Santa Partenomartire Agata

(Memoria il 5 Febbraio)

Di nobili origini, Sant’Agata nacque a Catania intorno all’anno 230. Giovanissima, decise di consacrare la propria verginità a Dio, e ricevette dal vescovo di Catania il velo delle vergini.

Il proconsole di Catania, Quinziano, ebbe l’occasione di vederla e se ne invaghì, e in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, la accusò di vilipendio della religione di Stato e quindi ordinò che fosse catturata e condotta al Palazzo Pretorio. Agata si rifugiò per qualche tempo nei pressi della città, a Galermo. Venne comunque viene catturata e condotta da Quinziano. Il proconsole, quando la vide davanti a sé, venne conquistato ancor più dalla sua bellezza e una passione ardente s’impadronì di lui. Uomo vizioso, egli voleva inoltre impadronirsi dei beni della giovane.
In un primo momento, Quinziano la fece consegnare a una matrona di nome Afrodisia, che aveva nove figlie corrottissime, come era stata la loro madre, perché esse per trenta giorni la blandissero per mutarne i sentimenti. Così fecero infatti, Afrodisia e le figlie, prima promettendo gioie e piaceri, poi minacciando guai. Ad esse Sant’Agata rispondeva soltanto: «La mia mente è saldamente fondata in Cristo: le vostre parole sono venti, le vostre promesse piogge, le vostre minacce fiumi, che per quanto imperversino contro i fondamenti della mia casa, essa non potrà cadere, fondata com’è sopra pietra ben ferma». Passò quei giorni pregando e piangendo, e fu irremovibile.

«Le ho offerto gioielli, ornamenti rari, e ricche vestiti tessuti d’oro», disse Afrodisia al proconsole, «le ho promesso palazzi e ville. Ella invece tutto, tutto disprezza. Considera tutte queste cose come se fossero polvere. È più facile rammollire i sassi,piuttosto che distogliere l’animo di questa fanciulla dall’idea cristiana.»
Allora Quinziano, adirato comandò che fosse condotta al suo tribunale e sedendo d’ufficio, così le chiese: «Di che condizioni sei tu?»
«Sono nata libera, e di nobile famiglia, come attesta anche la mia parentela», rispose la vergine.
«E se attesti di esser libera e nobile perché mostri di vivere e vestire da schiava?», alludendo alla veste delle vergini consacrate.
Anche durante il processo, la giovane si mostrò forte e fiera, e Quinziano pensò di spaventarla ponendole una scelta: sacrificare agli dei o andare verso la propria condanna.
Per nulla spaventata, la vergine rispose: «Ti auguro, giacché hai tanta stima dei tuoi dei, che tua moglie abbia gli stessi costumi della tua dea Afrodite.»
Quinziano, udito ciò, comandò che fosse percossa e che la portassero via al carcere.

Il giorno dopo, l’empio Quinziano comandò che Sant’Agata fosse ricondotta alla sua presenza per un nuovo interrogatorio, e le propose di sacrificare agli idoli per aver salva la vita, ma la vergine rifiutò. Egli allora dispose che fosse torturata: la santa fu sospesa a un cavalletto, e il suo corpo straziato con uncini e pettini di ferro. E, mentre la tormentavano la giovane gridò: «Io in queste pene provo tanta gioia: come chi sente una buona notizia, o come chi vede colui che da gran tempo ha bramato, o come chi trova molti tesori, così anch’io, posta in queste sofferenze di poca durata, gioisco. Infatti non può il frumento esser conservato nel granaio, se prima il suo guscio non viene aspramente stritolato e ridotto in frantumi: così l’anima mia non può entrare nel paradiso del Signore con la palma del martirio, se prima non farai minutamente dai carnefici dilaniare il mio corpo.»
A queste parole, Quinziano, pieno d’ira e sdegno, comandò che fosse torturata ai seni e poi che le venissero strappati del tutto. Il proconsole ordinò quindi che fosse nuovamente condotta nel carcere e che nessun medico si permettesse di curarla, e che non le si desse nulla da bere o da mangiare.
Mentre ella era rinchiusa, in piena notte, sotto le sembianze di un vecchio, venne a guarirla il Santo Apostolo Pietro a guarirla.

Dopo quattro giorni, Quinziano diede ordine che fosse nuovamente presentata al suo tribunale, e la Santa, ancora una volta, rifiutò di sacrificare agli idoli. Egli allora comandò che fossero sparsi a terra acuti cocci, e sotto i cocci fossero messi carboni ardenti, e Agata vi fosse rivoltata a corpo nudo. Mentre l’ordine veniva eseguito, il luogo fu scosso da un terremoto e una parte del palazzo crollò. Anche tutta la città di Catania fu scossa dalla veemenza del terremoto. Perciò tutti corsero al tribunale del giudice e cominciarono a tumultuare grandemente, perché tormentava con empi strazi la santa di Dio, e per questo tutti si trovavano in grave pericolo. Quinziano cercò quindi di fuggire, impaurito per via del terremoto e della. Perciò comandò che Agata fosse nuovamente condotta in carcere, ed egli, dandosi alla fuga da una porta segreta, lasciò il popolo alle porte. 88. Sant’Agata entrata poi nuovamente nel carcere, allargò le sue braccia al Signore, pregando che le fosse concesso di vedere la gloria del Suo volto. Dette queste parole alla presenza di molti, rese lo spirito.
Avendo udito della morte della santa martire, la folla si precipitò e, portando via il suo corpo, lo ripose in un sepolcro nuovo. Avvenne poi che, mentre il suo corpo veniva unto con aromi e seppellito con molta cura, si avvicinò un giovane vestito di bianco, seguito da più di cento fanciulli. Egli entrò nel luogo dove si componeva il corpo di Agata e le pose vicino al capo una tavoletta di marmo, nella quale c’è scritto: MENTE SANTA, SPONTANEO ONORE A DIO E LIBERAZIONE DELLA PATRIA. Chiuso poi il sepolcro, disparve. Il giovane era, secondo la tradizione, il suo Angelo. Coloro che avevano visto questa scrittura, parlandone resero premurosi e ferventi tutti i siciliani: tanto che sia i giudei, sia i gentili concordi ed insieme con i cristiani cominciarono a venerare il suo sepolcro.

Quinziano, allora, prese con furia la strada per andare ad investigare i poderi di lei, ed arrestare tutti quelli della sua parentela: ma per giudizio di Dio perì nel mezzo del fiume. Due cavalli infatti, mentre attraversava il fiume con una barca, impennandosi e ricalcitrando, lo scaraventò nel fiume Simeto, e non si trovò più il suo corpo.

Un anno dopo questi fatti, vi fu una grande eruzione del Monte Etna, e un fiume ardente di lava, investendo pietre e terra, veniva alla città di Catania. Allora una moltitudine di abitanti dei villaggi, fuggendo scese dal monte, vennero al sepolcro della Martire, e, preso il velo che lo copriva , lo opposero contro il fuoco che scendeva verso di loro. In quel momento, il fiume di lava si fermò. Era il 5 di Febbraio. Il Signore Nostro Gesù Cristo comprovò così di averli liberati dal pericolo della morte e dal fuoco per le preghiere di Sant’Agata, che è da allora venerata fervidamente, come protettrice della città di Catania.

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