I Santi Andronico e Atanasia

Storia dei Santi Andronico e Atanasia

Un racconto dalla Vita di Abba Daniele di Scete
 (Memoria il 9 di Ottobre)

Andronico e Atanasia

Ad Antiochia la grande viveva un tale di nome Andronico che di mestiere era orafo. Sposò una donna di nome Atanasia e costei, grazie alle sue opere, divenne realmente immortale come dice il suo nome. Anche Andronico era molto pio e adorno di opere buone. Erano molto ricchi e divisero tutti i loro beni in due parti: una per i poveri e i monaci, l’altra per le tasse e le per loro necessità. Ebbero due figli: uno era maschio e lo chiamarono Giovanni l’altro era femmina e le imposero il nome di Maria. E non si unirono mai più, ma si consacrarono al lavoro e alle opere buone. Continua a leggere

Le preghiere del cristiano ortodosso

 

 

Nuovo opuscolo scaricabile nella nostra piccola biblioteca virtuale.

Col tempo renderemo disponibili anche altri formati di questo testo (ed anche altri testi).
Per adesso, ecco a voi le preghiere del mattino e della sera in formato PDF in A5

Le traduzioni qui utilizzate circolavano da tempo nel mondo ortodosso italofono, qui si sono fatte solo piccole correzioni in vista di una nuova traduzione unitaria.

I tre stati della vita spirituale

† Sua Eminenza, il Metropolita Cipriano di Oropos e Filì
(1935-2013)

I tre stati della vita spirituale

I Santi Padri divinamente ispirati ci insegnano come i cristiani rientrino in tre categorie:
a) coloro che esercitano le proprie passioni;
b) coloro che contengono le proprie passioni; e
c) coloro che estirpano le proprie passioni.
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Anfibi di carne e spirito

Omelia sulla parabola del servo spietato

(undicesima Domenica di Matteo)

Letture
Apostolos: 1 Cor 9, 2-12
Evangelo secondo Matteo (18, 23-35)

Il Vangelo di questa Domenica vuole ricordarci una cosa fondamentale per la nostra vita spirituale: il fatto di essere noi tutti dei debitori insolventi. Di più: spesso noi siamo proprio quel debitore di cui si parla nella parabola, quello che prima supplica perché si abbia pazienza con lui ma che poi non è in grado di avere la tessa pazienza con il suo fratello.
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Discorso sulla Trasfigurazione di Sant’Anastasio

Sant’Anastasio il Sinaita
Discorso tenuto il giorno della Trasfigurazione del Signore

Il mistero della sua Trasfigurazione Gesù lo manifestò ai suoi discepoli sul monte Tabor. Egli aveva parlato loro del regno di Dio e della sua seconda venuta nella gloria. Ma ciò forse non aveva avuto per loro una sufficiente forza di persuasione. E allora il Signore, per rendere la loro fede ferma e profonda e perché, attraverso i fatti presenti, arrivassero alla certezza degli eventi futuri, volle mostrare il fulgore della sua divinità e così offrire loro un’immagine prefigurativa del regno dei cieli. E proprio perché la distanza di quelle realtà a venire non fosse motivo di una fede più languida, li preavvertì dicendo: Vi sono alcuni fra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nella gloria del Padre suo (cfr. Mt 16, 28).
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San Pietro tra fede e speranza

Omelia per la nona Domenica di Matteo

Letture:
Apostolos: 1Cor 3, 9-17 (P9)
Evangelo: Mt 14, 22-34 (Gesù cammina sulle acque)

“Uomo di poca fede”. È così che il Signore chiama San Pietro. E ci sembra quasi ingiusto: tra tutti i discepoli San Pietro è quello con la fede più pronta, assoluta. È lui a confessare per primo questa fede: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). C’è poi quella sua prima confessione di fede sul lago di Gennesaret: “Allontanati da me, Signore, poiché sono un uomo peccatore!” (Lc 5, 8). San Pietro è forse, tra i Dodici, il primo a credere veramente.
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«Noi predichiamo Cristo crocifisso»

Omelia per la festa della Processione della Preziosa e Vivificante Croce

Letture:
Apostolos: 1Cor 1, 18-24
Evangelo: Gv 19, 6-11; 13-20; 25-28; 30-35

La Santa Croce

La Santa Croce

«Cos’è diventata la croce per il cristiano di oggi?» Questa domanda mi torna in mente a tutte le feste della Croce. È la domanda che si poneva anni fa uno scrittore italiano, Ignazio Silone, in un suo romanzo, L’avventura di un povero cristiano. E questa domanda la mette in bocca a un uomo del tredicesimo secolo, quasi a significare che questo non è un problema recente, non è un problema della nostra era secolarizzata. È un problema che attraversa la storia della Chiesa. Cosa è diventata la croce per i cristiani? E cosa dovrebbe essere, invece?

«Noi predichiamo Cristo crocifisso» scriveva San Paolo ai Corinzi «scandalo per i giudei, e follia per i gentili» (1Cor 1, 23). Scandalo e follia, innanzitutto, perché la Croce ci mostra il volto scandaloso e folle di Dio.

Scandalo. «I giudei chiedono segni»: chiedono miracoli, azioni strabilianti. Israele era abituato a un Dio che interveniva continuamente nella sua storia, un Dio che lo guidava in guerra contro i nemici, un Dio che dimostrava continuamente la sua potenza. E qui, sul legno della Croce, vedono inchiodato un Dio debole, un Dio sconfitto, un Dio che muore.

Tornano in mente le parole che lo stesso San Paolo scriveva alla sua comunità prediletta, quella di Filippi:

«Abbiate in voi stessi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù, il quale, essendo in forma di Dio, non considerò rapina l’essere uguale a Dio, anzi svuotò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini; e, trovato nell’esteriore simile ad un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.» (Fil 2, 5-8)

Ecco lo scandalo: un Dio che si umilia, un Dio che si fa impotente, che si fa Egli stesso maledizione, secondo le parole della Legge: Maledetto colui che pende dal legno!

Follia. «I greci cercano sapienza»: cercano equilibrio, razionalità, bellezza. I greci erano un popolo spiritualista: disprezzavano il corpo, questa carne mortale con i suoi bisogni così bassi, così ripugnati. Dio non aveva niente a che fare con la carne, per un greco. Le divinità della mitologia greca si presentavano a volte in forma umana, ma era una forma solo apparente; si concedevano a volte piaceri molto umani e terreni, ma non si concedevano mai sofferenze umane e terrene. Per i greci un dio era sempre un dio. Dio non si mescola con la carne, Dio non soffre, Dio non muore. Questo Dio dei cristiani per un greco era qualcosa di imperfetto, di irrazionale, un follia. Il primo grande fallimento di San Paolo fu proprio quando, ad Atene, cercò di predicare ai greci mettendosi sul piano della ragione, delle argomentazioni.

Scandalo e follia, dunque. Lo scandalo del Dio onnipotente che si fa impotente e la follia del Dio perfetto che si fa imperfetto, dell’infinito che si fa finito.

Noi, però, quante volte ci ricordiamo che la Croce è questo? Anzi, per tornare alla domanda da cui siamo partiti, cosa è diventata la croce per noi cristiani di oggi, per noi cristiani di sempre? A volte dentro di noi c’è un ebreo che si scandalizza della Croce, che preferirebbe un Dio onnipotente che punisca il male qui, ora, subito. Qual’è la più classica obbiezione di un ateo alla nostra fede? Paradossalmente è una domanda che troviamo nella Bibbia, nel Libro di Giobbe: se Dio è buono, perché esiste il male? Perché esiste la sofferenza? Sarebbe più facile credere in Dio se Dio dimostrasse a tutti la sua onnipotenza spazzando via il male. Noi però crediamo in un Dio impotente che muore sulla Croce.

Altre volte dentro di noi c’è un greco che si vergogna della Croce, che preferirebbe credere in un Dio lontano, perfetto, eterno. In un Dio razionalmente plausibile. Non in questo Dio folle che si lascia follemente inchiodare sulla croce.

Eppure ci dice sempre San Paolo «per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1, 24) Questo Dio impotente, questo Dio assurdo mostra proprio sulla Croce la sua potenza, la sua sapienza. La Croce è un grande paradosso: della follia fa sapienza, dello scandalo fa potenza, da maledizione si fa redenzione, da strumento di morte che era si fa per noi albero di vita. Amin.

 (Omelia del 1 / 14 Agosto 2013)

«Voi siete la luce del mondo»

 

Appunti per l’omelia della Domenica dei Padri dei primi sei Concili Ecumenici

“Voi siete la luce del mondo”, dice il Signore.
A che serve la luce? Semplice: a illuminare. Per questo la luce va messa in alto: più in alto è, più persone potranno vederla splendere. E più forte sarà questa luce, più sarà possibile vederla da lontano.

Si fa spesso un errore nell’interpretare questo detto evangelico. Noi siamo portati a intendere questa luce in senso morale. Questo non è sbagliato, di per sé; la fede cristiana ha anche le risposte agli interrogativi morali dell’uomo. E spesso l’interrogativo morale è nell’uomo quanto di più vicino possa esserci all’interrogativo spirituale. Così può accadere che qualcuno si avvicini alla fede grazie a questo suo aspetto più “umano”, che è appunto l’etica. Sbagliamo però se intendiamo questa luce solo in senso morale, sbagliamo, cioè, se riduciamo la nostra testimonianza di fede a una testimonianza di tipo morale.

“Splenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”: nessuno potrà vedere le nostre opere buone, se non avrà visto anche la nostra luce, la luce della fede da cui quelle opere sono originate. E nessuno potrà vedere la luce della nostra fede se non nelle nostre opere. Noi spesso ci illudiamo, pensando che gli altri possano vedere le nostre opere e vedere poi la fede che c’è dietro. Questo però non accade quasi mai, per due motivi fondamentali.

Il primo motivo è che non sempre le nostre opere sono così lineari, così cristalline. “Non c’è uomo che viva e non pecchi, Tu solo infatti sei senza peccato” Spesso le nostre opere sono contraddittorie. A volte non sono affatto buone; diamo spesso un pessimo esempio di noi, e questo sì che agli occhi del mondo è visibile! Il mondo vede le nostre cattive opere molto più di quanto veda quelle buone. E non di rado gli altri vedendo le nostre cattive opere sono scandalizzati e rifiutano la nostra fede. Come sono i cristiani agli occhi del mondo? Litigiosi come gli altri, bugiardi come gli altri, ladri come gli altri, adulteri come gli altri. E quando non appaiono così, appaiono come farisei pronti al giudizio e alla condanna verso il prossimo.

Il secondo motivo è più interiore. Noi molto spesso trasformiamo la nostra fede in un sistema più o meno ordinato di osservanze: assistere alle Funzioni religiose in chiesa, fare i digiuni, astenersi da certe azioni (considerate cattive) e cercare invece di farne altre (considerate positive). Tutte queste osservanze sono utili, ci aiutano nella nostra vita spirituale. Noi però spesso le trasformiamo in un modo per confortarci. È come se dicessimo: io sono un buon cristiano, perché a casa ho il mio angolo delle icone con davanti un lumino, e recito le preghiere del mattino e della sera. Ovviamente è una buona cosa avere un angolo delle icone a casa, ed è una cosa buona recitare le preghiere del mattino e della sera. Noi però non saremo giudicati da Dio  in base a questo: saremo giudicati in base a cosa abbiamo fatto (o detto, o pensato) dal momento in cui finiamo le preghiere del mattino fino al momento in cui cominciamo le preghiere della sera. Se ne deve dedurre che l’angolo delle icone e le le preghiere non servano a nulla? Niente affatto. Ci servono per aiutarci nella nostra vita di fede. Preghiamo al mattino per aiutarci a cominciare una giornata da cristiani, e la sera per concluderla. Però dobbiamo avere chiaro in mente che la cosa importante è di sforzarci a vivere da cristiani tutta la nostra giornata, cioè tutta la nostra vita.

Cosa dobbiamo fare, allora, per essere la luce del mondo?
San Serafino di Sarov diceva: “acquisisci il Santo Spirito, e mille troveranno la salvezza intorno a te”. E spiegava come i digiuni, le veglie, le preghiere non siano il fine della vita cristiana. Il fine della vita cristiana è l’acquisizione dello Spirito, e queste opere ci servono come un mezzo per arrivare al fine. Questo significa che da un lato queste cose sono indispensabili, da un altro sono invece secondarie. Sono indispensabili per divenire ricettacoli di Grazia, e per questo motivo, noi tutti dovremmo pregare di più, digiunare di più, vegliare di più. Sono secondarie perché nessuno di noi si salverà soltanto perché ha osservato questi precetti, e nessuno di noi si perderà soltanto perché non li ha osservati

Se vogliamo essere luce per il mondo dobbiamo innanzitutto vivere in Cristo. Non dobbiamo essere noi a vivere, ma Cristo deve vivere in noi, come diceva San Paolo. Non è nostra la luce che deve splendere. Per quanti sforzi possiamo fare la nostra luce non illuminerà nessuno. Sforziamoci di essere luci riflesse dell’unica luce realmente in grado di risplendere nelle tenebre, la luce di Cristo.

(Omelia del 18 / 31 Luglio 2016)

Tra Gadara e Gerusalemme

Omelia per la quinta Domenica di Matteo

Letture:
Apostolos: Rm 10, 1-10  (P5)
Evangelo: Mt 8, 28 – 9, 1 (gli indemoniati gadareni)

L’episodio degli indemoniati gadareni ci mette davanti a due personaggi fondamentali: il primo di questi personaggi è il Maligno (i demoni che inabitano gli indemoniati); il secondo è Cristo. Ci sono poi gli abitanti della regione di Gadara (o Gerasa, secondo una diversa lezione). Sullo sfondo del racconto ci siamo noi.

Quando il Signore giunge nel paese dei gadareni i due indemoniati gli vengono incontro uscendo dai sepolcri dove abitano. Il testo evangelico ce li descrive, più che come uomini, come degli animali selvaggi. Dotati di forza fuori dal comune, incutono terrore agli abitanti della regione.
Fin dalle prime righe delle Scritture possiamo vedere il Maligno all’opera proprio per questo tipo di risultato. Se rileggiamo il racconto della creazione dell’uomo nel secondo capitolo della Genesi, possiamo notare quanto sia diversa la creazione dell’uomo rispetto a quella di tutti gli altri esseri viventi. Le piante, i pesci, gli uccelli e tutti gli altri animali sono creati da Dio col solo nominarli: «produca la terra animali viventi secondo le loro specie» (Gn 1, 24). L’uomo al contrario è plasmato nel fango, e prende a vivere solo quando Dio gli insuffla il suo Spirito, la sua Ruah. L’uomo non è un essere vivente qualsiasi: l’uomo è la terra stessa (qui simboleggiata dal fango) a cui Dio dona una vita che è parte di sé. L’uomo è la terra partecipe delle energie di Dio.
Il Maligno però si oppone sin dal principio a questa condizione propria dell’uomo e – per mezzo dell’uomo – della terra. Il Maligno non vuole che Dio irradi le sue energie sul mondo per farlo vivere di Lui. Il Maligno vuole che l’uomo – e, per mezzo dell’uomo, la terra – sia sotto il dominio della morte. Questo significano gli indemoniati che vivono nei sepolcri. Gli indemoniati gadareni sono l’uomo così come il Maligno lo desidera: soggetto alla morte, al peccato, lontano dalla vita divina, dalle energie di Dio.

Gli indemoniati si avvicinano al Signore supplicandolo di non tormentarli e di non cacciarli nell’abisso che è preparato per loro. Anzi lo supplicano di permettere loro di entrare in un branco di maiali che pascolavano nelle vicinanze. Il Signore lo permette e i demoni, lasciati i due uomini, entrano nel brancodi maiali che poi si gettano nel Mare di Galilea morendo tra le onde. Gli indemoniati sono guariti, strappati ai sepolcri in cui vivevano, restituiti alla comunità umana, restituiti alla vita, restituiti a Dio Vivente che è Dio dei vivi, non dei morti (Mt 22, 32). Questa è infatti l’opera di Cristo: strappare l’uomo alla morte e al peccato per restituirlo a Dio. Il Cristo che guarisce gli indemoniati di Gadara è quello stesso Cristo che è risorto dai morti che «con la sua morte ha calpestato la morte, ai morti nei sepolcri donando la vita».

È qui possibile fare una prima riflessione. Sebbene in questo racconto Gesù parli pochissimo, parlano però i suoi atti. Ciò che il Signore compie non è un semplice esorcismo, non è una semplice guarigione. È come un insegnamento, un discorso che Dio fa all’uomo.
Tu, uomo, hai peccato. E il peccato è stato una tua decisione.
Ti sei sottomesso all’inganno del serpente. Anche questa è una tua decisione.
Ti sei sottomesso al dominio della morte: conseguenza delle tue decisioni.
Io però sono venuto a te per rimettere il tuo peccato.
Io sono venuto a te per strapparti all’inganno del serpente.
Io sono venuto a te per strapparti al dominio della morte.
Io, uomo, sono venuto a te per riconciliarti a me, per riconciliarti a Dio.
E da te non voglio nulla in cambio: voglio soltanto che tu mi dica che sì, vuoi essere salvato, vuoi essere riconciliato a Dio. 
Io sto alla porta e busso: per questo, uomo, io sono venuto a te.

E qui compaiono i gadareni, che, informati della fine del branco di maiali e della guarigione degli indemoniati, vengono a chiedere a Gesù di andarsene dalla loro terra. Perché?
Forse un branco di maiali era un prezzo troppo alto per due uomini restituiti alla vita e a Dio. Forse hanno semplicemente paura della manifestazione della potenza di Dio in mezzo a loro, nella loro terra.
Veniali e paurosi: come ci sono vicini i gadareni! Veniali e paurosi come noi. Veniali come noi che tante volte ci domandiamo se davvero ci conviene (o quanto davvero ci conviene) essere cristiani. Paurosi come noi che non riusciamo mai a offrire tutti noi stessi a Dio. Rispettiamo i digiuni e i precetti come i farisei che pagavano la decima anche sulla menta e sul cumino, ma ci riserviamo sempre un angolo nascosto dentro di noi, una nostra piccola Gadara spirituale, nella quale Dio non ha motivo di essere; e così viviamo la nostra vita spirituale tenendo un piede a Gerusalemme e l’altro a Gadara. Anche noi abbiamo paura di Dio, e chi ha paura non ama.

Gadara è terra di pagani. Gli ebrei infatti non mangiano il maiale, e quindi neppure lo allevano. La nostra Gadara spirituale è quella parte di noi che è ancora pagana, perché non ha ancora trovato Dio. È quella parte di noi che non ha ancora capito che Dio è Amore, un Amore che sta alla porta e bussa, e attende solo di essere ricambiato. E l’amore non si può ricambiare né con doni, né con denaro, né con sacrifici. L’amore si ricambia soltanto con l’amore. Noi, invece, come i pagani gadareni, ci costruiamo idoli con le nostre mani e ne facciamo degli dei. Trasformiamo in divinità le nostre passioni, i nostri desideri, le nostre aspirazioni. E a loro riserviamo quello spazio che non vogliamo dare a Dio.
Alla fine, però, dovrà prevalere in noi Gadara o Gerusalemme, gli idoli o Dio. «Nessuno può servire a due padroni» (Mt 6, 24), dice il Signore. Bisogna scegliere:«Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde» (Mt 12, 30).
Dio sta alla porta e bussa: apriamogli. Apriamogli anche quell’angolo nascosto in fondo a noi che finora non gli abbiamo aperto, così da poter dire con l’Apostolo Paolo: Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me (Gal 2, 20).

(Omelia del 25 Giugno / 8 Luglio 2012)