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Insegnamenti sulla preghiera di San Gerolamo di Egina

San Gerolamo di Egina
Insegnamenti sulla preghiera

Che tu abbia zelo o meno, non smettere di pregare per non diventare negligente nella tua preghiera. Non cessare per nessun motivo di pregare e non divenire negligente in questo. E cerca di versare una lacrima ogni notte.

Non lasciar passare un giorno senza la preghiera; e la tua preghiera non sia senza lacrime.

Persevera nella preghiera e accrescila. Di’ le preghiere che la nostra Chiesa ha prescritto: l’Esapsalmo, la Piccola Compieta, la Paraclisi, ecc. Leggi dal libro di preghiera, ma poi lascia i libri da parte per un po’. Cioè, senza il libro, al di là delle parole di preghiera che vi sono scritte, parla a Cristo per tuo conto. Parlagli con semplicità dal profondo del tuo cuore, come se tu lo vedessi innanzi a te: “Padre mio, ho peccato; Non ho speso la mia giornata in modo spirituale, ma tra le cose del mondo. Ho giudicato, parlato, riso, mangiato troppo, non ho pregato. Ho avuto tante debolezze e cadute. Perdonami, Signore” e così via.
Parlagli così e Cristo avrà pietà di te e ti donerà le lacrime. Ed è necessario che vengano le lacrime, poiché tali lacrime di preghiera ti daranno forza e gioia. Porteranno via la tua angoscia.

Proprio come, quando non si lavora, non si ottiene salario, allo stesso modo senza fatica, sforzo, diligenza, preghiera, ecc, non verranno doni spirituali, né alcun gusto per le cose sante e spirituali.

Umiltà, lacrime, preghiere, e un’anima pura. Le lacrime non vengono quando non si è trascorsa la giornata bene, in modo spirituale.

Se un giorno intero è passato senza che hu abbia sentito il Cristo nel tuo cuore con la preghiera, la lettura del Salterio e del Vangelo, ecc, consideralo un giorno sprecato.

Supplica con le lacrime, come Maria Maddalena, dicendo: “Non abbandonarmi, Cristo mio! Non lasciarmi da solo, Cristo mio! Mio dolce Cristo dolce, non prendere la mia anima prima ch’io sia divenuto del tutto tuo!”
Con ogni preghiera, versa una lacrima. E quando sei pieno di compunzione, non dirlo ad alcuno, poiché è un dono divino che potresti perdere.

*Tratto da Aghios Kyrianos, No. 305 (novembre-dicembre 2001), p. 96.
Versione italiana su Luce Vita, n. 12

Vita e passione del Martire Cipriano e della Martire Giustina

Memoria il 2 di Ottobre

Durante il regno dell’imperatore romano Decio viveva ad Antiochia un filosofo e mago famoso di nome Cipriano. Essendo discendente da genitori pagani, già dall’infanzia era stato consacrato al servizio del dio pagano Apollo.
A sette anni d’età cominciò ad essere istruito nella stregoneria sotto l’insegnamento di maghi e streghe. Con il tempo Cipriano imparò tutte le arti diaboliche, a cambiare la direzione dei venti, a procurare cicloni, tempeste, tuoni e piogge, a fare agitare il mare, a danneggiare boschi e orti, a danneggiare i giardini e a procurare malattie agli uomini, e imparò le furberie dei diavoli e progredì nella malvagità. Per molti anni egli si dedicò ad imparare la magia e la stregoneria e a 30 anni ritornò ad Antiochia già completo in ogni opera malvagia.
«Credete a me – disse dopo il suo rientro –, perché io ho visto lo stesso re delle tenebre, anzi me lo sono reso favorevole con i miei sacrifici. Io l’ho visitato ed ho parlato con lui e lui mi ha amato e lodato. Lui mi ha promesso di mettermi come capo, dopo la mia separazione dal corpo, e durante la vita terrena di aiutarmi in ogni opera mia. Esso mi ha dato perfino una legione di diavoli per servirmi e aiutarmi».
Vedendo la sua competenza nella stregoneria e nella magia, tutti i pagani lo stimavano come un grande mago e stregone ed ecco che un giorno si presentò a lui un giovane dal nome Aglaide, figlio di genitori ricchi e famosi e domandò a Cipriano aiuto promettendogli di dargli molto oro e argento. Ed ecco cosa voleva: viveva ad Antiochia una fanciulla cristiana di nome Giustina, essa si dedicava con fervore a tutte le opere buone cristiane, poiché con tutto il suo cuore, amava Cristo come suo sposo, lo serviva con le preghiere, con il digiuno, con tutte le sue opere e con grande sapienza spirituale. Aveva deciso di dedicare tutta la vita al Signore, ma il nemico dei cristiani, il diavolo, cominciò a tormentarla usando diverse sofferenze e tormenti.
Un giorno Aglaide passando presso la casa di Giustina fu colpito dalla sua straordinaria bellezza e desiderò di impadronirsi di questa ragazza. Però Giustina gli replicò: «Io ho come sposo Cristo, io servo Lui e per Lui voglio mantenere la mia purezza. Lui è il protettore della mia anima e del mio corpo da qualsiasi impurità». Infiammato dal desiderio carnale, Aglaide con ogni mezzo cercò di impadronirsi di Giustina e di dominarla. Non disdegnò nemmeno l’inganno e persino la violenza, ma il Signore proteggeva la sua serva fedele. Ed ecco che ora Aglaide chiedeva all’indovino e mago Cipriano che usasse le sue arti demoniache e che influenzasse Giustina al fine di farla cadere sotto il suo dominio.
Cipriano gli rispose: «Io farò in modo che la stessa ragazza senta per te una passione molto più forte di quella che hai tu e lei stessa cercherà il tuo amore».
Il giovane speranzoso lasciò Cipriano e questi evocò il demonio e gli comandò di infiammare di passione il cuore di Giustina. Il demonio gli promise di soddisfare questa opera anche perché molte volte prima egli aveva percorso la città, aveva scosso le mura delle case, aveva provocato risse sanguinose e uccisioni, aveva seminato inimicizia e odio tra le persone, aveva portato molti al peccato, ingannando persino monaci e abitanti del deserto, la sua azione si era spinta fino a città, boschi e deserti lontani.
«Prendi questa pozione e dalla ad Aglaide, affinché con essa asperga la casa di Giustina e vedrai cosa succede!». Aglaide compì quello che gli era stato ordinato.
Di notte Giustina, mentre stava pregando il Signore sentì l’opera delle forze maligne che l’attiravano verso la caduta nel peccato, allora essa ricorse all’arma del segno della croce e pronunziò una fervida preghiera al Signore: «Signore Dio mio Gesù Cristo! Ecco i miei nemici si sono levati contro di me, hanno teso una rete per prendermi e soffocare la mia anima, ma io ho ricordato nella notte il tuo nome e mi sono in esso rallegrata ed ecco che adesso che m’incalzano io ricorro a te e credo fermamente che il mio nemico non prevarrà su di me. Tu sai Signore Dio mio che io sono la tua serva, che per te ho conservato la mia purezza e che ho dedicato a te il mio corpo e la mia anima. O buon pastore, proteggi la tua pecorella, non darmi in preda alla bestia feroce che cerca di sbranarmi, dammi la vittoria sulle tendenze cattive del mio corpo».
Il Signore ascoltò la preghiera della sua serva ed esaudì quello che gli domandava. Essa vinse con la forza della preghiera e del segno e della croce e il demonio che l’aveva assalita se ne scappò con timore. Cipriano, molto meravigliato mandò di nuovo il demonio, ora più incattivito di prima, per impadronirsi di Giustina. Questo demonio si scagliò sulla fanciulla con ancora maggior veemenza, ma essa ricorrendo ad una preghiera molto intensa intraprese un ascesi maggiore e sottomise il suo corpo alla mortificazione, rafforzandolo con il digiuno, mangiando solo pane e acqua, e così di nuovo scacciò la forza del maligno.
Quando Cipriano lo seppe ricorse ad uno dei principi dei demoni affinché con la sua potenza vincesse la fanciulla. Prese la forma di una donna e il principe dei demoni apparse a Giustina e cominciò a tentarla con i suoi discorsi, ma essa capì presto chi c’era davanti a lei e ricorse alla protezione della Croce del Signore e pose il suo segno glorioso su di sé. Il principe dei demoni di nuovo fuggì con timore e tremore.
«Anche tu il principe delle forze, e il più grande tentatore, non sei riuscito a vincere con la tua forza questa stupida fanciulla?», domandò Cipriano, trovandosi questo diavolo fortemente rattristato.
Vinto dalla forza Divina il diavolo dovette a malincuore riconoscere che i servi del demonio tremano e fuggono di fronte alla potenza della croce del Signore e hanno paura dell’ardente sua potenza.
«Allora la vostra potenza è tale – obiettò Cipriano – che vi fate vincere perfino da una ragazzina così debole». Allora il diavolo desiderando di calmare Cipriano prese lo stesso le sembianze di Giustina e andò da Aglaide per soddisfare i suoi desideri peccaminosi.
«Sono contento che sei venuto da me, o bella Giustina», quando Aglaide vide le sue sembianze, ma il diavolo non poteva nemmeno sopportare di sentir pronunciare il nome di Giustina e in quel momento sparì.
Il giovane si adirò e corse a raccontare tutto a Cipriano. Questi con i suoi incantesimi diede ad Aglaide le sembianze di un uccello con la possibilità di volare nell’aria e di visitare la casa di Giustina entrando nella sua camera attraverso la finestra. Portato dal diavolo nell’aria Aglaide volò fino alla casa di Giustina e voleva sedersi sul tetto. Guardò dalla finestra della sua stanza e vedendola il diavolo lasciò Aglaide e se ne fuggì con timore. Il povero giovane perse l’apparenza di uccello e si aggrappò all’orlo del tetto, cadde vicino a lei e per poco non si sfracellò in terra. Non avendo ottenuto niente di buono tornò da Cipriano.
Non potendo vincere Giustina lo stesso Cipriano domandò di presentarsi a lei sotto varie forme e cominciò anche a tormentare la fanciulla scagliando forze contro di lei e la sua casa e i suoi parenti con tutte le pene e malattie possibili, ma la fanciulla non perse il suo spirito e ricorse sempre alla potenza divina. Cipriano adirato cominciò a diffondere miseria in tutta la città, tormentò gli abitanti con diverse disgrazie e sofferenze, suscitò delitti, fece accadere degli incendi, lotte intestine e altre simili miserie.
Questa opera del demonio fece diffondere nella città la diceria che il grande indovino Cipriano castiga la città per l’opposizione di Giustina. Gli anziani e i capi del popolo andarono da Giustina per chiederle di accontentare i desideri di Aglaide. Essa li pregò di pazientare dicendo che presto tutte le pene che erano procurate da Cipriano sarebbero scomparse. Così infatti accadde. Per le preghiere della santa Giustina il Signore protesse la città e i suoi abitanti da ogni male.
Meravigliato dall’impotenza del diavolo contro le forze del Signore Cipriano disse a Satana: «Adesso io ho visto la tua impotenza, adesso ho capito la tua debolezza, per averti ascoltato me infelice, mi sono prestato ed ho creduto alla tua malizia. Vattene da me, o ingannatore, o trasgressore nemico della verità, oppositore, tu che non sopporti nessun bene». Il diavolo si arrabbiò e si scagliò contro Cipriano per ucciderlo. Oppresso dalla forza satanica egli si ricordò della potenza del segno della croce e pregò: «O Dio di Giustina, aiutami», e dicendo questo alzò la mano facendo su di sé il segno della croce e il diavolo fuggì da lui. Cipriano mezzo morto, cominciò ad invocare il nome di Dio. Il demonio tuonò a Cipriano: «Cristo non ti aiuterà!» ma dopo essersi scagliato con veemenza e a lungo si allontanò impotente. Allora Cipriano prese tutti i suoi libri di magia e andò dal vescovo cristiano Antimo, chiedendo a lui il battesimo. Conoscendolo come un indovino potente il vescovo lo rifiutò. Allora lui con pianti raccontò tutto quello che era avvenuto al vescovo e gli diede tutti i suoi libri perché fossero bruciati. Vedendo una tale umiltà il vescovo insegnò a lui la fede cristiana e lo preparò al battesimo.
Cipriano pianse per i suoi peccati e si pentì, pregò Dio di perdonare le sue colpe. Cosicché una volta egli andò in Chiesa per la Divina Liturgia, ma al momento del rinvio dei catecumeni, quando già alcuni se ne stavano uscendo, Cipriano si rifiutò di uscire e chiese il battesimo. Vedendo la sua fermezza il diacono chiamò il vescovo e questi subito battezzò l’antico stregone, nel nome del Padre, del Figlio e del Santo Spirito.
Da quel momento Cipriano cambiò completamente la sua vita, tanto che dopo un anno il vescovo lo ordinò presbitero. In seguito egli divenne anche vescovo e condusse una vita così santa e penitente che lo rese simile a molti grandi santi. Egli collocò Giustina in un monastero come Madre, affidando a lei la salvezza delle sue pie monache. Ma il demonio non dimenticò la vergogna subita e risvegliò tra i pagani una opposizione contro Cipriano ed essi lo condussero presso l’autorità del paese.
Il capo Eutolmio, con molti inganni cercò di fare deviare Cipriano e Giustina, scongiurandoli di ritornare agli dei e di ubbidire alle autorità della terra. I pagani chiesero invano al capo di condannare a morte Cipriano e Giustina. Arrestati e tradotti nel buio della prigione, Cipriano e Giustina soffrirono molte offese e sofferenze, furono picchiati, feriti, ma essi confessavano con riconoscenza Cristo e sopportarono ogni cosa. Non raggiunto lo scopo con la furbizia, le minacce e le percosse, i tormentatori tagliarono la testa dei santi con la spada. Alla vista di questa morte d’innocenti un certo Teoctisto confessò Cristo e fu decapitato insieme ai santi martiri. Tutti e tre si presentarono al trono del Signore e i loro corpi rimasero per sei giorni insepolti.
Alcuni dei passanti li raccolsero di nascosto e li trasportarono fino a Roma dove una donna si occupò della loro sepoltura e sulle tombe di questi protettori avvennero molte guarigioni e miracoli.
Per le loro preghiere che il Signore guarisca anche le nostre infermità spirituali e corporali! Amìn!

Da Archimandrita Cipriano, I santi martiri Cipriano e Giustina, Phyli Attikis
http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/vitesanti/ciprianogiustina.htm

La Via della Filosofia secondo Cristo

 

† Sua Eminenza, il Metropolita Cipriano di Oropos e Filì

La Via della Filosofia secondo Cristo

“Una santa combinazione: amore ed umiltà”

San Massimo il Confessore

Nulla il Diavolo ha in odio quanto l’amore tra fratelli e sorelle in Cristo, l’armonia, la pace, l’unità e la concordia.
Egli è sempre vigile, macchinando le più incredibili azioni, pur di rompere i legami spirituali, seminare odio e antipatia, confusione e disordine, vani sospetti e angosciosi pregiudizi.
Cristo ha immolato sé stesso “perché i figli di Dio dispersi siano portati insieme come uno solo” in pace e amore, mentre l’omicida non si dà mai riposo nel suo tentativo di affliggerli e disperdere i figli di Dio, che sono riuniti in Cristo.
Il seguente episodio è assai tipico, e mostra che sia l’azione satanica a favorire la rabbia, l’impazienza e la rottura dei legami di amore e di pace con il nostro fratello:

“Un certo fratello, mosso a sdegno contro un altro, si mise in preghiera, supplicando [che il Signore lo aiutasse] sopportare il suo fratello, passando illeso attraverso la tentazione; e subito egli vide del fumo uscire dalla sua bocca. Al che, la sua rabbia cessò. “

* * *

Ora, come è possibile evitare tutte le insidie ​​del nemico amante dei tormenti? Qual è il sicuro antidoto?
I Santi Padri ci insegnano che solo con l’amore e con l’umiltà potremo essere protetti e liberati.
La santa combinazione di amore e di umiltà ci eleva spiritualmente al di sopra delle insidie ​​degli spiriti maligni, e soprattutto al di sopra di meschinità e incomprensioni, che, per la maggior parte, nascono dal nostro amor proprio.
Allo stesso modo, questa santa combinazione nella Grazia di Dio, che ci dona un cuore pacifico, umile, misericordioso, pronto al perdono e tollerante.
“Una santa combinazione sono amore e umiltà”, dice S. Giovanni Climaco; “l’uno infatti esalta, e l’altro, dando forza a quanti sono esaltati, non permette loro di cadere.”
Per essere precisi, abbiamo bisogno di trovare pazienza e coraggio nell’ora
della tentazione; è necessario essere in preghiera longanimi davanti ai dolori ed avere un cuore pronto al perdono verso quanti ci hanno addolorati. Cerchiamo di non essere vinti dall’ odio, ma piuttosto di vincerlo con l’amore.
Un dolore non è che una nube che presto si scioglierà… non allontaniamoci dall’amore fraterno… Cerchiamo di essere longanimi e Preghiamo… Gettiamo la colpa su noi stessi… Accettiamo umilmente le scuse del nostro fratello… Ricordiamo le sue gentilezze e le virtù e non allontaniamolo dal nostro cuore…

* * *

San Massimo il Confessore splendidamente ci guida sulla “via della filosofia secondo Cristo”:

Non accusare di essere ignobile ed empio colui che ieri hai lodato come buono e virtuoso, solo perché il tuo amore si è mutato in odio.
Non denunciare la mancanza del tuo fratello per giustificare l’odio malvagio che si è impadronito di te. Piuttosto, anche se sei preso dal risentimento, persisti nelle tue lodi, così ti sarà facile tornare allo stesso salutare amore.
Non adulterare, a causa del tuo risentimento nascosto, il solito elogio del tuo fratello nelle conversazioni con gli altri , mescolando di nascosto le tue parole con riferimenti alle sue mancanze e giudizi di condanna. Invece, usa parole di lode senza sotterfugi e sinceramente prega per lui, come se stessi pregando per te stesso, e così sarai presto liberato da un tale odio distruttivo.
Se il tuo fratello è di nuovo tentato dal nemico e persiste nel parlare male di te, non discostarti dal tuo amore, ma respingi il demone che ti sconvolge la mente.
E questo accadrà se parli benevolmente quando sei denigrato e mostri bontà e gentilezza quando si trama contro di te.
Questa è la via della filosofia cristiana, e nessuno potrà dimorare con Cristo senza seguirla.

* * *

Così, il Diavolo divide i nostri cuori con l’orgoglio e l’odio facendone un inferno.
Al contrario, Cristo unisce i fratelli per mezzo del suo amore e della sua umiltà
e instaura il Regno dei Cieli nei nostri cuori.
Fratello mio, possa tu divenire un filosofo secondo Cristo!
Invocando l’aiuto della Deipara, non permettere mai a te stesso di essere sopraffatto da sentimenti di odio o da antipatia per il tuo fratello.
Quando ami tuo fratello, diventi simile a Dio, diventi un dio per Grazia. Ed esorcizzi il demone del disordine, della confusione e della discordia.

 

Sesta Domenica di San Luca
24 Ottobre / 6 Novembre 2005
(trad. di p. Daniele Marletta)

San Giovanni di Shangai e San Francisco e San Filarete di New York

San Giovanni di Shangai e San Francisco: Cosa intendiamo per “ortodosso”?

San Giovanni di Shanghai e San Francisco

Cosa intendiamo per “ortodosso”?

Poco dopo che la dottrina di Cristo ebbe cominciato a diffondersi tra i Gentili, i seguaci di Cristo presero ad essere detti cristiani” (Atti 11, 26). La parola “cristiani” indicava che coloro che portavano questo nome appartenevano a Cristo, gli appartenevano nel senso della devozione a Cristo e alla sua dottrina. Da Antiochia, il nome di cristiani si diffuse per ogni dove.
I seguaci di Cristo furono lieti di chiamarsi col nome del loro amato Maestro e Signore; i nemici di Cristo chiamarono i suoi discepoli cristiani, trasportando così su di loro la malevolenza e l’odio che essi nutrivano per Cristo. Comunque, abbastanza presto comparvero alcuni che, pur chiamandosi cristiani, non erano di Cristo nello spirito. Di loro Cristo stesso aveva detto: non chiunque mi dica “Signore Signore” entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Matteo 7, 21). Cristo profetizzò anche che molti si sarebbero spacciati per Cristo stesso: Molti verranno nel mio nome dicendo: io sono il Cristo (Matteo 24,5). Gli Apostoli nelle loro Lettere indicarono che quanti falsamente portavano il nome di Cristo erano già apparsi nel loro tempo: Avete udito che deve venire l’Anticristo, ma già ora ci sono tanti anticristi (1 Giovanni 2, 19).
Essi stabilirono che coloro che si erano allontanati dalla dottrina di Cristo non dovessero essere considerati dei loro: Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri (1Giovanni 2, 19). Pur mettendo in guardia da discordie e discussioni su argomenti minori (1Corinti 1, 10-14), gli Apostoli raccomandavano comunque ai loro discepoli di evitare quanti non confessassero la vera dottrina (2Giovanni 1, 10). Il Signore, per tramite della Rivelazione data all’Apostolo Giovanni il Teologo, rimprovera duramente quelli che, pur dichiarandosi fedeli, non agivano in accordo con questo loro nome; in questo caso tale nome era falso per loro.
Che utilità c’era in antico a definirsi un Giudeo, un seguace della vera fede nell’Antico Patto? La Scrittura li definisce la sinagoga di Satana (Apocalisse 2, 9).
Allo stesso modo, è cristiano in senso stretto solo chi confessa la vera dottrina di Cristo e vive in accordo con essa. Essere cristiano significa glorificare il Padre Celeste con la propria vita. Splenda la vostra luce davanti agli uomini affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli (Matteo 5, 16). La retta glorificazione di Dio è possibile però solo a chi crede rettamente ed esprime in opere e parole la sua retta fede. Per questo il retto cristianesimo – ed esso solo – può esser detto “retta glorificazione” (Ortho-doxia). Con la parola Ortodossia noi esprimiamo la nostra convinzione che la nostra fede sia precisamente la vera dottrina di Cristo. Quando chiamiamo qualcuno o qualcosa “ortodosso” noi con questo semplice fatto indichiamo il suo essere cristiano in mondo non contraffatto ed incorrotto, rigettando nello stesso tempo ciò che si appropria falsamente del nome di Cristo.

Domenica dell’Ortodossia, Shangai, 1943

Tratto da The Orthodox Word, 1968, vol  4 n. 1 (18)
trad. p Daniele Marletta (in Luce Vita, n. 11)

Messaggio Pasquale 2018

Chiesa dei veri Cristiani Ortodossi di Grecia
Il Santo Sinodo

N° di Prot. 2698

Messaggio Pasquale 2018

“Non spaventarti; Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente.
Ero morto, e ora sono vivo per i secoli dei secoli”
(Apoc. I, 17-18)

 

Cari Padri e Fratelli, figli nel Signore risorto, Il nostro Signore cominciò la Sua predica chiamando alla Conversione, perché era arrivato il Suo “Regno” (Matt. IV, 23). Secondo il Suo comando, il Suo regno, ugualmente, predicavano i Suoi Santi Apostoli, e a noi raccomandò di chiederlo nella nostra preghiera: “che venga il Tuo Regno”.
Il Suo Regno è la Sua santa Chiesa che Lui ha guadagnata e riscattata con il Suo Sangue santissimo e santificata con lo Santo Spirito, essendo il Capo di Essa. La Chiesa Ortodossa continua l’opera salvifica del nostro Signore, predica la Verità divina e i fedeli vengono santificati nella loro lotta e nel loro cammino verso il Regno eterno del Dio Trinitario nei Cieli.
Il nostro Signore Gesù Cristo parlò dopo la Sua Risurrezione della fondazione e l’espansione della Sua Chiesa, ai Suoi Discepoli e Apostoli, “e apparve ad essi più volte, parlando del Regno di Dio” (Atti I, 3).

* * *

Attraverso la Chiesa fu rivelato al mondo “il mistero di Dio” (Apoc. X, 7), che giunse al suo apogeo sulla Croce, sul terribile Golgotha, quando il nostro Signore accettò volontariamente la morte la più infame, secondo i criteri umani, per vincere e distruggere definitivamente il diavolo, nostro nemico e donarci “la vita e l’incorruttibilità” con la Sua gloriosa Risurrezione.
L’immondo Satana fu ingannato: “Aveva preso un corpo, e si è trovato davanti a Dio. Aveva preso terra e ha incontrato il cielo. Aveva preso ciò che vedeva, ed è caduto su quel che non vedeva”, come afferma con voce sonora San Giovanni Crisostomo.
Cristo, all’interno della Sua Chiesa, ci dona guarigione e salvezza, tramite le sante Virtù e i santi Misteri, ma il diavolo e i suoi strumenti, gli infedeli e gli eretici, fanno una guerra senza pietà contro di Lei e contro i Suoi veri membri, per ostacolare o persino annullare la Sua opera salvifica. Questa guerra continuerà senza tregua fino al Secondo Avvento (del Signore), sempre più intensa; ma il Signore verrà, come trionfatore Forte e Potente, per portare la giusta restituzione e per chiarire completamente questo “mistero”. Assolutamente sicuro è il fatto che la vittoria definitiva appartiene a Lui e a coloro che sono con Lui. Per questo, Egli ci rianima e ci incoraggia, ripetendo con insistenza a ciascuno di noi: “Non spaventarti; Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Ero morto, e ora sono vivo per i secoli dei secoli” (Apoc. I, 17-18).

* * *

E noi, quali umili membri della nostra santa Chiesa Ortodossa, ci troviamo in una posizione particolarmente vantaggiosa in questo mondo: “noi siamo cittadini del cielo; è di là che aspettiamo il nostro Salvatore, il Signore Gesù Cristo” (Filip. III, 20). Noi, Cristiani Ortodossi, siamo legati attraverso i santi Misteri con il nostro Salvatore Che è nei Cieli, e aspettiamo che Lui ritorni come Giudice e Redentore. Non siamo come gli infedeli, i quali non si appoggiano sulla Verità, ma sulla loro forza terrestre; egli si ingannano in modo pietoso, pensando poter riuscire tutto da soli, come si immaginano, ottenebrati nel loro errore, nella loro menzogna e nella loro ingiustizia. Noi non siamo come le canne deboli e instabili, esposte al vortice dei venti di questo mondo e dei nostri persecutori infedeli. Abbiamo un Salvatore in Cielo, e anche degli Alleati invincibili, potentissimi e sempre pronti ad accorrere al nostro soccorso: la Tutta Santa Conduttrice di Schiere, gli Eserciti delle Forze Incorporee, i gloriosi Santi della nostra Fede! Loro possono intervenire, quando invochiamo con fede intensa la loro protezione in tutte le situazioni difficili.
E persino quando sembra che il Signore Risorto non interviene, allora dobbiamo sapere che ciò non è per debolezza o per indifferenza, ma perché così deve essere. Egli permette il forte aumento dell’iniquità e sembra che le forze dell’Anticristo vadano avanti: “I malvagi continuino pure a praticare l’ingiustizia e gli impuri a vivere nell’impurità” (Apoc. XXII, 11). E ciò, affinché noi, i fedeli, mostriamo la nostra pazienza e la nostra lotta fino alla morte, per ricevere la corona della Vittoria dal nostro Signore Gesù Cristo, il Quale ci incita a crocifiggerci assieme a Lui, per donarci la Vita eterna e il Regno.

* * *

Figli nel Signore Risorto,
Non  lasciamoci piegare e intimorire da tutte le cose sgradevoli e minacciose che accadono attorno a noi; ma rinnoviamo invece la nostra fede e la nostra convinzione nella vittoria sulle passioni e su tutti i nemici visibili e invisibili, con l’invincibile e divina protezione e aiuto, gridando in tutte le direzioni: “Dio è con noi; sappiatelo, o genti, e siate vinte, perché Dio è con noi!”; e anche cantando continuamente l’inno pasquale della vittoria: “Cristo è risorto dai morti, con la morte ha calpestato la morte, ed ai morti nei sepolcri ha elargito la vita”!
Cristo è Risorto! È veramente Risorto!

L’Arcivescovo
† Kallinikos di Atene con i Membri del Santo Sinodo

Santa neomartire Caterina

Santa neomartire Caterina

 

Memoria il 15 di Novembre.

Per quanto la forma di martirio più diffusa nel XX secolo, in Europa – ad esclusione di quanto avvenne nei paesi dell’Est sino alla caduta del regime comunista – , non sia quella del sacrificio cruento offerto con il proprio sangue che ebbero a patire i santi del cristianesimo delle origini, tuttavia, la Chiesa Ortodossa greca del Vecchio Calendario e le altre Chiese Ortodosse tradizionali annoverano, tra i loro fedeli, molti testimoni che, per la difesa della vera fede, furono disposti a consegnare la propria vita ai carnefici, come vittime sacrificali. La santa neomartire Caterina, donna di umili origini, entra a far parte di questa eletta schiera nel 1927, all’età di ventisette anni. Caterina nasce nel 1900 in un villaggio dell’Attica da una famiglia povera. A ventidue anni si sposa con un giovane del suo stesso paese e, pochi anni dopo, nascono due figli.
Nel frattempo, la famiglia sceglie di rimanere fedele alla Tradizione dei Padri, aderendo al movimento vecchio-calendarista. La Chiesa di Grecia aveva introdotto in modo non canonico il calendario gregoriano nel Marzo del 1924 ed a questa decisione si era opposta in modo massiccio gran parte dei fedeli. Ma i testimoni della verità non hanno, tuttavia, vita facile: il governo greco, istigato dalla Chiesa di Stato (Nuovo Calendario), si impegna, con ogni mezzo, per impedire il moltiplicarsi delle adesioni al gruppo dei Veri Cristiani Ortodossi. Ma torniamo alla narrazione degli avvenimenti che precedettero il glorioso martirio di Caterina. La sera della Vigilia della festa dei santi Arcangeli, nel piccolo villaggio dell’Attica, alcune donne, tra le quali la santa neomartire, avevano appena terminata la pulizia della chiesa e attendevano l’arrivo del celebrante. Non era facile, infatti, poter disporre, ad ogni occasione, di un sacerdote, in quanto le comunità di fedeli vecchio calendaristi erano molte ma i sacerdoti non erano in numero sufficiente da soddisfare tutte le richieste. Giunto il celebrante, iniziarono i Vespri; la chiesa era affollatissima ed era grande la commozione dei fedeli. Nel frattempo, all’esterno, la chiesa era stata circondata dai soldati inviati, ufficialmente, dalle autorità di governo, ma che, di fatto, obbedivano agli ordini dell’Arcivescovo di Atene. Mentre all’interno si svolgeva nel raccoglimento più assoluto la Divina Liturgia, i soldati cercavano di abbattere le porte e di penetrare in chiesa per interrompere la sacra funzione. Terminata la Liturgia, temendo che le guardie potessero aggredire il prete, un gruppo di donne si schierò attorno al celebrante per scortarlo sino a casa. Caterina, dopo essersi assicurata che i figli e il marito fossero in salvo, si unì alla pia schiera delle fedeli. L’esercito, costatando che non era possibile rompere tale baluardo di difesa umana, imbracciò le armi e partirono i primi colpi di fucile. Uno di questi colpì la tempia di una giovane, ferendola gravemente anche se non a morte, ma tale gesto ebbe come unico risultato quello di consolidare ancor più lo schieramento delle donne e di rendere ancora più alte le grida di disprezzo nei confronti dei soldati. Un gendarme, tuttavia, mirando al sacerdote, fece improvvisamente fuoco ma Caterina frappose il proprio corpo, come uno scudo, a quello del celebrante, salvandone così la vita e perdendo la sua. Cadde a terra in un lago di sangue, mormorando il nome della Tuttasanta Deipara. Restò in agonia per sette giorni e nel primo giorno della Quaresima di Natale, il 15 novembre del 1927, rimise l’anima a Dio per raggiungere il coro dei santi martiri. Al suo funerale, parteciparono moltitudini di fedeli che sfilarono in processione come se fossero in presenza della celebrazione di una grande festa.

Giuseppe l’esicasta. Maestro della preghiera del cuore

Giuseppe di Vatopedi,
Giuseppe l’esicasta. Maestro della preghiera del cuore
Monti, 2015

Oggi si parla molto, anche in occidente, della preghiera del cuore. Se ne parla spesso in modo del tutto peregrino, confondendola con pratiche orientali con cui essa non ha nulla a che fare. Se ne parla, ed è quello che ci dispiace maggiormente, svincolandola da quello che è il suo ambiente naturale: la spiritualità cristiana ortodossa. Gli autori occidentali che ne trattano molto spesso sembrano non conoscerne i presupposti dogmatici, così come sembrano non conoscerne la storia. La preghiera del cuore, così come noi la conosciamo, ha infatti una storia precisa. Essa ha origine nel deserto, al tempo del primo anacoretismo cristiano, si sviluppa nell’ambiente sinaitico, fiorisce in quello athonita. Questa pratica contemplativa ha anche dei precisi presupposti dottrinali che furono mirabilmente esposti da San Gregorio Palamas nei suoi scritti; presupposti, ci sia dato di osservare incidentalmente, del tutto estranei al cristianesimo occidentale per come esso si propone oggi. Se è vero infatti che oriente e occidente cristiani hanno in comune almeno otto secoli di tradizione patristica, è purtroppo anche vero che, nei secoli successivi, di tale patrimonio comune fu conservato molto poco dai cristiani d’occidente. Anche presunti autori ortodossi hanno purtroppo soffiato sul fuoco della confusione, della spiritualità a buon mercato e delle vendite facili, basti pensare agli scritti di Jean Yves Leloup, nei quali è propagandata una contraffazione della preghiera del cuore a uso e consumo del lettore occidentale.
In tale clima di confusione accade però che siano date alla stampa anche opere di un certo valore, e questo ci conforta almeno in parte dalle tonnellate di carta straccia sullo stesso argomento. Questo libro sul Gheron Giuseppe l’esicasta è indubbiamente una di queste opere di valore. Esso ci parla infatti della preghiera del cuore esponendo la vita di un monaco ortodosso, vissuto in semianacoretismo sul Santo Monte, nutrito della tradizione teologica e spirituale ortodossa, senza perdersi nelle solite disquisizioni spiritualistiche che nulla hanno a che vedere con la nostra Chiesa.
L’Anziano Giuseppe, nato nell’isola di Paros nel 1898, divenuto monaco sul Monte Athos e qui addormentatosi nel 1959, è stato certamente una personalità di un certo rilievo nella spiritualità athonita del XX secolo. Fu anche una personalità non esente da contraddizioni, visto da alcuni come un santo da altri come una vittima di illusione spirituale. Il Santo Monte ha avuto nel XX secolo esponenti probabilmente più rappresentativi di lui e di tanti altri che pure hanno trovato anche qui una certa notorietà, ma speriamo che questo libro possa essere di buon auspicio: tante restano ancora le figure della spiritualità esicasta che varrebbe la pena di far meglio conoscere in Italia.

p. Daniele Marletta

Nel deserto del Giura

Nel deserto del Giura (La vita degli abati Romano, Lupicino, Eugendo),
a cura dei Monaci Benedettini di Praglia,
Edizioni Scritti Monastici Abbazia di Praglia, 2016.

 

Salutiamo con grande interesse la pubblicazione di questo testo, scritto alla metà del VI secolo, in cui sono narrate le vicende biografiche dei santi Romano, Lupicino ed Eugendo, vissuti nel periodo della dissoluzione dell’Impero Romano d’Occidente. Si tratta di tre figure monastiche molto importanti per la storia del cristianesimo occidentale in quanto precedettero di poco la grande riforma monastica benedettina, in un certo qual senso anticipandola.
San Romano fu il fondatore del monastero di Condat che si trovava tra le montagne della Franca Contea, nei pressi della catena del Giura.
Il testo racconta gli episodi più importanti della vita della comunità monastica, a partire dall’operato dei santi monaci, mettendo in evidenza l’esemplarità della loro condotta, senza tuttavia trascurare le differenze comportamentali che fanno di essi, non figure idealizzate, ma uomini veri, autenticamente pervasi dall’amore per Cristo. Con ciò, i santi abati, pur non appartenendo a questo mondo, agiscono nel mondo per cooperare alla salvezza di quante più anime possibili. Lo vediamo chiaramente nell’episodio in cui Lupicino si dimostra misericordioso nei confronti di alcuni monaci fuggiaschi che, dopo aver fatto ritorno al monastero, sono toccati con un medicamento che non sia forte (p. 57) ma adatto alla loro anima.
Così anche nella vita di Romano, bersagliata dai continui attacchi del diavolo, il santo si rivela essere il più alto esempio di carità, astenendosi dal giudicare i monaci che affollano il suo monastero, affidando a Dio solo il giudizio ultimo sul loro essere degni o indegni di tale vocazione. Scrive infatti il santo monaco:
«E ancora quanti, se ripenso indietro, sono precipitati dalle sommità al fondo, mentre ne trovo altri che dalle profondità più basse sono saliti alle più sublimi altezze? E infine, quanti monaci piangiamo, caduti nella vergogna? Ma quante prostitute e quanti buffoni leggiamo che si sono precipitati anche nel martirio per un’improvvisa ispirazione?» (p. 32)
Non inferiore è l’esempio offerto dalla vita di Sant’Eugendo che, per la sua grande umiltà e purezza di spirito, aveva una capacità di discernimento che lo portava a prevedere il futuro per divina illuminazione.
Nel testo agiografico non mancano i riferimenti agli esempi patristici di vita monastica. Si narra infatti che a Eugendo non scappavano mai di mente gli atti o i costumi dei beati Antonio e Martino. (p. 93)
Concludendo, in questo edificante testo troviamo riuniti nell’unica grande sapienza del deserto monastico, Occidente e Oriente, non più divisi ma finalmente insieme come esempi di fedeltà alla Parola di Cristo. Una buona lettura quindi per riscoprire le radici cristiane del mondo occidentale.

Presbitera Chiara Ruth Rantini
(da Luce Vita n. 11)

 

Leggere i Padri

LEGGERE I PADRI

Estratti da una omelia dell’Arcivescovo Chrysostomos di Etna

I tre Santi Ierarchi

I tre Santi Ierarchi

La voce dei Padri risuona ovunque nella nostra fede. È alla voce dei Padri che ci rivolgiamo per confermare in forma vivente la fede che conserviamo nelle nostre confessioni, nelle nostre dichiarazioni di fede e nelle nostre tradizioni teologiche. Il nucleo di una comprensione interiore della fede ortodossa si trova sempre nel nostro legame con la consensuale teologia – quasi una catena aurea del pensiero e esperienza spirituale comuni – che lega i padri insieme, di modo che essi parlino con una sola bocca e con un solo cuore.
È importante, quindi, leggere i Padri correttamente. In primo luogo, dobbiamo prendere familiarità con i dogmi della nostra confessione di fede, in modo da riconoscere ciò che che i Padri hanno in comune; poiché è in realtà il consenso dei Padri che costituisce l’unicità della testimonianza patristica nell’ortodossia. Quei punti in cui i padri differiscono, come quegli argomenti in cui alcuni Padri inavvertitamente hanno errato, non sono la nostra preoccupazione. Dobbiamo attingere alla loro comunanza di pensiero, espressa nei dogmi e nelle dottrine che la Chiesa ha codificato, dal momento che in quella comunanza si trova il mistico “phronema,” o la mente, dei Padri, una mente che, a sua volta, è una con quella di Cristo. Lo studio accademico moderno (io lo chiamo “Patristica punk”) che si vanta di trovare le differenze tra i padri non solo è inutile, ma addirittura viola lo spirito dello studio dei Padri per come l’ho descritto.
In secondo luogo, bisogna comprendere che i Padri si basano l’uno sull’altro. Hanno consapevolmente attinto l’uno dall’altro, proprio come uno scienziato si basa su prove e dati forniti dai suoi predecessori. Bisogna leggere i Padri, quindi, con lo spirito di uno scienziato, non quella di un artista.
A tal proposito, in un articolo per altri versi interessante su San Gregorio Palamas, un chierico di recente ha osservato che “Gregorio Palamas” ha difeso la fede dei padri “non semplicemente ripetendo a pappagallo le loro antiche formule e parole, ma ‘incarnazionalmente’, ridefinendone e reinterpretandone il messaggio” [vedi Daniel Rogich, “L’Omelia 34 di San Gregorio Palamas”, The Greek Orthodox Theological Review, 33 (2), 135-156].
In effetti, san Gregorio Palamas sottolinea con molta attenzione in un certo numero di suoi scritti che egli sta “imitando” quelli prima di lui, “parlando con le loro parole,” e seguendo le loro orme. Non dobbiamo cedere alla difesa fantasiosa dei Padri, sulla base di un timore che essi possano essere accusati – e questa è spesso l’accusa di polemisti occidentali – di mancanza di creatività. Se guardiamo ai Padri come a degli scienziati, la loro creatività si basa sulla loro capacità di seguire le formule e le parole dei loro predecessori e di raggiungere la mente comune dei Padri. La loro creatività non è nella ridefinizione, fatta “incarnazionalmente” o in altro modo, ma nell’applicazione della verità a se stessi, nell’appropriazione di ciò che i Padri prima di loro custodivano in comune, e nel loro contributo al processo del tramandare immutata la verità – una immutata verità alla quale dobbiamo attingere e che dobbiamo cercare di portare in noi stessi. Dobbiamo sempre tenere questo in mente.
In terzo luogo, dobbiamo leggere i Padri con timore. Essi non sono, come alcuni sciocchi osservatori hanno affermato, “proprio come noi”. I Padri hanno sempre cercato di stare al posto di quanti guarivano i malati, conversavano con gli Angeli, e anche risuscitavano i morti. I santi e le sante che costituiscono la testimonianza patristica sono proprio ciò che noi non siamo, in quanto sono riusciti a unirsi ai santi e alle sante prima di loro che, trasformati in Cristo, sono serviti loro di modello, portandoli dalle tenebre alla luce. I Padri sono ciò che dobbiamo diventare in una simile trasformazione. Non sono “ragazzi della porta accanto”. Essi non devono essere misurati per loro “qualità umane”. Essi sono ora i Santi “al di sopra,” e noi dobbiamo attingere a quelle qualità divine che essi hanno sviluppato ripristinando in sé l’immagine della santità. Se abbiamo qualcosa in comune con i Padri della Chiesa, questo sarà rivelato solo quando anche noi avremo a nostra volta raggiunto la santità, una santità che si misura non dalle nostre capacità mondane, ma da ciò che viene aggiunto per grazia nella nostra ascesa verso la perfezione spirituale.
Ancora, dobbiamo affrontare i Padri, non con le rubriche dello studio accademico – che portano spesso a incomprensioni ed errori – ma con quelle della ricerca “spirituale”. Se lo studioso cerca “informazioni”, il ricercatore spirituale guarda ai Padri per esserne “guidato”. E legata a questa nozione di ricerca spirituale è una preoccupazione per l’autenticità e per la verità che è sconosciuta allo studio di tipo accademico. Uno studioso può trattare un Padre superficialmente, offrire alcuni commenti profondi circa i suoi insegnamenti, e poi passare a un’altra ricerca. Sono in gioco soltanto il suo ego o il suo riconoscimento accademico. Invece, un ricercatore spirituale, dal momento che la sua anima e la vita eterna sono in gioco nel suo studio, leggerà i Padri con estrema cura, spesso impiegando anni interi per chiarire anche un semplice punto.
Mi sia permesso di fare alcune osservazioni su questo argomento, usando ancora San Gregorio Palamas come esempio. Gli scritti di San Gregorio Palamas sono complessi al di là di ogni dire. Sono una sintesi di alcuni dei più profondi insegnamenti dei Padri prima di lui, come San Gregorio stesso dice, e sono redatti in un greco, che non ha eguali nella sua complessità. Anzi, ho incontrato pochi autori che, nonostante i loro numerosi articoli e trattati su questo grande Padre, possano effettivamente passare il mio banco di prova, se solo io consegno loro un volume della raccolta ancora incompleta degli scritti di San Gregorio e chiedo di tradurre un paragrafo a caso, che sia dal greco originale o dal testo greco moderno.
Molti in Occidente, purtroppo, iniziano il loro studio di San Gregorio Palamas con un libro scritto qualche anno fa (originariamente in francese e, per fortuna, un po’ rivisto nelle successive edizioni in inglese) da p. John Meyendorff. Il suo libro è afflitto da errori di traduzione di San Gregorio, da lui tradotto in francese. Essi portano ad alcune fondamentali distorsioni degli insegnamenti di San Gregorio Palamas , come p. Ioannes Romanides ha sottolineato in un brillante commento sul libro di p. Meyendorff [vedere soprattutto. “Note sulla controversia palamita,” The Greek Orthodox Theological Review, 9 (2), p.238], e queste distorsioni sono state ripetute da autori che, in linea con le rubriche accademiche, sono più affascinati da un “nuovo pensatore” che non dal cibo della vita spirituale offerto alle anime di quanti guardano a San Gregorio Palamas come un modello per la crescita spirituale e l’illuminazione. In breve, essi perpetuano gli errori di p. Meyendorff e non riescono a leggere San Gregorio stesso.
Infine, non dobbiamo permettere all’ecumenismo politico di distorcere ciò che i Padri hanno scritto. I Padri ortodossi scrivono quello che fanno con una vera preoccupazione per la verità, ed è per questo che si trovano nei loro scritti parole come “eretico” e “profanatore della Fede”. Non usano queste parole nello spirito d’odio che segna così tanti fuorviati zeloti ortodossi oggi, ma per una preoccupazione profonda e costante per la tutela dei loro lettori – loro figli spirituali – da una dottrina errata. Non c’è nulla di imbarazzante in questo aspetto dei Padri per dei pensatori cristiani maturi, e noi dobbiamo aver cura di ascoltare il messaggio in queste parole più dure dei Padri. Non siamo liberi di fare preferenze.
San Gregorio Palamas inizia uno dei suoi scritti sullo Spirito Santo con dei commenti sui latini che scioccherebbero un ecumenista. Egli respinge i latini come eretici e nega tutte le formule politiche con cui, nella nostra era ipocrita, ciò che non è ortodosso è improvvisamente fatto tale. Se p. John Meyendorff, ancora una volta, avesse prestato attenzione a questo punto, il suo libro su questo grande Padre sarebbe stato più fedele agli insegnamenti di San Gregorio.
Barlaam può ben esser stato, come san Gregorio Palamas credeva e dichiarava, un latino venuto in Oriente per fomentare il compromesso e il dissenso, in modo da condurre a una unione politica tra gli ortodossi e Roma [cf. Romanides, supra, 6 (2), p. 193]. E san Gregorio Palamas può bene essere stato un campione dello stesso tipo di resistenza che noi vecchi calendaristi stiamo conducendo oggi contro le macchinazioni di Roma per attirare i politicanti ecclesiastici ortodossi in un’unione basata sul relativismo ecclesiologico e un tradimento della rivendicazione di un primato della Chiesa ortodossa. Forse questo è il motivo per cui gli uniati (greco cattolici) ancora celebrano la seconda Domenica di Quaresima, dedicata nella Chiesa Ortodossa a San Gregorio Palamas, come la Domenica delle Sante Reliquie. E forse l’insensibilità del padre Meyendorff al lato meno edificante dell’ecumenismo nascondeva ai suoi occhi la saggezza degli avvertimenti di San Gregorio contro l’intrigo latino come appare ai nostri stessi giorni!
Se vogliamo imparare dai Padri, dobbiamo volgerci dal vuoto dell’egoismo accademico, dal dubbio malizioso sulle cose sacre, dai tomi superficiali elogiati dal mondo, ma infedeli agli insegnamenti di coloro intorno ai quali sono scritti.

Da Orthodox Tradition, Vol. VI, N. 3.
(Trad. p. Daniele Marletta tratto da LUCE VITA n 10)

Omelia sul radioso giorno di Pasqua

di San Giovanni di Kronstadt

San Giovanni di Kronstadt

Io sono il primo e l’ultimo; Io sono il vivente, ed ero morto, ed ecco, sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell’inferno. (Ap 1, 17-18)
Queste cose dice il Santo, il Veridico, Colui che detiene la chiave di Davide, che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre. (Ap 3, 7)
Io mi rallegro insieme a voi tutti per la luminosa Resurrezione di Cristo e nell’occorrenza di un tale grande e santo giorno vorrei parlare a voi, cari fratelli e sorelle, di queste parole della Sacra Scrittura; e se vi chiamo cari è perché davvero siete cari al nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha redenti ad un prezzo infinitamente prezioso, quello del suo purissimo sangue, sparso sulla croce per la nostra salvezza. Ricordate questo e non dimenticate; non dimenticate da cosa siete stati redenti a un tal caro prezzo: dal peccato, dalla maledizione e dalla morte, sia temporale che eterna. Guardatevi con tutte le forze dal peccato, che ha causato tali sventure nel mondo e che anche ora provoca ogni genere di sventura. E così, io ripeto: Cristo è risorto! È veramente risorto!
Vorrei spiegare a voi le parole dell’Apocalisse dell’apostolo ed evangelista Giovanni il Teologo, che ho citato all’inizio: io sono il primo e l’ultimo; io sono il vivente, ed ero morto, ed ecco, sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell’inferno. Con queste parole potenti il Signore ci indica che Egli è l’Inoriginato e Onnipotente Creatore di tutte le cose visibili e delle invisibili, ovvero del mondo angelico; che tutta la creazione ha ricevuto il suo inizio da Lui, anche lo stesso Lucifero, gettato giù dal cielo e divenuto Satana e il diavolo, il capo degli angeli caduti, che osò opporsi a Dio ed entrare in lotta con il suo Creatore introducendo il peccato e la morte nel mondo di Dio. Dice il Signore: Io sono il primo e l’ultimo; da me tutti gli spiriti creati hanno ricevuto il loro inizio – gli angeli e i demoni, che prima erano spiriti buoni e santi; per tramite della mia parola cielo e la terra e tutto il genere umano furono chiamati all’esistenza e furono date le leggi dell’esistenza e della vita; da me sono e saranno compiute tutte le nascite delle creature e per me sarà la fine del cielo e della terra e di tutte le creature terrene; per me sarà l’universale resurrezione e il giudizio di tutti; per me saranno vinti e sottomessi tutti i miei nemici e tutto il regno di satana; da Me sarà distrutto e annientato l’ultimo nemico, la morte.
L’Apocalisse dell’Apostolo Giovanni è l’ultimo libro della Sacra Scrittura, mentre il primo libro è la Genesi del mondo e della razza umana, scritta per ispirazione dello Spirito Santo dal Profeta Mosè. Il Signore così ci dice che per mezzo di lui il mondo e il corso della sua esistenza ha avuto inizio, e per mezzo di lui anche seguirà la fine del mondo visibile, come è dettagliatamente esposto nell’Apocalisse, che parla anche della battaglia finale del serpente, o Satana, con l’Agnello , che fu sgozzato e assaggiò la morte per la salvezza del mondo. Perciò il Signore dice a Giovanni: “Io sono il primo e l’ultimo”, cioè tutto ciò che per mezzo mio ha ricevuto il suo inizio, per mezzo mio finirà; per mezzo mio avrà fine il mondo, avrà fine il regno di Satana e avrà inizio il suo tormento eterno, alla fine della battaglia del bene contro il male – la fine della morte, la fine del morire – e per mezzo mio la giustizia regnerà. Da Me il bene e il male riceveranno la giusta ricompensa; i peccatori impenitenti andranno al tormento eterno, e i giusti alla vita eterna. Ecco, io vengo presto; e con me è la mia mercede, per dare a ciascuno secondo le sua opera (Ap. 22, 12), dice il Signore molte volte nell’Apocalisse.
Indicando che sopportò la morte per noi, e che senza dubbio la resurrezione generale sarà per mezzo di Lui, il Vincitore della morte, Egli dice: “Io ero morto, ma ecco, sono vivo per i secoli dei secoli, amen”; e anche voi vivrete per sempre. Questo è il significato delle parole del Risorto: Io sono il primo e l’ultimo; io sono il Vivente ed ero morto per te, per la tua redenzione dalla morte, ed io, vale a dire, ho vinto la tua morte con la mia morte innocente per amor tuo, ed ecco, io siedo anche per sempre con il Padre mio sul Suo trono. Non ero separato da Lui, anche se ero sulla terra a compiere la mia grande opera per voi, che siete soggetti al peccato e alla morte. Pertanto operate anche voi, miei discepoli, e lottate contro il peccato per compiere il bene, e dove io sono, nel Regno eterno, lì sarà anche il mio servo.
Importanti sono anche le parole del Signore: tengo le chiavi della morte e dell’inferno; e, in un altro luogo nello stesso libro: queste cose dice il Santo, il Veridico, Colui che detiene la chiave di Davide, che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre. Proprio come i conquistatori delle città nei tempi antichi, che, come segno della loro vittoria, prendevano le chiavi delle porte della città ed entravano trionfalmente nella città conquistata, così anche il nostro Signore, dopo aver conquistato l’inferno e la morte per noi, con la sua morte, come Vincitore prese da Satana le chiavi con cui aveva governato per intere migliaia d’anni, le chiavi dell’inferno e della morte, e distrusse l’inferno, luogo di vincoli eterni per i nati dalla terra, e liberò i suoi eterni prigionieri e li condusse fuori verso la luce del Regno dei Cieli.

(trad. di p. Daniele Marletta,  tratto da LUCE VITA n 10)