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Omelia per la domenica del perdono

di San Tikhon di Mosca

Quella di oggi si chiama “Domenica del perdono”. Ha ricevuto questo nome dalla pia consuetudine cristiana ortodossa di chiedersi vicendevolmente perdono durante i Vespri per ogni scortesia e torto. Lo facciamo perché nel prossimo digiuno ci avvicineremo al sacramento della Penitenza e chiederemo al Signore il perdono dei nostri peccati, perdono che ci sarà concesso solo se noi stessi ci perdoniamo a vicenda. “Se voi perdonate agli uomini i loro debiti, anche il Padre vostro celeste perdonerà a voi. Ma se non perdonate agli uomini i loro peccati, neppure il Padre vostro perdonerà i vostri debiti.” (Matteo 6, 14-15)

Eppure si dice che sia estremamente difficile perdonare la scortesia e dimenticare il torto. Forse la nostra natura egoista trova davvero difficile perdonare i torti, nonostante che secondo le parole dei Santi Padri sia più facile perdonare che cercare vendetta. (San Tikhon di Zadonsk dopo San Giovanni Crisostomo) Eppure tutto ciò che è buono in noi non si realizza facilmente, ma con difficoltà, costrizione e fatica. «Il Regno dei Cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11, 12). Per questo non dobbiamo scoraggiarci di fronte alla difficoltà di questo atto pio, ma dobbiamo piuttosto cercare i mezzi per realizzarlo. La Santa Chiesa offre molti mezzi a questo fine, e tra questi ci soffermeremo su quello che più corrisponde alla prossima stagione del pentimento.

«Sì, o Signore e Re, concedimi di vedere le mie colpe e di non condannare mio fratello.» La fonte del perdonare il nostro prossimo, del non giudicarlo, è inclusa nel vedere (riconoscere) i nostri peccati. «Immagina», dice un grande pastore, che ben conosce il cuore dell’uomo, padre Giovanni di Kronstadt, «immagina la moltitudine dei tuoi peccati e immagina quanto tollerante nei loro confronti sia il Signore della tua vita, mentre tu non sei disposto a perdonare il tuo prossimo nemmeno la più piccola offesa. Gemi e piangi la tua stoltezza, e quell’ostruzione dentro di te svanirà come fumo, penserai più chiaramente, il tuo cuore si calmerà e da questo imparerai la bontà, come se non fossi stato tu ad udire rimproveri e umiliazioni, ma qualche altra persona, o l’ombra di te stesso.» (Lezioni di una vita di grazia, p. 149) Chi ammette il proprio peccato, chi conosce per esperienza la debolezza della natura umana e la sua inclinazione al male, perdonerà più prontamente il prossimo, respingendo le trasgressioni e astenendosi da un giudizio altezzoso sui peccati altrui. Ricordiamo che anche gli scribi e i farisei che portavano a Cristo la donna sorpresa in adulterio furono costretti ad allontanarsi, quando la loro coscienza parlava apertamente, accusandoli dei propri peccati. (Giovanni 8, 9)

Sfortunatamente, fratelli, non ci piace riconoscere le nostre trasgressioni. Sembrerebbe naturale e facile per una persona conoscere sé stessa, la propria anima e i propri difetti. Ma in realtà non è così. Siamo pronti a tutto tranne che a una comprensione più profonda di noi stessi, a un’indagine dei nostri peccati. Esaminiamo varie cose con curiosità, studiamo attentamente amici e sconosciuti, ma di fronte alla solitudine senza preoccupazioni estranee anche per breve tempo, ci annoiamo subito e cerchiamo di divertirci. Ad esempio, dedichiamo forse molto tempo all’esame di coscienza anche prima della confessione? Giusto qualche minuto, e una volta all’anno. Lanciando uno sguardo superficiale alla nostra anima, correggendo alcuni dei suoi difetti più evidenti, la copriamo immediatamente con il velo dell’oblio fino al prossimo anno, fino al nostro prossimo scomodo esercizio di noia.

Eppure amiamo osservare i peccati degli altri. Non considerando la trave nel nostro occhio, notiamo la pagliuzza nell’occhio del nostro fratello. (Mt 7, 3) Parlare oziosamente a danno del prossimo, deriderlo e criticarlo spesso non sono nemmeno considerati peccati, ma piuttosto un innocente e divertente passatempo. Come se i nostri peccati fossero così pochi! Come se fossimo stati incaricati di giudicare gli altri! “Uno solo è il legislatore, ed il giudice, il quale può mandar in perdizione, e salvare” Dio. (Giacomo 4.12) “Chi sei tu per giudicare il servo di un altro? È affare del suo padrone che stia in piedi o cada.” (Rom. 14, 4) “Tu non hai scusa, o uomo, chiunque tu sia che giudichi. Poiché quando giudichi un altro, condanni te stesso. Poiché tu che giudichi, fai le stesse cose tu stesso.” (Rm 2, 1) “Esaminatevi se siete nella fede; mettetevi alla prova.” (2 Cor 13, 5) I pii asceti ne danno un buon esempio. Rivolgevano la mente a sé stessi, meditavano sui propri peccati ed evitavano a tutti i costi di giudicare il prossimo.

Uno pio starets, notando che suo fratello aveva commesso un peccato, sospirò e disse: “Guai a me! Come lui ha peccato oggi, così potrei fare anch’io domani.” E quella che segue è la storia di un altro asceta, Abba Mosé. Un monaco commise un peccato. I fratelli, che si erano riuniti per decidere il suo caso, mandarono a chiamare Abba Mosé, ma l’umile starets si rifiutò di partecipare al consiglio. Quando il rettore lo mandò a chiamare una seconda volta, egli apparve, ma in modo piuttosto sorprendente. Aveva preso un vecchio cestino, pieno di sabbia e lo portava sulle spalle. “Cosa significa questo?” – chiesero i monaci, scorgendolo. “Vedi quanti peccati porto dietro di me?” rispose Mosé indicando il mucchio di sabbia. “Io non li vedo, eppure sono venuto a giudicare un altro.”

Quindi, fratelli, seguendo l’esempio degli asceti, osservando i peccati degli altri, dovremmo considerare i nostri peccati, considerare le nostre trasgressioni e non giudicare il nostro fratello. E se avessimo qualcosa contro di lui, perdoniamolo e perdoniamolo, affinché il nostro Signore misericordioso perdoni anche noi.


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