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Il servo spietato

Commento alla pericope evangelica dell’undicesima Domenica di Matteo. (Matteo 18, 23-35)

Dal Commento al Vangelo secondo Matteo del Beato Teofilatto, Arcivescovo di Ochrid e Bulgaria

23. Il regno dei cieli somiglia a un uomo, un re, che volle fare i conti con i suoi servi. La sostanza della parabola ci insegna a perdonare i nostri compagni di servizio che hanno peccato contro di noi, soprattutto se si prostrano davanti a noi chiedendo perdono. Interpretare la parabola nei suoi particolari dovrebbe essere fatto solo da chi ha la mente di Cristo. Ciononostante, lo tenteremo. Il regno è la Parola di Dio, ma non è un regno di piccola estensione, ma quello dei cieli. Il Verbo è paragonato a un uomo che era un re, cioè a Colui che si è incarnato per noi ed è apparso in sembianze di uomini, e fa i conti con i suoi servi come un buon giudice. Non punisce senza prima giudicare: sarebbe crudele.

24-25. Iniziando dunque a chiedere i conti, gli fu portato davanti uno che era debitore per migliaia di talenti. Poiché costui non aveva da restituire, il Signore comandò che fossero venduti lui, la moglie, i figli e quanto possedeva e saldasse così il debito. Siamo noi stessi debitori di diecimila talenti, poiché riceviamo ogni giorno beneficenza senza restituire nulla di buono a Dio in cambio. Colui che deve diecimila talenti è anche quel sovrano che ha ricevuto da Dio la protezione e la fedeltà di molti uomini, essendo ogni uomo come un talento, e quindi non usa bene la sua sovranità. La vendita del debitore insieme alla moglie e ai figli indica l’alienazione da Dio, poiché colui che viene venduto va da un altro padrone. E la moglie non è la carne, essendo la compagna dell’anima, e i figli, le cattive azioni compiute dall’anima e dal corpo? Comanda che la carne sia data a Satana per la devastazione, cioè per essere data alle malattie o al tormento dei demoni, ma i figli, cioè l’aver compiuto azioni malvagie, sono dati alla tortura, come, per esempio, quando Dio fa seccare la mano che ha rubato, o la costringe per mezzo di un demonio. Guarda come la donna, che è la carne, e i figli, che sono il male fatto, sono stati abbandonati all’afflizione affinché lo spirito potesse essere salvato, come nel caso di quell’uomo che non può più rubare perché la sua mano è paralizzate.

26-27. Allora quel servo, caduto in ginocchio, lo supplica dicendo: Sii paziente con me, Signore, e ti restituirò tutto. Il Signore ebbe compassione di quel servo, lo rilasciò e gli condonò il debito. Ecco il potere del pentimento e l’amore del Signore per l’umanità. Poiché il pentimento fece prostrare il servo davanti al re e cessare dalla malvagità, infatti chi sta fermamente nella malvagità non può essere perdonato. Nel suo amore per l’uomo Dio ha condonato interamente il debito, anche se il servo non chiedeva il perdono totale del debito, ma una proroga del tempo per ripagarlo. Impara, quindi, che Dio dà più di quanto chiediamo . Il suo amore per l’uomo è tale che anche in ciò che sembra severo, il comando di vendere il servo, Dio non ha parlato per severità, ma per atterrire il servo, per indurlo a riporre tutta la sua speranza nella preghiera e nella supplica.

28-30. Ma quel servo uscì e trovò un altro servo, suo compagno, che gli doveva cento dinari; lo afferrò e lo soffocava dicendo: Restituisci mi quanto devi. Cadde in ginocchio quel servo come lui, e lo supplicava dicendo: Sii paziente con me, e ti restituirò. Ma egli non volle; andò e lo buttò in carcere finché non gli avesse restituito il dovuto. Colui che era stato perdonato “uscì”, si allontanò e, in seguito, prese per la gola il suo conservo: chi manca di compassione non è colui che rimane in Dio, ma colui che si allontana da Dio e gli è estraneo. Tanta era la disumanità del servo che, sebbene gli fosse stata condonata la somma maggiore (diecimila talenti), non poteva assolutamente perdonare la somma minima (cento denari), né concedere un rinvio. E questo nonostante il conservo gli avesse rivolto le stesse parole, ricordandogli le parole con le quali lui stesso era stato salvato: “Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto”.

31. Gli altri servi, visto l’accaduto, furono molto tristi e andarono a raccontare tutto al loro Signore. I compagni di servizio sono gli angeli, che qui vengono mostrati come odiatori del male e amanti del bene. Non raccontano queste cose al Signore come se Egli le ignorasse, ma affinché tu, o lettore, impari che gli angeli vegliano su di noi e sono irritati dalla disumanità dell’uomo.

32-34. Il Signore allora lo chiamò. E gli dice: Servo malvagio, ti ho condonato tutto quel debito perché mi avevi supplicato. Non dovevi anche tu avere misericordia del tuo compagno come io ho avuto misericordia di te? Il Signore si adirò e lo consegnò agli aguzzini finché non avesse restituito tutto il dovuto. Il padrone nel suo amore per l’uomo contesta il servo, per mostrare che non è stato il padrone, ma la ferocia e l’ingratitudine del servo che a revocare il dono. A quali aguzzini lo consegna? Ai poteri punitivi per la pena eterna. Perché il significato di “fino a quando non avrà pagato tutto il suo debito” è questo: “lascia che sia punito fino a quando non abbia pagato tutto ciò che era dovuto”. Ma non potrà mai pagare il suo debito, e quindi la sua punizione non avrà mai fine.

35. Così anche il Padre mio celeste farà a voi se non condonate di cuore al vostro fratello le sue cadute. Non ha detto “Padre tuo”, ma “Padre mio”. Poiché costoro sono indegni di avere Dio come padre. Vuole che perdoniamo dal nostro cuore e non solo dalle nostre labbra. Capisci, allora, quale grande male è il ricordo dei torti, poiché revoca il dono di Dio: sebbene Dio non si penta dei suoi doni, tuttavia essi vengono revocati.


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