Omelia pronunciata dall’Arcivescovo Chrysostomos di Etna, durante la Grande Quaresima del 1998

Oggi, seconda domenica del Grande Digiuno, la Chiesa ortodossa di tutto il mondo celebra la memoria di San Gregorio Palamas, arcivescovo di Tessalonica del XIV secolo e tra più grandi Padri della Chiesa ortodossa.
Fino a questo secolo, a causa dell’influenza dell’Occidente – i gesuiti nella Russia del XVIII e XIX secolo e i luterani che furono nominati ministri di culto sotto il primo re di Grecia, un luterano tedesco, salito al potere in Grecia dopo la liberazione dal giogo turco all’inizio del XIX secolo –, San Gregorio Palamas era un vero e proprio mistero per i teologi ortodossi. Quest’uomo, che noi inneggiamo come “ho phoster tes Orthodoxias” (l'”Illuminatore dell’Ortodossia”) e “to sterigma tes Ekklesias” (il “Pilastro della Chiesa”), insegnava e viveva la nostra fede con una purezza che, eccetto che nei confini nascosti dei monasteri e nei cuori della gente semplice – che non sapeva esprimere ciò che sapeva dell’Ortodossia –, era andata perduta a causa del neo-papismo del patriarcato, delle nozioni occidentali di “ufficialità” e del nazionalismo e dell’etnicità, che non sono altro che un ritorno al paganesimo.
Persino la vita di questo grande Santo è oscurata dalle moderne idee occidentali. Uno dei pochi commentari sulla sua vita, in un libro dedicato ai “Pilastri dell’Ortodossia”, si riferisce a lui come membro della famiglia “Palamas”, come se questo grande Santo fosse ricordato per la nobiltà dei suoi genitori, che erano, in effetti, membri della corte imperiale bizantina. Molti cognomi all’epoca, naturalmente, non erano come i cognomi come li conosciamo oggi, e il nome “Palamas” era un titolo onorifico derivato non dalla stirpe di San Gregorio, ma dalla parola greca che significa “battere le mani”, a significare che la famiglia del Santo era lodata e onorata. E così, questo onore terreno fu trasformato da San Gregorio in onore spirituale, che commemoriamo quando ci riferiamo a lui come “Palamas”, applaudito per la sua statura spirituale. Né San Gregorio Palamas fu influenzato dai Bogomili, come il teologo Padre John Meyendorff insegnò così erroneamente. Non insegnò una teologia innovativa, come insegnano molti teologi ortodossi moderni. Piuttosto, codificò e descrisse la profonda e mistica teologia della Chiesa ortodossa, che è, in effetti, un insegnamento tramandato attraverso i Padri, sia per iscritto che oralmente, fin dal tempo degli Apostoli.
L’Ortodossia, che è un organismo vivente, si è sviluppata ed è maturata, sotto la guida del Santo Spirito, da un embrione che esiste nella Scrittura e che è sbocciato nel corso dei secoli. Noi, infatti, come ortodossi, non onoriamo ciò che è antico – poiché molte eresie sono antiche quanto l’Ortodossia – ma ciò che è maturo e che esprime pienamente lo spirito di quel cristianesimo donatoci dal Signore, come ci dice un Padre, predicato dagli Apostoli e preservato dai Padri. San Gregorio Palamas non era altro che un grande Santo che ci ha fatto riflettere sulla matura Ortodossia, su quella pienezza della Fede che si era manifestata ai suoi tempi, che aveva le sue radici nella Chiesa primitiva e che vive ancora oggi e si trova sotto le false aggiunte all’Ortodossia che dobbiamo cancellare, se vogliamo trovarla nella sua forma autentica. La sua non è altro che la voce dell’intera Chiesa che parla con maturità, al di là delle teologie, delle nazionalità, delle nozioni amministrative della Chiesa, e dalla sua anima e dal suo cuore, che parla a tutti gli uomini, ortodossi o no, e che illumina, vivifica e trasforma noi ortodossi quando cerchiamo e realizziamo l’unione con Cristo.
L’Ortodossia che conosciamo oggi, fatta eccezione per il suo nucleo, si è discostata, nel complesso, dallo standard dell’Ortodossia pienamente sviluppata che San Gregorio Palamas ha caratterizzato e ha posto davanti a noi, e questo sia nel culto che nella nostra teologia: ancora una volta, a causa dell’influenza occidentale, ma anche a causa dell’elevatezza dell’Ortodossia che spesso oscuriamo con la nostra meschinità e debolezza umana.
Liturgicamente, siamo giunti a pensare all’Ortodossia come a una religione incentrata sul culto rituale di Dio. Non adoriamo Dio nella nostra Chiesa in quanto tale; piuttosto, comunichiamo con Dio direttamente, attraverso la convergenza di Cielo e terra nei simboli del culto. Il nostro culto non è semplice venerazione, ma è partecipazione alla verità eterna e senza tempo di Cristo. In effetti, il culmine del culto è la Divina Eucaristia, in cui siamo resi una cosa sola con Cristo. Quanto è lontano questo dal nostro culto teatrale odierno: banchi, luci, proclami e canti ad alta voce, e tutte le altre cose che accompagnano questo teatro! Anzi, facendo appello, e falsamente, al passato, alcuni ortodossi sono persino giunti alla perversione del canto congregazionale, pensando che le più antiche officiature della Chiesa primitiva – dove c’erano anche cantori ordinati, come molti dimenticano – possano in qualche modo sostituire il sistema di culto maturo che abbiamo ereditato dalla Chiesa matura. Lo vediamo anche nell’intimità personale, negli abbracci eccessivi ed emotivi, nei baci e così via, che sono inappropriati per il cristiano e che provengono dalle passioni e non dalla sobrietà.
Lo scopo del culto – ascoltare la voce stessa di Dio in silenzio, con la mente e gli occhi resi ciechi al mondo, concentrarsi su quelle finestre sull’altro mondo che sono le nostre Icone; i sensi saturi di incenso; il nostro ego umilmente sottomesso in un atteggiamento pio e nella preghiera – è stato vanificato. Oggi, avendo adottato le idee occidentali del culto, urliamo e cantiamo a Dio, producendo un tale frastuono da non sentirLo parlare a noi. San Giovanni Crisostomo ci dice che il canto, ad esempio, è una doppia forma di preghiera. E poiché, nella preghiera, sentiamo Dio, quanto sono lontani il nostro canto e il nostro canto da un atto di ascolto! Quanto siamo lontani, in effetti, dall’esperienza di quella piccola voce interiore, attraverso la quale Dio parla ai nostri cuori, quando cerchiamo la cosiddetta partecipazione “attiva” agli Offici. La nostra partecipazione dovrebbe essere silenzio, sottomissione e stupore di fronte allo splendore di Dio. E le nostre preghiere e i nostri canti non dovrebbero essere dichiarazioni a Dio, ma suppliche affinché Dio ci parli e sia con noi. Ed è così che, se ascoltiamo anche solo le preghiere che accompagnano l’inno che abbiamo appena cantato prima dell’Ingresso con il Vangelo, udiamo suppliche affinché i Santi Angeli ci accompagnino e siano con noi mentre riceviamo Cristo, che è veramente presente tra noi e che ci parla attraverso i riti della nostra Chiesa.
In teologia, pochi conoscono le profonde verità della nostra Chiesa. In effetti, lo scopo della vita cristiana è diventare tutt’uno con Dio, anche in questa vita, e vincere e superare le nostre passioni sessuali, la nostra avidità, la nostra invidia, la nostra gelosia e il peccato stesso – rimanendo sempre soggetti al peccato e, grazie alla nostra vicinanza a Dio, ancora più consapevoli della nostra peccaminosità; ma, ciononostante, rimanendo insensibili e resistenti alle azioni di peccato. La nostra unione con Dio, che inizia in questa vita, trasforma la nostra carne – come vediamo nelle reliquie dei Santi, che emanano una dolce fragranza e spesso non si deteriorano – e trasforma il mondo che ci circonda. Questa illuminazione è salvezza, e la trasformazione del mondo alla Parusia, la Seconda Venuta, esprimerà, in parte, il potere che proviene da coloro che sono stati trasformati in Cristo e che hanno superato e trasceso questo mondo di peccato.
San Gregorio Palamas ci richiama ai Padri della Chiesa, i quali insegnavano, con semplicità, che Cristo si è fatto uomo affinché gli uomini potessero diventare dèi. Con questo non intendiamo l’assurdità New Age secondo cui gli esseri umani diventerebbero Dio e ne usurperebbero il potere e l’Essere, poiché Dio trascende tutto ciò che possiamo essere; intendiamo piuttosto che, attraverso la lotta ascetica per trasformarci, diventando un popolo peculiare e separato dal mondo, assumiamo i tratti di Cristo e diventiamo, come ci dice la Scrittura, “partecipi della natura divina”. Dio rimane ciò che è quando siamo uniti a Lui, ma noi diventiamo ciò che non siamo, ma anche ciò per cui siamo stati creati: Gesù Cristo in Gesù Cristo, come scrive San Massimo il Confessore, figli di Dio nel Figlio di Dio. E ancora, questo lo realizziamo con l’umiltà, la morte dell’ego, il digiuno, l’assunzione di nomi cristiani, vivendo una vita incentrata sull’Eucaristia e dedicata alla purezza e all’Amore di Dio. Non è qualcosa che affermiamo, come illusi seguaci della New Age, ma è qualcosa che realizziamo e raggiungiamo attraverso la lotta ascetica in sinergia con la Grazia di Dio.
Infine, San Gregorio Palamas ci ha parlato della natura della lotta, qualcosa di grande importanza in quest’epoca, in cui apprezziamo così poco il disagio e cerchiamo il conforto a tutti i costi. Nell’Ortodossia non c’è gloria nella sofferenza. Queste sono idee latine amate dagli ortodossi moderni, ma estranee alla vera Tradizione della nostra Chiesa. Non c’è “offerta” delle nostre sofferenze, come insegnavano i latini medievali. Tali cose sono un’offesa a Dio, che non desidera ricompensa dall’uomo, ma che ci raggiunge attraverso l’amore. Quando soffriamo, quindi, secondo la Tradizione esicasta della Chiesa, nella Tradizione interiore che San Gregorio Palamas ha espresso in concordanza con gli insegnamenti degli antichi Padri, non facciamo altro che affermare la Grazia di Dio in ogni cosa: nella felicità umana, nelle avversità umane, nel trionfo e nella sconfitta umana. Un vero cristiano diventa passivo nei confronti del mondo e tratta ogni cosa con una silenziosa accettazione. Questo è un segno della nostra comunione con Dio, poiché, quando tocchiamo e viviamo nell’altro mondo, pur esistendo ancora sulla terra, acquisiamo una prospettiva che rende le cose di questo mondo meno minacciose e, certamente, meno allettanti. Così la morte non fa più paura, poiché abbiamo contemplato la vita che continua oltre la morte. Questa passività, che deve essere alla base delle nostre emozioni naturali, è il nucleo della nostra fede; perché attraverso di essa, pur rimanendo abitanti della terra, diventiamo partecipi del Cielo.
Ascoltiamo il messaggio di San Gregorio e viviamo la nostra fede nella sua profondità, con sobrietà e passività, accettando ogni cosa in modo positivo e cercando di elevarci al di sopra del momento fino all’eterno.