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Basilio Petrà: La Chiesa dei Padri

basiliopetraBasilio Petrà
La Chiesa dei Padri. Breve introduzione all’Ortodossia
Bologna, EDB, 1998.

Lo scopo di questa breve presentazione del Cristianesimo Ortodosso è, a detta dell’Autore, “vedere dall’interno come si strutturi e si articoli l’autocomprensione ortodossa, in quali reali termini l’Ortodossia viva e pensi se stessa” (p. 7). Se bisogna ammettere come ciò sia encomiabile da parte di un autore cattolico-romano (c’è in giro, ed egli stesso lo ammette, una certa “ingenuità” nel trattare della più antica Confessione cristiana), è necessario nondimeno osservare come l’operazione sia soltanto parzialmente riuscita. L’opera presenta certamente alcuni pregi, se paragonata ad altre opere analoghe, ma anche imprecisioni e difetti notevoli, che ci fanno ancora preferire, come introduzione generale all’Ortodossia, gli scritti di Evdokimov, Lossky e Yannaras.

Uno dei difetti maggiori dell’opera è la confusione ivi operata tra due espressioni linguistiche come “Ortodossia” e “Chiese d’Oriente”, aventi campi semantici convergenti ma non coincidenti, indicando il primo una realtà non solo orientale ed il secondo una realtà non solo ortodossa. Scrive tra l’altro l’Autore che nell’ambito dell’Ortodossia “i Padri che hanno serio e vitale rilievo… sono i Padri greci o in ogni caso quelli riconducibili alla tradizione greca… l’Ortodossia, pur non negando il valore e la santità dei Padri occidentali del primo millennio (se si eccettuano alcuni problemi su Agostino), non ne fa alimento della propria vita come accade invece con i Padri greci.” (pp. 28-29). Ma, se ciò può essere vero per qualche teologo isolato, non lo è certamente per tutta l’Ortodossia. Valga, a titolo d’esempio il fatto che la Liturgia dei Presantificati, celebrata tutti i mercoledì e venerdì della Grande Quaresima, sia attribuita (per quanto, secondo qualcuno, erroneamente) dalla tradizione ortodossa a San Gregorio Magno (detto “il Dialogo” perché autore dei Dialoghi), Papa di Roma.

C’è poi, ci sembra, una certa (voluta?) incomprensione della disciplina sacramentale e morale ortodossa. In particolare, riguardo ai sacramenti, l’Autore scrive che essi sono sette, “come accade nella Chiesa cattolica” (p. 37), senza ricordare che il numero settenario dei sacramenti è, per l’Ortodossia, soltanto simbolico e introdotto solo tardivamente, come nella sua opera su La Teologia bizantina ha notato Jonh Meyendorff. Ci sembra inoltre che l’Autore voglia vedere nella questione del clero coniugato ortodosso una forma di economia, di condiscendenza della Chiesa alla debolezza umana. Quanto poi alla morale, egli rimanda costantemente alla sua (non eccelsa) opera Tra cielo e terra. Introduzione alla teologia morale ortodossa contemporanea (Bologna, EDB, 1992).

Se è innegabile che un certo sforzo di comprensione dell’Ortodossia sia presente nell’opera, che ha, come abbiamo detto, alcuni pregi, è anche innegabile come questi sforzi non siano riusciti ad andare oltre la superficie, oltre l’esteriorità. L’opera è, insomma, notevole, e anche di ciò abbiamo già fatto cenno, se paragonata ad altre “introduzioni” all’Ortodossia presenti sul mercato editoriale italiano, ma non riesce a gettare nessuno sguardo interiore, nessuna “visione dall’interno” sulla tematica affrontata.

Daniele Marletta (da La Pietra n. 1/1999 pp. 28 – 29)