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San Giovanni di Shangai e San Francisco e San Filarete di New York

San Giovanni di Shangai e San Francisco: Cosa intendiamo per “ortodosso”?

San Giovanni di Shanghai e San Francisco

Cosa intendiamo per “ortodosso”?

Poco dopo che la dottrina di Cristo ebbe cominciato a diffondersi tra i Gentili, i seguaci di Cristo presero ad essere detti cristiani” (Atti 11, 26). La parola “cristiani” indicava che coloro che portavano questo nome appartenevano a Cristo, gli appartenevano nel senso della devozione a Cristo e alla sua dottrina. Da Antiochia, il nome di cristiani si diffuse per ogni dove.
I seguaci di Cristo furono lieti di chiamarsi col nome del loro amato Maestro e Signore; i nemici di Cristo chiamarono i suoi discepoli cristiani, trasportando così su di loro la malevolenza e l’odio che essi nutrivano per Cristo. Comunque, abbastanza presto comparvero alcuni che, pur chiamandosi cristiani, non erano di Cristo nello spirito. Di loro Cristo stesso aveva detto: non chiunque mi dica “Signore Signore” entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Matteo 7, 21). Cristo profetizzò anche che molti si sarebbero spacciati per Cristo stesso: Molti verranno nel mio nome dicendo: io sono il Cristo (Matteo 24,5). Gli Apostoli nelle loro Lettere indicarono che quanti falsamente portavano il nome di Cristo erano già apparsi nel loro tempo: Avete udito che deve venire l’Anticristo, ma già ora ci sono tanti anticristi (1 Giovanni 2, 19).
Essi stabilirono che coloro che si erano allontanati dalla dottrina di Cristo non dovessero essere considerati dei loro: Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri (1Giovanni 2, 19). Pur mettendo in guardia da discordie e discussioni su argomenti minori (1Corinti 1, 10-14), gli Apostoli raccomandavano comunque ai loro discepoli di evitare quanti non confessassero la vera dottrina (2Giovanni 1, 10). Il Signore, per tramite della Rivelazione data all’Apostolo Giovanni il Teologo, rimprovera duramente quelli che, pur dichiarandosi fedeli, non agivano in accordo con questo loro nome; in questo caso tale nome era falso per loro.
Che utilità c’era in antico a definirsi un Giudeo, un seguace della vera fede nell’Antico Patto? La Scrittura li definisce la sinagoga di Satana (Apocalisse 2, 9).
Allo stesso modo, è cristiano in senso stretto solo chi confessa la vera dottrina di Cristo e vive in accordo con essa. Essere cristiano significa glorificare il Padre Celeste con la propria vita. Splenda la vostra luce davanti agli uomini affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli (Matteo 5, 16). La retta glorificazione di Dio è possibile però solo a chi crede rettamente ed esprime in opere e parole la sua retta fede. Per questo il retto cristianesimo – ed esso solo – può esser detto “retta glorificazione” (Ortho-doxia). Con la parola Ortodossia noi esprimiamo la nostra convinzione che la nostra fede sia precisamente la vera dottrina di Cristo. Quando chiamiamo qualcuno o qualcosa “ortodosso” noi con questo semplice fatto indichiamo il suo essere cristiano in mondo non contraffatto ed incorrotto, rigettando nello stesso tempo ciò che si appropria falsamente del nome di Cristo.

Domenica dell’Ortodossia, Shangai, 1943

Tratto da The Orthodox Word, 1968, vol  4 n. 1 (18)
trad. p Daniele Marletta (in Luce Vita, n. 11)

Note su Ortodossia e modernità

p. Daniele Marletta

Note su Ortodossia e modernità

È normale per una religione “acculturarsi”, ricevere cioè determinate coordinate dalla cultura di una qualche società, la quale a sua volta si “struttura” nel rispetto di quella religione. Per quanto riguarda il Cristianesimo Ortodosso, l’Impero Romano d’Oriente e la Russia degli Zar (specie prima di Pietro il Grande) sono ottimi esempi di questa mutua “corrispondenza” tra religione e società. Ma cosa accade quando, a seguito di improvvisi mutamenti tecnologici e, conseguentemente, socio-culturali, quelle coordinate vengono meno? All’alba del terzo millennio, le grandi religioni tradizionali sembrano trovarsi come innanzi ad un bivio: ri-formarsi(elaborare cioè una nuova forma) tenendo presenti le mutate condizioni socio-culturali, o, in alternativa, rispondere alla modernità, attingendo alla propria tradizione. Nessuna di queste due strade permette, in ogni modo, di prescindere da un incontro-scontro con la modernità stessa. Ci sembra difficile, comunque, pensare che nel mondo ortodosso sia possibile una qualche riforma che possa andare più in là della precisazione filologica di un qualche testo liturgico: la storia insegna come gli ortodossi siano refrattari a qualunque tipo di riforma che tocchi, o sembri anche solo toccare, questioni dogmatiche o rituali. Non ci risulta che in Occidente, all’indomani delle riforme liturgiche del Concilio di Trento, ci sia stata una reazione anche solo analogicamente paragonabile al Raskol[1], lo scisma degli starobriadzi, al seguito della “riforma” liturgica (che non era certamente una vera e propria riforma, ma tuttalpiù un “aggiustamento” liturgico) del Patriarca Nikon. Per venire a tempi più recenti, fenomeni come lo scisma di Monsignor Lefebvre, a seguito della “rivoluzione” del Concilio Vaticano Secondo, impallidiscono, se paragonati alla dolorosa questione del calendario liturgico[2], nata a seguito della discutibile introduzione, su ispirazione del Patriarca Ecumenico Melezio, del calendario gregoriano per le feste a data fissa, nel 1924.

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1) Ortodossia, modernità, nichilismo.

Cominceremo col prendere in esame la posizione del teologo americano Seraphim Rose (1934 – 1982) che ha elaborato una critica radicale della modernità e delle sue coordinate culturali. In particolare egli si è soffermato su quella che considerava la stessa “radice” della modernità: il nichilismo, che già a partire da Cartesio, ma in modo particolarmente virulento negli ultimi due secoli e mezzo, si è affermato in Occidente. Il p. Seraphim Rose aveva intrapreso la stesura di una colossale “Critica della modernità”, un’opera rimasta purtroppo incompiuta, The kingdom of man and the Kingdom of God; di essa è stato steso per intero soltanto un capitolo, dedicato appunto al Nichilismo[3], e pubblicato postumo. Per “nichilismo” egli non intende però semplicemente quelle filosofie di ispirazione nietzscheano-heideggeriano cui oggi si da questo nome, ma, in genere, tutte quelle filosofie o movimenti filosofici in cui non sia contemplata una Verità unica ed assoluta, meta-fisica e meta-empirica:

…la questione del nichilismo è, nel più profondo, una questione di verità; è, in realtà, la questione della verità.Ma cos’è la verità? La questione è innanzitutto una questione di logica: prima di discutere del contenuto della verità, dobbiamo esaminare la sua stessa possibilità di esistere e le condizioni del postulato della sua esistenza. E per “verità” intendiamo naturalmente – come la sua negazione da parte di Nietzsche dichiara esplicitamente – la verità assoluta che abbiamo già definito come la dimensione dell’inizio e della fine delle cose.

“Verità assoluta”: per una generazione cresciuta nello scetticismo e non abituata al pensiero serio, l’espressione ha un suono antiquato. Nessuno, certamente – è l’idea comune –, nessuno è così ingenuo da credere più nella “verità assoluta”; ogni verità, nella nostra età illuministica è “relativa”. Quest’ultima espressione – “ogni verità è relativa” – è la traduzione popolare dell’espressione di Nietzsche “non c’è verità (assoluta)”; questa semplicissima dottrina è il fondamento del nichilismo sia per le masse che per l’élite.[4]

La critica di Seraphim Rose si estende poi con l’analisi del nichilismo nelle fasi della sua “dialettica”, fasi che vengono interpretate come stadi via via più gravi di una malattia[5]: il liberalismo, fase “passiva” ed “implicita”, da cui si passa al realismo, sua vera e propria esplosione e al vitalismo, suo cronicizzarsi, fino al delirio del nichilismo della distruzione  o nichilismo puro.

Il liberalismo non è inteso come una forma di nichilismo esplicito; “esso è piuttosto un nichilismo passivo o, ancora meglio, il neutrale terreno fertile dei livelli più avanzati di nichilismo”[6].

È qui chiara l’allusione, oltre che al liberalismo economico-politico, a quel liberalismo teologico protestante contro cui in questo secolo si è scagliato K. Barth: una chiara e quasi esplicita matrice nichilista è d’altronde ravvisabile in molta produzione filosofico-teologica nell’ambito dell’Idealismo, per esempio in Jacobi, ma anche, seppure meno chiaramente, in Hegel. Il liberalismo, pur continuando a professare tutta una serie di idee e valori che saranno rigettati nelle successive fasi della dialettica nichilista, li svuota completamente o quasi di significato: “Non si tratta di un atteggiamento di aperta ostilità e neppure di disinteresse deliberato, perché i suoi sostenitori sinceri hanno senza dubbio una considerazione genuina per ciò che considerano essere la verità; piuttosto è un atteggiamento in cui la verità, nonostante certe apparenze, non occupa più il centro dell’attenzione”[7]. Con il termine realismo l’Autore vuole invece indicare “la dottrina che fu divulgata esattamente sotto il nome di nichilismo da Turgenev in Padri e figli[8], tutte le forme dunque di naturalismo e di positivismo; il realista supera il liberalismo, ne supera cioè le contraddizioni interne, portando l’atteggiamento liberale alle sue più estreme conseguenze: “Se non c’è immortalità, crede il liberale, uno può nonpertanto condurre una vita perbene; ‘se non c’è immortalità’ – è la logica molto più profonda di Ivan Karamazov nel romanzo di Dostoevskij – ‘tutto è permesso'”[9]. Il realista non fa dunque altro che eliminare quelle idee e quei valori che il liberale aveva, pur mantenendoli, svuotati di significato. Vitalista è, ancora, chi tenta un superamento, questa volta “positivo”, dell’atteggiamento realista senza però riuscirvi sino in fondo. Si ha con il vitalismo – ovvero soprattutto con la cultura e la filosofia “decadente” di fine ottocento – la presa di coscienza di uno stato di malattia ed il tentativo di porvi rimedio, senza però andare al nòcciolo del problema: “Il principale impulso intellettuale del movimento vitalista è stato una reazione contro l’eclisse di realtà più alte nella ‘semplificazione’ realista del mondo. Detto questo, dobbiamo d’altra parte riconoscere l’assoluto fallimento del vitalismo su questo piano.”[10] Il nichilismo della distruzione è infine un nichilismo quasi allo stato “puro”, “un furore contro la creazione e la civiltà che non troverà pace finchè non le avrà ridotte al nulla assoluto”[11]. Il nichilismo della distruzione è una peculiarità dell’età contemporanea. Qui si tocca secondo il nostro Autore, la punta estrema dell’ideologia nichilista. L’ideale della distruzione dell’antico ordine (cristiano) per l’edificazione di un ordine nuovo (anticristiano) giunge all’apice. Siamo nell’era dei terribles semplificateurs, Lenin e Stalin da una parte, Hitler e Mussolini dall’altra, che “con le loro soluzioni radicalmente ‘semplici’ dei problemi più complessi”[12], avrebbero seminato distruzione per l’intero trentennio 1914 – 1945.

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2) Caratteri antiascetici della modernità

La civiltà moderna è profondamente antiascetica, come ha notato il teologo greco Kostas Delikostantìs, fondata sull’edonismo e sul materialismo[13]; antiascetica soprattutto per aver travisato il significato profondo dell’ascesi, generalmente fraintesa e pensata come il risultato di una antropologia dualistica e di un’etica egoistica ed egocentrica, per la quale la “salvezza dell’anima” è, secondo l’espressione nietzscheana, “il mondo che gira intorno a me”[14]. I motivi di un tale fraintendimento dell’ascesi vanno cercati, secondo il teologo greco, in certa teologia occidentale[15].

L’ascesi è profondamente legata al problema della libertas, ma la nostra è una civiltà che decide liberamente di abdicare alla libertas per ricercare una felicità[16] che, oltre ad essere fittizia, si risolve in una vera e propria schiavitù. Nell’analisi di ciò si è dimostrato veramente profetico Dostoevskij, con la Leggenda del Grande Inquisitore. L’uomo di oggi “vuole creare un mondo ove sarà assicurata con ogni mezzo la più alta eudemonia per il massimo numero possibile di uomini “, un mondo in cui ” non c’è posto per la libertas, che sembra non conciliarsi con il mondo del bisogno organizzato e con la logica della crescita inarrestabile della potenzialità di consumo”[17].

Anche Seraphim Rose aveva notato il carattere antiascetico della modernità, in particolare per quanto riguarda la cosiddetta “nuova coscienza religiosa”, e soprattutto il “risveglio carismatico”[18]. La sua critica andava anche a taluni pensatori ortodossi che, nell’ambito di un confusionario quanto improbabile pentecostalismo ortodosso, parlavano di una “Nuova Cristianità” senza ascesi e senza monachesimo[19]

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3) La visione del mondo

L’Ortodossia, come ogni confessione religiosa ha una propria visione del mondo, un proprio punto di vista sull’umana avventura e sul suo significato. La weltanschaung ortodossa[20] si manifesta poi pienamente in quel concetto di societas christiana che a partire da Eusebio di Cesarea, fino a San Cosma l’Etolico e a San Giovanni di Krostandt, è punto essenziale della sua tradizione teologica. L’ideale di societas christiana nell’Ortodossia è l’Impero Cristiano. Caduto quasi definitivamente questo ideale con la Rivoluzione d’Ottobre, oggi l’Ortodossia si trova in una condizione di sradicamento culturale molto più di altre Confessioni cristiane che hanno già avuto modo, nel passato, di confrontarsi, positivamente o negativamente, con la modernità. Per questo motivo l’Ortodossia si trova però anche in una posizione privilegiata. La civiltà occidentale è oggi alle prese con una profonda crisi culturale che tende a cristallizzarsi, sotto certi aspetti, in una inquietante “cultura della crisi” – basti leggere talune pagine letterarie del nostro secolo[21] – a cui le Confessioni cristiane occidentali – questo è il giudizio da parte ortodossa – non sono in grado di rispondere. Il Cristianesimo occidentale – Cattolicesimo romano e Protestantesimo – viene spesso accusato da parte ortodossa di essere un responsabile fondamentale della “mentalità” moderna. Si noti a questo proposito l’attacco al Cattolicesimo romano da parte del Principe Mynskin, ne L’idiota di Dostoevskij, che proponiamo qui nell’analisi di D. Barsotti.

Il Principe viene a scoprire che il suo benefattore Paviliscev si era fatto cattolico e ne rimane sconvolto. “Come mai poteva egli abbracciare una religione anticristiana?”… Lo interrompe un dignitario… “Il Cattolicesimo sarebbe dunque una religione anticristiana? Non capisco”. E il Principe riprende: “Sì, anticristiana prima di tutto; in secondo luogo il Cattolicesimo Romano è peggiore dell’ateismo. L’ateismo non fa che predicare il male, il Cattolicesimo va oltre e predica un Cristo travisato… calunniato e oltraggiato, un Cristo che è l’antitesi del Figlio di Dio. Predica l’Anticristo ve lo assicuro ve lo giuro!… Il Cattolicesimo Romano crede e bandisce che senza il dominio universale sulla terra la Chiesa non può sussistere… No, non è una religione, è invece la continuazione dell’impero romano d’occidente. Tutto in esso, a cominciare dalla fede è subordinato a questa idea… Roma ha tutto barattato per denaro, per consolidare il dominio terreno… Roma è la sorgente prima dell’ateismo… Esso è il prodotto della menzogna e della potenza spirituale (dei romani pontefici)”. E continua: “Anche il socialismo è figlio del Cattolicesimo”.

E finalmente si scopre: ” Per resistere all’Occidente dobbiamo opporgli il ‘nostro’ Cristo… Il rinnovamento di tutto il genere umano anzi la sua risurrezione (si compirà) per virtù dell’unica idea russa, del Dio russo, del Cristo russo…”.[22]

D. Barsotti accusa Dostoevskij di incomprensione per i suoi negativissimi giudizi sulla Chiesa Cattolica. Scrive tra l’altro:

Nel suo durissimo attacco contro la Chiesa si rivela tutto il carattere passionale dello scrittore… E’ vero che il suo amore per Cristo non portò lo scrittore a sentire e riconoscere il mistero della Chiesa. Il suo attaccamento alla Chiesa Ortodossa fu più frutto del suo amore al popolo russo che del suo amore a Cristo. Questo ci può far capire almeno un po’ la sua polemica contro la Chiesa Cattolica. La Chiesa non gli richiamava il Cristo, ma il popolo, e se la Chiesa Ortodossa era inseparabile per lui dal popolo russo, la Chiesa Cattolica doveva per lui rappresentare la pretesa di un potere universale, che avrebbe escluso la vocazione messianica del suo popolo.[23]

Sono parole certo molto forti ed in larga parte non condivisibili, poichè Dostoevskij non vedeva certamente nell’Ortodossia (che beninteso ha la stessa pretesa di universalità e “cattolicità” della Chiesa di Roma) la “Religione dei russi”, ma semmai scorgeva, in assonanza con gli slavofili, un ruolo fondamentale della Chiesa Russa all’interno dell’Ortodossia mondiale.

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4 ) Prospettive

Quali sono le prospettive del rapporta tra Ortodossia e società moderna? Vogliamo rispondere, e concludere con le parole del p. Simeone di Grigoriou, un monaco athonita. Queste parole, forse ottimistiche, sembrano risuonare come profetiche: presagiscono uno sviluppo della crisi di cui abbiamo sin’ora parlato nella direzione di un “ritorno alla Fede” (Fede forse mai esplicitamente abbandonata) della società odierna. Se anche le statistiche danno torto a queste speranze, appare evidente che un altro cammino non è possibile né pensabile da parte del Cristianesimo Ortodosso:

Abbiamo il privilegio di vivere in un’era in cui non rimane più pietra su pietra. La conseguenza ultima dei valori e degli ideali esaltati dalla società occidentale è stata la disintegrazione della società stessa. Considero piuttosto positivo e stimolante il fatto di vivere in una cultura in rovina. Quei valori ed ideali erano idoli distrutti dalla loro stessa illusoria efficienza. Adesso abbiamo la possibilità di ricominciare daccapo con la ricca esperienza del passato. Come monaco ortodosso credo nella fertilità dello zero. Penso che quegli idoli fossero il frutto di una inconscia ma errata ricerca dell’autentico Valore, del vero Dio nel quale tutti i valori sono ricapitolati. Furono di fatto formulati per giustificare le egoistiche passioni umane. Tale esaltazione dell’uomo ha portato la società occidentale ad abbandonare non solo la fede in Dio, ma anche quella nell’uomo stesso. [24].

Tratto da La Pietra n 4/1999 pp.4-15

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[1]Si indica normalmente con il termine Raskol lo scisma dei vecchio-credenti, o vecchio-ritualisti, starobriadzi, avvenuto durante il patriarcato di Nikon (1652 – 1666). Quella di Nikon non fu,in effetti, una vera e propria rifoma, in quanto egli si limitò sostanzialmente ad adattare, seppure discutibilmente, il Trebnik russo sulla base dell’Euchologhion greco. Le proteste a tale adattamento si fecero nondimeno sentire, e culminarono nello scisma (in russo appunto raskol), ad opera soprattutto dell’arciprete Avvakum. I vecchio-credenti si divisero poco dopo in sacerdotali (aventi gerarchia ecclesiastica) e asacerdotali (senza gerarchia ecclesiastica). Il Raskol prosegue tutt’oggi, anche se non mancano in Russia parrocchie vecchio-ritualiste in comunione con il Patriarcato. Cfr. Giorgio Fedalto, Le Chiese d’Oriente, vol.3, Milano, Yaca Book, 1995, pp. 60-63. Da notare che nel testo di G. Fedalto sono presenti non poche imprecisioni.

[2]Il movimento “vecchiocalendarista” nasce nel 1924, a seguito dell’introduzione del cosiddetto nuovo calendario. Come è noto, la Chiesa Ortodossa utilizzano il calendario giuliano, non avendo accettato per ragioni canoniche quello”gregoriano” elaborato in occidente. Il nuovo calendario molto discutibilmente introdotto da Melezio utilizza il calendario gregoriano per le feste a data fissa e quello giuliano per le feste a data mobile.

[3]Seraphim Rose, Nihilism. The root of the Revolution of the Modern Age, SHB,1994; trad. it.: Nichilismo. Le radici della rivoluzione dell’età moderna, Sotto il Monte, Servitium-Interlogos, 1998.

[4]Ibid. pp.15 – 16.

[5]Scrive il teologo: “Padre Ivan di Kronstandt, quel santo uomo di Dio, ha paragonato l’anima dell’uomo a un occhio, malato a causa del peccato e perciò incapace di vedere il sole spirituale. Il paragone può essere usato per descrivere l’evoluzione della malattia del nichilismo, il quale non è nient’altro che un’elaborata maschera del peccato. (…) Il primo stadio del nichilismo, che è il liberalismo, è nato dall’errore di aver scambiato il nostro occhio malato per un occhio sano, di avere confuso l’immagine percepita dalla sua vista deteriorata per la vera visione del mondo, e di avere perciò congedato il medico dell’anima, la chiesa, del cui ministero l’uomo “sano” non ha bisogno. Nel secondo stadio, il realismo, la malattia lasciata senza le cure indispensabili del medico si aggrava; la vista si riduce; gli oggetti lontani, già oscuri di per sé nello stato “naturale” della vista deteriorata, diventano invisibili; solo gli oggetti più vicini sono veduti distintamente e il paziente si convince che non ne esistano altri. Nel terzo stadio, il vitalismo, l’infezione porta all’infiammazione, anche gli oggetti più vicini diventano sfuocati e deformati e il paziente è soggetto ad allucinazioni. Nel quarto stadio, il nichilismo della distruzione, si giunge alla cecità e la malattia si estende al resto del corpo determinando agonia, convulsioni e morte.” Ibid. pp. 72 – 73

[6]Ibid. p. 29

[7]Ibid. p. 30

[8] Ibid. p. 43

[9] Ibid. p. 35

[10] Ibid. pp. 53

[11]Ibid. p. 69

[12]Ibid. p. 49

[13]Cfr. Kostas Delikostantìs, L’ethos della libertà, trad. it. : Sotto il Monte (Bg), Servitium- Interlogos, 1997, pp. 67 – 105 e 115 – 140.

[14]Ibid., p.139.

[15]Ibidem.

[16]Usiamo i due termini “libertà” e libertas intendendo col primo la libertà dell’agire umano (libero arbitrio, o libertas minor nei termini di S. Agostino), e col secondo il compiersi di questa libertà nel conformarsi liberamente all’amore divino ( libertas maior). Delle due, la libertà (ovvero il libero arbitrio) rappresenta in un qualche modo il “rischio di Dio”, secondo l’espressione di O. Clement ( cfr.Olivier Clement, Questions sur l’homme, Editions Stock, 1972 trad. it.: Riflessioni sull’uomo,Milano, Jaca book, 1973, pp. 33 – 36): ” All’apice dell’onnipotenza creatrice… prende forma… il rischio. L’onnipotenza si compie limitandosi. Nello stesso atto creativo, in certo qual modo Dio si limita, si ritira, per dare all’uomo lo spazio della libertà” (p.34). Dio può tutto, recita un adagio patristico, fuorchè costringere l’uomo ad amarlo; e così, continua Clement, “accedere a un amore… significa abbandonarsi senza protezione alla peggiore delle sofferenze, quella del rifiuto e dell’abbandono da parte di chi amiamo”. Dio è quindi “un mendicante d’amore che attende alla porta dell’anima senza osare varcarla”. “E, infatti – scriveva Nicola Cabasilas – egli non si accontenta solo di chiamare a sé lo schiavo che ha amato, ma scende egli stesso alla ricerca, lui, il ricco, si accosta alla nostra indigenza, si presenta da solo, dichiara il suo amore e prega che gli sia ricambiato; a un rifiuto non si ritira, non si formalizza per l’offesa, respinto, attende alla porta e fa di tutto per mostrarsi vero amante, sopporta i danni e muore…”(De vita in Christo, VI, A, I). La libertas rappresenta quindi la scelta secondo libertà di accettare l’amore divino, ed in questo senso essa è il compimento della libertà. La pretesa dell’autonomia nell’etica contemporanea è dunque un libero negarsi alla libertas, rappresentando, da un lato la scelta del rifiuto di Dio, scelta resa possibile dalla libertà, ma, dall’altro, anche uno svuotamento del significato di questa libertà, per il rifiuto di accedere alla libertas. Poichè, in questa accezione, senza libertà non esiste libertas, ma al di fuori della libertas la libertà è invano.

[17Cfr. Kostas Delikostantìs, L’ethos…, trad. cit., pp. 75 – 76.

[18]Cfr. Seraphim Rose, Orthodoxy and the Religion of the future, Platina, SHB, 1996(4) pp. 173 – 175

[19]Ibidem. Il riferimento è in particolare al filosofo russo Berdiaev

[20]Seraphim Rose, The Orthodox World-View,in: “The Orthodox Word”, vol.18, no. 4 (105), July-August 1982, pp.160-176.

[21]Si può notare, nella cultura otto-novecentasca una certa propensione alla decadenza, al compiacimento patologico per la malattia e la morte. Può leggersi sotto questa chiave molta produzione letteraria, dai Buddenbrook di T. Mann alla Fosca del nostro I. U. Tarchetti. Cfr. Franco Rella, Miti e figure del moderno, Milano, Feltrinelli, 1993, pp. 41 – 65.

[22]Cfr. Divo Barsotti, Cristianesimo e Chiesa in Dostoevskij, in “Rivista di Ascetica e Mistica”, n. 4 / 1994, pp.448 – 449.

[23]Ibid. p. 448

[24]Hieromonk Symeon Grigoriatis, The Holy Mountain today, London, Alexandria Press, 1983, pp. 9-10.

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Storia dello Scisma Oriente – Occidente

di P. Ranson, M. Terestchenko e L. Motte
La Chiesa raffigurata come una nave condotta da Cristo.

La Chiesa raffigurata come una nave condotta da Cristo.

Alcune note di introduzione a cura del traduttore

Lo studio che presentiamo è costituito da due conferenze tenute dai Proff. P. Ranson e M. Terestchenko presso una scuola superiore di Parigi. Quello che colpisce il lettore in questi studi è l’assoluta novità dell’impostazione data alla questione “scisma” per troppo tempo sconosciuta agli studiosi ed anche agli occidentali che fossero semplicemente interessati a questa storia, soprattutto a causa di storici in malafede che hanno preferito tenere molti risvolti di questa storia artatamente celati al fine di non permettere in alcun modo la messa in discussione delle origini del papato e del Sacro Romano Impero. Non possiamo dimenticare, a questo proposito, come tutte le case regnanti dell’Europa occidentale originassero dall’Impero carolingio e dal sistema feudale la propria ragione di esistere e che l’eventuale messa in discussione della validità, sul piano del diritto storico dell’Impero carolingio, avrebbe messo conseguentemente in discussione anche la loro sussistenza. Per ciò che riguarda il Papato, la cosa è anche più evidente, in quanto la tesi difesa da Ranson e Terestchenko è quella della “usurpazione” del trono ortodosso dell’antica Roma da parte di vescovi eretici germano-franchi aventi come scopo primario il mantenere prima il potere carolingio e poi, da Gregorio VII in poi, il proprio potere politico da veri e propri imperatori romani (cfr. il “Dictatus Papae”del 1075). In un primo momento, il lettore italiano, abituato alla manualistica storica scolastica, potrà rimanere veramente colpito, se non quasi traumatizzato, da questa “Storia dello Scisma Oriente-Occidente”, e arriverà fors’anche a rifiutarla quasi visceralmente tanto tutti noi siamo abituati alle nostre cognizioni di base e le riteniamo comode e tranquille anche per la nostra coscienza un po’ forse sonnolenta rispetto al nuovo, ma, una volta fatto lo sforzo di operare in noi stessi una vera e propria “metanoia” intellettuale ed accettando con serietà ed equanimità delle interpretazioni diverse da quelle alle quali abbiamo sempre dato credito, allora dovremo concludere col dare ragione ai nostri autori. Ciò potrebbe dare origine ad una metanoia senz’altro un po’ più grande di quella culturale, ma questa è competenza di un Altro.

Lo studio che segue è tratto, per fraterna concessione del suo direttore L.Motte, dai nn. 1 e 2 della rivista “LA LUMIERE DU THABOR” edita a cura della FRATERNITE’ ORTHODOXE St. GREGOIRE PALAMAS che ne detiene i diritti letterari.

Daniele Gandini

1 – Il quadro politico e religioso: la Romanità.

Per affrontare con serietà la questione dello scisma, bisogna, in primo luogo, schivare un primo ostacolo e cioè quello di vedersi negato il fondamentale ruolo dogmatico di questa questione oggi. Codesta questione rischia di essere rifiutata immediatamente da un punto di vista storico poiché gli specialisti in ecumenismo hanno fatto tanto per ridurne la portata fino al renderla una banale “questione di campanile” la cui sussistenza oggi è del tutto anacronistica. Non abbiamo forse visto qualche anno fa il Patriarca Atenagora dichiarare di aver perduto il suo diploma in teologia manifestando così il suo disinteresse per gli aspetti dogmatici dello scisma?
Per il padre Congar sono stati dei malintesi storici a provocare l’allontanamento reciproco : “Lo scisma di Oriente ci appare consistere nell’accettazione di uno stato di cose in cui ogni parte della cristianità, vive, si comporta e giudica senza tener conto dell’altra. Allontanamento quindi, provincialismo, situazione di non rapporti, stato di ignoranza reciproca. Lo scisma d’oriente, si è realizzato a causa di un progressivo estraniarsi delle parti e consiste oggi nell’accettazione di tale estraniarsi.” Secondo questa interpretazione, questo allontanamento ha avuto delle cause geografiche, linguistiche e morali.
La principale causa geografica, si afferma seguendo lo storico belga Pirenne, è la rottura delle vie di comunicazione tra oriente e occidente dovuta alle invasioni musulmane.
La causa linguistica di questa misconoscenza reciproca è l’ignoranza del greco in occidente e del latino in oriente. Culturalmente le due tradizioni che non si capiscono più tra loro, sviluppano ciascuna autonomamente dall’altra due visioni peraltro possibili del Cristianesimo. In Oriente, a forza di risettaciare continuamente i Padri greci, la teologia diventa “Bizantina” ; in Occidente, grazie ai carolingi, il dogma progredisce approfondendo le “intuizioni originali” della Patristica latina.
Congar che vuol tirare tutte le conseguenze della sua analisi nell’ottica dell’unione delle Chiese, ne deduce che il reciproco allontanamento può essere superato dato che le condizioni sociologiche sono cambiate : la società moderna è più “civilizzata”, più capace di amore di quanto lo fossero quelle di “Bisanzio” e dell’Occidente medioevale. Congar afferma ugualmente che la grande scoperta di oggi, del tutto ignorata nel passato dalla Chiesa, sarebbe l’amore : “Diciannove secoli di Cristianesimo si sono interessati quasi unicamente a Dio. Oggi conosciamo il mondo e questo si impone talmente a noi che certe affermazioni cristiane ci sembrano se non vacillare, almeno essere surclassate dalle evidenze che ci vengono dalle cose… Nulla è più significativo a questo riguardo del ritorno dell’amore, anche se solo della parola amore, nella letteratura religiosa”.
Il fondo di questa posizione “ecumenista” sulla storia dello scisma è l’affermazione che i Padri abbiano ignorato, del tutto o in parte, l’amore e che conseguentemente ogni vivente oggi si trovi, su questo punto, ad un livello più alto di Sant’Atanasio, l’intransigente lottatore per la fede di Nicea, di san Cirillo d’Alessandria, il “persecutore” di Nestorio, o di San Massimo il Confessore che rifiutava ogni compromesso di fronte ai cinque patriarchi diventati per un momento eterodossi.
Si vede dunque fino a che punto queste tesi sono dei veri e propri insulti alla Teologia dei Padri quando si afferma che l’amore è “una scoperta recente” e che è stata una mancanza di amore ad essere la causa delle grandi polemiche dei padri contro gli eretici.

* * *

Questo concetto, ammesso oggi da numerosi cattolici e anche da molti “ortodossi”, si fonda su di una visione della storia completamente falsa e su tre postulati che ci proponiamo di discutere nel modo che segue :

  1. Per prima cosa “Bisanzio” non esiste, è un’impostura o almeno una polemica indegna di storici seri, il chiamare “bizantini” coloro che fino alla caduta di Costantinopoli, Nuova Roma, e anche oltre, si sono sempre chiamati “romani”. Il Patriarca di Costantinopoli porta ancora oggi il titolo di “Arcivescovo di Costantinopoli Nuova Roma”.
  2. Secondariamente l’opposizione culturale tra i Padri greci e latini si giustifica solo col fatto che i germano-franchi hanno dato ad Agostino d’Ippona un’autorità esclusiva a spese degli altri numerosissimi padri latinofoni anteriori. Questa sedicente opposizione dunque è in gran parte falsa e in luogo di distinguere tra padri latini e padri greci, bisogna riconoscere l’unità della Fede tra padri latinofoni ed ellenofoni, tranne Agostino, nell’interno del quadro geopolitico della romanità.
  3. Infine non c’è stato scisma nel senso di separazione di due mondi, poiché una cosa del genere sarebbe contraria alla definizione stessa di Chiesa, una per natura, ma l’usurpazione della sede ortodossa di Roma da parte della frazione francofila che ha dovuto agire per molti secoli prima di vincere la Romanità in occidente.

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La scienza storica europea chiama generalmente “bizantino” l’Impero Romano del santo Imperatore Costantino il Grande attribuendo all’Impero questo aggettivo a partire dalla fondazione di Costantinopoli, o a volte, a partire da Giustiniano. L’origine di questa nuova civiltà sarebbe legata ad una cosiddetta “orientalizzazione” dell’Impero Romano. In ogni caso tutti affermano che l’Impero Romano diventa “bizantino” verso il V-VI secolo, perché si ellenizza e perde la sua latinità originaria. D’altro canto questa stessa scienza storica chiama “bizantino” il quadro culturale e teologico dell’Impero, perché esso perde la sua specificità greca per modellarsi su di una “mentalità bizantina” assai problematica. Già i due termini “Greci” e “Bizantini” sono recenti e peggiorativi.
Il termine “greco” non viene in verità impiegato prima dell’VIII – IX secolo , nel particolare clima politico e ideologico dell’epoca carolingia : Carlo Magno vuole restaurare l’impero romano e a questo scopo gli è necessario negare ogni legittimità al “Basileus” Ortodosso col fine precipuo di spezzare il legame profondo esistente fra le popolazioni gallo-romane e italo-romane da un lato e Costantinopoli dall’altro. Chiamare “greci” i popoli dell’Impero è, per mezzo di un’impresa ideologica di notevole ampiezza, rigettarli fuori dall’Occidente e praticamente identificarli con i “Gentili”, con i Greci antichi e cioè con i pagani di cui parla la scrittura.
Alcuni anni più tardi, Nicola I, il primo papa germanofilo attaccato dai vescovi italo-romani del sud dell’Italia e da quelli gallo-romani in conflitto con il clero franco, tentò di raccogliere intorno a sé tutto l’episcopato germanico e franco. Fece comporre dei trattati “contro gli errori dei greci” che si rivelarono delle vere e proprie minacce nei confronti della Fede cristiana. Nella mente di Hincmar e egli altri teologi franchi di quest’epoca che pensavano di poter far progredire nel sottile la teologia analizzando l’essenza di Dio con le categorie di Aristotele, il termine “greco” è un insulto pieno di disprezzo : i “greci” sono insieme indegni del nome di “cristiani”, ignoranti in teologia e perfidi come degli “orientali”. Basta consultare i numerosi trattati “Contro gli errori dei greci”, da quello di Ratramno di Corbia fino a quello di Tommaso d’Aquino, che queste raccolte di citazioni false e menzognere appaiono col chiaro ed evidente scopo di presentare la sottigliezza diabolica del “Filioque” come un segno di grande superiorità intellettuale dell’Occidente sui “greci”. Tra gli ortodossi romani dell’Impero quel termine era considerato una vera e propria ingiuria; nel secolo XV anche un partigiano dell’unione con Roma al Concilio di Firenze, quale l’Imperatore Giovanni Paleologo, rifiutò come ingiurioso l’epiteto di “greco”.
Ugualmente è da dirsi per il termine “bizantino”; nessuno si sognerebbe oggi di chiamare i parigini “luteziani” dal nome dell’antico villaggio sul quale è costruita l’attuale città così come noi facciamo usando quel vocabolo per gli abitanti di Costantinopoli Nuova Roma. Il termine d’altronde è piuttosto tardivo perché è solo nel XV secolo che un latinizzante uniata, Niceforo Gregoras, l’utilizzò per la sua storia dei Romani intitolata “Storia dei “Bizantini”. Nei secoli XVI e XVII viene impiegato più frequentemente soprattutto dagli Illuministi Francesi che ad esso diedero un valore dispregiativo. Montesquieu e Voltaire parlano rispettivamente di “un’indegna raccolta di declamazioni e di miracoli” e di “un tessuto di rivolte, di sedizioni e di tradimenti” per descrivere l’Impero Romano di Costantinopoli. Fino ad oggi questo termine ha conservato tale connotazione negativa e abbiamo potuto vedere persino un professore della Sorbona arrabbiarsi al solo nome del grande e Santo Fozio.
Quale che sia l’impronta di mille anni di passioni antiortodosse, resta il fatto che la storia, nel suo sforzo necessario di rigore e di obbiettività, non ha assolutamente il diritto di usare una terminologia uscita dalle polemiche più violente dell’epoca carolingia o del XVIII secolo. Non ne verrebbe di conseguenza la liceità di trattare i “tempi lunghi ” della storia universale partendo da concetti apparsi in momenti ben precisi di lotte per lo più “provinciali” ? Non sarebbe più giusto chiamare i bizantini col loro nome di Romani e di utilizzare gli aggettivi e i sostantivi propri della loro Romanità? Non è forse ciò che fanno ancora oggi gli Arabi che li chiamano “Rom” e “Romis”?
Innumerevoli sarebbero le sorgenti testuali di queste affermazioni e gli storici potrebbero analizzare più adeguatamente il sentimento profondo di unità culturale che avevano i Romani della Nuova Roma nei confronti del passato sia “romano” (latino) sia “greco”, sia antico sia cristiano. Per esempio la Biblioteca di san Fozio sconcerta spesso il critico occidentale che vi vede soltanto un prezioso libro di erudizione che evidenzia la curiosità intellettuale del santo patriarca, quando invece i libri di Storia Romana o di Filosofia greca gli erano così poco estranei quanto per un francese del XX secolo lo sarebbero le opere di Racine o quelle di Moliere. La storia antica era tanto vicina culturalmente a san Fozio quanto ne era tenuta lontana, sul piano dei valori cristiani, come ne è testimonianza il suo rifiuto all’intrusione del razionalismo umanista carolingio nell’interno della dogmatica. Gli “umanisti” latini o greci non avevano un carattere di esemplarità per un romano di Costantinopoli, più di quanto la nostra infanzia lo abbia per l’adulto che siamo diventati.
Prendiamo un altro esempio più recente : qualcuno potrebbe obbiettarci il fatto che la Grecia continentale, una volta liberata dal giogo dei Turchi, non ha scelto il nome di “Romanità”. Nei fatti questa è l’eccezione che conferma la regola : sono state le potenze occidentali a imporre il termine “greci” per tagliare via gli ortodossi continentali dai loro fratelli dell’Anatolia ed impedire così ogni rivendicazione dell’Asia minore, in quanto i Turchi dovevano essere risparmiati e protetti per ragioni di politica internazionale. Le conseguenze di questa politica furono più tardi i massacri di Asia minore del 1923 durante i quali truppe francesi ed inglesi assistettero indifferenti allo sterminio delle popolazioni cristiane. Nel XIX secolo, in ogni caso, la scelta dei termini greci ed elleni fu combattuta dagli Ortodossi ostili alla rinascita di un neo-paganesimo elleno ; il grande poeta Costis Palamas fu il cantore della romanità di fronte alle tesi del gruppo neo-greco di Korais incapace di dimostrare l’esistenza di una coscienza nazionale neo-greca autonoma. Oggi il teologo di fama mondiale Giovanni Romanidis, professore all’Università di Tessalonica, è diventato il difensore dell’idea e della coscienza romana ortodossa.
Il Padre Giovanni Romanidis ha in particolare denunciato la grande contraddizione della scienza storica europea che presentiamo di seguito : da un lato si afferma che l’impero è diventato “bizantino” perché è diventato “elleno” o “greco”; dall’altro si spiega il passaggio dalla civilizzazione ellenica dell’impero romano – quella ad esempio dei grandi Cappadoci – alla civilizzazione bizantina con la perdita del carattere propriamente elleno di questa civilizzazione. Così l’Impero Romano diventa “bizantino” perché si ellenizza e la civilizzazione ellenica diventa “bizantina” perché cessa di essere ellena.
Si vede così quanto sia grande la confusione presso gli storici e i teologi occidentali che parlano ora di “bizantini” ora di orientali ora di greci per indicare un impero che si è sempre chiamato nella stessa maniera : Romano.
Sarebbe dunque un vero progresso il rifiutare questi termini dispregiativi di “greci” e di “bizantini” che non hanno nemmeno il merito di chiarire i fatti storici. Se si ritornasse alla denominazione di “romano” e di romanità ortodossa”, l’efficacia scientifica sarebbe grande almeno su tre punti:
1] Lo storico avrebbe un filo conduttore coerente per considerare la storia del mondo mediterraneo nella sua totalità : l’impero romano viene invaso da popolazioni barbare che impongono il loro dominio in modo piuttosto differente ; in occidente questa dominazione consiste in una sorta di imitazione parodistica e nell’usurpazione delle antiche strutture romane e cristiane ; presso i musulmani si stabilisce invece un modello di dominazione non parodistico e le due culture, cristiana e musulmana, restano, seppure in una certa misura parallele ed ostili. I punti d’incontro essenziali sono particolarmente interessanti e sono incomprensibile al di fuori di questa unità culturale romana, in particolare quando si parla del periodo carolingio, delle crociate e del Concilio di Firenze. Quest’ultimo avvenimento è spesso trascurato dagli storici quando invece riveste un’importanza quasi paradigmatica. Bessarione inventa e diffonde ben presto l’umanesimo insieme pagano e papista; San Marco d’Efeso rifiuta assolutamente, in nome della Romanità Ortodossa, l’infallibilità del papa e dell’uomo europeo; Pletone riscopre una ellenicità fondata sul ritorno dei culti pagani, ritorno ostile tanto alla romanità quanto all’Europa.
2] La storia non dovrebbe cercare una “latinità” che non esiste sempre. Le differenti costruzioni della latinità in Occidente – Carlo Magno e successori – sarebbero meglio comprese se fossero studiate come utopie o come ideologie nate per facilitare il dominio sull’antica Romanità Ortodossa.
3] La lotta patetica dei Romani d’Occidente contro i Barbari potrebbe infine essere studiata in una prospettiva di lunga durata invece di svanire curiosamente dopo i Merovingi. In particolare la volontà degli Italo-Romani del sud d’Italia o della Sicilia, dei provenzali, degli aquitani, degli spagnoli romanizzati, tutti ortodossi, di preservare la loro cultura e la loro fede potrebbe essere studiata in quest’ottica.
Infine la storia delle idee scaturirebbe dalla storia degli avvenimenti, poiché il senso di infallibilità che caratterizza, secondo il padre Justin Popovic, l’uomo europeo, progredirebbe nello stesso tempo delle forze politiche e religiose proprie all’Occidente medioevale e classico : il papato e la monarchia assoluta.
La storia di ciò che si denomina lo “scisma” del 1054 sarebbe da questo punto di vista un archetipo, lo studieremo nel prossimo capitolo e vedremo come l’abbandono dei termini antiscientifici di “bizantini” e di “greci” permette di modificare le opinioni tradizionali o ecumeniste sullo “scisma”.

La Chiesa raffigurata come una nave condotta da Cristo.

La Chiesa raffigurata come una nave condotta da Cristo.

2 – Lo scisma del 1054

Nel primo capitolo abbiamo mostrato brevemente che la necessità del “Dialogo Ecumenico” conducevano a dare una spiegazione insoddisfacente sia per la teologia sia per la storia dello scisma del 1054.
Sul piano teologico il dibattito è stato impoverito perché è stato ridotto ad essere soltanto una disputa di parole; in particolare il filioque è presentato come il frutto fortunato di un approccio puramente latino ed occidentale alla teologia che, dati i postulati, non mette in pericolo la teologia classica dei padri. Si impiega allora il vocabolario vago dei sentimenti e delle emozioni , come fa, ad esempio Olivier Clement quando parla della “grandezza propriamente religiosa del filioque” e delle “intuizioni originali del Filioquismo”. Brevemente, in mancanza di un vocabolario concettuale sufficientemente elaborato, l’Oriente, meno speculativo, e l’Occidente, troppo razionalista forse, non si sarebbero capiti.
Si è allora andati alle cause puramente storiche che presto sembrano essere soltanto una serie di casi sfortunati; prevale allora l’interpretazione psicologica: a ciascuno si fa un dovere, dopo aver messo tra parentesi tutti i problemi, di trovar scortese la propria parte. Così Clement scrive del patriarca Michele Cerulario: “Il patriarca bizantino Michele Cerulario era uno spirito rozzo, incapace di discernere l’essenziale dall’accessorio e di elevarsi ad una concezione ecumenica della Chiesa”; e Congar dice del cardinale Umberto che era “un uomo rigido e combattivo” e la sua Bolla di scomunica è un monumento di inimmaginabile incapacità di comprensione”. A forza di “dialogo”, è la storia che rischia di diventare incomprensibile se si resta sulle alte sfere della “casualità psicologica”.
In realtà l’aspetto storico e l’aspetto teologico sono legati, soprattutto a partire dall’ VIII secolo quando la teologia del filioque, della redenzione e generalmente il metodo teologico uscito dall’agostinismo appaiono come l’ideologia dei Franchi e dei Germani i cui antenati hanno invaso la romanità occidentale e che hanno avuto bisogno di tre secoli per costituirsi in Stato. Lo “scisma” non è soltanto una rottura, uno strappo nel tessuto cristiano dovuto ad una separazione teologica tra Roma e l’Oriente, ma piuttosto l’usurpazione della sede ortodossa dell’antica Roma operata dai Germano-Franchi e tendente al rapimento dell’ultimo Papa Ortodosso ed alla sua sostituzione con un papa germanico filioquista, Sergio IV.

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Descriveremo ora in breve le grandi tappe di questa usurpazione che sono le tappe di una lotta tra l’elemento romano, gallo-romano e italo-romano, da un lato e i barbari goti, longobardi, vandali o franchi dall’altro.
L’origine lontana, il dato fondamentale che celava in germe le divisioni ulteriori, sono le invasioni barbariche, non tanto per il carattere eretico ariano della religione di questi popoli, quanto per la loro incapacità di costituirsi in stato o almeno di modellare una religione capace di rimpiazzare quella che volevano distruggere. Dopo i primi massacri e grazie alla resistenza eroica dei vescovi, dei preti e di tutto il popolo martire gallo-romano, dal momento della morte del re Eurico, il progetto di sostituire la “Romanità” con una “Goticità” dovette essere abbandonato. Anzi al contrario numerosi capi barbari presero gli abiti e i titoli romani per guadagnare un po’ di legittimità presso le popolazioni. Ciò però non vuol dire che il sentimento nazionale delle popolazioni asservite sia scomparso rapidamente, come hanno affermato certi storici (Fustel de Coulange). In realtà, dopo il naufragio del potere politico romano, la rappresentanza legale così come l’autorità morale sul popolo romano viene ad essere assunta dalla Chiesa che diventa il luogo di resistenza di tutti coloro che vogliono conservare la tradizione e l’identità romane. In questo tormentato periodo, oltre al ruolo dei grandi vescovi del V e del VI secolo come Fausto di Riez o Cesario d’Arles, il patriarca dell’Antica Roma assume la funzione di Etnarca del popolo Romano d’Occidente. E’ lui infatti che resta in contatto con l’Imperatore di Costantinopoli. Si sa quanto Gregorio il Grande seppe preservare i diritti dei Romani in quell’epoca così tormentata e drammatica, al punto che non esitava, nei suoi Moralia a paragonare la Romanità occidentale con Giobbe. Certamente l’Impero Romano d’Oriente non aveva mai cessato di rivendicare, malgrado le difficoltà , la sua parte occidentale. I Romani d’Oriente e d’Occidente erano solidali, ma da Giustiniano a Basilio I la fortuna militare di Costantinopoli non fu sempre favorevole. Le divisioni interne dei barbari e quel periodo oscuro che fu l’epoca merovingia, assicurarono tuttavia alla Chiesa una molto relativa tranquillità: i barbari non potevano accedere facilmente allo stato ecclesiastico e la sinodalità della Chiesa, conforme ai Canoni Apostolici, era rispettata grazie alla grande maggioranza di Romani liberi nelle città gallo-romane. Sarà necessario l’immenso sistema di deportazione e di messa in schiavitù dei Romani che si chiama feudalesimo, perché i Franchi diventino maggioritari nell’elezione dei Vescovi.

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Già le scuole monastiche che, fondate un tempo dai discepoli di San Giovanni Cassiano, di Onorato di Arles e di Fausto di Riez, formavano i vescovi romani, erano state annientate ad opera di Carlo Martello e di Pipino il Breve. A causa dell’anarchia politica merovingia, il carattere sinodale della Chiesa fu parzialmente soppresso per essere ristabilito solo a favore dell’episcopato franco. La grande crisi iconoclasta che lacerò l’Impero in Oriente, permise ai Franchi di godere delle divisioni interne dei romani d’Oriente e dell’Italia meridionale. In effetti, dopo l’inizio dell’VIII secolo, l’Italia romana e la Chiesa Ortodossa dell’Antica Roma restarono pericolosamente isolate, nel momento in cui, sotto il principato di Leone Isaurico e poi sotto i suoi successori, le icone furono distrutte e gli iconofili perseguitati. Poiché il papa Gregorio II rifiutava di promulgare gli editti imperiali che ordinavano la distruzione delle Icone, l’Italia fu isolata dall’Oriente e presa come in una tenaglia fra gli imperatori eretici e i Franchi. I Franchi erano iconoclasti, fondamentalmente, e ugualmente lo erano i Longobardi e certi vescovi dell’Italia del nord come Claudio di Torino. Tuttavia gli Ortodossi partigiani delle Icone erano numerosi in Gallia, nel clero e nell’episcopato di tradizione romana. In Oriente, grazie alla imperatrice Irene, essi riusciranno a prevalere e a imporre il VII Concilio Ecumenico che i vescovi franchi di Carlo Magno non riconosceranno e contro il quale si leveranno.
La questione del filioque fu altrettanto grave. Il filioque non è una formulazione antica, come generalmente si afferma, che risalirebbe al III Concilio di Toledo. Data invece dalla fine del secolo VII o dall’inizio dell’VIII ed era contestato molto in Occidente all’inizio del IX dai vescovi gallo-romani: al contrario i franchi ne facevano il simbolo di una rinascita intellettuale che in realtà appariva ben modesta. Il Concilio di Aix la Chapelle è una notevole testimonianza di questa lotta tra l’elemento romano e l’elemento franco. Per prima cosa questo Concilio mette in evidenza il carattere recente del filioque. In effetti i rappresentanti del Concilio di Aix informarono il Papa che il Simbolo della fede cominciava ad essere cantato con il filioque nel palazzo di Carlo Magno e che si trattava di un dogma nuovo. Il Concilio di Aix non poté concludere nulla e si divise in due partiti contrari. Carlo Magno, il campione del filioque, non poté in realtà imporre la sua opinione e il Concilio si sciolse prima della sua fine. Così scrive Adam Zernicaw: “Gli incontri sullo Spirito Santo furono numerosi con gli uni che dicevano che lo Spirito santo procedeva anche dal Figlio e gli altri che li contraddicevano”. Ciascuno dei due partiti fece appello al Papa Leone III che non solo si oppose all’aggiunta del filioque, ma in più ordinò che il Credo di Nicea-Costantinopoli fosse inciso su due piastre d’argento, in greco ed in latino, nella chiesa di San Pietro. Questa sconfitta di Carlo Magno dimostra che il potere dei Franchi cadeva di fronte all’autorità del Papa Ortodosso dell’Antica Roma. Bisogna ben comprendere che per Carlo Magno il contenuto dogmatico non era essenziale, ma il filioque era per lui il simbolo del progresso compiuto nei confronti dei “Greci” in teologia grazie all’applicazione delle categorie razionali alla Santa Trinità. Era per lui la prova della superiorità culturale dei Franchi su coloro che chiamava spregevolmente i “Greci”.
Il vecchio Leone III, sebbene fosse riuscito a resistere sulla Fede, aveva tuttavia permesso a Carlo Magno di riportare una vittoria definitiva sul piano politico facendosi incoronare “Imperatore dei Romani” e cioè lo aveva lasciato usurpare il potere legittimo dell’Imperatore di Costantinopoli sulle popolazioni romane di Occidente. La versione germano-franca dell’incoronazione di Carlo Magno che si trova sui manuali di storia occidentali è una vera mistificazione, poiché essa è fondata unicamente sul racconto dell’ideologo franco Eginardo che afferma che sarebbe stato Leone III ad aver voluto di sua iniziativa incoronare un Carlo Magno piuttosto reticente. In realtà con questa cerimonia in cui la potenza del re franco fece violenza al Papa Ortodosso Leone III, Carlo Magno voleva instaurare una nuova concezione della legittimità del potere. Il racconto di Eginardo che non osa addossare a Carlo Magno la responsabilità dell’avvenimento, prova al contrario che nel IX secolo i barbari non erano riusciti ad instaurare altra legittimità che quella del popolo romano. Invece la pretenziosa teologia del filioque e la concezione carolingia del potere aggiunte al fatto che la dottrina agostiniana sulla predestinazione sembrava poter far considerare predestinata la razza dei Franchi, gettarono le fondamenta principali del Medio evo occidentale.

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La necessità di lottare contro gli Arabi nell’Italia meridionale e l’occupazione militare franca della Roma Antica vi aveva fatto nascere, come in un microcosmo, una situazione simile a quella dell’Occidente: un partito franco ed un partito romano vi lottavano.
Dalla morte di Leone III all’anno 858, il popolo ortodosso di Roma riuscì ad imporre un suo candidato , malgrado le minacce dell’imperatore germanico. Già dal momento dell’elezione di Leone III grandi furono l’ansietà ed anche il terrore per una rappresaglia franca. L’elezione di Benedetto III fu interrotta dal partito germanico che impose per un momento il proprio candidato Anastasio, ma la folla assediò le porte della basilica costantiniana ove si teneva il sinodo incaricato di eleggere il nuovo papa. Alla morte di Benedetto fu eletto il primo papa germanofilo Nicola I. L’imperatore germanico Ludwig accorse e fece svolgere l’elezione alla sua presenza. Prestissimo Nicola I volle imporre la sua autorità su tutta la chiesa e applicò alla sua tiara e al suo regno la dottrina della predestinazione. Scrisse al patriarca della Nuova Roma, San Fozio il Grande, che “la Chiesa di Roma aveva meritato il diritto al potere assoluto ed aveva ricevuto il governo di tutte le pecorelle di Cristo”. Un po’ più tardi, furioso di non aver ottenuto il riconoscimento delle sua innovazioni da San Fozio, scrisse direttamente al popolo, al clero e all’Imperatore di Costantinopoli delle lettere piene di ostilità e di odio in cui il patriarca è chiamato “Signor Fozio” , “adultero”, “omicida” ed “ebreo”. In Bulgaria benediceva la missione del vescovo Formoso, uno dei capi del partito filogermanico, ed autorizzava l’aggiunta del filioque al Credo nonché altre riforme o pratiche tipiche delle chiese franche.
Questo atteggiamento provocò la reazione della Chiesa di Costantinopoli e San Fozio, d’accordo con il suo Sinodo, inviò un’enciclica a tutte le Chiese nella quale denunciava la situazione creata in Bulgaria e il dogma del filioque. Un concilio si tenne a Costantinopoli nell’867, alla presenza dei delegati dei patriarchi orientali, che anatematizzò le dottrine denunciate da san Fozio, in particolare l’eresia del filioque e la sua aggiunta al Credo di Nicea-Costantinopoli in Bulgaria. Più di mille firme testimoniarono contro il dogma franco che, come afferma San Fozio, scinde la Santa Trinità in due, poiché instaura due sorgenti nella Divinità, finendo così nel paganesimo. Dopo la partenza per l’esilio del patriarca Fozio, il papa Nicola I fece organizzare a Costantinopoli nell’869 un concilio di 18 vescovi nel quale la persona di San Fozio fu condannata, senza che nessuna eresia gli potesse essere rimproverata. Bisogna dire che Nicola I in Roma non osò mai imporre il filioque per paura del popolo romano fedele alla Fede Ortodossa. Nicola I d’altronde non cessava di trovare difficoltà con i romani dell’Italia del Sud e anche con quelli delle Gallie che erano rimasti scossi dalla sua concezione totalitaria dell’antica “etnarchia”. Quando morì, era ormai sostenuto solo dai teologi franchi filioquisti che egli aveva mobilitato contro il patriarca e l’imperatore di Costantinopoli, senza peraltro fare il nome di San Fozio la cui scienza e santità erano note ai romani ortodossi della Gallia.

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Dopo un papa di transizione, Adriano, il partito romano ebbe nuovamente il sopravvento e l’arcidiacono Giovanni, divenuto Giovanni VIII, salì al trono patriarcale di Roma. Giovanni VIII che la storiografia occidentale ha lasciato per molto tempo da parte – e ciò in parte a causa della falsificazione delle fonti, ormai ammessa dagli storici -, fu un grande papa della Romanità, della statura dei Leone Magno e dei Gregorio Magno. Gerarca attento e prudente, fino alla morte dell’imperatore Ludwig II nell’875, seppe utilizzare il partito germanico, senza pur dare ad esso un ruolo decisionale. Al momento però nel quale la minaccia germanica scomparve con la morte dell’imperatore, depose, scomunicò e anatematizzò i vescovi “nicolaiti” che avevano aggiunto il filioque in Bulgaria ed in particolare il vescovo Formoso. Scelse un candidato all’impero tra i carolingi, il re di “Francia” Carlo il Calvo che era il più moderato e il più lontano dall’Italia e gli impose una “donazione” che liberava le elezioni dei papi dalla presenza dei legati imperiali. Così tentava di preservare Roma da un nuovo Nicola imposto dal partito germanofilo. Dopo la disfatta e la morte di Carlo il Calvo, lasciò in sospeso la successione che egli cercava di controllare, muovendo i vari candidati gli uni contro gli altri. Fallì alla fine perché il re Carlo il Grosso invase Roma e fece avvelenare Giovanni VIII che fu poi finito a colpi di scure. Questo periodo di tempo che Giovanni VIII riuscì a dare al trono dell’antica Roma, se da un lato fece entrare la capitale in un periodo di disordini e di incertezze, dall’altro doveva contribuire a cambiare l’aspetto delle cose. Da una parte la disorganizzazione politica in Italia provocata dalla vacanza del trono imperiale occidentale permise alle truppe di Basilio I di avanzare in modo decisivo in Italia e di liberare momentaneamente i romani della regione ; dall’altra parte i legati di Giovanni VIII poterono assistere e riconoscere le decisioni del Concilio dell’879 presieduto da San Fozio, di nuovo in possesso del suo trono patriarcale.
A questo concilio tutti patriarchi vennero rappresentati e San Fozio fu riconosciuto da tutto il mondo quale Patriarca della Nuova Roma. Così colava a picco tutta l’opera di Nicola I. L’inalterabilità del Simbolo della fede e la condanna di ogni aggiunta furono proclamate ufficialmente benché Giovanni VIII avesse domandato che i franchi non venissero nominati e ciò per prudenza. I legati della Chiesa di Roma chiamarono l’aggiunta del filioque un “inqualificabile insulto ai Padri”, Giovanni VIII scrisse una lettera a San Fozio nella quale condannava in termini velati, ma fermi, i germano-franchi e l’aggiunta del filioque: “Noi li mettiamo dalla parte di Giuda, poiché essi hanno lacerato le membra del Cristo”. Questo concilio dell’879 che riconobbe l’ecumenicità del VII Concilio ebbe tutti i caratteri di un Concilio Ecumenico e la chiesa Ortodossa lo riconosce ormai come l’VIII Ecumenico.
Il pontificato di Giovanni VIII segna dunque un momento decisivo e mal conosciuto della storia dello “scisma”, perché rappresenta l’ultima grande resistenza dei romani dell’antica Roma e dell’Occidente nei confronti della spinta germano-franca contro il trono ortodosso di Roma.

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Il periodo che va dalla morte di Giovanni VIII all’inizio del secolo IX è sistematicamente rappresentato in Occidente come un periodo di corruzione e di anarchia a causa del ruolo che in quest’epoca hanno avuto i laici nella scelta dei papi. I soli papi che trovano grazia agli occhi degli storici, sono quelli rivolti verso i regni sorti dai carolingi. In realtà questo periodo è presentato come un periodo particolarmente turbolento perché i romani dell’antica Roma conservavano un controllo relativo sulla loro Chiesa. Come scrive G. Romanidis : “Per due secoli, dagli anni tra il 784 e l’809, quando i Franchi condannarono il VII Concilio Ecumenico, fino al 1019 o 1014 quando il Filioque fu definitivamente introdotto nel simbolo a Roma, gli Ortodossi Latini lottarono duramente in Italia per conservare la Fede del VII e dell’VIII Concilio Ecumenico”. Effettivamente fino all’inizio del secolo XI il Filioque non fu mai aggiunto al Credo e, finchè Roma riconobbe il VII e l’VIII Concilio Ecumenico , la comunione non fu rotta fra le sedi orientali e l’antica Roma. Durante questo periodo i Franchi che temevano una rivolta di tutti i Romani dell’Occidente non osarono attentare direttamente al Patriarca dell’antica Roma. Quando però l’impero germanico fu ristabilito, l’ultimo Papa Ortodosso Giovanni XVIII fu deportato in un monastero dell’Italia meridionale e Sergio IV che doveva il suo trono all’Imperatore tedesco Enrico II, professò il Filioque nella lettera di intro-nizzazione che indirizzò al Patriarca di Costantinopoli Sergio II. Quest’ultimo, per decisione conciliare, cancellò allora il nome del papa dai dittici della Grande Chiesa e non vi fu mai rimesso. A Roma il filioque fu ufficialmente aggiunto dal papa Benedetto VIII che era nipote dell’Imperatore tedesco. Ancora una volta il clero ed il popolo reagirono ma dovettero questa volta inchinarsi di fronte all’autorità di Benedetto VIII perché fu durante l’incoronazione di Enrico II di Germania che il Credo fu letto con l’aggiunta.
L’usurpazione del Trono ortodosso dell’antica Roma così si compiva e il popolo romano d’Occidente, senza né capo, né difese, dovette sopportare le persecuzioni che fecero ad esso subire i grandi papi del feudalesimo come Gregorio VII.
Ciononostante ci furono per molto tempo ancora in maniera sparsa delle resistenze e si sa da un testo di Alessandro di Hales che nel 1240 e cioè 226 anni dopo l’aggiunta del filioque di Benedetto VIII si cantava ancora in certe chiese il Credo senza l’aggiunta. Si può dire tuttavia che nel 1014 la resistenza di quattro secoli dei Romani di Occidente si conclude e che così una nuova struttura ecclesiale, totalmente estranea all’antica e che porta tutte le caratteristiche del feudalesimo, sostituisce totalmente il Papato ortodosso di Leone, di Gregorio e di Giovanni VIII.

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L’incidente del 1054 a Costantinopoli che dà il suo nome allo “scisma”, non è dunque, come si è detto, che un permesso di inumazione. Si sa che il 15 Luglio 1054 durante la Liturgia celebrata alla presenza del patriarca Michele Cerulario, Umberto, legato del Papa Leone IX, fece irruzione in Santa Sofia e pose sull’altare un libello in cui rimproverava gli “orientali” di aver tolto il Filioque dal Credo. Accusava inoltre il Patriarca Michele di essere nemico dello Spirito e nemico di Dio. Il patriarca riunì un Concilio e anatematizzò “questo scritto empio e stupido”. Il Patriarca Pietro di Antiochia al quale il Cerulario scrisse, confermò la decisione della Chiesa di Costantinopoli e tutti gli altri Patriarchi Orientali fecero la stessa cosa seguendo in ciò quanto avevano deciso al momento del Concilio dell’879.

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Gli avvenimenti ulteriori confermano che il termine usurpazione è il più adeguato per descrivere la politica ecclesiastica dei Franchi e dei Germani. Le crociate sono infatti in un modo ancora più chiaro dei tentativi di rimpiazzare i Vescovi Ortodossi delle sedi orientali con dei Vescovi “latini”, cioè Franchi. L’uniatismo fu ugualmente la continuazione con mezzi più o meno diretti della stessa politica e solo recentemente la conoscenza e lo studio dei testi hanno permesso un’interpretazione sfavorevole all’Occidente dello “scisma”. E’ questo ristabilimento dei fatti che l’Ecumenismo tenta di relativizzare, appoggiandosi sull’ostilità o sul disprezzo quasi ereditario nei confronti di tutto ciò che è “bizantino” o “greco”, ma esso, lasciando nell’oblio la resistenza dei suoi antenati romani ortodossi, non può giustificare codesta relativizzazione se non nascondendo dei fatti storici e disprezzando in maniera quasi totale la lotta politica e teologica dei Romani Orientali durante le Crociate e durante i secoli XIV e XV quando san Gregorio Palamas e San Marco d’Efeso si presentarono come i campioni della Tradizione Romano Ortodossa di fronte alla Teologia orgogliosa dei Franchi prodotto di elucubrazioni razionali e fantastiche.
Ai nostri tempi in cui la civiltà sorta dal preteso “Rinascimento” è in molte parti contestata, l’ecumenismo viene considerato da molti ortodossi come un ultimo tentativo del Papato, isola feudale in mezzo al mondo moderno, di salvare “l’infallibilità” dell’uomo europeo ed impedire il ritorno dei “Romani d’Occidente” alla teologia tradizionalmente romana degli ortodossi e cioè alla teologia dei Tre Dottori.

(Versione italiana da La Pietra nn.3-4/1999)

La Santa Ortodossia

La santa Ortodossia
Conversazione in un chiosco turco sul Monte Athos

Un monaco athonita

Un monaco athonita

– “Che cos’è il Cristianesimo, venerabile Padre ?” gli domandammo da principio.
Padre Cirillo si segnò e cominciò così:
– Il Cristianesimo, fratelli cari, è una “imitazione della natura di Dio” come dice bene S. Gregorio di Nissa… Ma vedete, fratelli in Cristo, ancor prima di domandarsi che cosa sia il Cristianesimo, conviene rifarsi una mentalità cristiana. Finché non avrete rinunciato alle abitudini acquisite nelle Università e rinforzate dai condizionamenti del mondo profano, vero abominio della desolazione, e cioè dal criticismo permanente, dalla dialettica, dal dubbio fatto sistema, dall’angoscia filosofica che non ha altra uscita se non il suicidio, non potrete comprendere nulla dell’essenza del Cristianesimo, il quale occupa un livello sopra-razionale e si serve di un linguaggio analogico e simbolico. Voi siete degli studenti simpatici, ma come tali vittime della droga delle raziocinazioni, fatte di argomenti antitetici, di costruzioni intercambiabili, che portano solo alla negazione di Dio dapprima, poi a quella dell’uomo sua immagine. Ridiventate prima degli esseri atemporali, dei contemporanei del Logos; raggiungerete con il cuore ciò che l’ordine della ragione non vi farà mai raggiungere. Disfatevi dello spirito storicistico proprio delle genti dell’Occidente, atee o credenti, il quale tende a vedere solo degli “avvenimenti” ed è sensibile solo all’uomo Gesù, dimenticando il Cristo preeterno, negando miracoli e resurrezione. Da ciò sorge la tentazione delle vostre Chiese di occuparsi prima di storia, poi di politica, e quindi di secolarizzarsi senza quasi accorgersene….
Interessati dal discorso insolito e insieme curiosi e scettici domandammo a Padre Cirillo di precisare il suo pensiero.
– La verità, riprese, è stata limitata al semplice fatto, il relativo ha ricevuto il carattere di assoluto e l’assoluto stesso è stato strappato via. Nello stesso tempo è stato creato il mito del senso della storia, del progresso indefinito della specie, mito che una semplice passeggiata tra le civiltà del passato e una rapida analisi dell’animo umano sono sufficienti a demolire. I Padri beati e glorificati si mostrano indifferenti all’aspetto storico del Cristo Salvatore, preferendo vedere in lui il Logos di prima dei secoli, la Sophia eterna. La sua vita terrestre, le sue azioni, le sue parole, essi le interpretano allegoricamente. Se voi riporterete la vostra mente in questa direzione, cari fratelli, comincerete a comprendere che cosa significhi “imitazione della natura di Dio”.-
Intervenni allora in questi termini:
– Voi non pensate, venerabile vecchio, che la Chiesa possa essere condotta, pur restando fedele all’essenziale del suo messaggio, a modificare i suoi modi in funzione dei cambiamenti d’epoca o ad adattarsi alle diverse circostanze?
La risposta del Vecchio non si fece attendere:
– Sapete che cosa fa che si rispetti la Santa Chiesa Ortodossa? È il fatto che essa non si lascia manipolare o influenzare. La Chiesa non ha da adattarsi a delle “novità” che domani si riveleranno scadute e saranno rimpiazzate da altre, né a riformarsi, quando siamo noi a dover essere riformati da essa, né a conformarsi allo spirito del mondo, né a consultarlo, quando lo spirito del mondo non è altro se non l’emanazione delle tenebre traviate. Essa non ha da subire i condizionamenti e le seduzioni fìlosofìche, politiche, scientifiche di questo mondo destinato a scomparire come l’erba dei campi. Essa che i Padri dicono superiore alla prima Creazione, non ha da aprirsi al mondo; ma chiunque vi entri deve lasciare questo mondo ed il suo principe alla porta, se essi rifiutano di entrarvi attraverso la penitenza e la mortificazione dell’impudicizia, della cupidigia e della superbia… Prendete l’esempio della cosiddetta “giustizia sociale” elargita sulla terra: resterà un’illusione finché l’uomo non avrà trovato Dio nel suo cuore. Ogni altro atteggiamento è l’inizio della decomposizione.
Padre Cirillo riprese dopo alcuni istanti:
– Ci viene rimproverato un eccessivo rigore, un rifiuto di adattamento. Ma a che cosa porta l’alleggerimento delle Quaresime? Alla loro totale scomparsa. A che cosa l’accorciamento delle preghiere? Al loro rimpiazzo con delle officiature sacrileghe. A che cosa il conformarsi al secolo? Allo spopolarsi delle Chiese e alla caduta delle vocazioni. Più le Chiese dell’Occidente si ingegnano a inventare dei metodi nuovi per attirare la gioventù, più questa perde la fede!
– Qual è allora la missione della Chiesa?
– Trasmettere la fede degli antenati e dei Padri Teofori, una fede integra e pura. Anche se ciò un giorno potrà dispiacere ai potenti e suscitare delle persecuzioni tali che quelle dell’Impero Romano non sono nulla al confronto. L’Ortodossia è precisamente la fedeltà alla Tradizione, una tradizione più limpida del cristallo, sigillata da Dio, non soggetta a varianti; essa ha il senso di una continuità perfetta, senza diminuzioni né aggiunta di una sola parola, di una sola lettera. San Giovanni Damasceno il Sublime ha detto: “Noi non cambiamo i confini che i nostri padri hanno posto, ma conserviamo la tradizione come noi l’abbiamo ricevuta.” E San Marco di Efeso il Divino: “Nessuna concessione è permessa quando si tratta della nostra fede.” Così conserviamo nei vasi di argilla della nostra indegnità il deposito intatto e inalterato.
– Ma allora, venerabile padre, in definitiva che cos’è la Tradizione?
– È la trasmissione delle realtà spirituali e segna la continuità di una conoscenza uscita dagli inizi del mondo, dal Paradiso. Questa Tradizione è la fede data dal Dio-Uomo, Nostro Signore Gesù Cristo, ai suoi Apostoli e insegnata dalla Chiesa alle generazioni. Essa è inoltre l’immensa e immemorabile eredità che costituiscono la Bibbia, il Credo, i decreti conciliari, gli scritti dei santissimi Padri, bocche d’oro del Verbo, i trattati dottrinali e canonici, i libri liturgici, le sante icone, la Divina Liturgia.
– Voi non riconoscete l’autorità di tutti i Concili?
– I sette grandi e santi Concili ecumenici hanno posto i fondamenti definitivi di tutta la Chiesa; ad essi ci sottomettiamo con fede e pietà. Essi hanno normativamente precisato il messaggio cristologico della Chiesa, il mistero del Cristo vero Dio e vero Uomo, l’unità assoluta di Dio inseparabile da una diversità non meno assoluta, le Ipostasi, l’unione in Cristo delle due nature, la maternità di Maria, la “sinergia” tra la grazia divina e lo sforzo umano, la venerazione delle immagini, pegni dell’incarnazione e della metamorfosi della materia in Spirito… I Concili che sono seguiti non hanno apportato nient’altro ovvero hanno smorzato la serie delle deviazioni e delle alterazioni della Verità, sorgente di vita… Questo settenario simboleggia i sette sigilli dello Spirito, i sette pilastri della fede del Verbo sui quali si fonda la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica… Ora, ciò che dissero i Padri, lo diciamo anche noi…
– Tuttavia non tutti i Patriarcati ortodossi si mostrano refrattari a delle influenze moderne…
– Malgrado alcune spiacevoli eccezioni, dovute a carenza di dottrina e di informazione, la Santa Ortodossia si rifiuta di scendere a patti con l’apostasia del mondo attuale, regno dell’Anticristo.
Quindi padre Cirillo martellò questa frase che per lui era definitiva :
– La civiltà dell’Anticristo non è altro se non la disumanizzazione dell’uomo.
Non potevamo concludere qui ; allora il mio amico domandò:
– Venerabile padre, che cos’è l’Anticristo ?

Padre Cirillo non rispose subito, forse era stupito per la nostra ignoranza, o forse esitava di fronte ad un tale argomento. Infine :
-Figlioli cari, l’Anticristo è colui nel quale l’umanità vedrà il suo più grande benefattore e che sarà il suo peggior nemico. È per la sua venuta che lavorano i senzadio e numerosi cristiani incoscienti delle conseguenze più remote, persone che sposano con candore le tesi materialiste e sotto il pretesto del Vangelo seguono dei “pastori-lupi”, veri strumenti della potenza delle tenebre.
– L’Anticristo, continuò, non vuole abolire la religione, auspica di prenderla al suo servizio. Ma per far ciò deve abolire la fede in Cristo, quella fede che il Signore stesso farà tanta fatica a trovare al suo ritorno, come ha detto. La strategia dell’Anticristo è di far per prima cosa dimenticare tutto ciò che permette all’uomo di elevarsi verso l’Infinitamente Vivente e di sostituirlo con delle comodità tecnocratiche, dei divertimenti, delle sicurezze sociali, spazzatura agli occhi di Dio. Suo interesse è di far credere che il pane domandato nel Padre Nostro sia unicamente il “pane quotidiano” di cui sarebbe il distributore, allorquando si tratta del pane sopraessenziale e cioè dello Spirito Santo. Il suo interesse è di sopprimere le personalità umane per rimpiazzarle con degli individui, una massa amorfa, anonima e irresponsabile di cui egli soddisfa gli istinti immediati seducendola con l’aiuto di slogan idealisti… Come un mendicante il Signore Gesù ha avuto l’ultimo posto alla tavola di questo mondo, quando i primi seggi sono riservati ai politici, agli intellettuali, agli sportivi, ai banchieri per farli acclamare da migliaia di giornali e di libri che ogni giorno bestemmiano la maestà divina. Il Cristo, nostro maestro, è ignorato, deriso; ai suoi templi succedono quelli della cultura deicida.
– Si è detto che il Monte Athos sia il baluardo contro l’Anticristo. È vero, padre santo ?
– Di tutta l’Ortodossia è vero che la Santa Montagna è la guardiana più rigorosa della Tradizione cristiana, avendo trapassato col suo sperone tutte le vicissitudini della storia umana: è sopravvissuta alla caduta dell’impero bizantino, è sfuggita all’ingrandirsi dell’Islam, ha rifiutato la tiara di Roma e la falce di Mosca, combattendo incessantemente tutte le eresie dell’Oriente e dell’Occidente.
– Ma, soggiungiamo, fra tutti i Cristiani di oggi voi siete un’infima minoranza a pensarla così…
– La maggioranza può essere solo una moltitudine di persone che si evita di informare e che giudicano su tutto senza saperne niente. Una persona più Dio, ecco la maggioranza!… La Chiesa, che non ha mai ricevuto la promessa di una vittoria sulla terra, esisterà fino alla fine, anche ridotta a un piccolo gregge… Io so, fratelli cari, che dappertutto si dice che noi siamo solo un ammasso di monaci pidocchiosi, fanatici ed ignoranti, quando invece non siamo qui per altro se non per testimoniare la gloria dell’Onnipotente anche con la nostra sporcizia e la nostra ignoranza. Si dirà ben presto di noi che siamo una setta, mentre l’accumulo di tutte le eresie ammassato in venti secoli passerà per verità!… Ma noi accettiamo di essere odiati dagli uomini, visto che noi non siamo mai separati dall’Amore tra Dio e l’uomo e tra l’uomo e Dio. Sì noi apparteniamo al piccolo resto di cui parla San Paolo, che non si è inginocchiato davanti a Baal. Noi sappiamo con Bastilo il Grande che “non è la moltitudine che sarà salvata” e con Niceforo il Confessore che “se anche un piccolo numero resta attaccato alla pietà ortodossa, è questo che costituisce la Chiesa”.
– Voi ci fate pienamente capire, venerabile Padre, l’irremovibile attaccamento dell’Ortodossia alla tradizione. Purtuttavia, molto curiosamente, vi è in essa a fianco dell’aspetto ieratico immutabile, un lato molto vasto modernissimo che l’Occidente ignora. Pensiamo per esempio all’uso delle lingue parlate nella Liturgia, alla scelta del Vescovo da parte del popolo o al matrimonio dei preti.
– Non sono questi due aspetti, uno antico e l’altro moderno; è la tradizione tale e quale è sempre stata. L’uso obbligatorio del latino in tutta la Cristianità occidentale l’ha rigidifìcata, uniformizzata sopprimendo arbitrariamente la diversità delle manifestazioni liturgiche… Il matrimonio dei preti è sempre esistito nel Cristianesimo ortodosso nel quale non si è mai confuso l’ordine sacerdotale con l’ordine monastico. Al Concilio di Nicea, un grande asceta egiziano, S. Pafnuzio, ricordò la castità spirituale dell’amore coniugale e l’intera compatibilità tra sacerdozio e matrimonio. Questo come quello sono oggetto di sacramento… Discreta e devota, la moglie del prete è la madre di tutti i fedeli; e tra noi ci sono generazioni di preti, come ce ne sono di musicisti… Ma è una cosa che l’Occidente ha dimenticata, come ha dimenticato anche la “ruminazione” personale delle Scritture, la vivificazione del Nome e molti altri punti.
– Voi ne volete molto, santo vecchio, all’Occidente. La Chiesa non è, nonostante gli errori, “cattolica” nel significato più largo del termine?
– È proprio qui che sta la confusione che assimila abusivamente il termine cattolico nel senso di “universale” col termine “romano” che serve solo ad indicare il luogo dove stava Cesare, l’imperatore romano. Così, nello stesso modo si assiste sia ad una dissoluzione del sacro negli impegni esteriori, sia alla riduzione della Chiesa alle strutture gerarchiche ed autoritarie. Da qui l’espressione peggiorativa “semplici fedeli”; da qui il fatto che la specie del Vino venga riservata ordinariamente ai chierici. Quando quelli dell’Occidente parlano di Chiesa intendono molto di più con questo termine una gerarchia disciplinare che il Corpo Mistico.
– Voi parlavate proprio ora, venerato Padre, dell’uso del latino esteso all’insieme dell’Occidente cristiano. Eppure questa lingua soprattutto ha cementato fra loro le nazioni cattoliche ed ha consacrato l’unità romana di fronte ad una certa anarchia ortodossa.
– Voi prendete per anarchia, cari fratelli, una certa diversità pentecostale… L’unità romana è soprattutto di ordine giuridico, amministrativo e astratto tendente al centralismo. L’unità ortodossa, al contrario risiede nella fede comune a tutte le chiese autocefale; è un’unità interiore, dottrinale e sacramentale, quella di tutte le prime comunità cristiane che si aiutavano tra loro pur restando libere l’una dall’altra, nel mutuo rispetto delle lingue e dei costumi nazionali. È l’unità nella diversità, una sinfonia, non un monologo.
– Voi ritenete dunque l’Occidente responsabile dell’attuale crisi del cristianesimo ?
– Ahimè sì! Totalmente… Sua maestà l’Uomo d’Europa ha fondato la religione dell’uomo esiliando il Dio-Uomo nel cielo.
– E come è stato possibile ciò?
– L’Umanesimo uscito dall’antico paganesimo ha proclamato l’uomo Divinità suprema. Nel suo orgoglio l’uomo europeo si è preteso Dio, si è voluto misura di tutte le cose, ha negato tutto ciò che lo supera o che non può comprendere alla luce della sua ragione. Se ammette ancora il Cristo, lo fa in quanto uomo, non in quanto Dio supremo. È una macchia nell’occhio della Chiesa, una cattiva dottrina che si chiama Arianesimo… Il Cristo è vero Dio consustanziale al padre; ecco perché è Salvatore, Redentore e Signore. Negando la consustanzialità l’Arianesimo priva Dio della Sua divinità. Pretende di spiegare Dio con la sola intelligenza umana decaduta. Ora “un Dio spiegabile cesserebbe di essere Dio” dice Sant’Atanasio, vera lingua di fuoco dello Spirito Santo. La logica è incapace di comprendere l’incomprensibile, di raggiungere l’irraggiungibile. E oggi il pensiero moderno riducendo tutto all’uomo, compreso il Tutto, ha risuscitato l’Arianesimo nella sua gloria… Tutta la cultura occidentale ne è impregnata; da qui la lotta contro lo Spirito, la “pneumatomachia” che essa combatte vigorosamente con le armi del positivismo e del relativismo. Di qui il fallimento contemporaneo.
– La ragione può servire a provare l’esistenza di Dio. Sant’Anselmo, per esempio?
– Dio si prova da Se stesso, con la sua creazione, la Sua rivelazione e la Sua incarnazione. Anselmo comincia a voler provare Dio con deduzioni e argomenti ontologici: la Scolastica, figlia dell’aristotelismo arabizzato, è nata scegliendo per guida la ragione che essa preferisce allo Spirito Santo. A sua volta poi nasce il razionalismo dal quale nasceranno il Protestantesimo, l’individualismo e il suo libero arbitrio, il rigetto della metafisica, la critica dei testi e lo scientismo. Parallelamente a questo Occidente dualista, il mondo greco, nato da Platone e da Plotino, svilupperà, sotto il soffio biblico un cristianesimo tutto penetrato di misticismo e di poesia. L’Occidente opterà per la “cultura” religiosa prima, poi profana; l’Oriente conserverà le “cose che sono al disopra di noi”, la conoscenza profonda.

La notte ci aveva lentamente avvolti di drappi trapunti di stelle. Era come l’immagine di quella Conoscenza divina che nasconde un’Ortodossia ripiegata sui suoi tesori nascosti. Forse Padre Cirillo non ci diceva tutto. Noi sapevamo che Ireneo, Basilio di Cesarea, Gregorio Nisseno, Dionigi l’Areopagita, Evagrio Pontico ed altri fanno allusione nelle loro opere ad una tradizione orale e segreta proveniente dal Cristo e trasmessa attraverso gli Apostoli. Noi ci ricordavamo che il Cristo aveva proibito di dare le perle ai porci e, se molte fasi della celebrazione dei “tremendi misteri” si svolgono dietro ad un velo, ciò deve corrispondere a qualcosa. Noi però ci accorgevamo che proprio nel momento stesso in cui perdeva queste cose misteriose, l’Occidente aveva perso il senso stesso delle cose di cui parla e che la sua caduta era molto più grave di quanto la si immagini.
Noi però ci arrestammo alla soglia di questa vertigine. Il beato Esichio ci dettava la nostra condotta: le conversazioni più elevate non sono che chiacchiere se si prolungano troppo.

* * *

Le parole di padre Cirillo non avevano mancato di turbarci, di distruggere in noi tante false certezze. Curiosi di saperne di più ci affrettammo ad andare nuovamente a trovare il vecchio l’indomani sera nello stesso posto. Stava com’era suo costume, si dimostrò con noi paziente e cortese. Cominciammo a domandare a Cirillo che cosa differenziasse di più l’Ortodossia dalle eterodossie. Padre Cirillo si segnò e cominciò così:
– Noi Ortodossi non abbiamo rifiutato l’Epiclesi (invocazione allo Spirito Santo che opera la trasformazione dei santi doni del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore, abbandonata dalla chiesa latina per polemica contro gli ortodossi N.D.T.), ignoriamo gli azzimi, le indulgenze, i meriti surrogatori, la casuistica; ignoriamo l’opposizione tra Natura e Grazia, la distinzione tra Natura e Soprannatura. Così per noi le dispute tra Papisti e Luterani non hanno alcun senso.
Ma rivelò che le tre ragioni di disaccordo si trovavano altrove. E da principio la famosa questione del calendario.
– Il nostro calendario giuliano ritarda di tredici giorni rispetto al calendario civile di Gregorio di Roma. Ora che cos’erano i riformatori del sedicesimo secolo di fronte agli astronomi della chiesa di Alessandria? Degli ignoranti che hanno soltanto voluto distruggere il calendario pasquale ortodosso per compiacere ai gesuiti i quali volevano rompere definitivamente con noi spostando la data delle feste. E anche in Italia questa riforma fu considerata una “bambinata”. Il nostro calendario è forse inesatto astronomicamente, ma lo è anche l’altro, tanto che alcuni scienziati oggi lo vorrebbero correggere. L’errore di calcolo della nostra Pasqua non supera le tre ore in millenovecento anni ed il nostro calendario è il calendario lunare della Bibbia. Cosa abbiamo da occuparci oggi di ciò che sarà tra mille anni quando non sappiamo nemmeno se domani saremo vivi? Il nostro calendario è il calendario lunare della Bibbia; è secondo questo calendario che il Signore è nato, è vissuto ed è morto per resuscitare il 16 di Nisan. Ora, dice San Giovanni Crisostomo, “né gli angeli né gli arcangeli devono cambiare ciò che è stato prescritto da Dio”. E’ questo calendario che è stato vissuto “sempre, dappertutto e da tutti” ed è questa fedeltà al calendario biblico che ci ha provocato calunnie e persecuzioni, da quelli stessi che pretendono di seguire la Bibbia!
Uno di noi domandò:
– Non vi sono anche considerazioni legate alla Pasqua giudaica?
– È regola in questo calcolo di non festeggiare la nostra Pasqua insieme con quella dell’antico Israele, né prima di quest’ultima, ma la domenica che segue il plenilunio nel momento dell’equinozio di Primavera. Cosa che non accade sovente nel nuovo calendario! Il nuovo calendario è un’invenzione diabolica!
– Ma, soggiungemmo, venerabile Padre, il calendario gregoriano non si basa su dati scientifici?
– Noi non abbiamo a che fare con le questioni scientifiche. La Chiesa si pone al di sopra di questo tempo astronomico che sarà abolito. Non si tratta di considerare i giri che la terra descrive intorno al sole, ma il ciclo liturgico della Chiesa terrestre che riflette la Liturgia celeste, segno del sigillo dello Spirito Santo. Eterna nella sua natura la Chiesa è per la grazia al di sopra del tempo.
Un secondo punto di disaccordo: il filioquismo.
– Se ne sente sovente parlare, dissi, senza sapere mai di che cosa si tratti veramente.
– “Lo Spirito Santo procede dal Padre”, afferma il Simbolo di Nicea. Ora, dal sesto secolo, gli Spagnoli ed i Franchi aggiunsero “e dal Figlio” (Filioque). I papi resistettero a lungo e mantennero la prima formula ereditata dai Padri. Giovanni VIII pensava ancora che doveva essere gettato fuori dalla confessione cristiana chiunque avesse aggiunto o tagliato via qualcosa al grande e venerabile Credo. Leone III rifiutò l’aggiunta che voleva imporgli Carlo Magno con argomenti teologicamente assurdi. Ma alla fine del decimo secolo il cesaropapismo degli Imperatori germanici finì con l’imporsi. Al momento della sua incoronazione a Roma, Enrico II impose al Papa una messa che menzionava il “Filioque”. Due secoli dopo il Concilio di Lione renderà obbligatoria la dottrina eterodossa del fìlioquismo introducendo così anche ufficialmente due principi nella divinità. Una volta ancora in Occidente lo spirituale si inchinava davanti al temporale… L’Oriente invece si opponeva fin dall’inizio a questa innovazione arbitraria e rifiutò di subordinare unilateralmente la persona dello Spirito a quella del Figlio: l’una e l’altra infatti procedono insieme dal Padre. L’Ortodossia fa osservare da una parte l’interdizione dei Concili Ecumenici di portare qualunque modifica al Credo senza la riunione di un altro Concilio, dall’altra la falsità del fìlioquismo che distrugge l’equilibrio tra le tre Persone ed introduce una concezione erronea del ruolo dello Spirito Santo nel mondo. Ecco perché il Patriarca Fozio lo condannò come eresia.
– Ma non era una di quelle discussioni teologiche senza grandi conseguenze sul divenire attuale della Chiesa?
– Cari amici, non ci sono nella nostra fede cose importanti e dettagli inutili!… Togliete una sola pietra e l’edificio sprofonda. Le conseguenze del Filioque sono state catastrofiche. La Scolastica dei latini insistendo più sull’unità di essenza che sulle persone trinitarie ha fatto di Dio un’astrazione, una deità impersonale; ed è già in germe il Dio dei “filosofi”. Il Filioque confonde le persone, distrugge la delicata antinomia dell’unità e della diversità, accentua l’indivisibilità a detrimento dell’aspetto trinitario e così facendo porta con sé l’istituto monarchico del “Vicario di Cristo” e la sua priorità sulla libertà nello Spirito e sul sacerdozio universale. La Chiesa d’Occidente è diventata un’istituzione di questo mondo, un potere temporale; in seno a questa Chiesa l’unità ha distrutto la diversità donde l’eccesso di centralizzazione e di autorità. Pian piano la volontà dei Pontefici romani sarà di trasformare un primato morale, una presidenza di onore in un potere giuridico e autoritario. La riforma gregoriana dell’undicesimo secolo preparò da ben lungi l’infallibilità papale”.
– È dunque principalmente la questione del “filioque” che provocò la separazione di Costantinopoli da Roma?
– La questione dogmatica del “filioque” contribuì alla separazione; ma è la questione del Papato che completò lo scisma del 1054. È a partire da questa data fetale che i Papi si arrogano autorità anche in oriente, si costituiscono capi di tutte le Chiese: è il potere assoluto diventato ipostatico. Una concezione feudale della chiesa si sviluppò in occidente e i Crociati vennero a distruggere Tessalonica e Costantinopoli; una devastazione tale che la conquista musulmana ne impallidì più tardi. Il Papa di Roma assunse da allora un ruolo da autocrate imperante anche sui capi secolari; la Chiesa dell’Occidente si centralizzò, mentre la nostra restava collegiale. Dei concetti giuridici dominarono il latinismo papale, mentre la nostra teologia si fece adorazione. I differenti punti di vista si distanziarono sempre di più. I Latini videro nel Dio Uno e Trino l’unità di Dio, noi l’armonia triadica delle Persone. Nella Crocifissione gli uni videro la morte del Cristo, – da cui nascerà più tardi l’impostura della “morte di Dio” – gli altri la vittoria di colui che è assise sul trono della gloria cherubica… Gregorio VII aveva già completamente cambiato le strutture ecclesiali. Egli fece dei vescovi i semplici rappresentanti del Papato, separò la Chiesa tra chierici e laici, docenti e discenti, cosa che preparò la lotta tra clericalismo e laicismo. Predisse anche la dannazione a coloro che non avessero obbedito al papa. Durante questo tempo il gregge ragionevole del Cristo si ripiegava su se stesso, mantenendo la sua fedeltà senza compromessi e la sua verità interiore, conservando gelosamente quella fede che fece germogliare in lui la pianta profumala dell’umiltà.
Tutto questo non era lontano dal provocare la nostra conseguente adesione, ma noi desideravamo sapere l’esatta posizione dell’Ortodossia sulla questione del papato. Padre Cirillo ci rispose :
– Per noi Pietro ha il primato tra gli Apostoli; il potere delle chiavi è stato affidato ai dodici che sono come altrettante “pietre”. A Gerusalemme gli Apostoli decidevano tutto in comune e all’unanimità, insieme e nello stesso luogo essendo col Cristo stesso solo a capo della Chiesa. Gli Apostoli sono i padri dei Vescovi;
– Pietro è il “primus inter pares” primo tra eguali. Ogni vescovo nella sua diocesi è l’immagine vivente del Signore. Per noi l’errore ecclesiologico di Roma è stato di trasformare la sua autorità e il suo lieve diritto di arbitrato in un potere supremo che dà al Papa il diritto di designare i vescovi di tutte le Chiese: la “Presidenza nella carità” è diventata supremazia di potere e di giurisdizione. Il primato accordato a Roma in quanto città ove i Santi Pietro e Paolo “corifei degli Apostoli” furono martirizzati e in quanto capitale dell’impero, non diminuisce in nulla l’uguaglianza fondamentale tra i vescovi. Si può notare che il potere politico esercitato dal vescovo di Roma non è mai stato permesso dai santi canoni. E’ impossibile per un chierico mescolare funzioni temporali con le sue funzioni ecclesiastiche. Il Dio Amico degli uomini ha insegnato che “nessuno può servire due padroni”: e ha anche detto “il mio regno non è di questo mondo”: Lo stesso uomo non può portare il gladio e la croce : la nostra coscienza ortodossa geme davanti a questo spettacolo…
– Ma l’infallibilità papale non è anch’essa un dogma ?
– Non lo fu prima del 1870 e non fu ammesso se non con molte resistenze da parte degli stessi Cattolici. Nulla nelle Sante Scritture afferma che Cristo abbia conferito a Pietro una qualsiasi infallibilità. L’Assemblea egli Apostoli ha come solo potere quello di comunicare i doni necessari alla vita ecclesiale ; analogamente i mèmbri della gerarchia che sono loro succeduti.
Un’altra domanda ci bruciava sulle labbra; mi decisi a parlarne :
– Se noi vi comprendiamo bene, carissimo padre, né voi né i vostri confratelli vedete di buon occhio gli attuali tentativi di riavvicinamento tra le Chiese…
– Cari figlioli, prima che ci possa essere una riunione di tutti i Cristiani, ci deve essere una totale concordanza nella fede. I non Ortodossi devono ammettere la tradizione nella sua pienezza e nella sua immutabilità. Finché non sarà acquisita l’unità della fede, non ci potrà essere vera riconciliazione, ancor meno intercomunione possibile.
– Ma in un momento nel quale delle forze tanto notevoli sono impegnate contro la religione, non conviene sopprimere lo “scandalo della divisione” lasciando da parte ciò che separa i Cristiani per vedere ciò che li unisce ?
– Nell’ecumenismo nessuna Chiesa afferma di avere la verità totale; ciascuna si dichiara depositaria di lembi di verità. Ognuna dunque confessa di non avere la verità e cerca di ritrovarla con altre Chiese le quali dicono anch’esse di averla perduta. L’ecumenismo è dunque l’amalgama, la fusione della Verità con tutti gli errori possibili; è il contrario della Chiesa una… Che cosa potranno dare delle confessioni parziali o erronee come contributo all’Ortodossia e quale contributo potrà dare l’Ortodossia a delle confessioni che pretendono di dialogare alla pari con essa ?… Ogni progetto di riunificazione che non ha per fondamento la Verità totale, non è conforme al piano divino; resta illusorio, fatto da mani umane, e pertanto porta in sé la propria fine.
Noi insistemmo :
– Un dialogo fraterno non è forse più utile di una battaglia a colpi di anatemi ?
– Dialogare con queste Chiese, vedete, non è neppure concepibile. La Chiesa Ortodossa non è un club di pensatori, di sociologi, di filologi, di falsi profeti eloquenti e seduttori. Essa è l’Arca della Fede, sbattuta senza sosta dalle onde dell’apostasia. Serpenti dalla testa di colombe, coccodrilli con le penne di pavone la minacciano; ma il Signore la custodisce fino agli ultimi giorni… Come volete, per esempio, pregare con coloro che non sanno più né come né chi pregare, o che pregano senza digiunare, o che hanno negato il valore della preghiera ripetuta, o che vogliono piegare il contenuto delle preghiere in un senso ariano traducendo “consustanziale” con “della stessa natura”?
– Al rigore dottrinale dei tempi antichi non può succedere la comprensione dell’altro e l’amore?
– Non bisogna confondere l’amore vero con quel sentimentalismo che presiede a tanti colloqui… Che cos’è l’amore vero? Quello che non consiste nel mantenere il silenzio su ciò che ci separa, ma nel confessare coraggiosamente la Verità che sola può di nuovo unirci tutti. S. Fozio, vera colonna dell’Ortodossia, l’ha scritto in lettere d’oro : “Dire la verità è il più grande atto di carità”. Questa Verità è stata data una volta per tutte. Non dobbiamo “camminare con i nostri tempi” sotto il pretesto di amare i nostri fratelli, se questo cammino deve condurre alla distruzione della verità e a quella dei nostri fratelli.
– L’ecumenismo non sarebbe dunque altro se non una deviazione in più?
– Molto di più, è una pan-eresia nella quale ogni singola eresia costituisce una bestemmia contro lo Spirito Santo. Le innovazioni e le iniziative degli ecumenisti formano un vasto oceano che ogni giorno fa schiumare la sua vergogna… Se i dogmi dei Santi Padri, glorificati dalla Chiesa, vere “trombe dello Spirito”, sono disprezzati, se le tradizioni apostoliche sono ogni giorno beffate, la navicella della Chiesa non potrà che andare a picco. L’ecumenismo è sotto il peso di tutte le condanne lanciate dai Concili. Ecco che cosa dicono gli Athoniti… ma diciamo di più. Volendo la revisione dell’Ortodossia, il suo allineamento al pensiero dei tempi, il suo compromesso con la menzogna, la sua secolarizzazione ed il suo livellamento, il Nemico del genere umano vuole anche il suo sradicamento. Per la sua propaganda Egli dispone di mezzi considerevoli, di enormi risorse finanziarie e degli organi di stampa. Noi abbiamo solo le nostre preghiere. Noi sappiamo che un complotto tipicamente luciferino viene tramato contro la nostra Chiesa, dall’esterno e dall’interno; si presenta la storia del cristianesimo in una maniera alterata con lo scopo di far passare l’eterodossia per verità. E quando una parte dell’Ortodossia si rende complice di queste manovre, è la sua distruzione ed il suo suicidio. Così noi che preghiamo piangendo Iddio di conservarci tra i suoi figli, non ci presteremo mai a questo crimine e non rinnegheremo né nostro Padre, né nostra madre. Noi abbiamo un solo motto : Ortodossia o morte. Noi abbiamo un solo modello : quello degli ieromartiri il cui sangue illumina la Chiesa.
Gli argomenti di Padre Cirillo erano di una innegabile solidità dottrinale. Ciononostante tentammo un ultimo assalto :
– Nello stesso modo per cui, santissimo Padre, le religioni differiscono tra loro a seconda delle mentalità e delle sensibilità dei popoli, non si potrebbe supporre che le confessioni differiscano per le stesse ragioni e che, per esempio, il cattolicesimo romano sia più portato all’azione e l’Ortodossia bizantina alla contemplazione ?
– Dualismo!…, esclamò il Vecchio. L’azione suprema è contemplazione suprema… Se i cristiani di Occidente volessero considerare bene la pienezza dell’Ortodossia con il coraggio e l’onestà intellettuale necessari, vedrebbero che non c’è che una sola soluzione: non cucire insieme dei pezzi di diversa origine, né ispirarsi alla Chiesa d’Oriente rubandole qualche inno e qualche icona, ma riconoscerla come unica detentrice dell’unica Verità.
– E dunque convertirvisi ?
– Fare penitenza, discendere nelle acque battesimali, ricevere la crismazione… Agendo così cesserebbero di affondare il loro pugnale nel petto della loro Madre. Dio sia il loro giudice !…
– Ma noi non siamo né greci, ne russi…
Il Padre ebbe uno sguardo di stupore :
– Ritornare alla fede ortodossa è solo ritornare alla fede dei nostri antenati!
– E come ?… domandammo noi.
– Prima del 1054 di detestabile memoria l’Europa occidentale era anch’essa ortodossa. Fino al quinto secolo la liturgia vi era spesso celebrata in greco (e di ciò vi restava il Kyrie eleison). Un Sant’Ilario di Poiters difendeva l’Ortodossia a fianco di un Sant’Atanasio d’Alessandria contro il papa Liberto ; una Santa Genoveffa di Parigi è salutata dall’estremo del deserto siriaco da San Simeone lo Stilita, un San Cassiano portava in Gallia il monachesimo di San Pacomio… le Chiese erano Chiese locali. La Chiesa di Celtia (Irlanda e Bretagna) professava con San Patrizio e San Colombano un cristianesimo della più stretta ortodossia. La Chiesa di Spagna aveva la sua liturgia mozarabica… Il popolo si comunicava sempre con le due Specie ed esercitava il “sacerdozio regale”. I preti potevano essere sposati, come san Pietro stesso, Sant’Ilario, San Gregorio di Nissa, San Paolino di Noia… Vestigia di Ortodossia sussistono nell’arte merovingica, nelle città di Venezia e di Ravenna così come in quelle di Marsiglia e di Narbonne… Ma Papisti e Luterani hanno sommerso tutto… E’ ritrovando questa Chiesa primitiva indivisa che l’occidente ridiventerà terra cristiana. Allora forse l’Europa, acropoli del potere e della cupidigia, del piacere e della scienza, donde sono uscite due guerre mondiali e una quantità di altre guerre, riscoprirà che il Cristianesimo non è un’arma di prestigio e di propaganda, ma la via della salvezza. E questa via ella salvezza è una generalizzazione ; il Salvatore ci esorta ad “essere perfetti come è perfetto il padre celeste”. Allora forse il materialismo apostata sarà battuto come un polipo sugli scogli della spiaggia.

Su queste parole terminò il nostro secondo incontro con Padre Cirillo. Egli ci aveva fatti penetrare in un universo che non avevamo supposto, in quanto eravamo soltanto sensibili fino ad allora ad una sorta di esotismo religioso. Una vera rivelazione ci era stata fatta, che doveva farci rimettere in questione le nostre opinioni pretenziose ed in più ignoranti. Un’altra religione era sorta ai nostri occhi, con la quale quella che ci era stata insegnata non aveva che un rapporto lontano. Ma allora, se l’Ortodossia era il vero Cristianesimo, che ne era del nostro?

* * *

A legger questi pochi appunti di una sera, alcuni potranno esser colpiti, irritati o delusi. Non si poteva edulcorarli. Che essi li meditino lo stesso, lasciandone da parte ogni riflesso. Essi vedranno dapprima come noi che gli Athoniti non sono così poco intellettuali o dotti come ci avevano detto. Quanto all’accusa molto allettante di settarismo essi si dovrebbero domandare da un lato se un settarismo che difende la verità cristiana non è meglio di tante ideologie di morte, e se anche difendere una tale verità possa essere qualificato di settarismo; dall’altro canto, se la “larghezza di vedute” che vi si oppone, non corra il rischio di diventare settarismo a sua volta, nella misura in cui tratta da settario tutto ciò che non le appartiene.
La notte aveva oscurato burroni e vallate. Il piccolo chiosco turco fluttuava come una nave sull’oceano delle brume. Padre Cirillo si era taciuto. Noi saremmo partiti presto l’indomani ; sapevamo che non lo avremmo mai più rivisto su questa terra. Prima di separarci, gli domandammo di pregare per noi e gli baciammo la destra.

Tratto da: Jean Biès, Athos Voyage a la Sante Montagne,
Paris, Dervy Livres (traduzione di Daniele Gandini)

La Chiesa dei nostri Padri

del Vescovo Silvano (Livi)

Introduzione

Mi sono trovato molte volte nella situazione di dover parlare del Cristianesimo Ortodosso a chi ortodosso non è o a chi, più semplicemente, travolto dal vortice della nostra società che sempre di più si dimentica di Dio e di Gesù Cristo, non si sente più nemmeno cristiano, eppure – per quella insaziabile sete di Verità che è nel cuore di ogni uomo e che neppure la scristianizzata società di oggi riesce a spegnere totalmente – non ha rinunziato ad una ricerca di una dimensione spirituale della vita e del mondo.

Queste persone rimangono sconcertate quando io, cristiano ortodosso, dico loro con semplicità:

  1. che solo Gesù Cristo ha la vera risposta alle inquietudini del cuore umano e che quindi soltanto nel cristianesimo egli può trovare pace interiore, la meta delle sue ricerche e l’appagamento dei suoi desideri.
  2. che soltanto nella Chiesa Ortodossa oggi si è conservato integralmente e senza alcuna modificazione l’autentico insegnamento di Gesù Cristo e dei suoi Apostoli e che tutte le altre confessioni cristiane – per vari motivi storici ed a causa dell’orgoglio degli uomini – lo hanno, più o meno, alterato.

Queste due affermazioni non possono non lasciare sconcertato l’uomo di oggi abituato a dubitare di tutto e di tutti, che si domanda se poi davvero esiste la Verità, e poi – ammesso che esista – perché questa verità debba essere in possesso della Chiesa Ortodossa che, a suo parere, sembra strana, ferma nelle sue tradizioni e nei suoi riti, forse un po’ pezzo da museo…

Allora io, cristiano ortodosso, monaco-sacerdote, ho il dovere di rendere ragione delle mie certezze dialogando con tutti con serenità e semplicità, rispettando tutti, ma insieme senza venir meno alla fede per la quale io so che Dio, nonostante la mia debolezza ed il mio peccato,mi ha donato se stesso attraverso Gesù Cristo e, nella sua Chiesa, la Chiesa Ortodossa, mi ha donato la Verità tutta intera. Questo non è orgoglio, né integralismo: la Verità infatti non è mia, non l’ho trovata con le mie forze, anche se con tutte le mie forze l’ho cercata, la Verità mi è stata donata, ed a questo dono corrisponde il dovere ed il compito di portarla a tutti quelli che incontro sul mio cammino.

Quando poi, dialogando con chi mi chiede spiegazioni della mia fede e, spesso, anche qualcosa da leggere, mi sono accorto che in commercio non esistono libri facili, non destinati a chi non si intende di teologia o che, almeno, ha una certa cultura su cose religiose. Questo breve scritto vuol essere un rimedio a questa mancanza.

Chi mi legge dovrà fare un atto di fiducia. Infatti, per non rendere questo libretto pesante e lungo, non ho potuto riportare le fonti delle mie affermazioni: per cui chi mi legge dovrà fidarsi che ciò che affermo si può sempre giustificare, e, se poi vuole approfondire, potrà fare riferimento a libri più specialistici tra i quali consiglio anzitutto quello di P. Evdokimov, L’Ortodossia, oggi pubblicato dalla casa editrice “EDB” di Bologna. In questo libro si potrà trovare un discorso più articolato e complesso. Qui gli unici riferimenti sono quelli della Bibbia che sicuramente ciascuno di voi avrà in casa e quindi facilmente potrà andare a cercarli .

Chi mi legge deve sapere che sia io, sia qualsiasi altro sacerdote ortodosso in Italia, siamo sempre disponibili a fornirgli tutti i chiarimenti che desidera.

  1. Gesù Cristo ha la sola vera risposta alle inquietudini del cuore umano

Il Beato Agostino, uno dei Padri della Chiesa Occidentale, autore fra l’altro di un libro famoso – Le Confessioni – dove racconta la sua storia, che da una vita non proprio esemplare ma sempre segnata da una profonda ricerca della Verità, lo portò ad essere cristiano e vescovo, afferma che “il cuore dell’uomo è inquieto finché non riposi in Dio.

Ciascuno di noi può trovare una verifica sperimentale di questo dentro se stesso. Solo se per un momento ci lasciamo dietro il frastuono del mondo, i rumori, le musiche assordanti, i ritmi frenetici… anche nei momenti apparentemente più felici abbiamo la sensazione che qualcosa non va. Se ci sentiamo amati abbiamopaura di poter perdere l’amore, se siamo in salute sentiamo che lamalattia potrebbe essere in agguato dietro l’angolo, se possediamo qualcosa siamo perfettamente consapevoli del fatto che nulla in questo mondo è eterno… e poi, al termine di tutto, ognuno di noi sa, fin da bambino, che un giorno, presto o tardidovrà morire. Questa certezza della morte non ci abbandona nemmeno nei momenti in cui – per esempio nei momenti della giovinezza – dovrebbe essere più lontana… eccolo davvero il grande problema, allontanato, nascosto, sommerso, eppur sempre presente: la Morte. Ce la richiama il momento in cui una persona cara ci lascia, il momento in cui leggiamo sul giornale notizie di sciagure, il momento in cui un carro funebre incontra casualmente la nostra strada… Allora, se ci ascoltiamo dentro, comprendiamo che ogni risposta che sia capace davvero di eliminare le nostre inquietudini profonde e le nostre paure, che possa davvero mettere il nostro cuore in pace, deve essere una risposta che comprenda la morte, che dia una spiegazione alla morte, che ci indichi come superare la morte. Attento:tutte le risposte che non fanno i conti con la morte sono risposte illusorie, false, come tutte le risposte del mondo:

*la salute: è la risposta più comune: “basta che ci sia la salute” si dice comunemente, ma sappiamo tutti che la salute fisica non c’è sempre e che, con tutti gli sforzi che la scienza possa fare, non ci assicurerà mai l’eterna giovinezza e l’eterna salute, perché ilmale, il dolore fan parte della nostra natura umana e della realtà stessa del cosmo.

* Il denaro: è uno degli idoli più adorati del nostro tempo. Si lavora per la casa, la carriera, per aver sempre di più: ma a che serve tutto questo se una macchina ci può investire da un momento all’altro, una tegola cadere in capo, una malattia inaspettata fare la sua comparsa nella nostra esistenza e condurci rapidamente alla morte?

*gli affetti: l’amore forse è, tra le risposte del mondo, quella che più si avvicina alla verità… l’amore ci protegge, la vicinanza della persona amata ci fa sentire sicuri come si sente sicuro il bambino quando è vicino alla mamma… eppure anche l’amore è illusorio, perché anch’esso è contrassegnato dalla fine e dalla morte… a meno che…

*a meno che non ci sia un AMORE che duri per sempre.

Se esiste un Amore che dura per sempre allora non solo abbiamo trovato la risposta alle nostre inquietudini, qualcosa capace di dare un senso alla nostra vita, qualcosa capace di mettere il nostro cuore nella pace, ma abbiamo trovato anche qualcosa capace di dare un senso a tutti gli amori che incontriamo ed abbiamo incontrato nella vita: i veri amori intendo dire, non tutto ciò che oggi si scambia per amore. Tutti i veri amori, se esiste unAMORE che dura per sempre, in questo AMORE trovano il loro significato più vero e più profondo.

Ebbene: c’è un Amore che dura per sempre e questo Amore è Dio. Ce lo dice l’Apostolo S. Giovanni che nelle sue lettere, bellissime, che puoi trovare e leggere nel Nuovo Testamento, sulla tua Bibbia, chiama Dio con il nome di Amore. Dio infatti ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio Gesù Cristo nel mondo. Nel Nuovo Testamento, nella Lettera dell’Apostolo S. Paolo ai Filippesi (cap.2), troverai scritto che Gesù pur essendo Dio non ha esitato a condividere la nostra sorte di uomini e si è fatto obbediente fino a fare, Lui, l’Immortale, l’esperienza della nostra morte. Questo e il più grande atto dell’amore di Dio verso di noi.

Ma attento: cosa accade nel momento in cui il Figlio di Dio, che è Dio come il Padre, condivide la morte dell’uomo?

Vorrei che tu facessi lavorare per un momento la tua immaginazione: pensa ad una stanza tutta buia, in completa oscurità… Ora immagina che una lampada luminosissima venga introdotta in questa stanza… cosa è accaduto? Dov’è il buio? Dov’è l’oscurità?…

Ora, Dio è la Vita e la Vita è la luce degli uomini (lo puoi leggere nella tua Bibbia, al cap. I del Vangelo di S. Giovanni). Immagina la Vita che entra nella Morte, la Luce nell’Oscurità dell’Oltretomba! Che cosa accade? La Vita vince la Morte, la Luce vince l’Oscurità: è per questo che l’Apostolo Paolo può esclamare che la Morte ha perso il suo pungiglione, cioè non fa più paura, come uno scorpione che non ha più il mezzo per inoculare il veleno (1° Lettera ai Corinzi, cap. 15).

La Risurrezione di Cristo dai morti è la riprova che l’Amore di Dio non può essere sconfitto nemmeno dalla morte, anzi vince la morte. Per questo l’Amore di Dio è un amore che dura per sempre.

Dal momento della Resurrezione di Gesù Cristo la morte non ci fa più paura perché, se crediamo in Lui, Egli ci ha detto che è il primogenito dei morti e che, se siamo morti con Lui, resusciteremo anche con Lui, anzi, misteriosamente, siamo già risorti il giorno del nostro Battesimo. Leggi quello che scrive l’apostolo S. Paolo nella 1° Lettera ai Corinzi: scrive che il Battesimo è una sepoltura a somiglianza della morte di Cristo ed una resurrezione a somiglianza della resurrezione di Cristo.

Questo, nel Battesimo come si fa nelle chiese cattolico-romane, si può vedere difficilmente, perché ormai si è ridotto più ad un gesto di lavaggio che ad un vero Battesimo. Attento: un adulto, quando viene battezzato, fa morire l’uomo vecchio con tutti i suoi peccati e fa nascere un uomo nuovo, ma un piccolo bambino non ha nulla da lavare: il peccato originale non è una colpa che lui si porta dietro e che deve essere cancellata, ma è la tragica situazione, di cui lui non è personalmente responsabile, è il fatto che anche un bambino nasce in una umanità ed in un mondo dove c’è il peccato, il dolore, la morte e questa è una realtà così evidente che basta girarsi un po’ intorno per comprenderla. Nella Chiesa Ortodossa si continua, come nella Chiesa degli Apostoli, a Battezzare con l’immersione in modo che si capisce subito che il Battesimo è Morte e Resurrezione a una vita nuova, non soltanto il lavaggio dei peccati .

Allora la risposta che Gesù Cristo dà alle nostre inquietudini è una risposta che tiene conto della Morte. Non è come le risposte del Mondo (salute, denaro, affetti…) che non tengono conto della Morte, l’allontanano, cercano di non guardarla in faccia… sono risposte vigliacche. La risposta di Gesù Cristo guarda in faccia la Morte, il Dolore, l’Angoscia… e le vince: “lo sono la Via, la Verità, la Vita” dice Gesù nel Vangelo, e ancora “chi crede in me anche se muore vivrà e chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno” (Vangelo di S. Giovanni, cap. I, 1).

Questo trionfo di Gesù Cristo sulla morte era talmente vivo e sicuro nell’anima dei primi cristiani che essi chiamarono il luogo dove seppellivano i loro morti “cimitero”, che in greco significa “dormitorio”. I cristiani, cioè, sanno bene che la morte non è la fine ma che chi muore in Cristo dorme, attendendo il giorno della resurrezione, nell’attesa del quale è aiutato dalle preghiere dei fratelli ancora in vita a purificarsi di ciò che potrebbe renderlo non bello e non pronto per comparire al cospetto del Dio della Bellezza e della Bontà (è questo il significato della preghiera per i morti). Così il cristiano è certo che vivrà in eterno con Cristo, non è come gli altri che non hanno speranza.

Come scrive l’apostolo S. Paolo nella 1° Lettera ai Tessalonicesi (cap.4) il cristiano sa di essere risorto con Cristo, non ha paura della morte, ogni Domenica – nella Divina Liturgia – mangia e beve il Corpo ed il Sangue di Cristo che sono la sola medicina capace di curare dalla morte, “ farmaco di immortalità ” come si esprime S. Atanasio, grande patriarca di Alessandria d’Egitto e Padre della Chiesa.

Ora mi aspetto una domanda: ma chi mi dice che solo Gesù Cristo ha la risposta al problema della morte? E le altre grandi Religioni dell’umanità? La domanda è seria, ma la risposta è più semplice di quello che non sembri: in ognuna delle grandi Religioni c’è un po’ di verità, di quella Verità che Dio ha seminato nel cuore dell’uomo in ogni epoca ed in ogni tempo. Alcune religioni hanno addirittura pensato che la salvezza poteva venire solo da un Dio che morisse e risorgesse (il Dionisio dei Greci, Bacco per i Romani, Osiride degli Egiziani ecc.), ma soltanto Gesù Cristo è morto e risorto davvero, in una precisa epoca storica, quando era Imperatore Romano Tiberio Cesare, in un preciso luogo, a Gerusalemme,mostrandosi a precisi testimoni, gli Apostoli e le donne che andarono al Sepolcro per imbalsamarlo con aromi, e molti altri a cui ha dato l’incarico di testimoniarlo “fino agli estremi confini della terra” (Vangelo di S. Matteo cap. 28). Pertanto noi non rigettiamo gli elementi buoni che ci sono nelle religioni venute prima di Cristo, ma sappiamo che in esse gli elementi di Verità sono mischiati a tanti elementi di errore, e sappiamo anche che solo Gesù Cristo dà spiegazione e compimento alle Verità contenute in quelle stesse religioni: solo in Lui tutti gli uomini religiosi della terra trovano la risposta esauriente a tutti i loro affanni.

Lui è il vincitore della morte, il vincitore del peccato, colui che dà, attraverso il suo Amore, un significato autentico alla nostra vita. Tutte le altre risposte che ci dà il mondo sono illusioni; il Risorto è la nostra vera e solida speranza.

  1. Soltanto nella Chiesa Ortodossa Orientale oggi si è conservato integralmente e senza alcuna innovazione o modificazione l’autentico insegnamento di Gesù Cristo e dei suoi Apostoli.

Quando Gesù, dopo aver compiuto la missione che il Padre gli aveva affidato, è salito al cielo, ha inviato ai suoi Apostoli riuniti nel Cenacolo, lo Spirito Santo. Gli Apostoli che già avevano visto il Cristo resuscitato dalla morte, e quindi erano i testimoni, in quel momento ricevettero forza dall’alto, perché lo Spirito è “l’altro Consolatore” di cui aveva parlato Gesù nel discorso dopo l’ultima Cena, che egli avrebbe inviato loro dal Padre “lo Spirito di Verità che procede dal Padre.

Questo Spirito trasforma i pescatori di Galilea negli araldi della testimonianza di Cristo. dei pellegrini instancabili per tutte le terre allora conosciute per annunciare la Parola della Salvezza, per dare speranza a tutti gli uomini. Quel giorno – il giorno di Pentecoste, nasce la Chiesa. Una sola Chiesa, come uno solo è Gesù Cristo Quindi Gesù ha fondato una sola Chiesa ed i vescovi delle antiche comunità cristiane che erano succeduti agli Apostoli nel governo di quelle stesse comunità, nell’anno 325 nel Concilio di Nicea proclamarono solennemente nel Credo di credere nella Chiesa“UNA SANTA CATTOLICA APOSTOLICA”. Si tratta ora di vedere dove è oggi questa Chiesa fondata da Cristo, instaurata dagli Apostoli, stabilita dall’insegnamento degli antichi Padri, molti dei quali, come gli stessi Apostoli, dettero valore al loro insegnamento con la testimonianza della morte per Cristo. Ebbene, io non solo credo che questa Chiesa è, oggi, la Chiesa Ortodossa Orientale, ma credo anche che questo si possa facilmente dimostrare. Se uno è sincero e riflette senza preconcetti può facilmente comprenderlo. Infatti la Vera Chiesa è quella che continua direttamente e fedelmente la Chiesa degli Apostoli e dei Padri. Tutte le confessioni, che si sono staccate da essa non sono né possono essere vere Chiese, anche se sono più numerose, più forti ed hanno più mezzi umani. Avranno mezzi umani ma non la Verità di Dio.

Facciamo ora un semplice ragionamento: immaginiamo di avere davanti a noi un televisore con il quale sia possibile tornare indietro nel tempo. Osserviamo nello schermo una mappa delle varie confessioni cristiane oggi: vediamo, in Occidente, la chiesa Cattolica -Romana, le chiese Protestanti e Riformate, la chiesa Anglicana ed un grande numero di piccole (o meno piccole) Confessioni spesso chiamate “Sette”: Testimoni di Geova, Mormoni, Bambini di Dio ecc; ad Oriente le Chiese Ortodosse (Grecia, Russia, Romania, Bulgaria, Serbia, parte del Medio Oriente, con Gerusalemme…) ed alcune altre antiche chiese Cristiane dette Ortodosse-precalcedonesi: Armeni, Siri, Copti ecc. Torniamo ora indietro di poco più di cento anni e guardiamo di nuovo la mappa sullo schermo: vedremo che sono sparite le Sette, le piccole Denominazioni nate nel secolo scorso per discussioni e litigio in seno al Protestantesimo: restano la chiesa Cattolica-Romana e le chiese Protestanti, Riformate e Anglicana in Occidente, ed in Oriente quello che abbiamo già visto più sopra. Da questo si deve subito capire, se si ha un minimo di intelligenza, che confessioni nate nel secolo scorso non possono certo essere la vera Chiesa di Gesù Cristo, che è stata fondata quasi 2000 anni fa a Gerusalemme dagli Apostoli! Se poi torniamo ancora indietro, mettiamo alla data della scoperta dell’America (1492) da cui si fa, di solito, iniziare l’era moderna, ci accorgiamo che la mappa si è ancora modificata: in Occidente c’è solo la Chiesa Cattolica Romana ed in Oriente il quadro è invariato. Infatti le Chiese nate dalla Riforma si erano staccate dalla Chiesa Cattolica-Romana nel XVI secolo per protesta contro le degenerazioni di questa Chiesa ed in particolare del Papato (lusso sfrenato della Curia Romana, decadimento della teologia, vendita delle indulgenze ecc.) ad opera principalmente di Lutero e di Calvino. Torniamo ancora un po’ indietro all’anno ‘800, quello dell’incoronazione di Carlo Magno: troviamo un’unica Chiesa in Oriente ed in Occidente oltre alle già dette Chiese Ortodosse-precalcedonesi: tornando ancora un po’ indietro vedremo scomparire anche queste ed essere presente l’Unica Chiesa. UNA. SANTA, CATTOLICA, APOSTOLICA. Da questa poco dopo si staccherà la Chiesa Cattolica – Romana , principalmente a causa del fatto che il Vescovo di Roma patriarca di Occidente (quello che oggi si chiama comunemente “il papa”) aveva cominciato a pretendere un’autorità su tutta la Chiesa che mai gli antichi cristiani gli avevano riconosciuto: avevano sì riconosciuto che il Vescovo dl Roma era il primo tra i Patriarchi perché Vescovo della capitale dell’impero, a cui si era poi equiparato quello di Costantinopoli dove era stata fondata la seconda capitale imperiale ad opera di Costantino, ma questo “essere primo” per la Chiesa antica voleva dire un primato di onore e di amore, non supremazia su tutti. Infatti per un tale tipo di supremazia non c’è posto nella Chiesa di Cristo: vai a leggere nel tuo Vangelo il capitolo 22 di S. Luca dal v. 24 e te ne convincerai facilmente: “i principi delle nazioni – dice Gesù – dominano su di loro ma tra di voi non deve essere così . Chi di voi vuol essere il primo deve essere 1′ ultimo di tutti ed il servo di tutti”. E quando diceva queste parole parlava ai suoi Apostoli che litigavano per stabilire chi fra di loro dovesse essere il più grande! Certo il papa si è dimenticato di questo discorso di Gesù quando ha cominciato ad affermare di essere il Vescovo dei vescovi che non rende conto a nessuno e non è giudicato da nessuno, anzi, come osò far proclamare in Vaticano il papa Pio IX, è “infallibile” quando definisce cose di fede e di morale. Eppure noi sappiamo che nella Chiesa antica il papa era giudicato come un qualunque altro Vescovo: esempio più lampante fu il Papa Onorio che insegnò l’eresia e venne condannato come eretico da un concilio Ecumenico, persino dopo morto: “condanniamo ancora la memoria dell’empio Onorio ” e che, se gli antichi santi ed ortodossi papi S. Silvestro, S. Leone I il Grande, S. Gregorio I il Grande… tornassero oggi in vita sarebbero i primi a condannarela superbia dei loro successori (successori nella sede però, non nella fede). Voglio fare un solo esempio: quando l’imperatore Bizantino attribuì al Patriarca di Costantinopoli il titolo di “Patriarca Ecumenico  (= universale) ” il Papa di Roma Gregorio Magnogli scrisse indignato: “Come osi!  Nessuno può chiamarsi Vescovo universale!” e pensare che quel titolo gli era stato dato solo in modo onorifico senza che vi corrispondesse nessun potere reale. Cosa direbbe oggi S. Gregorio Magno di fronte ai suoi successori che non solo portano un simile titolo ma che si compongano davvero come Vescovi a loro arbitrio e senza un giudizio sinodale, e che addirittura osano chiamarsi Vicari di Cristo in Terra!Cristo non ha bisogno di Vicari, perché Lui stesso, Risorto e vivo, governa la sua Chiesa per mezzo dello Spirito Santo, e tutti i Vescovi sono tra loro, e chi per ragioni di organizzazione della Chiesa riceve titoli e funzioni come quella di Patriarca, è soltanto un “primo tra pari”, sottoposto come gli altri al giudizio della Chiesa, e che può essere deposto qualora non compia il suo dovere conformemente alla volontà di Dio. I papi di Roma, forti del potere che si erano attribuiti, circa dall’anno 1000 hanno cominciato ad introdurre nella Chiesa tutta una serie diinnovazioni  sia nella dottrina che nella pratica della Chiesa e che non erano state volute da Cristo né introdotte dagli Apostoli.  E non mi riferisco a cose marginali ed esteriori, che possono benissimo mutare secondo i tempi ed i luoghi (anche se nella Chiesa ogni cambiamento va fatto con molta attenzione per non correre il rischio di alterare il patrimonio tramandato, e poi .sempre con l’approvazione collegiale di un Concilio), ma a cose essenziali: anzitutto la modifica del testo  del Credo che contiene il simbolo della nostra fede e che il Concilio Ecumenico di Calcedonia avesse dichiarato “immodificabile”, aggiungendo al te.sto approvato in modo del tutto arbitrario, il famoso “Filioque”.

In cosa consiste? I Santi Padri, conformemente  all’insegnamento di Gesù “ vi manderò un altro Consolatore lo Spirito di Verità che procede dal Padre”) avevano professato: “Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita e procede dal Padre. Con  il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato ed ha parlato per mero dei profeti ”; arbitrariamente la Chiesa Romana ha aggiunto”procede dal Padre e dal Figlio” (Filioque).Ora, se lo Spirito Santo procedesse anche dal Figlio, Gesù lo avrebbe detto, e non lo dice – dice invece che procede dal Padre – e poi questa aggiunta sconvolge tutta la dottrina della Santissima Trinità facendo del Figlio un a .specie di “Secondo Padre” dello Spirito Santo. Comunque anche senza addentrarci in un a questione profondamente teologica non c’è chi non veda che il .solo fatto di modificare unilateralmente il testo che contiene il riassunto fondamentale della nostra fede, approvato dai Concili Ecumenici, è un arbitrio che attenta all’unità della Chiesa. Infatti dopo questo, seguirono altre innovazioni unilaterali della Chiesa romana, basata sull’autorità del solo Papa e non .su un Concilio Ecumenico (come in modo comunitario si deve fare nella Chiesa .secondo il volere di Cristo) quali la modifica della concezione del peccato originale che farebbe anche i piccoli bambini responsabili di una colpa che non hanno loro commesso (“i loro Angeli – dice al contrario Gesù – vedono sempre il volto del Padre mio”) che rende poi necessario il dogma dell’immacolata Concezione dl Maria (il l’atto cioè che Maria sia nata priva di questa colpa da non confondere con il dogma della Concezione Verginale, il fatto cioè che Cristo sia nato da lei senza Padre umano perché Figlio del Padre celeste), il dogma dell’esistenza del Purgatorio come terzo stato delle anime dopo la morte di cui non c’è minima traccia in tutta la Sacra Scrittura né nell’insegnamento dei Santi Padri… e così via.

Vengono poi introdotte modifiche arbitrariamente nell’amministrazione dei Santi Sacramenti: i laici vengono, durante la santa Comunione, privati della Comunione al Santo Sangue (Gesù invece aveva detto “Prendete e bevetene tutti…”)  il Battesimo, cioè l’immersione a somiglianza della morte e resurrezione di Gesù viene sostituito con un lavaggio con poche gocce di acqua e la Cresima, fin dall’antichità unita al Battesimo (come nel Battesimo di Gesù: quando Gesù esce dall’acqua subito lo Spirito Santo scende su di lui) viene separata da questo e pian  panino subisce anche una modificazione del modo di essere concepita … e così via tutta una serie di modifiche e di modifiche a loro volta modificate… tutte cose che si introducono quando nella Chiesa si attribuisce ad un Vescovo (il papa) un potere smisurato che non risale certo a Cristo ed alla sua volontà.

*Ed il discorso “Tu sei Pietro e su questa Pietra…?

Questo capitolo del Vangelo di Matteo (capitolo 16) viene comunemente usato oggi dai cattolici-romani come prova del primato del papa, insieme a quello degli agnelli e delle pecorelle che chiude il Vangelo di Giovanni (cap.21).

Ora questa pretesa cattolica-Romana è insostenibile.

Infatti presuppone alcune cose che noi dimostreremo infondate:

  1. che con queste parole il Signore intendesse promettere a Pietro una autorità assoluta sulla Chiesa;
  2. che questa autorità sia trasmissibile;
  3. che questa autorità si sia trasmessa al papa in quanto Vescovo di Roma e successore di Pietro.

Esaminiamo i tre punti:

1. non è vero che con queste parole Gesù intendesse trasmettere a Pietro tale autorità: infatti dice a Pietro che lo aveva confessato poco prima come Figlio di Dio (il capitolo va letto tutto per capire anche quelle parole: “tu mi hai detto che io .Sol1o il Figlio di Dio – sottinteso – e non la carne ed il sangue te lo hanno rivelato ma il Padre mio che è nei cieli, ed io a te dico: tu sei Pietro (nome derivato da “Pietra”) e su questa Pietra (cioè su di me che tu hai riconosciuto come Figlio di Dio) io fonderò la mia Chiesa”. E’ sulla fede di Pietro che Gesù costruisce la sua Chiesa, non sulla sua persona: ed il Beato Agostino (Padre tanto caro agli occidentali) fa notare che se la avesse fondata su Pietro, la avrebbe fondata su una ben fragile pietra. visto che Pietro lo avrebbe rinnegato tre volte! Questa interpretazione ortodossa era l’interpretazione sostenuta in tutta l’antichità e mai nessuno si era in antico sognato di vedervi una prova del primato del Papa di Roma se S . Cipriano, grande Vescovo di Cartagine e Martire può scrivere: “Ogni Vescovo siede sulla cattedra di Pietro”, cioè ogni Vescovo trova il suo fondamento ed il fondamento della fede che insegna nella fede che Pietro ha professato, cioè che Gesù è il Figlio di Dio.

Se anche poi si volesse riferire a Pietro il significato della pietra su cui si fonda la Chiesa questo andrebbe sempre inteso nel senso che Pietro è la Pietra perché ha confessato Cristo. Infatti non può essere posto alla Chiesa nessun altro fondamento che non sia Gesù Cristo come si legge chiaramente nel Nuovo Testamento. Puoi leggere a questo proposito il Vangelo di S. Matteo cap.2 1 al v.42,  S. Marco cap. 12 al v. 10, S. Luca cap.20 al v. 17; e ancora gli Atti degli Apostoli cap.4 v. I e la prima lettera di S. Pietro cap.2 vv. dal 4 al 10 dove è proprio S. Pietro a parlare di Cristo come “pietra viva che gli uomini hanno gettato via ma che Dio ha scelto come Pietra preziosa pietra sulla quale se noi ci fondiamo diveniamo tutti (e non solo Pietro né il Papa) “pietra ~ a”, formata per il tempio dello Spirito Santo. Perché è solo Cristo la pietra principale del fondamento: e chi crede in esso non resterà deluso”.

Più tardi noi troviamo dei testi affascinanti del grande Origene, maestro di tutti i Padri negli studi delle Sacre Scritture, e così anche nel papa san Leone Magno.  Il primo afferma: “Se anche noi diciamo “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente, allora anche noi diventiamo Pietro… perché ciascuno che si rende simile a Cristo diviene Pietro ”. Ed il secondo afferma con chiarezza “la forma di Pietro, cioè una pietra fondata sulla fede è presente in ogni Chiesa locale, e non soltanto in quella di Roma ”

2 – Ma anche se si vuole interpretare questo passo “alla maniera romana ”  ossia attribuendo a Pietro una preminenza sugli altri Apostoli nel Nuovo Testamento – preminenza non certo autorità assoluta – (Al Concilio Apostolico di Gerusalemme fu infatti il capo della Comunità cittadina, S. Giacomo, a presiedere, e Paolo resistette a viso aperto alle erronee opinioni di Pietro, come egli stesso ci dice nella Lettera ai Galati al cap.2), non possiamo certo pensare che questa autorità sia trasmissibile. Essa non è trasmissibile più di quella di essere testimone del Cristo risorto, in quanto né nel Nuovo Testamento, né negli scritti dei Padri c’è nulla che possa lasciar pensare ad una simile possibilità.

3 – Non c’è poi nessun fondamento per pensare che tale autorità si sia di fatto trasmessa al Vescovo di Roma dove la Chiesa era stata fondata da Paolo.  Inoltre, prima di recarsi a Roma, Pietro aveva presieduto la Comunità di Antiochia ( là dove i seguaci di Gesù furono per la prima volta chiamati “Cristiani ” per distinguerli dai Giudei); ed allora, perché il “potere  ” di Pietro si sarebbe trasmesso al Vescovo di Roma e non a quello di Antiochia? Lo stesso  papa S. Gregorio Magno identifica tre “sedi Pietrine ” : Roma, Alessandria ed Antiochia, pari nell’essere la cattedra storica dell’Apostolo e tiene a sottolineare che quella di Roma non ha niente di più eminente delle altre due.

Come si vede, per questa strada i entra in un labirinto inestricabile. La Chiesa antica non aveva – fortunatamente – di questi problemi; essa, come anche ora la Chiesa Ortodossa, era articolata in Comunità locali ciascuna pienamente “CHIESA ” , ciascuna presieduta da un Vescovo. Le Chiese talvolta si riunivano a Concilio sotto la presidenza del vescovo della città più eminente (Metropolita da Metropoli), considerato “primus inter pares”, il cui posto di presidente alla Comunione è poi stato preso dai Patriarchi e dai Primati delle Chiesa Autocefale (che si governano con piena autonomia).

Un Vescovo di Antiochia, Sant’Ignazio detto Teoforo (portatore di Dio), discepolo degli Apostoli,  morto martire a Roma scrive in una sua lettera: : “state uniti al Vescovo, che tiene in mezzo a voi il posto di Cristo, ed al collegio dei presbiteri (preti) che è il senato degli Apostoli, ed ai Diaconi, a me carissimi ”. Dimostrando così dinon conoscere altra Gerarchia che quella di una Chiesa Locale la quale è l’UNA, SANTA CATTOLICA, APOSTOLICA .. Per lui il rapporto si stabilisce tra il Vescovo (Cristo) e i Presbiteri (Apostoli) e non come farà più tardi la chiesa cattolica-romana tra, il papa (Cristo) ed i vescovi (apostoli).

Io penso di aver così risolto la questione.  Senza dimenticare che a Roma, nel Medioevo sono sorti (probabilmente fabbricati dalla cancelleria papale) falsi documenti, come la “Donazione di Costantino ” e le “Decretali pseudo-Isidoriane”, inventati per fornire appoggi alle pretese papali. Non pensate che quando si costruiscono prove false è perché di vere non ve ne sono?

E la falsità di questi documenti è oggi universalmente ammessa da tutti anche dagli studiosi cattolico-romani.

CONCLUDENDO

La Chiesa Cattolica Ortodossa è oggi la vera Chiesa Cattolica Una, Santa, Apostolica, che, mentre l’Occidente deviava, forse anche travolto tra le continue lotte tra papato e impero per cui il papa tendeva sempre più ad affermarsi come sovrano e signore degli stessi re della terra ( “Signore dei Signori” e “Dominatore dei Dominanti”, gli si diceva incoronandolo con il Triregno), ha conservato fino al presente la dottrina autentica di Cristo e degli Apostoli:

* Essa crede in ciò che gli antichi Concili hanno definito basandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione Apostolica.

* Amministra i Santi Sacramenti nella forma  perfetta istituita da Cristo.

* Celebra il Culto Divino secondo le antiche tradizioni.

*Venera la Madre di Dio Maria sempre Vergine e ne invoca l’intercessione continuamente, anche se rifiuta i dogmi che sono stati introdotti tardivamente su di Lei, ne dipinge e ne venera le Sacre Icone, dipinte sui modelli che risalgono fino a S. Luca.

* Venera gli Apostoli, i Martiri, i Padri, gli Asceti e tutti i Santi, invocando le loro preghiere e la loro intercessione presso il Signore delle misericordie.

* Prega per tutte le necessità del corpo e dell’anima dei fedeli.

* Non si ingerisce nelle questioni politiche che non la riguardano direttamente, ma si impegna per la pace, la giustizia sociale e la promozione dei diritti di tutti gli uomini, specie i più deboli.

* Difende in ogni sua forma la Vita sul nostro pianeta.

* Attende con la preghiera e la speranza all’unica casa comune di tutti coloro che le vicende della storia hanno allontanato dall’Unico ovile di Cristo, Unico Sommo Pontefice e Salvatore delle nostre anime.

* Annuncia agli uomini, il perdono dei peccati, la beata speranza della Resurrezione ed ogni giorno prega per i vivi e per i morti.

* Mantiene inalterate le antiche tradizioni, per questo ammette un Clero celibe ed uno coniugato, crede nell’indissolubilità del matrimonio, eppure non rigetta per misericordia coloro che con sincerità chiedono le seconde nozze,  avendo fallito, per l’umana debolezza, le prime.

* Aiuta per mezzo dei Padri Spirituali, tutti quelli che a lei ricorrono per consiglio ed aiuto.

* Propone una morale basata sulla libertà cosciente del cristiano liberato da Cristo, piuttosto che sull’osservanza legalistica dei precetti.

La santa Ortodossia

La santa Ortodossia.
Conversazione in un chiosco turco sul Monte Athos

Il monastero di Simonos Petras

– “Che cos’è il Cristianesimo, venerabile Padre ?” gli domandammo da principio.
Padre Cirillo si segnò e cominciò così:
– Il Cristianesimo, fratelli cari, è una “imitazione della natura di Dio” come dice bene S. Gregorio di Nissa… Ma vedete, fratelli in Cristo, ancor prima di domandarsi che cosa sia il Cristianesimo, conviene rifarsi una mentalità cristiana. Finché non avrete rinunciato alle abitudini acquisite nelle Università e rinforzate dai condizionamenti del mondo profano, vero abominio della desolazione, e cioè dal criticismo permanente, dalla dialettica, dal dubbio fatto sistema, dall’angoscia filosofica che non ha altra uscita se non il suicidio, non potrete comprendere nulla dell’essenza del Cristianesimo, il quale occupa un livello sopra-razionale e si serve di un linguaggio analogico e simbolico. Voi siete degli studenti simpatici, ma come tali vittime della droga delle raziocinazioni, fatte di argomenti antitetici, di costruzioni intercambiabili, che portano solo alla negazione di Dio dapprima, poi a quella dell’uomo sua immagine. Ridiventate prima degli esseri atemporali, dei contemporanei del Logos; raggiungerete con il cuore ciò che l’ordine della ragione non vi farà mai raggiungere. Disfatevi dello spirito storicistico proprio delle genti dell’Occidente, atee o credenti, il quale tende a vedere solo degli “avvenimenti” ed è sensibile solo all’uomo Gesù, dimenticando il Cristo preeterno, negando miracoli e resurrezione. Da ciò sorge la tentazione delle vostre Chiese di occuparsi prima di storia, poi di politica, e quindi di secolarizzarsi senza quasi accorgersene….
Interessati dal discorso insolito e insieme curiosi e scettici domandammo a Padre Cirillo di precisare il suo pensiero.
– La verità, riprese, è stata limitata al semplice fatto, il relativo ha ricevuto il carattere di assoluto e l’assoluto stesso è stato strappato via. Nello stesso tempo è stato creato il mito del senso della storia, del progresso indefinito della specie, mito che una semplice passeggiata tra le civiltà del passato e una rapida analisi dell’animo umano sono sufficienti a demolire. I Padri beati e glorificati si mostrano indifferenti all’aspetto storico del Cristo Salvatore, preferendo vedere in lui il Logos di prima dei secoli, la Sophia eterna. La sua vita terrestre, le sue azioni, le sue parole, essi le interpretano allegoricamente. Se voi riporterete la vostra mente in questa direzione, cari fratelli, comincerete a comprendere che cosa significhi “imitazione della natura di Dio”.-
Intervenni allora in questi termini:
– Voi non pensate, venerabile vecchio, che la Chiesa possa essere condotta, pur restando fedele all’essenziale del suo messaggio, a modificare i suoi modi in funzione dei cambiamenti d’epoca o ad adattarsi alle diverse circostanze?
La risposta del Vecchio non si fece attendere:
– Sapete che cosa fa che si rispetti la Santa Chiesa Ortodossa? È il fatto che essa non si lascia manipolare o influenzare. La Chiesa non ha da adattarsi a delle “novità” che domani si riveleranno scadute e saranno rimpiazzate da altre, né a riformarsi, quando siamo noi a dover essere riformati da essa, né a conformarsi allo spirito del mondo, né a consultarlo, quando lo spirito del mondo non è altro se non l’emanazione delle tenebre traviate. Essa non ha da subire i condizionamenti e le seduzioni fìlosofìche, politiche, scientifiche di questo mondo destinato a scomparire come l’erba dei campi. Essa che i Padri dicono superiore alla prima Creazione, non ha da aprirsi al mondo; ma chiunque vi entri deve lasciare questo mondo ed il suo principe alla porta, se essi rifiutano di entrarvi attraverso la penitenza e la mortificazione dell’impudicizia, della cupidigia e della superbia… Prendete l’esempio della cosiddetta “giustizia sociale” elargita sulla terra: resterà un’illusione finché l’uomo non avrà trovato Dio nel suo cuore. Ogni altro atteggiamento è l’inizio della decomposizione.
Padre Cirillo riprese dopo alcuni istanti:
– Ci viene rimproverato un eccessivo rigore, un rifiuto di adattamento. Ma a che cosa porta l’alleggerimento delle Quaresime? Alla loro totale scomparsa. A che cosa l’accorciamento delle preghiere? Al loro rimpiazzo con delle officiature sacrileghe. A che cosa il conformarsi al secolo? Allo spopolarsi delle Chiese e alla caduta delle vocazioni. Più le Chiese dell’Occidente si ingegnano a inventare dei metodi nuovi per attirare la gioventù, più questa perde la fede!
– Qual è allora la missione della Chiesa?
– Trasmettere la fede degli antenati e dei Padri Teofori, una fede integra e pura. Anche se ciò un giorno potrà dispiacere ai potenti e suscitare delle persecuzioni tali che quelle dell’Impero Romano non sono nulla al confronto. L’Ortodossia è precisamente la fedeltà alla Tradizione, una tradizione più limpida del cristallo, sigillata da Dio, non soggetta a varianti; essa ha il senso di una continuità perfetta, senza diminuzioni né aggiunta di una sola parola, di una sola lettera. San Giovanni Damasceno il Sublime ha detto: “Noi non cambiamo i confini che i nostri padri hanno posto, ma conserviamo la tradizione come noi l’abbiamo ricevuta.” E San Marco di Efeso il Divino: “Nessuna concessione è permessa quando si tratta della nostra fede.” Così conserviamo nei vasi di argilla della nostra indegnità il deposito intatto e inalterato.
– Ma allora, venerabile padre, in definitiva che cos’è la Tradizione?
– È la trasmissione delle realtà spirituali e segna la continuità di una conoscenza uscita dagli inizi del mondo, dal Paradiso. Questa Tradizione è la fede data dal Dio-Uomo, Nostro Signore Gesù Cristo, ai suoi Apostoli e insegnata dalla Chiesa alle generazioni. Essa è inoltre l’immensa e immemorabile eredità che costituiscono la Bibbia, il Credo, i decreti conciliari, gli scritti dei santissimi Padri, bocche d’oro del Verbo, i trattati dottrinali e canonici, i libri liturgici, le sante icone, la Divina Liturgia.
– Voi non riconoscete l’autorità di tutti i Concili?
– I sette grandi e santi Concili ecumenici hanno posto i fondamenti definitivi di tutta la Chiesa; ad essi ci sottomettiamo con fede e pietà. Essi hanno normativamente precisato il messaggio cristologico della Chiesa, il mistero del Cristo vero Dio e vero Uomo, l’unità assoluta di Dio inseparabile da una diversità non meno assoluta, le Ipostasi, l’unione in Cristo delle due nature, la maternità di Maria, la “sinergia” tra la grazia divina e lo sforzo umano, la venerazione delle immagini, pegni dell’incarnazione e della metamorfosi della materia in Spirito… I Concili che sono seguiti non hanno apportato nient’altro ovvero hanno smorzato la serie delle deviazioni e delle alterazioni della Verità, sorgente di vita… Questo settenario simboleggia i sette sigilli dello Spirito, i sette pilastri della fede del Verbo sui quali si fonda la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica… Ora, ciò che dissero i Padri, lo diciamo anche noi…
– Tuttavia non tutti i Patriarcati ortodossi si mostrano refrattari a delle influenze moderne…
– Malgrado alcune spiacevoli eccezioni, dovute a carenza di dottrina e di informazione, la Santa Ortodossia si rifiuta di scendere a patti con l’apostasia del mondo attuale, regno dell’Anticristo.
Quindi padre Cirillo martellò questa frase che per lui era definitiva :
– La civiltà dell’Anticristo non è altro se non la disumanizzazione dell’uomo.
Non potevamo concludere qui ; allora il mio amico domandò:
– Venerabile padre, che cos’è l’Anticristo ?

Padre Cirillo non rispose subito, forse era stupito per la nostra ignoranza, o forse esitava di fronte ad un tale argomento. Infine :
-Figlioli cari, l’Anticristo è colui nel quale l’umanità vedrà il suo più grande benefattore e che sarà il suo peggior nemico. È per la sua venuta che lavorano i senzadio e numerosi cristiani incoscienti delle conseguenze più remote, persone che sposano con candore le tesi materialiste e sotto il pretesto del Vangelo seguono dei “pastori-lupi”, veri strumenti della potenza delle tenebre.
– L’Anticristo, continuò, non vuole abolire la religione, auspica di prenderla al suo servizio. Ma per far ciò deve abolire la fede in Cristo, quella fede che il Signore stesso farà tanta fatica a trovare al suo ritorno, come ha detto. La strategia dell’Anticristo è di far per prima cosa dimenticare tutto ciò che permette all’uomo di elevarsi verso l’Infinitamente Vivente e di sostituirlo con delle comodità tecnocratiche, dei divertimenti, delle sicurezze sociali, spazzatura agli occhi di Dio. Suo interesse è di far credere che il pane domandato nel Padre Nostro sia unicamente il “pane quotidiano” di cui sarebbe il distributore, allorquando si tratta del pane sopraessenziale e cioè dello Spirito Santo. Il suo interesse è di sopprimere le personalità umane per rimpiazzarle con degli individui, una massa amorfa, anonima e irresponsabile di cui egli soddisfa gli istinti immediati seducendola con l’aiuto di slogan idealisti… Come un mendicante il Signore Gesù ha avuto l’ultimo posto alla tavola di questo mondo, quando i primi seggi sono riservati ai politici, agli intellettuali, agli sportivi, ai banchieri per farli acclamare da migliaia di giornali e di libri che ogni giorno bestemmiano la maestà divina. Il Cristo, nostro maestro, è ignorato, deriso; ai suoi templi succedono quelli della cultura deicida.
– Si è detto che il Monte Athos sia il baluardo contro l’Anticristo. È vero, padre santo ?
– Di tutta l’Ortodossia è vero che la Santa Montagna è la guardiana più rigorosa della Tradizione cristiana, avendo trapassato col suo sperone tutte le vicissitudini della storia umana: è sopravvissuta alla caduta dell’impero bizantino, è sfuggita all’ingrandirsi dell’Islam, ha rifiutato la tiara di Roma e la falce di Mosca, combattendo incessantemente tutte le eresie dell’Oriente e dell’Occidente.
– Ma, soggiungiamo, fra tutti i Cristiani di oggi voi siete un’infima minoranza a pensarla così…
– La maggioranza può essere solo una moltitudine di persone che si evita di informare e che giudicano su tutto senza saperne niente. Una persona più Dio, ecco la maggioranza!… La Chiesa, che non ha mai ricevuto la promessa di una vittoria sulla terra, esisterà fino alla fine, anche ridotta a un piccolo gregge… Io so, fratelli cari, che dappertutto si dice che noi siamo solo un ammasso di monaci pidocchiosi, fanatici ed ignoranti, quando invece non siamo qui per altro se non per testimoniare la gloria dell’Onnipotente anche con la nostra sporcizia e la nostra ignoranza. Si dirà ben presto di noi che siamo una setta, mentre l’accumulo di tutte le eresie ammassato in venti secoli passerà per verità!… Ma noi accettiamo di essere odiati dagli uomini, visto che noi non siamo mai separati dall’Amore tra Dio e l’uomo e tra l’uomo e Dio. Sì noi apparteniamo al piccolo resto di cui parla San Paolo, che non si è inginocchiato davanti a Baal. Noi sappiamo con Bastilo il Grande che “non è la moltitudine che sarà salvata” e con Niceforo il Confessore che “se anche un piccolo numero resta attaccato alla pietà ortodossa, è questo che costituisce la Chiesa”.
– Voi ci fate pienamente capire, venerabile Padre, l’irremovibile attaccamento dell’Ortodossia alla tradizione. Purtuttavia, molto curiosamente, vi è in essa a fianco dell’aspetto ieratico immutabile, un lato molto vasto modernissimo che l’Occidente ignora. Pensiamo per esempio all’uso delle lingue parlate nella Liturgia, alla scelta del Vescovo da parte del popolo o al matrimonio dei preti.
– Non sono questi due aspetti, uno antico e l’altro moderno; è la tradizione tale e quale è sempre stata. L’uso obbligatorio del latino in tutta la Cristianità occidentale l’ha rigidifìcata, uniformizzata sopprimendo arbitrariamente la diversità delle manifestazioni liturgiche… Il matrimonio dei preti è sempre esistito nel Cristianesimo ortodosso nel quale non si è mai confuso l’ordine sacerdotale con l’ordine monastico. Al Concilio di Nicea, un grande asceta egiziano, S. Pafnuzio, ricordò la castità spirituale dell’amore coniugale e l’intera compatibilità tra sacerdozio e matrimonio. Questo come quello sono oggetto di sacramento… Discreta e devota, la moglie del prete è la madre di tutti i fedeli; e tra noi ci sono generazioni di preti, come ce ne sono di musicisti… Ma è una cosa che l’Occidente ha dimenticata, come ha dimenticato anche la “ruminazione” personale delle Scritture, la vivificazione del Nome e molti altri punti.
– Voi ne volete molto, santo vecchio, all’Occidente. La Chiesa non è, nonostante gli errori, “cattolica” nel significato più largo del termine?
– È proprio qui che sta la confusione che assimila abusivamente il termine cattolico nel senso di “universale” col termine “romano” che serve solo ad indicare il luogo dove stava Cesare, l’imperatore romano. Così, nello stesso modo si assiste sia ad una dissoluzione del sacro negli impegni esteriori, sia alla riduzione della Chiesa alle strutture gerarchiche ed autoritarie. Da qui l’espressione peggiorativa “semplici fedeli”; da qui il fatto che la specie del Vino venga riservata ordinariamente ai chierici. Quando quelli dell’Occidente parlano di Chiesa intendono molto di più con questo termine una gerarchia disciplinare che il Corpo Mistico.
– Voi parlavate proprio ora, venerato Padre, dell’uso del latino esteso all’insieme dell’Occidente cristiano. Eppure questa lingua soprattutto ha cementato fra loro le nazioni cattoliche ed ha consacrato l’unità romana di fronte ad una certa anarchia ortodossa.
– Voi prendete per anarchia, cari fratelli, una certa diversità pentecostale… L’unità romana è soprattutto di ordine giuridico, amministrativo e astratto tendente al centralismo. L’unità ortodossa, al contrario risiede nella fede comune a tutte le chiese autocefale; è un’unità interiore, dottrinale e sacramentale, quella di tutte le prime comunità cristiane che si aiutavano tra loro pur restando libere l’una dall’altra, nel mutuo rispetto delle lingue e dei costumi nazionali. È l’unità nella diversità, una sinfonia, non un monologo.
– Voi ritenete dunque l’Occidente responsabile dell’attuale crisi del cristianesimo ?
– Ahimè sì! Totalmente… Sua maestà l’Uomo d’Europa ha fondato la religione dell’uomo esiliando il Dio-Uomo nel cielo.
– E come è stato possibile ciò?
– L’Umanesimo uscito dall’antico paganesimo ha proclamato l’uomo Divinità suprema. Nel suo orgoglio l’uomo europeo si è preteso Dio, si è voluto misura di tutte le cose, ha negato tutto ciò che lo supera o che non può comprendere alla luce della sua ragione. Se ammette ancora il Cristo, lo fa in quanto uomo, non in quanto Dio supremo. È una macchia nell’occhio della Chiesa, una cattiva dottrina che si chiama Arianesimo… Il Cristo è vero Dio consustanziale al padre; ecco perché è Salvatore, Redentore e Signore. Negando la consustanzialità l’Arianesimo priva Dio della Sua divinità. Pretende di spiegare Dio con la sola intelligenza umana decaduta. Ora “un Dio spiegabile cesserebbe di essere Dio” dice Sant’Atanasio, vera lingua di fuoco dello Spirito Santo. La logica è incapace di comprendere l’incomprensibile, di raggiungere l’irraggiungibile. E oggi il pensiero moderno riducendo tutto all’uomo, compreso il Tutto, ha risuscitato l’Arianesimo nella sua gloria… Tutta la cultura occidentale ne è impregnata; da qui la lotta contro lo Spirito, la “pneumatomachia” che essa combatte vigorosamente con le armi del positivismo e del relativismo. Di qui il fallimento contemporaneo.
– La ragione può servire a provare l’esistenza di Dio. Sant’Anselmo, per esempio?
– Dio si prova da Se stesso, con la sua creazione, la Sua rivelazione e la Sua incarnazione. Anselmo comincia a voler provare Dio con deduzioni e argomenti ontologici: la Scolastica, figlia dell’aristotelismo arabizzato, è nata scegliendo per guida la ragione che essa preferisce allo Spirito Santo. A sua volta poi nasce il razionalismo dal quale nasceranno il Protestantesimo, l’individualismo e il suo libero arbitrio, il rigetto della metafisica, la critica dei testi e lo scientismo. Parallelamente a questo Occidente dualista, il mondo greco, nato da Platone e da Plotino, svilupperà, sotto il soffio biblico un cristianesimo tutto penetrato di misticismo e di poesia. L’Occidente opterà per la “cultura” religiosa prima, poi profana; l’Oriente conserverà le “cose che sono al disopra di noi”, la conoscenza profonda.

La notte ci aveva lentamente avvolti di drappi trapunti di stelle. Era come l’immagine di quella Conoscenza divina che nasconde un’Ortodossia ripiegata sui suoi tesori nascosti. Forse Padre Cirillo non ci diceva tutto. Noi sapevamo che Ireneo, Basilio di Cesarea, Gregorio Nisseno, Dionigi l’Areopagita, Evagrio Pontico ed altri fanno allusione nelle loro opere ad una tradizione orale e segreta proveniente dal Cristo e trasmessa attraverso gli Apostoli. Noi ci ricordavamo che il Cristo aveva proibito di dare le perle ai porci e, se molte fasi della celebrazione dei “tremendi misteri” si svolgono dietro ad un velo, ciò deve corrispondere a qualcosa. Noi però ci accorgevamo che proprio nel momento stesso in cui perdeva queste cose misteriose, l’Occidente aveva perso il senso stesso delle cose di cui parla e che la sua caduta era molto più grave di quanto la si immagini.
Noi però ci arrestammo alla soglia di questa vertigine. Il beato Esichio ci dettava la nostra condotta: le conversazioni più elevate non sono che chiacchiere se si prolungano troppo.

* * *

Le parole di padre Cirillo non avevano mancato di turbarci, di distruggere in noi tante false certezze. Curiosi di saperne di più ci affrettammo ad andare nuovamente a trovare il vecchio l’indomani sera nello stesso posto. Stava com’era suo costume, si dimostrò con noi paziente e cortese. Cominciammo a domandare a Cirillo che cosa differenziasse di più l’Ortodossia dalle eterodossie. Padre Cirillo si segnò e cominciò così:
– Noi Ortodossi non abbiamo rifiutato l’Epiclesi (invocazione allo Spirito Santo che opera la trasformazione dei santi doni del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore, abbandonata dalla chiesa latina per polemica contro gli ortodossi N.D.T.), ignoriamo gli azzimi, le indulgenze, i meriti surrogatori, la casuistica; ignoriamo l’opposizione tra Natura e Grazia, la distinzione tra Natura e Soprannatura. Così per noi le dispute tra Papisti e Luterani non hanno alcun senso.
Ma rivelò che le tre ragioni di disaccordo si trovavano altrove. E da principio la famosa questione del calendario.
– Il nostro calendario giuliano ritarda di tredici giorni rispetto al calendario civile di Gregorio di Roma. Ora che cos’erano i riformatori del sedicesimo secolo di fronte agli astronomi della chiesa di Alessandria? Degli ignoranti che hanno soltanto voluto distruggere il calendario pasquale ortodosso per compiacere ai gesuiti i quali volevano rompere definitivamente con noi spostando la data delle feste. E anche in Italia questa riforma fu considerata una “bambinata”. Il nostro calendario è forse inesatto astronomicamente, ma lo è anche l’altro, tanto che alcuni scienziati oggi lo vorrebbero correggere. L’errore di calcolo della nostra Pasqua non supera le tre ore in millenovecento anni ed il nostro calendario è il calendario lunare della Bibbia. Cosa abbiamo da occuparci oggi di ciò che sarà tra mille anni quando non sappiamo nemmeno se domani saremo vivi? Il nostro calendario è il calendario lunare della Bibbia; è secondo questo calendario che il Signore è nato, è vissuto ed è morto per resuscitare il 16 di Nisan. Ora, dice San Giovanni Crisostomo, “né gli angeli né gli arcangeli devono cambiare ciò che è stato prescritto da Dio”. E’ questo calendario che è stato vissuto “sempre, dappertutto e da tutti” ed è questa fedeltà al calendario biblico che ci ha provocato calunnie e persecuzioni, da quelli stessi che pretendono di seguire la Bibbia!
Uno di noi domandò:
– Non vi sono anche considerazioni legate alla Pasqua giudaica?
– È regola in questo calcolo di non festeggiare la nostra Pasqua insieme con quella dell’antico Israele, né prima di quest’ultima, ma la domenica che segue il plenilunio nel momento dell’equinozio di Primavera. Cosa che non accade sovente nel nuovo calendario! Il nuovo calendario è un’invenzione diabolica!
– Ma, soggiungemmo, venerabile Padre, il calendario gregoriano non si basa su dati scientifici?
– Noi non abbiamo a che fare con le questioni scientifiche. La Chiesa si pone al di sopra di questo tempo astronomico che sarà abolito. Non si tratta di considerare i giri che la terra descrive intorno al sole, ma il ciclo liturgico della Chiesa terrestre che riflette la Liturgia celeste, segno del sigillo dello Spirito Santo. Eterna nella sua natura la Chiesa è per la grazia al di sopra del tempo.
Un secondo punto di disaccordo: il filioquismo.
– Se ne sente sovente parlare, dissi, senza sapere mai di che cosa si tratti veramente.
– “Lo Spirito Santo procede dal Padre”, afferma il Simbolo di Nicea. Ora, dal sesto secolo, gli Spagnoli ed i Franchi aggiunsero “e dal Figlio” (Filioque). I papi resistettero a lungo e mantennero la prima formula ereditata dai Padri. Giovanni VIII pensava ancora che doveva essere gettato fuori dalla confessione cristiana chiunque avesse aggiunto o tagliato via qualcosa al grande e venerabile Credo. Leone III rifiutò l’aggiunta che voleva imporgli Carlo Magno con argomenti teologicamente assurdi. Ma alla fine del decimo secolo il cesaropapismo degli Imperatori germanici finì con l’imporsi. Al momento della sua incoronazione a Roma, Enrico II impose al Papa una messa che menzionava il “Filioque”. Due secoli dopo il Concilio di Lione renderà obbligatoria la dottrina eterodossa del fìlioquismo introducendo così anche ufficialmente due principi nella divinità. Una volta ancora in Occidente lo spirituale si inchinava davanti al temporale… L’Oriente invece si opponeva fin dall’inizio a questa innovazione arbitraria e rifiutò di subordinare unilateralmente la persona dello Spirito a quella del Figlio: l’una e l’altra infatti procedono insieme dal Padre. L’Ortodossia fa osservare da una parte l’interdizione dei Concili Ecumenici di portare qualunque modifica al Credo senza la riunione di un altro Concilio, dall’altra la falsità del fìlioquismo che distrugge l’equilibrio tra le tre Persone ed introduce una concezione erronea del ruolo dello Spirito Santo nel mondo. Ecco perché il Patriarca Fozio lo condannò come eresia.
– Ma non era una di quelle discussioni teologiche senza grandi conseguenze sul divenire attuale della Chiesa?
– Cari amici, non ci sono nella nostra fede cose importanti e dettagli inutili!… Togliete una sola pietra e l’edificio sprofonda. Le conseguenze del Filioque sono state catastrofiche. La Scolastica dei latini insistendo più sull’unità di essenza che sulle persone trinitarie ha fatto di Dio un’astrazione, una deità impersonale; ed è già in germe il Dio dei “filosofi”. Il Filioque confonde le persone, distrugge la delicata antinomia dell’unità e della diversità, accentua l’indivisibilità a detrimento dell’aspetto trinitario e così facendo porta con sé l’istituto monarchico del “Vicario di Cristo” e la sua priorità sulla libertà nello Spirito e sul sacerdozio universale. La Chiesa d’Occidente è diventata un’istituzione di questo mondo, un potere temporale; in seno a questa Chiesa l’unità ha distrutto la diversità donde l’eccesso di centralizzazione e di autorità. Pian piano la volontà dei Pontefici romani sarà di trasformare un primato morale, una presidenza di onore in un potere giuridico e autoritario. La riforma gregoriana dell’undicesimo secolo preparò da ben lungi l’infallibilità papale”.
– È dunque principalmente la questione del “filioque” che provocò la separazione di Costantinopoli da Roma?
– La questione dogmatica del “filioque” contribuì alla separazione; ma è la questione del Papato che completò lo scisma del 1054. È a partire da questa data fetale che i Papi si arrogano autorità anche in oriente, si costituiscono capi di tutte le Chiese: è il potere assoluto diventato ipostatico. Una concezione feudale della chiesa si sviluppò in occidente e i Crociati vennero a distruggere Tessalonica e Costantinopoli; una devastazione tale che la conquista musulmana ne impallidì più tardi. Il Papa di Roma assunse da allora un ruolo da autocrate imperante anche sui capi secolari; la Chiesa dell’Occidente si centralizzò, mentre la nostra restava collegiale. Dei concetti giuridici dominarono il latinismo papale, mentre la nostra teologia si fece adorazione. I differenti punti di vista si distanziarono sempre di più. I Latini videro nel Dio Uno e Trino l’unità di Dio, noi l’armonia triadica delle Persone. Nella Crocifissione gli uni videro la morte del Cristo, – da cui nascerà più tardi l’impostura della “morte di Dio” – gli altri la vittoria di colui che è assise sul trono della gloria cherubica… Gregorio VII aveva già completamente cambiato le strutture ecclesiali. Egli fece dei vescovi i semplici rappresentanti del Papato, separò la Chiesa tra chierici e laici, docenti e discenti, cosa che preparò la lotta tra clericalismo e laicismo. Predisse anche la dannazione a coloro che non avessero obbedito al papa. Durante questo tempo il gregge ragionevole del Cristo si ripiegava su se stesso, mantenendo la sua fedeltà senza compromessi e la sua verità interiore, conservando gelosamente quella fede che fece germogliare in lui la pianta profumala dell’umiltà.
Tutto questo non era lontano dal provocare la nostra conseguente adesione, ma noi desideravamo sapere l’esatta posizione dell’Ortodossia sulla questione del papato. Padre Cirillo ci rispose :
– Per noi Pietro ha il primato tra gli Apostoli; il potere delle chiavi è stato affidato ai dodici che sono come altrettante “pietre”. A Gerusalemme gli Apostoli decidevano tutto in comune e all’unanimità, insieme e nello stesso luogo essendo col Cristo stesso solo a capo della Chiesa. Gli Apostoli sono i padri dei Vescovi;
– Pietro è il “primus inter pares” primo tra eguali. Ogni vescovo nella sua diocesi è l’immagine vivente del Signore. Per noi l’errore ecclesiologico di Roma è stato di trasformare la sua autorità e il suo lieve diritto di arbitrato in un potere supremo che dà al Papa il diritto di designare i vescovi di tutte le Chiese: la “Presidenza nella carità” è diventata supremazia di potere e di giurisdizione. Il primato accordato a Roma in quanto città ove i Santi Pietro e Paolo “corifei degli Apostoli” furono martirizzati e in quanto capitale dell’impero, non diminuisce in nulla l’uguaglianza fondamentale tra i vescovi. Si può notare che il potere politico esercitato dal vescovo di Roma non è mai stato permesso dai santi canoni. E’ impossibile per un chierico mescolare funzioni temporali con le sue funzioni ecclesiastiche. Il Dio Amico degli uomini ha insegnato che “nessuno può servire due padroni”: e ha anche detto “il mio regno non è di questo mondo”: Lo stesso uomo non può portare il gladio e la croce : la nostra coscienza ortodossa geme davanti a questo spettacolo…
– Ma l’infallibilità papale non è anch’essa un dogma ?
– Non lo fu prima del 1870 e non fu ammesso se non con molte resistenze da parte degli stessi Cattolici. Nulla nelle Sante Scritture afferma che Cristo abbia conferito a Pietro una qualsiasi infallibilità. L’Assemblea egli Apostoli ha come solo potere quello di comunicare i doni necessari alla vita ecclesiale ; analogamente i mèmbri della gerarchia che sono loro succeduti.
Un’altra domanda ci bruciava sulle labbra; mi decisi a parlarne :
– Se noi vi comprendiamo bene, carissimo padre, né voi né i vostri confratelli vedete di buon occhio gli attuali tentativi di riavvicinamento tra le Chiese…
– Cari figlioli, prima che ci possa essere una riunione di tutti i Cristiani, ci deve essere una totale concordanza nella fede. I non Ortodossi devono ammettere la tradizione nella sua pienezza e nella sua immutabilità. Finché non sarà acquisita l’unità della fede, non ci potrà essere vera riconciliazione, ancor meno intercomunione possibile.
– Ma in un momento nel quale delle forze tanto notevoli sono impegnate contro la religione, non conviene sopprimere lo “scandalo della divisione” lasciando da parte ciò che separa i Cristiani per vedere ciò che li unisce ?
– Nell’ecumenismo nessuna Chiesa afferma di avere la verità totale; ciascuna si dichiara depositaria di lembi di verità. Ognuna dunque confessa di non avere la verità e cerca di ritrovarla con altre Chiese le quali dicono anch’esse di averla perduta. L’ecumenismo è dunque l’amalgama, la fusione della Verità con tutti gli errori possibili; è il contrario della Chiesa una… Che cosa potranno dare delle confessioni parziali o erronee come contributo all’Ortodossia e quale contributo potrà dare l’Ortodossia a delle confessioni che pretendono di dialogare alla pari con essa ?… Ogni progetto di riunificazione che non ha per fondamento la Verità totale, non è conforme al piano divino; resta illusorio, fatto da mani umane, e pertanto porta in sé la propria fine.
Noi insistemmo :
– Un dialogo fraterno non è forse più utile di una battaglia a colpi di anatemi ?
– Dialogare con queste Chiese, vedete, non è neppure concepibile. La Chiesa Ortodossa non è un club di pensatori, di sociologi, di filologi, di falsi profeti eloquenti e seduttori. Essa è l’Arca della Fede, sbattuta senza sosta dalle onde dell’apostasia. Serpenti dalla testa di colombe, coccodrilli con le penne di pavone la minacciano; ma il Signore la custodisce fino agli ultimi giorni… Come volete, per esempio, pregare con coloro che non sanno più né come né chi pregare, o che pregano senza digiunare, o che hanno negato il valore della preghiera ripetuta, o che vogliono piegare il contenuto delle preghiere in un senso ariano traducendo “consustanziale” con “della stessa natura”?
– Al rigore dottrinale dei tempi antichi non può succedere la comprensione dell’altro e l’amore?
– Non bisogna confondere l’amore vero con quel sentimentalismo che presiede a tanti colloqui… Che cos’è l’amore vero? Quello che non consiste nel mantenere il silenzio su ciò che ci separa, ma nel confessare coraggiosamente la Verità che sola può di nuovo unirci tutti. S. Fozio, vera colonna dell’Ortodossia, l’ha scritto in lettere d’oro : “Dire la verità è il più grande atto di carità”. Questa Verità è stata data una volta per tutte. Non dobbiamo “camminare con i nostri tempi” sotto il pretesto di amare i nostri fratelli, se questo cammino deve condurre alla distruzione della verità e a quella dei nostri fratelli.
– L’ecumenismo non sarebbe dunque altro se non una deviazione in più?
– Molto di più, è una pan-eresia nella quale ogni singola eresia costituisce una bestemmia contro lo Spirito Santo. Le innovazioni e le iniziative degli ecumenisti formano un vasto oceano che ogni giorno fa schiumare la sua vergogna… Se i dogmi dei Santi Padri, glorificati dalla Chiesa, vere “trombe dello Spirito”, sono disprezzati, se le tradizioni apostoliche sono ogni giorno beffate, la navicella della Chiesa non potrà che andare a picco. L’ecumenismo è sotto il peso di tutte le condanne lanciate dai Concili. Ecco che cosa dicono gli Athoniti… ma diciamo di più. Volendo la revisione dell’Ortodossia, il suo allineamento al pensiero dei tempi, il suo compromesso con la menzogna, la sua secolarizzazione ed il suo livellamento, il Nemico del genere umano vuole anche il suo sradicamento. Per la sua propaganda Egli dispone di mezzi considerevoli, di enormi risorse finanziarie e degli organi di stampa. Noi abbiamo solo le nostre preghiere. Noi sappiamo che un complotto tipicamente luciferino viene tramato contro la nostra Chiesa, dall’esterno e dall’interno; si presenta la storia del cristianesimo in una maniera alterata con lo scopo di far passare l’eterodossia per verità. E quando una parte dell’Ortodossia si rende complice di queste manovre, è la sua distruzione ed il suo suicidio. Così noi che preghiamo piangendo Iddio di conservarci tra i suoi figli, non ci presteremo mai a questo crimine e non rinnegheremo né nostro Padre, né nostra madre. Noi abbiamo un solo motto : Ortodossia o morte. Noi abbiamo un solo modello : quello degli ieromartiri il cui sangue illumina la Chiesa.
Gli argomenti di Padre Cirillo erano di una innegabile solidità dottrinale. Ciononostante tentammo un ultimo assalto :
– Nello stesso modo per cui, santissimo Padre, le religioni differiscono tra loro a seconda delle mentalità e delle sensibilità dei popoli, non si potrebbe supporre che le confessioni differiscano per le stesse ragioni e che, per esempio, il cattolicesimo romano sia più portato all’azione e l’Ortodossia bizantina alla contemplazione ?
– Dualismo!…, esclamò il Vecchio. L’azione suprema è contemplazione suprema… Se i cristiani di Occidente volessero considerare bene la pienezza dell’Ortodossia con il coraggio e l’onestà intellettuale necessari, vedrebbero che non c’è che una sola soluzione: non cucire insieme dei pezzi di diversa origine, né ispirarsi alla Chiesa d’Oriente rubandole qualche inno e qualche icona, ma riconoscerla come unica detentrice dell’unica Verità.
– E dunque convertirvisi ?
– Fare penitenza, discendere nelle acque battesimali, ricevere la crismazione… Agendo così cesserebbero di affondare il loro pugnale nel petto della loro Madre. Dio sia il loro giudice !…
– Ma noi non siamo né greci, ne russi…
Il Padre ebbe uno sguardo di stupore :
– Ritornare alla fede ortodossa è solo ritornare alla fede dei nostri antenati!
– E come ?… domandammo noi.
– Prima del 1054 di detestabile memoria l’Europa occidentale era anch’essa ortodossa. Fino al quinto secolo la liturgia vi era spesso celebrata in greco (e di ciò vi restava il Kyrie eleison). Un Sant’Ilario di Poiters difendeva l’Ortodossia a fianco di un Sant’Atanasio d’Alessandria contro il papa Liberto ; una Santa Genoveffa di Parigi è salutata dall’estremo del deserto siriaco da San Simeone lo Stilita, un San Cassiano portava in Gallia il monachesimo di San Pacomio… le Chiese erano Chiese locali. La Chiesa di Celtia (Irlanda e Bretagna) professava con San Patrizio e San Colombano un cristianesimo della più stretta ortodossia. La Chiesa di Spagna aveva la sua liturgia mozarabica… Il popolo si comunicava sempre con le due Specie ed esercitava il “sacerdozio regale”. I preti potevano essere sposati, come san Pietro stesso, Sant’Ilario, San Gregorio di Nissa, San Paolino di Noia… Vestigia di Ortodossia sussistono nell’arte merovingica, nelle città di Venezia e di Ravenna così come in quelle di Marsiglia e di Narbonne… Ma Papisti e Luterani hanno sommerso tutto… E’ ritrovando questa Chiesa primitiva indivisa che l’occidente ridiventerà terra cristiana. Allora forse l’Europa, acropoli del potere e della cupidigia, del piacere e della scienza, donde sono uscite due guerre mondiali e una quantità di altre guerre, riscoprirà che il Cristianesimo non è un’arma di prestigio e di propaganda, ma la via della salvezza. E questa via ella salvezza è una generalizzazione ; il Salvatore ci esorta ad “essere perfetti come è perfetto il padre celeste”. Allora forse il materialismo apostata sarà battuto come un polipo sugli scogli della spiaggia.

Su queste parole terminò il nostro secondo incontro con Padre Cirillo. Egli ci aveva fatti penetrare in un universo che non avevamo supposto, in quanto eravamo soltanto sensibili fino ad allora ad una sorta di esotismo religioso. Una vera rivelazione ci era stata fatta, che doveva farci rimettere in questione le nostre opinioni pretenziose ed in più ignoranti. Un’altra religione era sorta ai nostri occhi, con la quale quella che ci era stata insegnata non aveva che un rapporto lontano. Ma allora, se l’Ortodossia era il vero Cristianesimo, che ne era del nostro?

* * *

A legger questi pochi appunti di una sera, alcuni potranno esser colpiti, irritati o delusi. Non si poteva edulcorarli. Che essi li meditino lo stesso, lasciandone da parte ogni riflesso. Essi vedranno dapprima come noi che gli Athoniti non sono così poco intellettuali o dotti come ci avevano detto. Quanto all’accusa molto allettante di settarismo essi si dovrebbero domandare da un lato se un settarismo che difende la verità cristiana non è meglio di tante ideologie di morte, e se anche difendere una tale verità possa essere qualificato di settarismo; dall’altro canto, se la “larghezza di vedute” che vi si oppone, non corra il rischio di diventare settarismo a sua volta, nella misura in cui tratta da settario tutto ciò che non le appartiene.
La notte aveva oscurato burroni e vallate. Il piccolo chiosco turco fluttuava come una nave sull’oceano delle brume. Padre Cirillo si era taciuto. Noi saremmo partiti presto l’indomani ; sapevamo che non lo avremmo mai più rivisto su questa terra. Prima di separarci, gli domandammo di pregare per noi e gli baciammo la destra.

Tratto da: Jean Biès, Athos Voyage a la Sante Montagne,
Paris, Dervy Livres (traduzione di Daniele Gandini)