Tra Gadara e Gerusalemme

Omelia per la quinta Domenica di Matteo

Letture:
Apostolos: Rm 10, 1-10  (P5)
Evangelo: Mt 8, 28 – 9, 1 (gli indemoniati gadareni)

L’episodio degli indemoniati gadareni ci mette davanti a due personaggi fondamentali: il primo di questi personaggi è il Maligno (i demoni che inabitano gli indemoniati); il secondo è Cristo. Ci sono poi gli abitanti della regione di Gadara (o Gerasa, secondo una diversa lezione). Sullo sfondo del racconto ci siamo noi.

Quando il Signore giunge nel paese dei gadareni i due indemoniati gli vengono incontro uscendo dai sepolcri dove abitano. Il testo evangelico ce li descrive, più che come uomini, come degli animali selvaggi. Dotati di forza fuori dal comune, incutono terrore agli abitanti della regione.
Fin dalle prime righe delle Scritture possiamo vedere il Maligno all’opera proprio per questo tipo di risultato. Se rileggiamo il racconto della creazione dell’uomo nel secondo capitolo della Genesi, possiamo notare quanto sia diversa la creazione dell’uomo rispetto a quella di tutti gli altri esseri viventi. Le piante, i pesci, gli uccelli e tutti gli altri animali sono creati da Dio col solo nominarli: «produca la terra animali viventi secondo le loro specie» (Gn 1, 24). L’uomo al contrario è plasmato nel fango, e prende a vivere solo quando Dio gli insuffla il suo Spirito, la sua Ruah. L’uomo non è un essere vivente qualsiasi: l’uomo è la terra stessa (qui simboleggiata dal fango) a cui Dio dona una vita che è parte di sé. L’uomo è la terra partecipe delle energie di Dio.
Il Maligno però si oppone sin dal principio a questa condizione propria dell’uomo e – per mezzo dell’uomo – della terra. Il Maligno non vuole che Dio irradi le sue energie sul mondo per farlo vivere di Lui. Il Maligno vuole che l’uomo – e, per mezzo dell’uomo, la terra – sia sotto il dominio della morte. Questo significano gli indemoniati che vivono nei sepolcri. Gli indemoniati gadareni sono l’uomo così come il Maligno lo desidera: soggetto alla morte, al peccato, lontano dalla vita divina, dalle energie di Dio.

Gli indemoniati si avvicinano al Signore supplicandolo di non tormentarli e di non cacciarli nell’abisso che è preparato per loro. Anzi lo supplicano di permettere loro di entrare in un branco di maiali che pascolavano nelle vicinanze. Il Signore lo permette e i demoni, lasciati i due uomini, entrano nel brancodi maiali che poi si gettano nel Mare di Galilea morendo tra le onde. Gli indemoniati sono guariti, strappati ai sepolcri in cui vivevano, restituiti alla comunità umana, restituiti alla vita, restituiti a Dio Vivente che è Dio dei vivi, non dei morti (Mt 22, 32). Questa è infatti l’opera di Cristo: strappare l’uomo alla morte e al peccato per restituirlo a Dio. Il Cristo che guarisce gli indemoniati di Gadara è quello stesso Cristo che è risorto dai morti che «con la sua morte ha calpestato la morte, ai morti nei sepolcri donando la vita».

È qui possibile fare una prima riflessione. Sebbene in questo racconto Gesù parli pochissimo, parlano però i suoi atti. Ciò che il Signore compie non è un semplice esorcismo, non è una semplice guarigione. È come un insegnamento, un discorso che Dio fa all’uomo.
Tu, uomo, hai peccato. E il peccato è stato una tua decisione.
Ti sei sottomesso all’inganno del serpente. Anche questa è una tua decisione.
Ti sei sottomesso al dominio della morte: conseguenza delle tue decisioni.
Io però sono venuto a te per rimettere il tuo peccato.
Io sono venuto a te per strapparti all’inganno del serpente.
Io sono venuto a te per strapparti al dominio della morte.
Io, uomo, sono venuto a te per riconciliarti a me, per riconciliarti a Dio.
E da te non voglio nulla in cambio: voglio soltanto che tu mi dica che sì, vuoi essere salvato, vuoi essere riconciliato a Dio. 
Io sto alla porta e busso: per questo, uomo, io sono venuto a te.

E qui compaiono i gadareni, che, informati della fine del branco di maiali e della guarigione degli indemoniati, vengono a chiedere a Gesù di andarsene dalla loro terra. Perché?
Forse un branco di maiali era un prezzo troppo alto per due uomini restituiti alla vita e a Dio. Forse hanno semplicemente paura della manifestazione della potenza di Dio in mezzo a loro, nella loro terra.
Veniali e paurosi: come ci sono vicini i gadareni! Veniali e paurosi come noi. Veniali come noi che tante volte ci domandiamo se davvero ci conviene (o quanto davvero ci conviene) essere cristiani. Paurosi come noi che non riusciamo mai a offrire tutti noi stessi a Dio. Rispettiamo i digiuni e i precetti come i farisei che pagavano la decima anche sulla menta e sul cumino, ma ci riserviamo sempre un angolo nascosto dentro di noi, una nostra piccola Gadara spirituale, nella quale Dio non ha motivo di essere; e così viviamo la nostra vita spirituale tenendo un piede a Gerusalemme e l’altro a Gadara. Anche noi abbiamo paura di Dio, e chi ha paura non ama.

Gadara è terra di pagani. Gli ebrei infatti non mangiano il maiale, e quindi neppure lo allevano. La nostra Gadara spirituale è quella parte di noi che è ancora pagana, perché non ha ancora trovato Dio. È quella parte di noi che non ha ancora capito che Dio è Amore, un Amore che sta alla porta e bussa, e attende solo di essere ricambiato. E l’amore non si può ricambiare né con doni, né con denaro, né con sacrifici. L’amore si ricambia soltanto con l’amore. Noi, invece, come i pagani gadareni, ci costruiamo idoli con le nostre mani e ne facciamo degli dei. Trasformiamo in divinità le nostre passioni, i nostri desideri, le nostre aspirazioni. E a loro riserviamo quello spazio che non vogliamo dare a Dio.
Alla fine, però, dovrà prevalere in noi Gadara o Gerusalemme, gli idoli o Dio. «Nessuno può servire a due padroni» (Mt 6, 24), dice il Signore. Bisogna scegliere:«Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde» (Mt 12, 30).
Dio sta alla porta e bussa: apriamogli. Apriamogli anche quell’angolo nascosto in fondo a noi che finora non gli abbiamo aperto, così da poter dire con l’Apostolo Paolo: Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me (Gal 2, 20).

(Omelia del 25 Giugno / 8 Luglio 2012)

Perché l’ecumenismo è una eresia?

di p. Daniele Marletta

Spesso mi si chiede come mai molti ortodossi siano tanto contrari al movimento ecumenico e guardino ad esso con tanta ostilità, vedendovi addirittura una eresia. I motivi sono in realtà molti e gravi, e meritano una trattazione approfondita. Mi limiterò qui a poche note fondamentali, partendo dall’esempio di una eventuale unificazione tra cattolici ed ortodossi. Non ho assolutamente la pretesa di riferire qui, in poche righe, tutte le possibili interpretazioni di un problema che è di per sé assai complesso. Mi limiterò ad enunciare quella che credo possa considerarsi la critica più ovvia, e per certi aspetti quasi banale, dell’ecumenismo, e questo perché tale critica proprio per la sua ovvietà viene spesso ignorata.

Voglio prescindere per un momento dalla questione delle differenze dogmatiche, questione a cui molti sono oggi (del tutto ingiustamente) allergici, e partire da un punto di vista semplicemente pratico. Una eventuale unione tra cattolici e ortodossi è possibile solo in tre prospettive, o se si vuole tre vie, che vengo ad esaminare.

La prima via è quella che potremmo definire come un ecumenismo “cattolico”. In tale prospettiva, il Papa di Roma conserva la sua posizione attuale, rimanendo vescovo “universale” (secondo la definizione romano cattolica) , con giurisdizione su tutta la Chiesa. Questa è, di fatto, ancora oggi la posizione del Concilio Vaticano II e di molti documenti ufficiali recenti della Sede romana, nei quali si ribadisce che non vi è vera comunione con la Chiesa se non nella comunione con il Papa. E’ chiaro che una eventualità del genere sancirebbe la fine dell’Ortodossia per come la conosciamo attualmente. Nella Chiesa Ortodossa non esiste alcun primato universale, e i vescovi hanno tutti pari dignità. Ognuno di essi ha giurisdizione diretta nel proprio territorio, e non oltre. Possiamo dire che una prospettiva del genere porterebbe gli ortodossi a smettere di essere ortodossi.

Va notato che tale posizione non è affatto nuova. E’ quella che fu portata avanti al Concilio di Lione (nella seconda metà del XIII secolo), poi a quello di Ferrara-Firenze (nel XV secolo), e che fu poi messa fattivamente in atto con l’Unione di Brest (1595-96) e in generale con quello che gli ortodossi chiamano “uniatismo”. Questi tentativi di unificazione (o per meglio dire, di assimilazione degli ortodossi a Roma) furono sempre assai modesti nei risultati e contribuirono semmai a confermare gli ortodossi in un profondo atteggiamento antilatino, soprattutto a causa di avvenimenti storici incresciosi, come lo sterminio perpetrato dal Patriarca Veccos ai danni di quei monaci athoniti che si erano ribellati all’unione di Lione. Tanto basti per dire che questa via non è assolutamente percorribile da parte degli ortodossi.

La seconda via è del tutto speculare alla precedente, e potremmo definirla come un ecumenismo “ortodosso”. Secondo questa prospettiva, il Papa di Roma dovrebbe rinunciare alla sua posizione attuale, divenendo un vescovo come gli altri (o, se si preferisce, un Patriarca come gli altri). Vale qui il discorso fatto poc’anzi per gli ortodossi: nella eventualità di un tale cambiamento all’interno del Cattolicesimo romano, gli ortodossi manterrebbero forse la loro identità, ma sarebbero i romano-cattolici a perderla. Padre Gheorgij Florovskij fu per un certo tempo un convinto sostenitore di questa via. Egli era radicalmente convinto che gli ortodossi, partecipando al movimento ecumenico, potessero in qualche modo “rendere testimonianza” alla verità. Giunse presto al disinganno, constatando come lo spirito di fondo dell’ecumenismo non permettesse una tale testimonianza.

“La nostra salvezza sta solo col Papa e nel Papa” diceva Giovanni Bosco. Ovviamente dai suoi tempi molta acqua è passata sotto i ponti, e oggi pochissimi userebbero una espressione di questo tipo. Questo però non significa affatto che per il Cattolicesimo la figura del Papa abbia perso importanza. Per molti versi, al contrario, il Papa riesce in popolarità a reggere nonostante la crisi profonda del Cattolicesimo. Saranno davvero disposti, i cattolici, ad abbandonare l’idea che la Chiesa sia retta visibilmente da un solo Vicario di Cristo? Essendo io ortodosso mi astengo dall’esprimermi per conto loro, sebbene tutto mi porti a congetturare una risposta negativa.

Queste due prime vie partono dal presupposto che la strada dell’unità sia innanzitutto una strada di assimilazione, questo perché ambedue partono da una percezione molto netta della realtà della Chiesa. Se infatti vi sono molte differenze dottrinali tra ortodossi e cattolici (anche se per semplicità mi sono limitato solo al problema della Giurisdizione universale del Papa), è ovvio che vi siano anche dei punti in comune.Tra questi punti in comune c’è la fede ferma nel fatto che la Chiesa sia già visibilmente unita ed unica. Sia gli ortodossi che i cattolici si riconoscono nella Chiesa ”Unica, Santa, Cattolica ed Apostolica”, secondo le parole del Simbolo niceno-costantinopolitano. La differenza (che non è di poco conto) consiste semmai nell’identificazione di quale sia la vera Chiesa, se sia cioè la Chiesa Ortodossa o il Cattolicesimo romano.

Veniamo dunque alla terza via: l’ecumenismo “protestante”, ovvero quella che viene generalmente detta “unità nella diversità”. Si tratta della prospettiva di fondo che anima il movimento ecumenico sin dalla sua origine. Varrà la pena di ricordare come l’ecumenismo sia nato nell’ambito del protestantesimo liberale e si sia nutrito di alcune sue idee di fondo. Va da sé che un protestante autentico, che prenda sul serio i punti fondamentali della Riforma, non potrà mai accettare un compromesso su tali punti. L’ecumenismo nasce infatti nel mondo protestante per il mondo protestante. Fuori dall’ottica della Riforma, esso scolorisce del tutto e perde di senso.
Nella nostra ipotesi iniziale, quella di una unificazione di cattolici ed ortodossi, l’unità nella diversità potrebbe avere solo due esiti antitetici. Un primo possibile esito sarebbe quello di una unità o comunione formale in cui si continua ad essere divisi su tutto: se mi si passa la metafora, sarebbe come passare dal divorzio alla separazione legale. Un altro possibile esito sarebbe quello della relativizzazione della fede: essere insieme credendo che ciò che ci divide sia soltanto relativo, e non assoluto. Questo significherebbe la perdita di identità sia per i romano-cattolici che per gli ortodossi.

Bisogna notare che questa prospettiva dell’unità nella diversità, a differenza dalle precedenti, parte dal presupposto che la Chiesa non sia visibilmente unita. L’unità della Chiesa è qui considerata o come unità invisibile da rendere visibile, o come unità solo potenziale da mettere, se così si può dire, in atto.
E’ assai curioso il fatto che sia i cattolici romani che gli ortodossi pur professando ognuno la propria forma di ecumenismo (le prime due vie di cui ho parlato) abbiano poi firmato documenti come la Charta Oecumenica [1] che sono chiare espressioni di questa terza via.

Entriamo qui nel problema delle differenze dogmatiche tra cristiani di diversa confessione. Dobbiamo a questo punto porci una serie di domande: quanto sono importanti tali differenze? Siamo davvero disposti a rinunciarvi? Un autore protestante, Alphonse Maillot, ebbe a scrivere riguardo ai rapporti  tra cattolici e protestanti, le righe che riporto:

«Bisogna chiedersi se è a causa di un’autentica convinzione cristiana che cattolici e protestanti oggi si tendano la mano o se non è, spesso, per tiepidezza ed indifferenza. Come due valorosi guerrieri stanchi di lottare senza conoscerne bene il motivo, acconsentono a stringersi la mano prima di coricarsi per dormire o per morire. Non credo che sia sempre un’autentica riconciliazione. Ci si può chiedere se la cessazione della reciproca accusa di eresia non provi semplicemente che gli uni e gli altri hanno rinunciato alle loro profonde convinzioni per trasformare in compromessi le loro approssimazioni. Il problema va posto.» [2]

Maillot tocca qui un problema profondo. Il movimento inter-cristiano, col suo strascico di dialoghi, concelebrazioni, dichiarazioni comuni, non è forse altro che il sintomo di un male che oggi indispone quasi tutte le Confessioni cristiane: la mancanza di fede. Con l’avanzata della secolarizzazione e il distacco sempre crescente tra le masse, solo nominalmente cristiane, e la Chiesa (qualunque cosa si intenda per “Chiesa”), è chiaro come tutte le Confessioni cristiane stiano attraversando un momento di profonda crisi spirituale, del tutto parallela alla crisi culturale che interessa in genere l’Occidente. Il minimalismo e il relativismo dogmatico sottesi all’ecumenismo sono, da questo punto di vista, la versione teologica del relativismo culturale che oggi tanto è in voga. Bisogna aggiungere che, come il relativismo culturale è il sintomo della crisi di identità dell’Occidente (Occidente che sembra avere ormai rinnegato le sue radici greco-latine, almeno quanto quelle cristiane), allo stesso modo l’ecumenismo non è che il sintomo di una perdita di fede. E’ chiaro che non si tratta dell’unico sintomo di questa malattia. E’ però uno dei sintomi più evidenti quest’oggi.

Concludendo, alla domanda se l’ecumenismo sia una eresia, credo di poter rispondere che esso è forse molto più che una semplice eresia.

Mi si obietterà forse che le “guerre sante” del passato non sono certamente state sintomo di salute spirituale, il che è per certi versi cosa vera. E’ anche cosa vera però che le “guerre” (sante o meno) tra i cristiani dei secoli passati hanno sempre avuto dei motivi. Il fatto di non farsi guerra non rende di per sé i cristiani di oggi migliori di quelli di ieri. Credo che sarebbe segno di grande superbia spirituale oggi, per un ortodosso, il ritenersi più cristiano di San Gregorio Palamas (che ebbe parole di fuoco contro i latini), più o meno come sarebbe segno di superbia, per un cattolico romano, il credersi più cristiano di quel Tommaso d’Aquino che fu autore di un trattato Contra errores graecorum.


[1] Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa – Conferenza delle Chiese europee, Charta Oecumenica. Un testo, un processo, un sogno delle Chiese in Europa, Torino, Claudiana – Elledici, 2007. Si vedano, oltre al testo della Charta, anche i commenti entusiastici di tanti teologi sia ortodossi che cattolici raccolti nel volume.

[2] Alphonse Maillot, Les Miracles de Jesus et nous, Tournon (F), Editions Réveil, 1977 («Cahiers de Réveil»); trad. it.: I miracoli di Gesù, Torino, Claudiana, 1990, p. 75

Sulla Festa dei Santi Pietro e Paolo

Quella dei Santi Protocorifei degli Apostoli Pietro e Paolo è una delle feste più importanti del menologhion. Ce ne rendiamo conto se consideriamo innanzitutto che questa festa è preceduta da un periodo di digiuno. Ci sono solo altre tre feste precedute da un digiuno simile: la Pasqua, la Natività e la Dormizione. Così, già da questo, possiamo vedere che questo giorno, pur non rientrando nel gruppo delle dodici Grandi Feste del Dodecaorto, ha una sua importanza. Infatti il “Digiuno degli Apostoli” è molto antico.

Pietro e Paolo furono diversi sotto molti aspetti.

Pietro, il cui nome originale era Simone, non aveva una grande istruzione, e faceva il pescatore. Fu forse discepolo di San Giovanni Battista insieme a suo fratello Andrea, e fu posto dal Signore a capo del collegio apostolico. Fu il Signore stesso a mutare il suo nome in Kefà, che in aramaico significa “pietra” da cui viene il nome greco con cui lo chiamiamo ancora oggi. Questo soprannome ha fatto nascere purtroppo una incomprensione. Gesù dice infatti: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Alcuni hanno pensato che qui il Signore si riferisse proprio alla persona di Simon Pietro, ma la pietra di cui parla Gesù non è Pietro, ma è la confessione di fede di Pietro.
Della sua vita noi ricordiamo soprattutto alcuni episodi, che ce lo mostrano per quello che era: un uomo di grande passione, pronto alla chiamata di Dio, ma anche debole. Pietro è il primo a credere, il primo a vacillare nella fede, il primo a ritrovare la fede. Lui per primo confessa la fede in Cristo come Figlio di Dio, lui per primo tradisce Gesù nella notte della Passione, lui per primo entra nel sepolcro vuoto.

Al contrario di Pietro, Paolo aveva studiato a Tarso, sua città natale, ed era stato discepolo a Gerusalemme di Gamaliele, uno dei più importanti maestri ebrei del tempo.

Paolo, il cui primo nome era Saulo, come il primo re di Israele, non conobbe il Signore in vita, ma lo vide solo in visione. In principio era stato, da fervente fariseo, uno strenuo oppositore della Chiesa, e si convertì a Cristo dopo una visione avuta proprio mentre si recava, con lettere di accompagnamento dei sacerdoti di Gerusalemme, a fare arrestare i cristiani di Damasco. Anche Paolo è un uomo di grande passione: si occupa senza risparmio delle sue comunità, procurandosi da vivere con il mestiere di tessitore di tende, e rischiando più volte la vita a causa della sua predicazione.

Probabilmente, proprio il loro carattere passionale (in senso buono) accomuna questi due Apostoli: nella Chiesa non c’è posto per i tiepidi, non c’è posto per chi vuole servire a Dio e al mondo. Pietro e Paolo mettono in primo piano Cristo. Per loro non c’è niente di più importante: nessun precetto è più importante di Cristo, nessun “canone” è più importante di Cristo, nessun segno esteriore.

“Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”, dice Pietro. E Cristo è il fondamento della Chiesa, ci insegna Paolo. E “nessuno può porre un fondamento diverso”.
Noi siamo chiamati così a professare la fede di Pietro e Paolo: la fede nel Cristo, Figlio del Dio Vivente e fondamento su cui è edificata la Chiesa.

Finché la fede dei cristiani rimarrà fondata su questa roccia, le porte dell’Ade non prevarranno contro di essa, come non prevarranno sulla Chiesa, perché essa è fondata sul Cristo Risorto dai morti, il Dio Vivente. Se però la fede dei cristiani si spegne e diventa tiepida, se sostituiamo Cristo con un altro fondamento, per quanto possa essere nobile, allora noi non siamo più la vera Chiesa. Allora si ripeterebbe in noi il peccato dei Progenitori, poiché ciò che non è fondato in Cristo è fondato sull’uomo, e ciò che è fondato sull’uomo è pula sparsa al vento.

(Omelia del 29 Giugno / 12 Luglio 2016)

Perché accendiamo lampade davanti alle icone?

di San Nicola di Zica e Ochrid

Primo – poiché la nostra fede è luce. Cristo ci ha detto: “Io sono la luce del mondo” (Giovanni 8, 12). La luce della lampada ci ricorda la luce con la quale Cristo illumina le nostre anime.

Secondo – per ricordarci della natura luminosa del santo innanzi alla cui icona accendiamo la lampada, poiché i santi sono detti figli della luce (Giovanni 12,36; Luca 16, 8).

Terzo – per servire di rimprovero a noi per le nostre azioni oscure, per i nostri pensieri e desideri cattivi, e al fine di chiamarci al sentiero della luce evangelica; e così da avere più zelo nel cercare di soddisfare i comandamenti del Salvatore: “Splenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone” (Matteo 5, 16).

Quarto – perché la lampada sia il nostro piccolo sacrificio a Dio, che diede interamente sé stesso in sacrificio per noi, e come un piccolo segno della nostra gratitudine e amore gioioso per Lui, poiché è Lui che preghiamo per la vita, la salute, la salvezza e per tutto ciò che solo lo sconfinato amore celeste può accordare.

Quinto – perché il terrore afferri le potenze del male che a volte ci assalgono anche al tempo della preghiera per distogliere i nostri pensieri dal Creatore. Le forze del male amano le tenebre e tremano ad ogni luce, specialmente innanzi a quelle che appartengono a Dio e a quanti gli sono graditi.

Sesto – perché questa luce ci risvegli al disprezzo di noi stessi. Così come l’olio e lo stoppino bruciano nella lampada, sottomessi alla nostra volontà, allo stesso modo è necessario anche alle nostre anime di bruciare con la fiamma dell’amore in tutte le nostre sofferenze, sempre sottomessi alla volontà di Dio.

Settimo – per insegnarci che, proprio come la lampada non può essere accesa senza la nostra mano, così neppure il nostro cuore, nostra lampada interiore, può essere acceso senza il santo fuoco della divina grazia, anche se dovesse essere ripieno di ogni virtù. Tutte queste nostre virtù sono, dopo tutto, come un combustibile, mentre il fuoco che li accende procede da Dio.

Ottavo – per ricordarci che prima di ogni altra cosa il Creatore del mondo creò la luce, e poi tutto il resto, per ordine: “E Dio disse: Sia la luce: e la luce fu” (Genesi 1, 3). E così deve essere anche all’inizio della nostra vita spirituale: prima di ogni altra cosa la luce della verità di Cristo deve splendere dentro di noi. Da questa luce della verità di Cristo conseguentemente ogni bene ha origine, germoglia e cresce in noi.

Che la luce di Cristo vi illumini sempre!

Tratto da Orthodox America Issue 125,Vol XIV, No. 1 July-August, 1993
Trad. del p Daniele Marletta
Versione italiana da Luce Vita n. 11

San Giovanni Maximovic: Sulla santità

SAN GIOVANNI (MAXIMOVIČ)
arcivescovo di Shanghai e San Francisco

Sulla santità
( Omelia pronunciata il 18 Marzo 1953)

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La santità è il frutto di sforzi umani e il dono del Santo Spirito. La santità è raggiunta da colui che porta una croce e nel nome di Cristo conduce una guerra contro gli ostacoli alla santità, gli ostacoli che impediscono di diventare come Cristo. Questi ostacoli sono i peccati, le cattive abitudini, profondamente radicati nell’anima. La lotta contro di essi è il principale lavoro di un cristiano, e nella misura in cui riuscirà a purificare la sua anima, riceverà lo Spirito Santo.

San Serafino ha insegnato l’acquisizione dello Spirito Santo, e veramente lo ha acquisito poiché la Santissima Madre di Dio, lo ha riconosciuto in quanto vicino a lei. E i fedeli, sinceri ricercatori della Verità e della Luce, come lo era Motovilov, in ragione della loro venerazione, hanno visto come questo essere fosse gradito a Dio per lo splendore della luce della santità.

Come sono diverse le vie dei santi! Presso il trono di Dio, davanti a tutti è la Santissima Madre di Dio, la più gloriosa dei serafini e tutti gli angeli e arcangeli che furono saldi, fedeli a Dio nella terribile lotta che è stata condotta contro di Lui, risplendendo per la maggior parte di loro, e Lucifero, che significa portatore di luce, che ora è il diavolo, in altre parole, è stato gettato nel buio più profondo. In questa lotta gli angeli luminosi sono giunti così vicino a Dio che è già impossibile per loro fare un passo indietro e quindi essere separati da Lui.

Tutti coloro che sono graditi a Dio sono come angeli colti nel loro amore e nella loro devozione. Sono come gli angeli che fecero guerra contro le forze delle tenebre e sono stati rinsaldati nell’amore di Dio. Tutti i profeti dell’Antico Testamento hanno vissuto lottando contro le tenebre. L’empietà prevaleva, la legge di Dio era stata dimenticata. Il mondo perseguitava i profeti perché interferivano con la vita del mondo immersa nel peccato. Si nascosero nelle “profondità della terra.” Il mondo li odiava. Il profeta Isaia fu segato in due da una sega di legno, il profeta Geremia fu calpestato in una palude. E, pur vivendo in un ambiente del genere, rimasero saldi nella fede e nella devozione. Tutti i giusti erano afflitti perché erano estranei al mondo peccatore. Tutti gli apostoli hanno sofferto in un modo o nell’altro. I giusti andarono nel deserto. Che cosa li ha resi santi? La sofferenza? Non è la sola sofferenza che rende santi, ma anche la tensione verso Dio, l’amore di Dio e lavorare per superare gli ostacoli alla santità, che è il frutto della fatica dell’uomo e il dono del Santo Spirito.

San Massimo di Torino – Sulla Pentecoste

Sulla Pentecoste
Sermone 56 di San Massimo di Torino

1. Non vi riuscì spiacevole molti giorni or sono, come ricordate, fratelli, la nostra predicazione nella quale abbiamo narrato che la carne del Signore, risorta da morte, germogliò dal sepolcro come con lo splendore di un fiore; e questo sepolcro l’evangelista attestò che si trovava in un piccolo giardino (Gv 19, 41), motivo per cui non abbiamo parlato a sproposito. Era opportuno, infatti, che un fiore tanto prezioso germogliasse in un giardino e il seme affidato a un suolo fecondo entro un recinto domestico e fra piante rigogliose producesse la salvezza per tutti. Infatti la risurrezione di Cristo è la redenzione dei popoli. Dunque il Salvatore assume il corpo risorto in un giardino e, dopo che la sua carne era ormai morta, rifiorisce tra alberi in fiore e candidi gigli e germoglia dal sepolcro in modo da trovare ogni cosa germogliante e splendente Così infatti, in un certo senso, dopo la frigida sepoltura del freddo invernale tutti gli elementi si affrettano a germogliare per risorgere anch’essi alla risurrezione del Signore. Certamente, infatti in seguito alla risurrezione di Cristo l’aria diventa più sana, il sole più caldo, la terra più feconda; da allora il pollone verdeggia in arbusto, il grano cresce divenendo messe, la vite si sviluppa in tralci. Se dunque, quando rifiorisce la carne di Cristo, tutto si riveste di fiori, è necessario che, quando egli porta frutti, anche tutte le cose fruttifichino, come dice lo stesso Signore: Se il chicco di grano , cadendo in terra, non morirà, rimane solo; se invece morirà, produce molto frutto (Gv 12, 24s). Rifiorì dunque il Signore, quando risorse dal sepolcro; fruttifica, quando sale al cielo (At 1, 9). È fiore, quando è generato dalle parti inferiori della terra, è frutto, quando è collocato in un’altissima sede. È grano, come egli stesso dice, quando da solo soffre la croce, è frutto, quando è circondato dalla grandissima fede degli apostoli. Infatti, in questi quaranta giorni dopo la risurrezione trattenendosi con i discepoli, li istruì con tutta la sapienza nella sua pienezza e con tutta la fecondità dei suoi insegnamenti li indirizzò verso frutti salutari. Poi salì al cielo, portando evidentemente al Padre il frutto della carne e lasciando nei discepoli i seguaci della giustizia.
2. Dunque il Salvatore salì al Padre. La vostra Santità ricorda che abbiamo paragonato il Salvatore all’aquila del Salterio, della quale abbiamo letto che era stata rinnovata la giovinezza (Sal 102, 5) . C’è infatti una somiglianza non piccola. Come l’aquila abbandona i luoghi bassi, cerca quelli elevati e sale presso il cielo, così anche il Salvatore abbandonò le bassure degli inferi, cercò i luoghi più elevati del paradiso, penetrò nel sommo dei cieli. E come l’aquila, lasciate le sozzure terrene, volando in alto gode della salubrità di un’aria più pura, così anche il Signore, abbandonando la feccia dei peccati terreni, volando tra i suoi santi, si allieta dell’innocenza di una vita più pura. In tutto, dunque, il paragone con l’aquila si addice al Salvatore. Ma, come ce la caviamo, visto che l’aquila spesso rapisce la preda e spesso prende l’altrui? Nemmeno in questo, tuttavia, è diverso il Salvatore. In un certo senso, sottrasse la preda quando portò in cielo l’uomo che prese, dopo averlo rapito alle fauci dell’inferno, e lo condusse come prigioniero in alto, dopo averlo strappato alla prigionia, mentre era servo del dominio altrui, cioè del potere del demonio, come sta scritto nel Profeta: Salendo in alto condusse prigioniera la prigionia, diede doni agli uomini (Sal 67, 19). Questa affermazione certamente va intesa nel senso che il Signore fece sua prigioniera, strappandola a lui, la prigionia dell’uomo che il diavolo aveva assoggettato a sé, e portò, come dice la stessa prigionia, catturata, nell’alto del cielo. L’una e l’altra prigionia, dunque, vengono chiamate con un solo vocabolo, ma l’una non è uguale all’altra. Infatti, mentre la prigionia del diavolo assoggetta alla schiavitù, la prigionia di Cristo restituisce alla libertà.
3. Salendo in alto, dice, condusse prigioniera la prigionia. Con quale efficacia il Profeta descrive il trionfo del Signore! Un corteo di prigionieri soleva, come dicono, precedere il cocchio dei re che trionfavano. Ecco che la gloriosa prigionia non precede, ma accompagna il Signore che sale al cielo; non è condotta davanti cocchio, ma essa trasporta in alto il Salvatore. Per un fatto misterioso, mentre il Figlio di Dio portava in cielo il Figlio dell’uomo la stessa prigionia è portata e porta. Quanto all’affermazione: Diede doni agli uomini, questo è un distintivo del vincitore. Infatti, dopo il trionfo, il vincitore distribuisce sempre doni e stando nel proprio regno colma di regali i servi e i servi gli fanno festa; così anche Cristo Signore vittorioso, sedendo alla destra di Dio Padre dopo il trionfo sul diavolo (Sal 109, 1), oggi ha distribuito in dono ai discepoli non talenti d’oro, non argento, ma i doni celesti dello Spirito Santo, così che, tra le varie grazie, gli apostoli parlavano anche in varie lingue (At 2, 4), in modo che cioè uno di nazionalità ebrea proclamava la gloria di Cristo con l’eloquenza propria della facondia romana, e gli orecchi stranieri, poiché non avrebbero compreso ciò veniva predicato in ebraico, apprendevano nella propria lingua la redenzione del genere umano. Ogni lingua si scioglie per predicare Cristo, perché ogni eloquio confessi la sua maestà, come dice il santo Davide: Non è linguaggio e non sono parole di cui non si oda il suono (Sal 18, 14). E non meravigliatevi perché abbiamo detto che il Figlio siede alla destra del Padre. Siede infatti alla destra non perché maggiore del Padre, ma perché non si creda inferiore al Padre, come gli eretici sogliono affermare in modo blasfemo. Come infatti la divinità non conosce gerarchia, così la Sacra Scrittura si oppone alle bestemmie.

(Tratto da Massimo di Torino, Sermoni, Roma, Città Nuova, 2003, pp. 236-239)

 

 

Messaggio Pasquale 2019

Chiesa dei veri Cristiani Ortodossi di Grecia
Il Santo Sinodo

La Discesa agli Inferi

Protoc. 2822

«Venite, prendete la Luce dalla Luce che non tramonta e glorificate il Cristo Risorto dai morti»
(Mattutino di Pasqua)

Cari Padri e Fratelli, figli nel Signore risorto,
in questa sublime Festa delle Feste e Solennità delle Solennità tutta inondata di Luce, il vincitore della morte, nostro Signore Gesù Cristo, ci concede la Luce senza tramonto della Resurrezione e della Vita. Ci invita gioiosamente, nella santa Chiesa, a non scoraggiarci, a non restare nelle gelide tenebre delle passioni e del peccato, ma ad accendere i nostri ceri alla Luce tangibile che scaturisce dal Suo Santissimo Sepolcro e soprattutto a ricevere nelle nostre anime l’illuminazione, partecipando con tutto il cuore alla Sua trionfante Resurrezione.
In altre parole, ci invita a lasciarci infondere dalla Luce che ha riempito tutta la creazione, il cielo, la terra e gli inferi, per illuminare anche la nostra interiorità con la Luce della Resurrezione:
«Oggi tutto è pieno di luce, il cielo, la terra e gli inferi» afferma con entusiasmo il santo Innografo. Poiché il nostro Sovrano, Cristo Risorto, ha colmato della Sua eterna e divina Luce anche il tenebroso Inferno dove Egli è disceso!
Perché? Perché, allorché un tempo, a causa del peccato, l’uomo giaceva nelle tenebre, il male dominava ovunque e noi eravamo consegnati alla schiavitù della morte tanto che il nostro nemico, il diavolo, «l’omicida» (Gv. 8, 44), era potente e si vantava di averci ingannato.
Ma il Cristo nostro Salvatore, la Vera Luce, ci ha riscattati da questa vergognosa schiavitù con la Sua morte senza peccato sulla Croce, e ci ha liberati da questa condizione insopportabile. Nella Sua immensa compassione per l’uomo e nel Suo ineffabile amore, ha assunto volontariamente la morte per discendere nel regno dell’Inferno e incontrare le anime incatenate dei morti delle ere passate. E là, ha ucciso l’Inferno con il bagliore della Sua Divinità, ha annientato il regno della morte e del peccato, ha abbattuto il nostro implacabile nemico, e come nuovo Adamo, ha portato la liberazione e la redenzione.
Il Nostro Signore pieno di bontà ha sopportato tutto, come scrive san Gregorio Teologo, «allo scopo di resuscitare la carne, assicurare la salvezza della Sua immagine e di rigenerare l’uomo» (Omelia VII, 23)
Per questo motivo, l’Apostolo Paolo, difendendosi davanti ai Giudei e ai Pagani, chiede: «perché vi pare incredibile che Dio risorga dai morti?» (Atti 26, 8) La Resurrezione per l’Apostolo è una certezza e una realtà tra le più evidenti, poiché, egli stesso, finché era Saulo il persecutore, si convertì alla fede quando fu illuminato da una Luce discesa dal cielo, più splendente del sole, e udì Gesù Risorto rimproverarlo di averLo perseguitato ma fu anche chiamato a risorgere lui stesso, per intraprendere la più grande e gloriosa missione, quella di «aprire gli occhi degli increduli, per ricondurli dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, affinché ricevano, per la fede in Me, il perdono dei peccati e una parte di eredità con quelli che sono stati santificati» (Atti 26, 18)
La fede nella Resurrezione vivificante di nostro Signore Gesù Cristo libera e illumina l’uomo, mentre l’incredulità e il peccato che ne è la conseguenza, lo asserviscono e lo colmano di tenebre.
Solo coloro che persistono «nelle opere cattive» (Col. 1, 21) dell’incredulità e dell’errore sono invasi dalle tenebre e diventano estranei a Dio, al punto di considerare il peccato come un bisogno naturale, come un fine e uno stile di vita, e di giungere ad una sua giustificazione, all’agnosticismo e all’ateismo.
Tuttavia è necessario sottolineare che anche i fedeli che cadono in peccati apparentemente insignificanti, ma li amano e li giustificano, divengono, secondo la definizione di San Basilio il Grande «infatuati dalle tenebre» privati della Luce e della Vita Eterna!

Figli nel Cristo Risorto,
Nella Chiesa di Cristo, per mezzo della fede ortodossa e delle buone opere, diveniamo «concittadini dei santi, membri della famiglia di Dio» (Ef. 2, 19), riceviamo la vita più alta, spirituale e carismatica e siamo «Luce nel Signore…Figli di luce» (Ef. 5, 8), figli della Resurrezione.
Questo dono ci sarà concesso fino alla fine e ci renderà degni dei beni divini e eterni, se partecipiamo alla Passione di Cristo, allo scopo di partecipare anche alla Resurrezione e alla deificazione, come, ispirato da un amore ardente per Cristo, ne esprime il desiderio San Gregorio Teologo: «Devo entrare nel sepolcro con Cristo, resuscitare con Cristo, divenire co-erede di Cristo, diventare figlio di Dio e dio io stesso».
Conseguentemente, i problemi e le difficoltà che incontriamo nella vita non devono farci paura né scoraggiarci. Non dobbiamo aver timore di lavorare con abnegazione al compimento delle virtù e dobbiamo dedicarci, con santo ardore e zelo gradito a Dio, a Cristo nostro Salvatore che ha sofferto ed è risorto per noi, alla preghiera, alla carità, alla continenza, alla speranza, alla mansuetudine, al perdono, alla misericordia, alla pazienza; e soprattutto alla partecipazione, nel pentimento, agli Immacolati Misteri. Senza cadere del tutto nell’inerzia o nella negligenza spirituale, considerandoci “arrivati”, compiuti e perfetti con sufficienza e vanto. Poiché siamo sempre dei debitori, «dei servi inutili» e «non abbiamo fatto altro che il nostro dovere» (Lc. 17, 10). Davanti a noi si aprono continuamente degli orizzonti luminosi e delle vette risplendenti di perfezione che ci chiamano a «essere in vista del premio della vocazione celeste di Dio in Cristo Gesù» (Fil. 3, 14)
Che la radiosa festività della Santa Pasqua su questa terra sia per noi un’anticipazione della divina Gloria e ineffabile illuminazione della Pasqua Celeste ed eterna. Amen!

Cristo è Risorto! È veramente Risorto!
L’Arcivescovo Kallinikos di Atene
e i membri del Santo Sinodo

Insegnamenti sulla preghiera di San Gerolamo di Egina

San Gerolamo di Egina
Insegnamenti sulla preghiera

Che tu abbia zelo o meno, non smettere di pregare per non diventare negligente nella tua preghiera. Non cessare per nessun motivo di pregare e non divenire negligente in questo. E cerca di versare una lacrima ogni notte.

Non lasciar passare un giorno senza la preghiera; e la tua preghiera non sia senza lacrime.

Persevera nella preghiera e accrescila. Di’ le preghiere che la nostra Chiesa ha prescritto: l’Esapsalmo, la Piccola Compieta, la Paraclisi, ecc. Leggi dal libro di preghiera, ma poi lascia i libri da parte per un po’. Cioè, senza il libro, al di là delle parole di preghiera che vi sono scritte, parla a Cristo per tuo conto. Parlagli con semplicità dal profondo del tuo cuore, come se tu lo vedessi innanzi a te: “Padre mio, ho peccato; Non ho speso la mia giornata in modo spirituale, ma tra le cose del mondo. Ho giudicato, parlato, riso, mangiato troppo, non ho pregato. Ho avuto tante debolezze e cadute. Perdonami, Signore” e così via.
Parlagli così e Cristo avrà pietà di te e ti donerà le lacrime. Ed è necessario che vengano le lacrime, poiché tali lacrime di preghiera ti daranno forza e gioia. Porteranno via la tua angoscia.

Proprio come, quando non si lavora, non si ottiene salario, allo stesso modo senza fatica, sforzo, diligenza, preghiera, ecc, non verranno doni spirituali, né alcun gusto per le cose sante e spirituali.

Umiltà, lacrime, preghiere, e un’anima pura. Le lacrime non vengono quando non si è trascorsa la giornata bene, in modo spirituale.

Se un giorno intero è passato senza che hu abbia sentito il Cristo nel tuo cuore con la preghiera, la lettura del Salterio e del Vangelo, ecc, consideralo un giorno sprecato.

Supplica con le lacrime, come Maria Maddalena, dicendo: “Non abbandonarmi, Cristo mio! Non lasciarmi da solo, Cristo mio! Mio dolce Cristo dolce, non prendere la mia anima prima ch’io sia divenuto del tutto tuo!”
Con ogni preghiera, versa una lacrima. E quando sei pieno di compunzione, non dirlo ad alcuno, poiché è un dono divino che potresti perdere.

*Tratto da Aghios Kyrianos, No. 305 (novembre-dicembre 2001), p. 96.
Versione italiana su Luce Vita, n. 12

Vita e passione del Martire Cipriano e della Martire Giustina

Memoria il 2 di Ottobre

Durante il regno dell’imperatore romano Decio viveva ad Antiochia un filosofo e mago famoso di nome Cipriano. Essendo discendente da genitori pagani, già dall’infanzia era stato consacrato al servizio del dio pagano Apollo.
A sette anni d’età cominciò ad essere istruito nella stregoneria sotto l’insegnamento di maghi e streghe. Con il tempo Cipriano imparò tutte le arti diaboliche, a cambiare la direzione dei venti, a procurare cicloni, tempeste, tuoni e piogge, a fare agitare il mare, a danneggiare boschi e orti, a danneggiare i giardini e a procurare malattie agli uomini, e imparò le furberie dei diavoli e progredì nella malvagità. Per molti anni egli si dedicò ad imparare la magia e la stregoneria e a 30 anni ritornò ad Antiochia già completo in ogni opera malvagia.
«Credete a me – disse dopo il suo rientro –, perché io ho visto lo stesso re delle tenebre, anzi me lo sono reso favorevole con i miei sacrifici. Io l’ho visitato ed ho parlato con lui e lui mi ha amato e lodato. Lui mi ha promesso di mettermi come capo, dopo la mia separazione dal corpo, e durante la vita terrena di aiutarmi in ogni opera mia. Esso mi ha dato perfino una legione di diavoli per servirmi e aiutarmi».
Vedendo la sua competenza nella stregoneria e nella magia, tutti i pagani lo stimavano come un grande mago e stregone ed ecco che un giorno si presentò a lui un giovane dal nome Aglaide, figlio di genitori ricchi e famosi e domandò a Cipriano aiuto promettendogli di dargli molto oro e argento. Ed ecco cosa voleva: viveva ad Antiochia una fanciulla cristiana di nome Giustina, essa si dedicava con fervore a tutte le opere buone cristiane, poiché con tutto il suo cuore, amava Cristo come suo sposo, lo serviva con le preghiere, con il digiuno, con tutte le sue opere e con grande sapienza spirituale. Aveva deciso di dedicare tutta la vita al Signore, ma il nemico dei cristiani, il diavolo, cominciò a tormentarla usando diverse sofferenze e tormenti.
Un giorno Aglaide passando presso la casa di Giustina fu colpito dalla sua straordinaria bellezza e desiderò di impadronirsi di questa ragazza. Però Giustina gli replicò: «Io ho come sposo Cristo, io servo Lui e per Lui voglio mantenere la mia purezza. Lui è il protettore della mia anima e del mio corpo da qualsiasi impurità». Infiammato dal desiderio carnale, Aglaide con ogni mezzo cercò di impadronirsi di Giustina e di dominarla. Non disdegnò nemmeno l’inganno e persino la violenza, ma il Signore proteggeva la sua serva fedele. Ed ecco che ora Aglaide chiedeva all’indovino e mago Cipriano che usasse le sue arti demoniache e che influenzasse Giustina al fine di farla cadere sotto il suo dominio.
Cipriano gli rispose: «Io farò in modo che la stessa ragazza senta per te una passione molto più forte di quella che hai tu e lei stessa cercherà il tuo amore».
Il giovane speranzoso lasciò Cipriano e questi evocò il demonio e gli comandò di infiammare di passione il cuore di Giustina. Il demonio gli promise di soddisfare questa opera anche perché molte volte prima egli aveva percorso la città, aveva scosso le mura delle case, aveva provocato risse sanguinose e uccisioni, aveva seminato inimicizia e odio tra le persone, aveva portato molti al peccato, ingannando persino monaci e abitanti del deserto, la sua azione si era spinta fino a città, boschi e deserti lontani.
«Prendi questa pozione e dalla ad Aglaide, affinché con essa asperga la casa di Giustina e vedrai cosa succede!». Aglaide compì quello che gli era stato ordinato.
Di notte Giustina, mentre stava pregando il Signore sentì l’opera delle forze maligne che l’attiravano verso la caduta nel peccato, allora essa ricorse all’arma del segno della croce e pronunziò una fervida preghiera al Signore: «Signore Dio mio Gesù Cristo! Ecco i miei nemici si sono levati contro di me, hanno teso una rete per prendermi e soffocare la mia anima, ma io ho ricordato nella notte il tuo nome e mi sono in esso rallegrata ed ecco che adesso che m’incalzano io ricorro a te e credo fermamente che il mio nemico non prevarrà su di me. Tu sai Signore Dio mio che io sono la tua serva, che per te ho conservato la mia purezza e che ho dedicato a te il mio corpo e la mia anima. O buon pastore, proteggi la tua pecorella, non darmi in preda alla bestia feroce che cerca di sbranarmi, dammi la vittoria sulle tendenze cattive del mio corpo».
Il Signore ascoltò la preghiera della sua serva ed esaudì quello che gli domandava. Essa vinse con la forza della preghiera e del segno e della croce e il demonio che l’aveva assalita se ne scappò con timore. Cipriano, molto meravigliato mandò di nuovo il demonio, ora più incattivito di prima, per impadronirsi di Giustina. Questo demonio si scagliò sulla fanciulla con ancora maggior veemenza, ma essa ricorrendo ad una preghiera molto intensa intraprese un ascesi maggiore e sottomise il suo corpo alla mortificazione, rafforzandolo con il digiuno, mangiando solo pane e acqua, e così di nuovo scacciò la forza del maligno.
Quando Cipriano lo seppe ricorse ad uno dei principi dei demoni affinché con la sua potenza vincesse la fanciulla. Prese la forma di una donna e il principe dei demoni apparse a Giustina e cominciò a tentarla con i suoi discorsi, ma essa capì presto chi c’era davanti a lei e ricorse alla protezione della Croce del Signore e pose il suo segno glorioso su di sé. Il principe dei demoni di nuovo fuggì con timore e tremore.
«Anche tu il principe delle forze, e il più grande tentatore, non sei riuscito a vincere con la tua forza questa stupida fanciulla?», domandò Cipriano, trovandosi questo diavolo fortemente rattristato.
Vinto dalla forza Divina il diavolo dovette a malincuore riconoscere che i servi del demonio tremano e fuggono di fronte alla potenza della croce del Signore e hanno paura dell’ardente sua potenza.
«Allora la vostra potenza è tale – obiettò Cipriano – che vi fate vincere perfino da una ragazzina così debole». Allora il diavolo desiderando di calmare Cipriano prese lo stesso le sembianze di Giustina e andò da Aglaide per soddisfare i suoi desideri peccaminosi.
«Sono contento che sei venuto da me, o bella Giustina», quando Aglaide vide le sue sembianze, ma il diavolo non poteva nemmeno sopportare di sentir pronunciare il nome di Giustina e in quel momento sparì.
Il giovane si adirò e corse a raccontare tutto a Cipriano. Questi con i suoi incantesimi diede ad Aglaide le sembianze di un uccello con la possibilità di volare nell’aria e di visitare la casa di Giustina entrando nella sua camera attraverso la finestra. Portato dal diavolo nell’aria Aglaide volò fino alla casa di Giustina e voleva sedersi sul tetto. Guardò dalla finestra della sua stanza e vedendola il diavolo lasciò Aglaide e se ne fuggì con timore. Il povero giovane perse l’apparenza di uccello e si aggrappò all’orlo del tetto, cadde vicino a lei e per poco non si sfracellò in terra. Non avendo ottenuto niente di buono tornò da Cipriano.
Non potendo vincere Giustina lo stesso Cipriano domandò di presentarsi a lei sotto varie forme e cominciò anche a tormentare la fanciulla scagliando forze contro di lei e la sua casa e i suoi parenti con tutte le pene e malattie possibili, ma la fanciulla non perse il suo spirito e ricorse sempre alla potenza divina. Cipriano adirato cominciò a diffondere miseria in tutta la città, tormentò gli abitanti con diverse disgrazie e sofferenze, suscitò delitti, fece accadere degli incendi, lotte intestine e altre simili miserie.
Questa opera del demonio fece diffondere nella città la diceria che il grande indovino Cipriano castiga la città per l’opposizione di Giustina. Gli anziani e i capi del popolo andarono da Giustina per chiederle di accontentare i desideri di Aglaide. Essa li pregò di pazientare dicendo che presto tutte le pene che erano procurate da Cipriano sarebbero scomparse. Così infatti accadde. Per le preghiere della santa Giustina il Signore protesse la città e i suoi abitanti da ogni male.
Meravigliato dall’impotenza del diavolo contro le forze del Signore Cipriano disse a Satana: «Adesso io ho visto la tua impotenza, adesso ho capito la tua debolezza, per averti ascoltato me infelice, mi sono prestato ed ho creduto alla tua malizia. Vattene da me, o ingannatore, o trasgressore nemico della verità, oppositore, tu che non sopporti nessun bene». Il diavolo si arrabbiò e si scagliò contro Cipriano per ucciderlo. Oppresso dalla forza satanica egli si ricordò della potenza del segno della croce e pregò: «O Dio di Giustina, aiutami», e dicendo questo alzò la mano facendo su di sé il segno della croce e il diavolo fuggì da lui. Cipriano mezzo morto, cominciò ad invocare il nome di Dio. Il demonio tuonò a Cipriano: «Cristo non ti aiuterà!» ma dopo essersi scagliato con veemenza e a lungo si allontanò impotente. Allora Cipriano prese tutti i suoi libri di magia e andò dal vescovo cristiano Antimo, chiedendo a lui il battesimo. Conoscendolo come un indovino potente il vescovo lo rifiutò. Allora lui con pianti raccontò tutto quello che era avvenuto al vescovo e gli diede tutti i suoi libri perché fossero bruciati. Vedendo una tale umiltà il vescovo insegnò a lui la fede cristiana e lo preparò al battesimo.
Cipriano pianse per i suoi peccati e si pentì, pregò Dio di perdonare le sue colpe. Cosicché una volta egli andò in Chiesa per la Divina Liturgia, ma al momento del rinvio dei catecumeni, quando già alcuni se ne stavano uscendo, Cipriano si rifiutò di uscire e chiese il battesimo. Vedendo la sua fermezza il diacono chiamò il vescovo e questi subito battezzò l’antico stregone, nel nome del Padre, del Figlio e del Santo Spirito.
Da quel momento Cipriano cambiò completamente la sua vita, tanto che dopo un anno il vescovo lo ordinò presbitero. In seguito egli divenne anche vescovo e condusse una vita così santa e penitente che lo rese simile a molti grandi santi. Egli collocò Giustina in un monastero come Madre, affidando a lei la salvezza delle sue pie monache. Ma il demonio non dimenticò la vergogna subita e risvegliò tra i pagani una opposizione contro Cipriano ed essi lo condussero presso l’autorità del paese.
Il capo Eutolmio, con molti inganni cercò di fare deviare Cipriano e Giustina, scongiurandoli di ritornare agli dei e di ubbidire alle autorità della terra. I pagani chiesero invano al capo di condannare a morte Cipriano e Giustina. Arrestati e tradotti nel buio della prigione, Cipriano e Giustina soffrirono molte offese e sofferenze, furono picchiati, feriti, ma essi confessavano con riconoscenza Cristo e sopportarono ogni cosa. Non raggiunto lo scopo con la furbizia, le minacce e le percosse, i tormentatori tagliarono la testa dei santi con la spada. Alla vista di questa morte d’innocenti un certo Teoctisto confessò Cristo e fu decapitato insieme ai santi martiri. Tutti e tre si presentarono al trono del Signore e i loro corpi rimasero per sei giorni insepolti.
Alcuni dei passanti li raccolsero di nascosto e li trasportarono fino a Roma dove una donna si occupò della loro sepoltura e sulle tombe di questi protettori avvennero molte guarigioni e miracoli.
Per le loro preghiere che il Signore guarisca anche le nostre infermità spirituali e corporali! Amìn!

Da Archimandrita Cipriano, I santi martiri Cipriano e Giustina, Phyli Attikis
http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/vitesanti/ciprianogiustina.htm

La Via della Filosofia secondo Cristo

 

† Sua Eminenza, il Metropolita Cipriano di Oropos e Filì

La Via della Filosofia secondo Cristo

“Una santa combinazione: amore ed umiltà”

San Massimo il Confessore

Nulla il Diavolo ha in odio quanto l’amore tra fratelli e sorelle in Cristo, l’armonia, la pace, l’unità e la concordia.
Egli è sempre vigile, macchinando le più incredibili azioni, pur di rompere i legami spirituali, seminare odio e antipatia, confusione e disordine, vani sospetti e angosciosi pregiudizi.
Cristo ha immolato sé stesso “perché i figli di Dio dispersi siano portati insieme come uno solo” in pace e amore, mentre l’omicida non si dà mai riposo nel suo tentativo di affliggerli e disperdere i figli di Dio, che sono riuniti in Cristo.
Il seguente episodio è assai tipico, e mostra che sia l’azione satanica a favorire la rabbia, l’impazienza e la rottura dei legami di amore e di pace con il nostro fratello:

“Un certo fratello, mosso a sdegno contro un altro, si mise in preghiera, supplicando [che il Signore lo aiutasse] sopportare il suo fratello, passando illeso attraverso la tentazione; e subito egli vide del fumo uscire dalla sua bocca. Al che, la sua rabbia cessò. “

* * *

Ora, come è possibile evitare tutte le insidie ​​del nemico amante dei tormenti? Qual è il sicuro antidoto?
I Santi Padri ci insegnano che solo con l’amore e con l’umiltà potremo essere protetti e liberati.
La santa combinazione di amore e di umiltà ci eleva spiritualmente al di sopra delle insidie ​​degli spiriti maligni, e soprattutto al di sopra di meschinità e incomprensioni, che, per la maggior parte, nascono dal nostro amor proprio.
Allo stesso modo, questa santa combinazione nella Grazia di Dio, che ci dona un cuore pacifico, umile, misericordioso, pronto al perdono e tollerante.
“Una santa combinazione sono amore e umiltà”, dice S. Giovanni Climaco; “l’uno infatti esalta, e l’altro, dando forza a quanti sono esaltati, non permette loro di cadere.”
Per essere precisi, abbiamo bisogno di trovare pazienza e coraggio nell’ora
della tentazione; è necessario essere in preghiera longanimi davanti ai dolori ed avere un cuore pronto al perdono verso quanti ci hanno addolorati. Cerchiamo di non essere vinti dall’ odio, ma piuttosto di vincerlo con l’amore.
Un dolore non è che una nube che presto si scioglierà… non allontaniamoci dall’amore fraterno… Cerchiamo di essere longanimi e Preghiamo… Gettiamo la colpa su noi stessi… Accettiamo umilmente le scuse del nostro fratello… Ricordiamo le sue gentilezze e le virtù e non allontaniamolo dal nostro cuore…

* * *

San Massimo il Confessore splendidamente ci guida sulla “via della filosofia secondo Cristo”:

Non accusare di essere ignobile ed empio colui che ieri hai lodato come buono e virtuoso, solo perché il tuo amore si è mutato in odio.
Non denunciare la mancanza del tuo fratello per giustificare l’odio malvagio che si è impadronito di te. Piuttosto, anche se sei preso dal risentimento, persisti nelle tue lodi, così ti sarà facile tornare allo stesso salutare amore.
Non adulterare, a causa del tuo risentimento nascosto, il solito elogio del tuo fratello nelle conversazioni con gli altri , mescolando di nascosto le tue parole con riferimenti alle sue mancanze e giudizi di condanna. Invece, usa parole di lode senza sotterfugi e sinceramente prega per lui, come se stessi pregando per te stesso, e così sarai presto liberato da un tale odio distruttivo.
Se il tuo fratello è di nuovo tentato dal nemico e persiste nel parlare male di te, non discostarti dal tuo amore, ma respingi il demone che ti sconvolge la mente.
E questo accadrà se parli benevolmente quando sei denigrato e mostri bontà e gentilezza quando si trama contro di te.
Questa è la via della filosofia cristiana, e nessuno potrà dimorare con Cristo senza seguirla.

* * *

Così, il Diavolo divide i nostri cuori con l’orgoglio e l’odio facendone un inferno.
Al contrario, Cristo unisce i fratelli per mezzo del suo amore e della sua umiltà
e instaura il Regno dei Cieli nei nostri cuori.
Fratello mio, possa tu divenire un filosofo secondo Cristo!
Invocando l’aiuto della Deipara, non permettere mai a te stesso di essere sopraffatto da sentimenti di odio o da antipatia per il tuo fratello.
Quando ami tuo fratello, diventi simile a Dio, diventi un dio per Grazia. Ed esorcizzi il demone del disordine, della confusione e della discordia.

 

Sesta Domenica di San Luca
24 Ottobre / 6 Novembre 2005
(trad. di p. Daniele Marletta)