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Il mistero dell’icona

Vescovo Silvano (Livi)

Il mistero dell’icona*

Il Santo Evangelista Luca, primo iconografo.

Il Santo Evangelista Luca, primo iconografo.

Abbiamo intitolato questo intervento Il mistero dell’icona perché, normalmente, il pubblico occidentale è abituato a pensare all’icona come a un’opera d’arte. Se si prende un dizionario, di solito, alla voce “icona” si troverà che è “l’espressione tipica dell’arte sacra dell’Oriente cristiano”. Questa definizione, per quanto non falsa, è molto parziale ed estremamente limitativa. L’Occidente sta oggi riscoprendo l’icona come l’approccio ad un tipo di arte che sia veramente sacra, che cioè mantenga il senso della distanza, il senso della trascendenza, che non sia l’idolo a cui si chiede perché in ogni caso risponda. Ma anche una tale accezione risulta riduttiva.

1 ) Quando parlo del mistero dell’icona, uso questo termine nel senso in cui la S. Scrittura e, al suo seguito, la Tradizione della Chiesa lo hanno usato. San Paolo , ad esempio, usa il termine “mistero” (in greco mystirion, in latino sacramentum) in riferimento al Matrimonio: “Questo è un grande mistero: lo dico riguardo a Cristo e alla Chiesa”(Ef.5,32). L’unione terrena di un uomo con la sua sposa è quindi intesa quasi come un’icona dell’unione celeste, escatologica, mistica del Cristo con la sua Chiesa. Dunque il termine “mistero” nella sua accezione biblica ( e biblico-patristica, considerato che i Padri continuarono ad usare questo termine nello stesso senso) prima ancora che la nozione dell’arcano, del segreto, del non rivelato, sottintende la nozione di sacramento, di un atto cioè che, pur compiendosi nella dimensione di questo mondo, riflette una realtà che trascende infinitamente quella di questo mondo, che ha la capacità, oserei dire l’energia di rendere operante nella realtà di questo mondo la dimensione trascendente in esso riflessa. E’ in questo senso che la Chiesa parla dei Sacramenti. Nel Battesimo, per esempio, si prende dell’acqua e vi si immerge dentro il battezzando; eppure questo gesto sensibile compiuto sulla terra opera realmente ciò che intende simboleggiare a livello della sua operazione liturgica, il fatto cioè che chi è immerso nell’acquarealmente muore a somiglianza della morte di Cristo e realmenterisorge a somiglianza della Sua risurrezione: “Ignorate voi, che noi tutti che siamo stati battezzati in Gesù Cristo siamo stati battezzati nella sua morte? Noi dunque siamo stati sepolti con lui per mezzo del battesimo nella morte, affinché come Cristo è risuscitato dai morti per la gloria del Padre, così anche noi similmente camminiamo in novità di vita. Poiché se siamo uniti a Cristo per una morte simile alla sua, saremo anche partecipi della sua risurrezione…”(Rm.6, 3-5). Allo stesso modo, nell’Eucarestia, poniamo sulla Sacra Mensa del pane e del vino, mangiamo pane e beviamo vino, ma l’azione dello Spirito Santo, invocato con l’epiclesi, realizza che chi mangia quel pane e beve quel vinorealmente comunica al corpo e al sangue di Cristo, realmente diviene a Lui “con-carnale” e “consanguineo”. Tutto ciò è valido per ciascuno dei sacramenti. Quando dunque parlo di “mistero” dell’icona, uso questo termine principalmente in sensosacramentale. Icona, dunque, come sacramento.

Potremmo però in parte utilizzare il termine “mistero” anche nel senso di “misterioso” o meglio “misterico”1 , nel senso che i primi cristiani davano soprattutto a quest’ultimo termine. Al cristiano di oggi, abituato com’è a vedere la religione quasi come una Religio civilis, a cui ricorrere nelle grandi occasioni e nei momenti salienti della vita (e della morte), possono suonare strane talune parole del Vangelo. Per esempio: ” Vi dico dunque: non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle dinanzi ai porci…” (Mt.7, 6). Nella nostra Liturgia, completata la parte “didattica” di proclamazione e spiegazione delle Scritture, prima che abbia inizio la celebrazione vera e propria del Mistero Eucaristico, il diacono esclama: “Quanti siete catecumeni, uscite; voi, catecumeni, uscite. Quanti siete catecumeni, uscite. Nessun catecumeno rimanga. Quanti siamo fedeli: ancora e ancora in pace preghiamo il Signore”. C’è un momento di frattura: è terminata l’istruzione, quindi chi non è iniziato al Mistero deve uscire, perché sta scritto: “non date le cose sante ai cani”. Nell’antica Liturgia gallicana, la Liturgia in uso nell’antica Francia, il passo evangelico era addirittura citato espressamente dal diacono. E’ evidente come questo richiamare così fortemente la dimensione misterica rappresentasse un tentativo di proteggere i misteri della Fede ad una possibile profanazione da parte di quei tanti che dopo aver posto mano all’aratro, si sarebbero poi volti indietro (Lc.9, 62). Oggi questa dimensione misterica della fede cristiana, si è quasi totalmente perduta. Il Cristianesimo è religione universale, aperta a tutti “Andate in tutto il mondo ed annunziate l’Evangelo ad ogni creatura”(Mr.16, 15); ma se l’annunzio è rivolto a tutti, di fatto non è per tutti, “poiché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti” (Mt.20, 16). Anche in questa accezione, oltre che in quella disacramento, possiamo dire che l’icona è un Mistero, poiché essendo sacramento essa deve essere sottratta dalla possibilità di una profanazione.

2 ) San Giovanni Damasceno rispondeva a chi gli faceva obbiezioni scritturistiche sulla liceità del culto delle icone, che non siamo più sotto la Legge (ovvero sotto il Vecchio Testamento), ma sotto la Grazia. La Legge non era che l’ombra della Grazia, e scrutando le Scritture si sarebbe potuto trovare che le Scritture stesse testimoniano dell’icona e del suo mistero. Afferma inoltre, citando San Basilio:

Fra i messaggi e le dottrine che sono custoditi dalla Chiesa, alcuni noi li abbiamo dall’insegnamento scritto, gli altri noi li abbiamo ricevuti essendoci stati trasmessi nel mistero dalla tradizione degli apostoli, e sia gli uni che gli altri hanno la medesima importanza per la nostra pietà. Perciò a questi non si oppone nessuno che abbia esaminato anche per un poco le leggi della Chiesa: infatti se tentassimo di rifiutare le usanze non scritte come aventi piccola forza, senza accorgercene noi porteremmo danno perfino ai punti centrali del Vangelo.2

La Tradizione, dalla quale deriva l’autorità delle stesse Scritture, attesta dunque, “nel mistero”, dell’icona. In un certo senso potremmo anzi dire che l’icona, tramandata nel mistero, tramanda essa stessa, ed è dunque essa stessa Tradizione, è essa stessa Rivelazione.

L’icona, come ho già detto, non è un’opera d’arte sacra, o almeno non è semplicemente questo, ma qualcosa di infinitamente più grande. Basti pensare che la Chiesa le ha dedicato quasi per intero il settimo Concilio Ecumenico (l’ultimo riconosciuto come tale sia da Oriente che da Occidente), il secondo Concilio di Nicea, contenente una definizione dogmatica a proposito del culto delle icone:

E, per riassumere, noi conserviamo integralmente tutte le tradizioni ecclesiastiche, sia quelle che ci sono state tramandate per iscritto che quelle tramandateci senza scritto; una di queste è anche la pittura delle icone, che è in accordo con la predicazione evangelica e giova senz’altro a confermare che non secondo fantasia ma in realtà il Verbo di Dio ha assunto la nostra natura umana (…).
…noi definiamo con ogni certezza e diligenza che così come le figura della preziosa e vivificante croce, così devono essere esposte le venerande e sante icone, che siano esse fatte con colori o tessere di mosaico o altro materiale adatto, e debbono essere esposte nelle sante Chiese di Dio, nei sacri vasi, nelle vesti e sulle tavole, nelle case e nelle vie, sia che raffigurino il Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o l’immacolata Sovrana nostra la santa Deipara, gli angeli degni di onore, o tutti i santi e pii uomini. Infatti, quanto più essi vengono contemplati nelle icone, tanto più coloro che li vedono sono portati al ricordi di coloro che vi sono raffigurati, e a tributare loro rispetto e venerazione.3

A sanzionare ancora maggiormente questa definizione dogmatica, il Concilio scagliò anche alcuni anatemi.

Se qualcuno non confessa Cristo Dio nostro come circoscritto secondo l’umanità, sia anatema.
Se qualcuno non ammette che le storie evangeliche possano essere espresse attraverso le immagini, sia anatema.
Se qualcuno non le venera, quando siano fatte nel nome del Signore e dei suoi santi, sia anatema.
Se qualcuno rigetta la tradizione della Chiesa, sia scritta sia non scritta, sia anatema.4

L’icona è dunque, come ogni atto sacramentale della Chiesa, come il fine stesso dell’economia salvifica in cui questa dimensione sacramentale della Chiesa si inserisce, strumento finalizzato alla deificazione dell’uomo per la condiscendenza della umanizzazione di Dio. L’icona può rappresentare il Dio umanato oppure l’uomo deificato, il santo. Ecco allora che il problema dell’icona è un problema cristologico, un problema misterico, un problema soteriologico.

3 ) Concludendo, assistiamo oggi ad una moda dell’icona che dell’icona svilisce il significato più profondo. L’icona serve infatti a pregare. E’ facile, facilissimo anzi, vedere oggi in commercio delle icone: sono quasi diventate un bene di consumo. Molto difficile invece è vedere qualche occidentale non ortodosso pregare dinanzi ad un’icona, baciarla, oppure offrirle lumi o incenso. Ciò significa che, nel dargli in mano un’icona, non si è rispettato il precetto evangelico di “non dare le cose sante ai cani”. E allora chi in Occidente testimonia la tradizione ortodossa deve sempre chiedersi fino a che punto questa testimonianza debba essere portata avanti, agendo nella necessità di testimoniare una Tradizione che per mille anni è stata di tutta la Chiesa a uomini che questa tradizione hanno perduto. Sarebbe allora utile riflettere maggiormente sulla dimensione misterica, sacramentale dell’icona, rendersi conto di come non sia possibile (e, soprattutto, di come non sia giusto) trattarne alla stregua di opere d’arte oppure oggetti di devozione. L’icona non è infatti né un’opera d’arte, né tantomeno un oggetto di devozione: l’icona è uno strumento di culto, e, come tale andrebbe tutelata da fraintendimenti riduttivi che non sono, in fondo, se non profanazioni.

(Pubblicato su La Pietra n. 1/99)


* Il testo che qui riproponiamo rielabora quello di una conferenza tenuta a Pistoia il 15 Ottobre 1993.
1 Su questo argomento rimando all’ormai classico Odo Casel, Il mistero del culto cristiano, Roma, Borla, 1985.
2 Il passo citato dal Damasceno è tratto dai Trenta capitoli ad Amfilochio sullo Spirito Santo. Cfr: Giovanni Damasceno, Difesa delle immagini sacre (a c. di V. Fazzo), Roma, Città Nuova, 1983, p.59
3 Cfr. Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Bologna, Istituto per le scienze religiose, 1973, pp. 135-136.
4 Ibid., p.137-138

Pubblicato su La Pietra n. 1-4 1998 pp.21-24

Anthologhion

anthologhion

M. Benedetta Artioli (a cura di)
Anthologhion
Roma, Lipa, 1999

 

Finalmente una traduzione di grande dignità presenta in lingua italiana una gran parte dei tesori della innologia della Chiesa Ortodossa di tradizione bizantina: tradotto l’Anthologhion, una fatica improba di M. Benedetta Artioli e un grosso impegno della Lipa ed. di Roma.

Nel 1967 la Chiesa Romana preparò ad uso delle comunità uniate di lingua greca un ampio compendio delle Officiature contenute nei libri dell’Orologhion, Parakletikì, Minei, Triodion e Pentecostarion, raccolti in quattro densi volumi in carta india (un po’ a modo della tradizione del Breviario romano). Con tutti i limiti che un ortodosso può vedere in questa edizione, si dovette anche riconoscere una serie indubbia di pregi:

  1. metteva a disposizione tutto il necessario per le Officiature del Vespro, del Mattutino (Orthros), della Compieta (Apòdipnon) e delle Ore, integre per tutti gli Offici eccetto che per il Mattutino, per il quale, nelle domeniche e nelle feste, si presentano i canoni interi, mentre nei giorni feriali e nelle Commemorazioni questi sono limitati alla sola nona Ode (discutibile questa ultima scelta: forse avremmo preferito le Odi abbreviate – Irmo e primo tropario – ma tutte);
  2. presentava un testo accuratamente emendato sui più importanti manoscritti antichi, quindi affidabile talora più delle edizioni ortodosse correnti (a onor del vero), anche se una edizione critica, seppure opera colossale, resta ancora auspicabile;
  3. aveva una veste tipografica ineccepibile.

È evidente che un simile testo era inaccessibile a chi non conoscesse il greco.

Ora M. Benedetta Artioli, monaca cattolico-romana (e non uniata) del Monastero della Piccola Famiglia dell’Annunziata di Montesole (Bologna) ha compiuto lo sforzo di tradurre i quattro volumi del ’67, e la Casa editrice Lipa quello di pubblicarli. E’ appena uscito questo primo volume contenente i Minei da Settembre a Febbraio e l’interaParakletikì, oltre naturalmente all’Orologhion. In Appendice sono riportate le katavasie varie in uso in questo arco di tempo ed il Piccolo Canone Paraklitikos della Deipara Vergine. Il tutto è corredato di note e di un ricco glossario. Infine, tutto il libro porta le referenze bibliche a margine del testo.

Le comunità ortodosse italofone – anche se il lavoro non è probabilmente destinato a loro – non possono che ringraziare Sr. Benedetta che li fa uscire da un limbo di traduzioni approssimative, spesso veramente penose, da fogli e foglietti improvvisati, e mette nelle loro mani una traduzione veramente “degna” delle Sacre Officiature, fedele al testo – anche quando questa fedeltà è sofferta – lirica quanto necessario per rendere testi poetici e destinati al canto, oltre ad essere effettivamente cantabile nei toni bizantini. Finora infatti l’unica degna traduzione era quella dell’arciprete Antonio Lotti (Compendio Liturgico Ortodosso, Rimini, Il Cerchio, 1990), alla quale avevo avuto l’onore di collaborare, traduzione pregevole (anche se necessariamente ridotta per i pochi mezzi, umani e finanziari, degli ortodossi italiani) che Sr. Benedetta ha certo avuto sotto gli occhi, come si evidenzia da talune espressioni che ella ha felicemente ricalcato.

Premesso questo più che meritato elogio, qualche piccola osservazione: non mi è piaciuta la traduzione del versetto 7 del salmo 50 (ovviamente della LXX), nel quale si è discostata dalla versione di L. Mortari (Il Salterio della Tradizione, Torino, Gribaudi, 1983) usuale riferimento per la versione dei salmi. Vi si legge: “Nei peccati, nel piacere, mi ha concepito mia madre”. L’espressione “nel piacere”, anche se può trovare giustificazione filologica (che Sr. Benedetta mi ha gentilmente fornito per spiegare la sua scelta), corre il rischio di tali e tanti fraintendimenti etico-teologici che io l’avrei semplicemente omessa, visto che il testo greco pur consentendola non la esige. Altra osservazione: correttamente, la traduttrice distingue il termine Theotokos da Mitir Theou, ma lo fa unendo le parole dell’espressione Madre di Dio con le lineette ove questa traduce il primo termine (Madre-di-Dio). Perché non usare il termine Deipara, già sperimentato dal Lotti, che, pur antichità linguistica, è pur sempre l’unico vocabolo italiano che traduce esattamente il greco Theotokos?

A parte questi ed altri piccoli rilievi, che sono niente di fronte alla splendida riuscita del lavoro della Artioli, questo resterà una pietra miliare per qualunque italiano, ortodosso o meno, che voglia accostare la tradizione liturgica della Chiesa Ortodossa, ove il principio lex orandi, lex credendi trova una attuazione piena. Senza Offici e senza Icone l’Oriente Cristiano resta ben più muto dell’Occidente. Peccato che, con la lodevole eccezione di San Gregorio Palamas alla seconda Domenica di Quaresima (in appendice), manchino i Santi canonizzati dopo lo Scisma: forse la traduttrice, non in spirito ecumenico (sempre foriero di fraintendimenti e disastri ecclesiologici) ma in spirito di amicizia, li vorrà in futuro tradurre, per mantenere l’unità di stile. Avrebbe il nostro ringraziamento.

Archimandrita Silvano (Livi) su La Pietra n.2 1999 pp.23 – 26

Il mistero dell’icona

Vescovo Silvano (Livi)

Il mistero dell’icona [*]

Iconography

Abbiamo intitolato questo intervento Il mistero dell’icona perché, normalmente, il pubblico occidentale è abituato a pensare all’icona come a un’opera d’arte. Se si prende un dizionario, di solito, alla voce “icona” si troverà che è “l’espressione tipica dell’arte sacra dell’Oriente cristiano”. Questa definizione, per quanto non falsa, è molto parziale ed estremamente limitativa. L’Occidente sta oggi riscoprendo l’icona come l’approccio ad un tipo di arte che siaveramente sacra, che cioè mantenga il senso della distanza, il senso della trascendenza, che non sia l’idolo a cui si chiede perché in ogni caso risponda. Ma anche una tale accezione risulta riduttiva.

1 ) Quando parlo del mistero dell’icona, uso questo termine nel senso in cui la S. Scrittura e, al suo seguito, la Tradizione della Chiesa lo hanno usato. San Paolo , ad esempio, usa il termine “mistero” (in greco mystirion, in latino sacramentum) in riferimento al Matrimonio: “Questo è un grande mistero: lo dico riguardo a Cristo e alla Chiesa”(Ef.5,32). L’unione terrena di un uomo con la sua sposa è quindi intesa quasi come un’icona dell’unione celeste, escatologica, mistica del Cristo con la sua Chiesa. Dunque il termine “mistero” nella sua accezione biblica ( e biblico-patristica, considerato che i Padri continuarono ad usare questo termine nello stesso senso) prima ancora che la nozione dell’arcano, del segreto, del non rivelato, sottintende la nozione di sacramento, di un atto cioè che, pur compiendosi nella dimensione di questo mondo, riflette una realtà che trascende infinitamente quella di questo mondo, che ha la capacità, oserei dire l’energia di rendere operante nella realtà di questo mondo la dimensione trascendente in esso riflessa. E’ in questo senso che la Chiesa parla dei Sacramenti. Nel Battesimo, per esempio, si prende dell’acqua e vi si immerge dentro il battezzando; eppure questo gesto sensibile compiuto sulla terra opera realmente ciò che intende simboleggiare a livello della sua operazione liturgica, il fatto cioè che chi è immerso nell’acquarealmente muore a somiglianza della morte di Cristo e realmenterisorge a somiglianza della Sua risurrezione: “Ignorate voi, che noi tutti che siamo stati battezzati in Gesù Cristo siamo stati battezzati nella sua morte? Noi dunque siamo stati sepolti con lui per mezzo del battesimo nella morte, affinché come Cristo è risuscitato dai morti per la gloria del Padre, così anche noi similmente camminiamo in novità di vita. Poiché se siamo uniti a Cristo per una morte simile alla sua, saremo anche partecipi della sua risurrezione…”(Rm.6, 3-5). Allo stesso modo, nell’Eucarestia, poniamo sulla Sacra Mensa del pane e del vino, mangiamo pane e beviamo vino, ma l’azione dello Spirito Santo, invocato con l’epiclesi, realizza che chi mangia quel pane e beve quel vinorealmente comunica al corpo e al sangue di Cristo, realmente diviene a Lui “con-carnale” e “consanguineo”. Tutto ciò è valido per ciascuno dei sacramenti. Quando dunque parlo di “mistero” dell’icona, uso questo termine principalmente in sensosacramentale. Icona, dunque, come sacramento.

Potremmo però in parte utilizzare il termine “mistero” anche nel senso di “misterioso” o meglio “misterico” [1] , nel senso che i primi cristiani davano soprattutto a quest’ultimo termine. Al cristiano di oggi, abituato com’è a vedere la religione quasi come una Religio civilis, a cui ricorrere nelle grandi occasioni e nei momenti salienti della vita (e della morte), possono suonare strane talune parole del Vangelo. Per esempio: ” Vi dico dunque: non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle dinanzi ai porci…” (Mt.7, 6). Nella nostra Liturgia, completata la parte “didattica” di proclamazione e spiegazione delle Scritture, prima che abbia inizio la celebrazione vera e propria del Mistero Eucaristico, il diacono esclama: “Quanti siete catecumeni, uscite; voi, catecumeni, uscite. Quanti siete catecumeni, uscite. Nessun catecumeno rimanga. Quanti siamo fedeli: ancora e ancora in pace preghiamo il Signore”. C’è un momento di frattura: è terminata l’istruzione, quindi chi non è iniziato al Mistero deve uscire, perché sta scritto: “non date le cose sante ai cani”. Nell’antica Liturgia gallicana, la Liturgia in uso nell’antica Francia, il passo evangelico era addirittura citato espressamente dal diacono. E’ evidente come questo richiamare così fortemente la dimensione misterica rappresentasse un tentativo di proteggere i misteri della Fede ad una possibile profanazione da parte di quei tanti che dopo aver posto mano all’aratro, si sarebbero poi volti indietro (Lc.9, 62). Oggi questa dimensione misterica della fede cristiana, si è quasi totalmente perduta. Il Cristianesimo è religione universale, aperta a tutti “Andate in tutto il mondo ed annunziate l’Evangelo ad ogni creatura”(Mr.16, 15); ma se l’annunzio è rivolto a tutti, di fatto non è per tutti, “poiché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti” (Mt.20, 16). Anche in questa accezione, oltre che in quella disacramento, possiamo dire che l’icona è un Mistero, poiché essendo sacramento essa deve essere sottratta dalla possibilità di una profanazione.

2 ) San Giovanni Damasceno rispondeva a chi gli faceva obbiezioni scritturistiche sulla liceità del culto delle icone, che non siamo più sotto la Legge (ovvero sotto il Vecchio Testamento), ma sotto la Grazia. La Legge non era che l’ombra della Grazia, e scrutando le Scritture si sarebbe potuto trovare che le Scritture stesse testimoniano dell’icona e del suo mistero. Afferma inoltre, citando San Basilio:

Fra i messaggi e le dottrine che sono custoditi dalla Chiesa, alcuni noi li abbiamo dall’insegnamento scritto, gli altri noi li abbiamo ricevuti essendoci stati trasmessi nel mistero dalla tradizione degli apostoli, e sia gli uni che gli altri hanno la medesima importanza per la nostra pietà. Perciò a questi non si oppone nessuno che abbia esaminato anche per un poco le leggi della Chiesa: infatti se tentassimo di rifiutare le usanze non scritte come aventi piccola forza, senza accorgercene noi porteremmo danno perfino ai punti centrali del Vangelo.[2]

La Tradizione, dalla quale deriva l’autorità delle stesse Scritture, attesta dunque, “nel mistero”, dell’icona. In un certo senso potremmo anzi dire che l’icona, tramandata nel mistero, tramanda essa stessa, ed è dunque essa stessa Tradizione, è essa stessa Rivelazione.

L’icona, come ho già detto, non è un’opera d’arte sacra, o almeno non è semplicemente questo, ma qualcosa di infinitamente più grande. Basti pensare che la Chiesa le ha dedicato quasi per intero il settimo Concilio Ecumenico (l’ultimo riconosciuto come tale sia da Oriente che da Occidente), il secondo Concilio di Nicea, contenente una definizione dogmatica a proposito del culto delle icone:

E, per riassumere, noi conserviamo integralmente tutte le tradizioni ecclesiastiche, sia quelle che ci sono state tramandate per iscritto che quelle tramandateci senza scritto; una di queste è anche la pittura delle icone, che è in accordo con la predicazione evangelica e giova senz’altro a confermare che non secondo fantasia ma in realtà il Verbo di Dio ha assunto la nostra natura umana (…).

…noi definiamo con ogni certezza e diligenza che così come le figura della preziosa e vivificante croce, così devono essere esposte le venerande e sante icone, che siano esse fatte con colori o tessere di mosaico o altro materiale adatto, e debbono essere esposte nelle sante Chiese di Dio, nei sacri vasi, nelle vesti e sulle tavole, nelle case e nelle vie, sia che raffigurino il Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o l’immacolata Sovrana nostra la santa Deipara, gli angeli degni di onore, o tutti i santi e pii uomini. Infatti, quanto più essi vengono contemplati nelle icone, tanto più coloro che li vedono sono portati al ricordi di coloro che vi sono raffigurati, e a tributare loro rispetto e venerazione.[3]

A sanzionare ancora maggiormente questa definizione dogmatica, il Concilio scagliò anche alcuni anatemi.

Se qualcuno non confessa Cristo Dio nostro come circoscritto secondo l’umanità, sia anatema.
Se qualcuno non ammette che le storie evangeliche possano essere espresse attraverso le immagini, sia anatema.
Se qualcuno non le venera, quando siano fatte nel nome del Signore e dei suoi santi, sia anatema.
Se qualcuno rigetta la tradizione della Chiesa, sia scritta sia non scritta, sia anatema.[4]

L’icona è dunque, come ogni atto sacramentale della Chiesa, come il fine stesso dell’economia salvifica in cui questa dimensione sacramentale della Chiesa si inserisce, strumento finalizzato alla deificazione dell’uomo per la condiscendenza della umanizzazione di Dio. L’icona può rappresentare il Dio umanato oppure l’uomo deificato, il santo. Ecco allora che il problema dell’icona è un problema cristologico, un problema misterico, un problema soteriologico.

3 ) Concludendo, assistiamo oggi ad una moda dell’icona che dell’icona svilisce il significato più profondo. L’icona serve infatti a pregare. E’ facile, facilissimo anzi, vedere oggi in commercio delle icone: sono quasi diventate un bene di consumo. Molto difficile invece è vedere qualche occidentale non ortodosso pregare dinanzi ad un’icona, baciarla, oppure offrirle lumi o incenso. Ciò significa che, nel dargli in mano un’icona, non si è rispettato il precetto evangelico di “non dare le cose sante ai cani”. E allora chi in Occidente testimonia la tradizione ortodossa deve sempre chiedersi fino a che punto questa testimonianza debba essere portata avanti, agendo nella necessità di testimoniare una Tradizione che per mille anni è stata di tutta la Chiesa a uomini che questa tradizione hanno perduto. Sarebbe allora utile riflettere maggiormente sulla dimensione misterica, sacramentale dell’icona, rendersi conto di come non sia possibile (e, soprattutto, di come non sia giusto) trattarne alla stregua di opere d’arte oppure oggetti di devozione. L’icona non è infatti nè un’opera d’arte, nè tantomeno un oggetto di devozione: l’icona è uno strumento di culto, e, come tale andrebbe tutelata da fraintendimenti riduttivi che non sono, in fondo, se non profanazioni.

(Pubblicato su La Pietra n. 1/99)


[*] Il testo che qui riproponiamo rielabora quello di una conferenza tenuta a Pistoia il 15 Ottobre 1993.
[1] Su questo argomento rimando all’ormai classico Odo Casel, Il mistero del culto cristiano, Roma, Borla, 1985.
[2] Il passo citato dal Damasceno è tratto dai Trenta capitoli ad Amfilochio sullo Spirito Santo. Cfr: Giovanni Damasceno, Difesa delle immagini sacre (a c. di V. Fazzo), Roma, Città Nuova, 1983, p.59
[3] Cfr. Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Bologna, Istituto per le scienze religiose, 1973, pp. 135-136.
[4] Ibid., p.137-138

Pubblicato su La Pietra n. 1-4 1998 pp.21-24