)

La Verità. Una omelia

Duccio da Boninsegna, Quid est veritas?

Duccio da Boninsegna, Quid est veritas?

Non bisogna chiedere cosa sia la verità. Pilato ha chiesto a Cristo “cos’è la verità?” e non ha ricevuto nessuna risposta. Cristo non ha voluto rispondere ad una domanda sbagliata. Ci possiamo chiedere se Pilato avrebbe saputo formulare correttamente la domanda. Avrebbe dovuto chiedere – “Chi” è la verità? Se avesse chiesto così avrebbe avuto la risposta: “Io sono la Verità” gli avrebbe risposto Cristo, così come in precedenza aveva detto ai suoi discepoli: “Io sono la Via, la Verità, la Vita”

Capite, fratelli miei, di cosa sto parlando, sto parlando della frustrazione con la quale il Signore così spesso frustra l’Europa. Uno dei principali motivi è che l’Europa eretica da tanti secoli fa a Cristo la stessa domanda di Pilato: cos’è la verità? fin dal momento della separazione dalla antica Chiesa, apostolica ed ortodossa. Se chiedesse correttamente – Chi è la Verità – avrebbe la risposta: la Verità è personale, la Verità è Dio, e non è una cosa. La Verità è “Lui” e non “ciò” La Verità è Colui che che è sempre uguale e non ciò che continuamente muta . La Verità è la Divina Personalità Trinitaria, eguale nei secoli, immutabile, non passeggera, indipendente, intoccabile, irresistibile, alfa ed omega del tutto vivente, l’inizio e la fine del creato, la fiamma della luce che mai si spegne, la culla della vita, la Mente e la Sapienza che sorge ad Oriente, l’immenso ed irresistibile Amore, lo Spirito della Vita che tutto risuscita, la Parola che fa ogni cosa, la Gioia che supera ogni canto, la Pace che sorpassa ogni intendimento, la Capacità di realizzazione che supera ogni sogno, l’Artista che insegna l’arte alle formiche, alle api, agli uccelli ed agli uomini.

Dio è Verità, fratelli, e non una “cosa”1. La differenza tra pagani e cristiani: i pagani rispondevano e rispondono: la Verità è tutto ciò che è Materia Prima di ogni cosa e cioè l’acqua, o l’aria, o la terra, o il fuoco, o l’etere, oppure il numero. I cristiani hanno risposto e rispondono: Cristo è la Verità, Persona Divina e Verità, non la Materia. La Verità non si può trovare nel creato, ma si trova nel Creatore. La Verità non viene rivelata nella Materia, se non è il Creatore che ve la rivela.

Ora udite e gioite uomini della terra: il Creatore ha annunciato la Verità, è apparso in carne, ha donato agli uomini i misteri mai pronunciati, ha fatto opere mai compiute, ha vinto i nemici invincibili, ha spalancato ai credenti le porte del regno dei Cieli pieno dei più grandi tesori che il cuore possa desiderare. Ma chi è adesso questo? Si domandano gli eretici pagani dell’occidente; colui che voi avete cacciato, è Colui al quale voi avete chiesto “che cosa” è la verità. Ma se lui rimase in silenzio senza darvi risposta voi vi siete rivolti ai vostri filosofi, ai vostri maghi i quali vi hanno grattato le orecchie quando prudevano. E colui che ha detto: “Io per questo sono nato, per questo son venuto al mondo: per rendere testimonianza alla Verità” (Gv.18,37) è Lui, il nostro dolce e misericordioso Cristo Ortodosso il quale è stato rigettato da tutti i pagani, vecchi e nuovi che hanno cercato la verità nelle cose e non nel Creatore delle cose, che indagano sulle radici delle cose (come se la materia potesse avere radici al di fuori della Parola di Dio) i quali hanno messo i loro filosofi sulla cattedra di Cristo, i quali apprezzano la cultura più che la giustizia, l’onestà, l’eroismo; Capite adesso, fratelli miei, di cosa vi sto parlando? Ve lo dico perché è accaduta la recente guerra mondiale2 e perché ne accadrà una ancora peggiore, se il mondo non si inchinerà di fronte alla Verità. Il mondo si è allontanato dalla Verità. E non parlo solo del mondo di chi non è credente, anche il mondo cristiano si è allontanato dalla Verità e quando ci si distanzia anche solo di un pelo dalla Verità ci distanzia chilometri dall’onestà e dalla giustizia. Il mondo cristiano così è diventato menzognero, disonesto, ingiusto, fino al punto di superare i popoli non credenti. E per questo motivo la Divina Verità ha dovuto permettere tremendi terremoti, tempeste, orrori per smuovere la mente degli uomini e per ripulirla dalla sporcizia e dalla menzogna.

Se mi chiedete cosa dobbiamo fare per salvarci io vi risponderò: “conoscete la Verità e questa Verità vi libererà da tutti i mali. Cristo è la Verità ed il Testimone dell’Unica Divina verità. Manifestate Cristo nella vostra vita personale, familiare,sociale e Cristo vi salverà da ogni male, e da ogni opera del Maligno, visibile o invisibile”. Amen.

(Traduzione dal Serbo di Sladjana Bojanic)

Tratto da La Pietra, n. 1/1999, pp.19-22

San Giovanni di Shangai e San Francisco: Omelia su Zaccheo

San Giovanni di Shangai e San Francisco

Omelia su Zaccheo

Il Signore e Zaccheo

Il Signore e Zaccheo

Chi era Zaccheo? Un pubblicano di rango elevato, “un capo dei pubblicani”. La consuetudine che abbiamo di opporre le due figure dell’umile pubblicano e dell’orgoglioso fariseo cela i fatti ed impedisce al nostro spirito di valutare rettamente questi due tipi di personaggi. Per comprendere bene il Vangelo, è indispensabile sapere esattamente chi fossero.

I Farisei erano, in poche parole, dei giusti. Oggi, il termine “fariseo” suona come un rimprovero, ma, al tempo di Cristo e nei primi secoli del cristianesimo, era inteso diversamente. Lungi dal considerarlo una mancanza, l’Apostolo Paolo confessa fieramente ai Giudei: “Sono un fariseo, figlio di farisei” (Atti 23, 6). In seguito, rivolgendosi ai cristiani, ai propri figli spirituali, scrive: “Sono della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo tra gli Ebrei, e in ciò che concerne la Legge, un fariseo” (Fil. 3, 5). Il santo Apostolo Paolo non fu il solo fariseo ad abbracciare il cristianesimo, ce ne furono molti altri: Giuseppe, Nicodemo, Gamaliele…

I farisei – nell’antico ebraico peroushim, in aramaico pherisim, che significa “altri, coloro che si sono separati, differenti”- erano degli zeloti della Legge divina: Si “riposavano sulla Legge” e, in altri termini, la meditavano costantemente, l’amavano e si sforzavano di compierne tutti i precetti; ne erano i predicatori e gli interpreti.

Le ammonizioni del Signore ai Farisei hanno per argomento il fatto di avvertirli che qualsiasi loro battaglia, tutti gli sforzi lodevoli perseguiti sono nulli, perdono qualsiasi pregio agli occhi di Dio, valendo così, non la benedizione del Signore, ma la sua condanna, a motivo dell’inorgoglirsi dei loro atti di giustizia e, soprattutto, del giudicare il prossimo. Un esempio eclatante di tale attitudine si trova nel Fariseo della parabola che dice: “Dio, ti ringrazio di non essere come gli altri uomini” (Lc. 18, 11).

Al contrario, i pubblicani erano dei pubblici peccatori , che trasgredivano le più sacre leggi del Signore. Questi esattori delle tasse mettevano le imposte sui Giudei per conto di Roma. Ricordiamoci che gli Ebrei, consapevoli del loro ruolo unico di popolo eletto da Dio, si vantavano di essere “la semenza di Abramo” e di “non essere mai stati schiavi di nessuno” (Gv. 8, 33). In quest’epoca, tuttavia, conseguentemente ai noti fatti storici, si trovavano ad essere sudditi, schiavi di un popolo orgoglioso e brutale, un popolo “di ferro” – i Romani pagani. Il giogo di tale schiavitù li opprimeva strettamente e diveniva sempre più pesante e doloroso.

Il segno più tangibile e manifesto di tale sottomissione, di questo asservimento ai Romani consisteva nell’obbligo di versare, in tributo, ogni sorta di tassa ai loro oppressori. Per i Giudei, come per tutti i popoli dell’antichità, pagare i tributi simboleggiava una soggezione. I Romani, che di fronte ad un popolo vinto non avvertivano il minimo scrupolo, esigevano imperiosamente e senza mediazioni delle tasse ordinarie e straordinarie.

Evidentemente, i Giudei pagavano con odio e disgusto. Gli scribi erano consapevoli del loro misfatto, allorché desiderando compromettere il Signore agli occhi del Suo popolo, gli chiesero: “È lecito pagare il tributo a Cesare?” (Mt. 22, 17). Sapevano che se Cristo avesse risposto negativamente, sarebbe stato facile accusarlo davanti ai Romani; ma se dichiarava obbligatorio versare il tributo, sarebbe stato compromesso agli occhi del popolo.

Finché i Romani governarono la Giudea con la mediazione di re locali – come Erode, Archelao, Agrippa ed altri ancora – l’assoggettamento a Roma e più precisamente l’obbligo di pagare le tasse, fu leggermente mitigato per i Giudei nella misura in cui non erano che sudditi indiretti, pagando i tributi ai loro re che – essi soltanto – erano sudditi e tributari di Roma. Ora, poco tempo prima del debutto del ministero pubblico di Cristo, ci fu un cambiamento nel sistema di governo della Giudea. Il censimento universale menzionato circa la Natività di Cristo costituiva la prima tappa di un processo che mirava a stabilire una capitazione – una tassa sulla persona, pagata da ciascun individuo- su tutti i sudditi di Roma in questa regione.

Nell’anno 6 o 7 d. C., dopo le dimissioni di Archelao, l’introduzione di una tale tassa che pesava su tutti gli abitanti della Palestina produsse, da parte dei Giudei, delle rivolte guidate dal Fariseo Sadduc e da Giuda il Galileo (Atti 5, 37). A malapena il Sommo Sacerdote Joazar riuscì a quietare il popolo. Al posto dei re locali, i Romani misero dei procuratori come governatori della Giudea e delle vicine province. Per riscuotere le tasse con maggiore successo, i Romani introdussero il sistema dei pubblicani. Questa istituzione esisteva a Roma sin dall’antichità, ma mentre a Roma e in Italia, i pubblicani erano reclutati tra i membri di rango elevato, quella dei cavalieri, in Giudea, i Romani furono costretti ad assoldare come pubblicani degli scapestrati, rifiuti della società, degli Ebrei che, perduto ogni pudore, acconsentivano a collaborare con loro ed a indurre i loro fratelli a pagare le tasse.

Accettare una tale condizione significava la perdita totale della moralità. Significava diventare traditori della patria e, principalmente, della propria fede. Per divenire, al servizio dei pagani, lo strumento della dominazione del popolo eletto da Dio, bisognava rinunciare all’attesa di Israele, rinunciare a ciò che era più sacro, rinunciare alle speranze.

Quando accettava l’incarico, il pubblicano doveva prestare un giuramento di fedeltà all’imperatore ed offrire un sacrificio pagano in onore del suo spirito, il genio dell’imperatore. I Romani non avevano alcun rispetto delle convinzioni religiose dei loro agenti. I pubblicani, non contenti di servire gli interessi di Roma riscuotendo le tasse dai loro compatrioti, assecondavano i loro appetiti mercenari e, divenendo ricchi a spese dei fratelli di schiavitù, rendevano ancora più gravoso il giogo dell’oppressione romana. Questi erano i pubblicani! Perciò, a ragione, l’odio e il disprezzo li circondavano; traditori del loro popolo, non tradivano un qualsiasi popolo, ma il popolo scelto da Dio, il Suo strumento nel mondo, l’unico popolo per il quale dovevano giungere al genere umano la rinascita e la salvezza.

Tutti i tratti che abbiamo sinora descritto si applicano perfettamente a Zaccheo, che non era un pubblicano ordinario, ma un capo dei pubblicani, un architelone. Indubbiamente, aveva compiuto tutto: aveva offerto dei sacrifici pagani, prestato un giuramento pagano, estorto brutalmente le tasse ai suoi fratelli, aumentandole per il proprio profitto. Ed era divenuto, come testimonia il Vangelo, un uomo ricco. Certamente, Zaccheo capiva che le speranze di Israele erano per lui perdute. Tutta la predicazione dei profeti, tutto l’amore respirato sin dall’infanzia, tutto ciò che faceva trasalire di gioia le anime pie dell’Antico Testamento, ciascuna anima “che conosce il giubilo” – tutto ciò non esisteva più per lui. Era un traditore, un rinnegato, un fuori legge. Non aveva più alcun ruolo nel popolo d’Israele.

Ed ecco che gli giunge una voce: il Santo d’Israele, il Messia annunciato dai profeti è apparso nel mondo e, con un manipolo di discepoli, percorre le pianure della Galilea e della Giudea, predicando il Vangelo del Regno ed operando molti miracoli. Nei cuori fedeli, si accendono delle speranze. E Zaccheo? Come reagirà? Per lui, personalmente, la venuta del Messia suona come una catastrofe. Il regno dei Romani sarebbe finito ed Israele trionfante non avrebbe perso l’occasione di vendicarsi dei disastri da lui prodotti, degli abusi e delle esazioni ai quali si era abbandonato. E se anche non fosse andata così – poiché il Messia, essendo un testimone dei profeti, viene come un giusto, un apportatore di salvezza, un uomo umile e dolce (Zaccaria 9, 9) – il trionfo del Messia non avrebbe potuto portargli, a lui Zaccheo, nient’altro che la vergogna più totale, la perdita di ogni ricchezza e del rango sociale che aveva acquisito ad un così terribile prezzo: quello del tradimento del suo Dio, del popolo e di tutte le speranze d’Israele.

Forse, tuttavia, non è così – non ancora. Il nuovo predicatore potrebbe non essere il Messia. Non credono tutti in Lui. Farisei e Sadducei – i più grandi nemici dei pubblicani e, in particolare, di lui Zaccheo – non credono in Lui. Forse questa storia non è altro che una voce sparsa dal popolino. In tal caso si può continuare a vivere alla giornata come si è fatto sinora… Ma Zaccheo non cerca di rafforzare tale pensiero. Desidera vedere Gesù per sapere, per sapere veramente: “Chi è?” Sì, Zaccheo vuole che il predicatore che sta passando sia realmente il Cristo, il Messia. Vorrebbe gridare con i profeti: “Ah! Se tu aprissi i cieli e discendessi!” (Isaia 64, 1). Che venga questo tempo, anche se per lui significa rovina e declino. Nella sua anima si aprono, gli pare, delle profondità che non aveva mai percepito sinora; in lui brucia, arde, divora un amore totalmente disinteressato per Colui che è l’“Attesa delle Nazioni”, per l’immagine dell’umile Messia descritta dai profeti, “Che ha preso le nostre sofferenze e portato i nostri dolori” (Isaia 53, 4). E quando si presenta l’occasione di vederLo, Zaccheo dimentica se stesso. Nel trionfo del Messia risiede, per lui personalmente, per Zaccheo, il disastro e la perdizione. Ma non vi pensa. Desidera scorgere anche solo furtivamente Colui che Mosè ed i profeti hanno predetto.

Ed ecco: il Cristo passa. La folla lo circonda. Zaccheo, a causa della sua bassezza, non Lo può vedere. Tuttavia, la sete di Zaccheo, la sete assolutamente libera e gratuita che ha di scorgere il Cristo, almeno da lontano, è talmente illimitata, così irresistibile che quest’uomo ricco e potente, ufficiale dell’Impero, nel mezzo di una folla che professa per lui odio e disprezzo, non presta attenzione a nulla e, consumato dal desiderio di vedere Cristo, trascura ogni convenienza, abbandona qualsiasi decoro, salendo su di un albero, un sicomoro che cresceva ai lati della strada. Gli occhi di questo grande peccatore, di questo capo dei traditori e dei rinnegati, incontrano gli occhi del Santo d’Israele, di Cristo il Messia, del Figlio di Dio. Gesù vede ciò che uno sguardo indifferente od ostile non saprebbe vedere. Amando di un amore disinteressato l’immagine del Messia, Zaccheo ha la capacità immediata di riconoscere il Signore Cristo nel dottore Galileo che sta passando; e il Signore, pieno di amore divino ed umano, discerne l’amore in Zaccheo che Lo scruta dai rami del sicomoro; il Signore vede le profondità spirituali di questa anima, profondità che Zaccheo stesso, fino a quel momento, ignorava. Il Signore vede, in questo cuore di traditore, l’amore ardente per il Signore d’Israele, amore che non manifesta alcun sospetto di interesse personale, amore che può rigenerarlo e rinnovarlo. La voce di Dio si fa sentire: “Zaccheo, affrettati a scendere, poiché oggi sarò a casa tua”. La rinascita morale, la salvezza, il rinnovamento giungono a Zaccheo e nella sua dimora. Sì, il Figlio dell’Uomo è venuto veramente a cercare ed a salvare colui che si era perso.

Signore, Signore, Ti abbiamo tradito, Te e la Tua opera, come fece Zaccheo; noi stessi ci siamo privati di una parte in Israele; abbiamo rinnegato la nostra speranza! Tuttavia, doveva tornare a nostra vergogna e confusione e a quella dei nostri simili, che il Tuo Regno venga! E la Tua vittoria, e il Tuo trionfo!

Sì, per quanto per i nostri peccati – ed è giustizia – la Tua venuta debba portarci rovina e condanna, vieni, Signore, affrettati!

Ma donaci di vedere, anche solo da lontano, il trionfo della Tua Giustizia, per quanto non sappiamo avervi parte. Ed abbi pietà di noi contro ogni speranza, come un tempo hai fatto con Zaccheo!

Tratto da La Lumiere du Thabor, n. 47-48, pp. 103-108
Traduzione di Chiara Ruth Rantini

San Giovanni di Kronstadt: Sulla preghiera

San Giovanni di Kronstadt
Pensieri diversi sulla preghiera
San Giovanni di Kronstadt

San Giovanni di Kronstadt

LA PREGHIERA COSTRUITA SULLA SABBIA

Il demonio si sforza di disperdere la preghiera, come fosse un mucchio di sabbia; cerca di trasformare le parole in sabbia secca, senza coesione né midollo, cioè senza fervore del cuore. Così la preghiera può essere sia una casa costruita sulla sabbia, sia una casa costruita sulla roccia. Edificano sulla sabbia coloro che pregano senza spirito di fede, distrattamente, con freddezza: una preghiera simile si disperde da sola e non reca nessun vantaggio a colui che prega. Edificano sulla roccia coloro che, durante la preghiera, tengono gli occhi fissi verso Dio e si rivolgono a lui come ad una persona viva, parlandogli faccia a faccia.

LE TENEBRE DURANTE LA PREGHIERA

Durante la preghiera, a volte sopraggiungono momenti di tenebre mortali e di angoscia spirituale che nascono da un cuore incredulo (l’incredulità infatti è tenebra). In questi momenti non lasciar venir meno il tuo cuore, ma ricordati che se la luce divina si è spenta in te, continua però a brillare, in tutto il suo splendore e la sua gloria, in Dio stesso, nella sua Chiesa in cielo e sulla terra, e nell’universo materiale in cui “si sono rese visibili la sua potenza eterna e la sua divinità “(Rm 1, 20).

Non credere che la verità è venuta meno, poiché la verità è Dio stesso e tutto ciò che esiste trova in lui la propria fonte e il proprio fondamento. Solo il tuo cuore, il tuo cuore peccatore e ottenebrato, può venir meno alla verità, perché non riesce a sostenere in continuazione il bagliore della luce di verità e non è sempre capace di sostenerne la purezza; ci riesce solo se è stato purificato dai propri peccati, causa primaria delle tenebre spirituali. Puoi averne la prova in te stesso. Quando la luce della fede o della verità divina dimorano nel tuo cuore, esso è nella pace, calmo, forte e vivo; quando invece la luce scompare, il cuore è a disagio, debole come una canna agitata dal vento, senza slancio. Non dare importanza a queste tenebre, opera di Satana; fa’ il segno di croce, segno che dà la vita, ed esse si dissiperanno.

LA PREGHIERA CI RENDE INVULNERABILI

L’unico modo per passare la giornata nella pace e nella santità, senza peccato, è quello di pregare con fervore e sincerità fin da quando ti alzi al mattino. Questa preghiera introdurrà Cristo nel tuo cuore, assieme al Padre e allo Spirito Santo e così renderà salda la tua anima contro ogni assalto del male. Dovrai però continuare a proteggere accuratamente il tuo cuore.

LA PREGHIERA DELLE LABBRA HA LA SUA ECO NEL CUORE

Si possono recitare le preghiere in fretta senza che questo nuoccia alla qualità della preghiera? È possibile per coloro che hanno imparato a pregare interiormente con un cuore puro. Durante la preghiera bisogna che il cuore desideri sinceramente quello che chiedi, che avverta la verità di quello che stai dicendo e queste cose, in un cuore puro, avvengono spontaneamente. I puri di cuore sono capaci di recitare rapidamente le preghiere e di farlo in modo gradito a Dio; nel loro caso la rapidità non nuoce all’autenticità della preghiera. Ma coloro che non sono ancora capaci di pregare con cuore sincero devono assolutamente pregare lentamente, aspettando che il cuore faccia eco ad ogni parola della preghiera. E questo dono non sempre è concesso facilmente a quelli che non sono abituati alla preghiera contemplativa. Per costoro bisogna quindi fissare come regola assoluta che le parole della preghiera siano pronunciate lentamente e intercalate da pause. Aspetta che ogni parola trovi eco nel cuore.

LE ESIGENZE DELLA PREGHIERA

La preghiera è l’elevazione dello spirito e del cuore verso Dio. t perciò evidente che la preghiera è assolutamente impossibile ad una persona che abbia lo spirito e il cuore attaccati a qualcosa di carnale – il denaro o gli onori, per esempio – o abitati da passioni come l’odio e l’invidia, poiché le passioni rinchiudono il cuore, allo stesso modo in cui Dio invece lo dilata e gli dà la vera libertà.

IL MALIGNO HA VIA LIBERA DOVE NON SI PREGA

Molta gente ha perso la fede o perché ha completamente perso lo spirito di preghiera, o perché non l’ ha mai avuto e continua a non averlo; in breve, perché non pregano. Il principe di questo mondo ha campo libero per agire nel cuore di gente simile e diventa il loro padrone.

Costoro non hanno chiesto e non chiedono la grazia di Dio (i doni di Dio infatti sono accordati solo a quelli che li chiedono e li cercano); così il loro cuore, corrotto per natura, viene pri­vato della rugiada vivificante dello Spirito Santo; alla fine è talmente secco che prende fuoco e brucia della fiamma infernale dell’incredulità e delle passioni. E il demonio sa come accendere le passioni che alimentano questo fuoco terribile; trionfa nel vedere la rovina di quelle povere anime riscattate al prezzo del sangue di Colui che aveva schiacciato sotto i piedi la potenza di Satana.

PREGA PER LA SALVEZZA DEGLI ALTRI E DIO TI BENEDIRÀ

Quando sei colpito dalla sofferenza e dall’angoscia degli altri e ti senti portato a pregare per loro con cuore compassionevole profondamente commosso, chiedi a Dio di aver pietà dei loro peccati come chiederesti la remissione dei tuoi: cioè supplicalo piangendo di perdonarli. Prega per la salvezza degli altri come pregheresti per la tua salvezza. Se ci riuscirai, se diventerà per te un’abitudine, riceverai da Dio un’abbondanza di doni spirituali, i doni dello Spirito Santo che ama l’anima preoccupata per la salvezza altrui. Lo Spirito stesso infatti vuole salvarci con tutti i mezzi possibili, a condizione che non gli opponiamo resistenza e che non induriamo il nostro cuore. “Lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti ineffabili “(Rm 8, 26).

LA PREGHIERA FATTA PER FORZA NON GIUNGE A DIO

La preghiera fatta solo per obbligo genera l’ipocrisia, rende l’uomo incapace di fare tutto ciò che richiede riflessione e provoca il disgusto per ogni cosa, anche per l’esecuzione dei propri compiti. Questo dovrebbe convincere tutti coloro che pregano in tal modo a correggere il loro modo di pregare. Bisogna pregare con gioia, con forza, con tutto il cuore. Non pregare solo quando sei costretto, nella prova o nel bisogno, poiché “Dio ama chi dona con gioia “(2 Co 9, 7).

PREGA PER TUTTI, ANCHE PER I NEMICI

Se noti nel tuo prossimo difetti e passioni, prega per lui. Prega per tutti, anche per i tuoi nemici. Se ti accorgi che il tuo fratello è fiero e testardo, che si comporta orgogliosamente verso di te o verso gli altri, prega per lui, affinché Dio illumini la sua mente e riscaldi il suo cuore con il fuoco della grazia, e ripeti: “Signore, insegna la dolcezza e l’umiltà al tuo servo che è caduto nell’orgoglio di Satana; allontana dal suo cuore le tenebre e il peso di questa fierezza malvagia”.

Se vedi un fratello in collera prega così: “Signore, fa’ che con la tua grazia questo servo diventi buono!” Se si tratta di un’anima mercenaria e piena di cupidigia, di’: “Signore, tu che sei il tesoro incorruttibile e l’inesauribile ricchezza, fa’ che il tuo servo, creato a tua immagine, riconosca il carattere ingannatore delle ricchezze e si accorga che esse sono vane, inconsistenti e false, come tutte le cose terrene. Infatti i giorni dell’uomo sono come l’erba, come una ragnatela; tu solo sei la nostra ricchezza, la nostra pace e la nostra gioia”.

Se vedi un uomo invidioso, prega così: “Signore, illumina lo spirito e il cuore del tuo servo affinché possa riconoscere i doni innumerevoli ed insondabili che ha ricevuto dalla tua generosità inesauribile. Nell’accecamento della sua passione, ha dimenticato te i tuoi doni preziosi e, nonostante sia ricco grazie ai tuoi regali, si crede povero e guarda con invidia i beni che hai distribuito a ciascuno dei tuoi servi, a volte loro malgrado, ma sempre secondo la tua volontà, o nostro ineffabile benefattore! Signore pieno di misericordia, strappa il velo con il quale il demonio ha coperto gli occhi del cuore del tuo servo, accordagli la contrizione del cuore, le lacrime di pentimento e di gratitudine, affinché l’avversario che l ‘ha catturato vivo nella sua rete, non possa gustare la gioia di strapparlo dalle tue mani2.

Se vedi un ubriaco, di’ nel tuo cuore: “Signore, rivolgi uno sguardo di bontà al tuo servo, sedotto dalla concupiscenza del ventre e dei piaceri carnali, fagli capire la dolcezza della temperanza e del digiuno, la dolcezza del frutto spirituale che ne deriva”. Se vedi un uomo in preda alla passione della gola e che trova in essa la propria felicità, ripeti: “Signore, tu sei il nostro cibo, non il cibo che perisce bensì quello che conduce alla vita eterna. Purifica il tuo servo dal peccato di gola, così carnale e lontano dal tuo Spirito, accordagli di conoscere la dolcezza del tuo cibo spirituale e vivificante, cioè il tuo corpo e il tuo sangue e la tua parola santa, viva e operante”.

In questo o in altri modi prega per tutti i peccatori e non permetterti mai di disprezzare qualcuno a causa del suo peccato, o di correggerlo con durezza; servirebbe solo ad aggravare le sue ferite; correggilo invece con consigli, ammonizioni e castighi adatti a frenare il male o a contenerlo entro certi limiti.

L’UOMO PORTATO ALLA PREGHIERA DA TUTTO IL CREATO

L’anima è portata suo malgrado alla lode quando contempliamo il cielo stellato, ma ancor di più quando, contemplando il cielo e le stelle, ci raffiguriamo la bontà di Dio verso l’uomo, l’amore infinito con cui ama l’uomo, egli che per la nostra salvezza non ha risparmiato il suo Figlio unigenito. Ti è impossibile non glorificare Dio se ti ricordi che sei stato creato dal nulla, che sei predestinato, fin dalla fondazione del mondo, alla beatitudine eterna, senza alcun motivo, senza alcuna proporzione rispetto ai tuoi meriti; se ti ricordi le grazie che Dio ti ha accordato durante tutta la vita, in vista della tua salvezza, gli innumerevoli peccati che ti ha perdonato, e non una o due volte, ma infinite volte, l’abbondanza di doni naturali che ti ha procurato, dalla salute all’aria che respiri, alla goccia d’acqua.

Siamo portati nostro malgrado alla lode quando vediamo con stupore la varietà infinita delle creature nel regno animale, nel regno vegetale e in quello minerale. Che sapiente organizzazione esiste ovunque, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo! Una lode spontanea sgorga dal cuore ed esclama: “Come sono meravigliose le tue opere, o Signore! Hai creato ogni cosa con sapienza “(Sal 104, 24). Gloria a te, Signore, che hai creato ogni cosa!

METTI LA PREGHIERA ALLA BASE DELLE TUE OPERE

Quando reciti la preghiera della sera o del mattino, a casa tua oppure in chiesa durante l’Ufficio divino, chiediti nel tuo cuore come compiere questa opera buona e desidera sinceramente di compierla per la gloria di Dio. Il Signore e sua Madre santissima ti illumineranno sicuramente, ispireranno al tuo cuore un’idea chiara che ti farà vedere come agire. Se per esempio vuoi scrivere un discorso o una predica e non sai che argomento scegliere, pensaci durante la preghiera: il Signore e sua Madre santissima ti indicheranno con sicurezza e con estrema chiarezza l’argomento da trattare, con tutti i diversi punti; il tuo spirito e il tuo cuore illuminati vedranno chiaramente tutti gli aspetti del problema.

NELLA PREGHIERA PREGUSTIAMO LA FELICITA ETERNA

Già in questa vita noi percepiamo qualcosa di ciò che sarà la nostra unione con Dio nel mondo che verrà, di come sarà per noi sorgente di luce, di pace, di gioia e di felicità. Durante la preghiera, quando la nostra anima è interamente rivolta verso Dio ed è unita a lui, ci sentiamo felici, tranquilli, sollevati e gioiosi, come bambini rannicchiati in grembo alla madre; o, per meglio dire, proviamo una sensazione di benessere ineffabile. “è bello per noi stare qui “(Lc 9, 33).

Combatti quindi instancabilmente per giungere a questa beatitudine eterna, di cui gusti un assaggio già in questa vita; ma ricordati che questo anticipo è solamente terreno, imperfetto, che “ora noi vediamo come in uno specchio, in maniera indiretta “(1 Co 13, 12). Che cosa proveremo mai allora, quando saremo realmente uniti a Dio in piena verità, quando le immagini e le ombre saranno scomparse e sarà instaurato il regno della realtà e della visione? Oh, come dobbiamo tendere tutta la vita, incessantemente, verso questa beatitudine futura, verso l’unione con Dio!

LA PREGHIERA RICHIEDE LA CONVERSIONE DEL CUORE

Chi prega il Signore, la Madre di Dio, gli angeli e i santi, deve innanzitutto sforzarsi di correggere il proprio cuore e la propria vita, poi cercare di imitarli, come sta scritto: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6, 36). “Siate santi, perché io sono santo” (1 Pt 1, 16).

Coloro che pregano la Madre di Dio devono imitare la sua umiltà, la sua inconcepibile purezza, la sua sottomissione alla volontà di Dio, la sua pazienza. Coloro che pregano gli angeli devono pensare alla vita di lassù, devono cercare di diventare spirituali respingendo poco alla volta tutte le passioni carnali, cercare di avere un amore ardente per Dio e per il prossimo. Coloro che pregano i santi devono imitarli nel loro amore per Dio, nel loro disprezzo, del mondo e delle sue attrattive ingannatrici; devono imitarli nelle preghiere, nei digiuni, nella povertà, nella pazienza durante le malattie, le sofferenze e le disgrazie, nell’amore per il prossimo. Altrimenti la loro preghiera non sarà altro che fumo.

LA PREGHIERA È LUCE DAL CIELO

A me piace pregare in chiesa, soprattutto vicino al santo altare, davanti alla tavola o alla protesi: in chiesa infatti, per grazia di Dio, sono meravigliosamente trasformato. Durante una preghiera di pentimento o di devozione, le spine e i lacci delle passioni cadono dalla mia anima e io mi sento così leggero! Tutti i malefizi, tutte le seduzioni delle passioni svaniscono, mi sembra di essere morto al mondo e che il mondo, con tutte le sue attrattive, sia motto per me. Vivo in Dio e per Dio, per Dio solo. Sono interamente compenetrato da lui, un solo spirito con lui: sono come un bambino cullato sulle ginocchia della madre.

In quei momenti il mio cuore è pieno di una dolcissima pace celeste, la mia anima è illuminata dalla luce del cielo. Vedo tutto chiaramente, considero ogni cosa con giustizia, mi sento pieno di amore e di amicizia verso tutti, anche verso i nemici, sono pronto a scusare tutto e a perdonare tutti. Beata l’anima che è con Dio! Davvero la chiesa è il paradiso in terra.

LA PREGHIERA IN CHIESA

0 chiesa santa, quanto è buono e quanto è dolce pregare all’interno delle tue mura! Dove ci può essere preghiera fervente se non dentro le tue mura, davanti al trono di Dio, davanti al Volto di colui che siede su quel trono? Sì, l’anima si scioglie in una santa emozione e le lacrime scorrono sulle guance come ruscelli. Quanto è dolce pregare per tutti gli uomini!

LA PREGHIERA DEL GIUSTO

Il Signore, il più tenero dei padri, gradisce che noi preghiamo per gli uomini, suoi figli; e come i genitori, su richiesta dei figli buoni e ben educati, perdonano le sciocchezze dei figli cattivi, così fa il Padre celeste su preghiera di “coloro che gli appartengono” (2 Tim. 2, 19); così come, su preghiera dei suoi preti, ricolmi della sua grazia, Dio fa misericordia anche a chi non ne è degno, come ha usato misericordia verso il popolo ribelle nel deserto e gli ha perdonato le mormorazioni, ascoltando la preghiera di Mosè. Ma com’era ardente quella preghiera!

QUANDO PREGHI TOCCHI DIO

Sii certo che Dio è vicinissimo a te quando preghi, più vicino di quanto tu possa immaginare, che lo tocchi non solo con il pensiero e con il cuore, ma anche con le labbra e la lingua. “Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore” (Rm 10, 8); la Parola, cioè Dio.

LA PREGHIERA INSISTENTE GIUNGE A DIO

Perché abbiamo bisogno di una preghiera prolungata? Affinché possiamo, attraverso la preghiera prolungata e fervente, riscaldare i nostri cuori così freddi e induriti nella vanità.

Sarebbe ben strano pensare, e ancor di più pretendere, che il cuore, indurito nella vanità mondana, possa, durante la preghiera, essere penetrato immediatamente dal calore della fede e dell’amore di Dio. No, ha bisogno di tempo e di fatica. “Il Regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11, 12). Non si può pretendere che il Regno di Dio entri nel cuore, dopo averlo sfuggito per tanto tempo. Il Signore stesso afferma che vuole vederci pregare a lungo, dandoci l’esempio della vedova importuna che andava sempre a trovare il giudice e lo molestava con le sue richieste (cfr. Lc 18, 2-6).

Nostro Signore, il nostro Padre celeste conosce, prima che glielo chiediamo, ciò di cui abbiamo bisogno (cfr. Mt 6, 8), ciò che desideriamo; noi invece non lo sappiamo, perché ci lasciamo andare alle inutili agitazioni del mondo invece di affidarci alle mani di questo Padre. Perciò Dio, nella sua sapienza, trasforma i nostri bisogni in occasioni per rivolgerci a lui. “Ritornate a me, figli smarriti, ritornate a me che sono vostro Padre, ritornate adesso con tutto il cuore. Se prima eravate lontani da me, almeno adesso riscaldate con la fede e l’amore i vostri cuori che prima avevano così freddo”.

CHIEDETE E VI SARÀ DATO

Quando preghi il Signore e gli chiedi qualche grazia – di ordine spirituale, soprannaturale, materiale, terreno – per essere sicuro di ottenere quello che chiedi o, più in generale, la grazia di cui hai più bisogno (secondo la sapienza e la misericordia di Dio), abbi nella mente e nel cuore queste parole del Signore: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? 0 se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!” (Mt 7, 7-11).

UN UNICO PANE, UN’UNICA PREGHIERA

Da cosa deriva che una preghiera sincera per il prossimo è così efficace? Dal fatto che, strettamente unito a Dio nella preghiera, io formo un solo spirito con lui e che, mediante la fede e l’amore, unisco a me coloro per i quali prego; lo Spirito Santo che agisce in me agisce anche in loro nello stesso momento, poiché compie ogni cosa. “Noi, pur essendo molti, formiamo un solo corpo, poiché partecipiamo dell’unico pane” (1 Co 10, 17). “C’è un solo Corpo e un unico Spirito” (Ef 4, 4).

LA PREGHIERA È UNA DISPOSIZIONE DI GRATITUDINE

La preghiera è il sentimento costante della nostra povertà spirituale e della nostra debolezza, la contemplazione in noi, negli altri e nella natura, delle opere della sapienza, della misericordia e dell’onnipotenza di Dio. La preghiera è una disposizione interiore fatta unicamente di gratitudine.

A volte chiamiamo preghiera quello che non ha niente a che fare con la preghiera. Per esempio, qualcuno entra in chiesa, rimane lì un po’, guarda le icone, la gente, osserva il loro abbigliamento e il loro comportamento e poi dice di aver pregato Dio. Oppure a casa sua si mette davanti ad un’icona, piega la testa, recita qualche frase imparata a memoria, senza capirla né gustarla e poi dice di aver pregato. Ma nella sua mente e nel suo cuore non ha assolutamente pregato; era dappertutto, con la gente e con le cose, tranne che con Dio.

La preghiera è l’elevazione del pensiero e del cuore verso Dio, la contemplazione di Dio, il dialogo audace della creatura con il suo Creatore, la presenza rispettosa dell’anima davanti a lui, come davanti al Re, alla Vita stessa che dà la vita ad ogni cosa; la preghiera è oblio di tutto ciò che ci circonda, è cibo per l’anima, è aria, luce, calore vivificante, è purificazione dal peccato; la preghiera è il giogo soave di Cristo, il suo carico leggero.

La preghiera è il sentimento costante della nostra debolezza e della nostra povertà spirituale; è la santificazione dell’anima e un anticipo della beatitudine futura; un bene angelico, la pioggia celeste che rinfresca, innaffia e feconda il terreno dell’anima; il risanamento e il ricambio dell’atmosfera mentale, l’illuminazione del volto. la gioia dello spirito; il legame d’oro che unisce la creatura al Creatore, l’audacia e il coraggio in tutte le prove e le sofferenze della vita; la lampada dell’esistenza, il successo in ogni iniziativa, la dignità paragonabile a quella degli angeli, la saldezza nella fede, nella speranza e nella carità.

La preghiera è un contatto con gli angeli e i santi graditi a Dio dall’origine del mondo; è la conversione della vita, la madre della contrizione e delle lacrime, un richiamo potente alle opere di misericordia. alla sicurezza della vita, alla scomparsa del timore della morte e al disprezzo dei tesori mondani; è il desiderio dei beni celesti, dell’attesa del Giudizio universale, della resurrezione e della vita del mondo che verrà; è uno sforzo accanito per sfuggire ai tormenti eterni e un richiamo incessante alla misericordia del Signore; la preghiera significa camminare in presenza di Dio ed è l’annientamento sereno di se stessi davanti al Creatore di ogni cosa, presente in ogni cosa. È l’acqua viva dell’anima.

La preghiera significa ancora portare nell’amore tutti gli uomini nel proprio cuore, è la discesa del cielo nell’anima, la dimora della santa Trinità nell’anima, come sta scritto: “Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23).

(Tratto da La mia vita in Cristo)