I gradi della conoscenza di Dio

di San Cirillo di Gerusalemme

Se qualcuno pretende di parlare delle cose che riguardano Dio, provi anzitutto, se vi riesce, a spiegare i confini della terra. Vivi sulla terra, ma non conosci bene neppure il confine del tuo domicilio, cioè della terra stessa. Come potrai allora conoscere adeguatamente il suo architetto?

Contempli le stelle, ma non vedi chi le ha fatte. Conta a fondo dapprima tutte quelle che si offrono al tuo sguardo e soltanto allora provati a descrivere colui che ti è nascosto: colui che conta la moltitudine delle stelle e le chiama tutte per nome (Sal 146,4).

Violenti temporali si abbatterono di recente su di noi; per poco le loro gocce non ci distruggevano; conta, se puoi, le gocce di pioggia che sono cadute nella nostra città; ma neppure nella città: quelle che sono cadute in un’ora sul tuo tetto, contale se puoi. Ma non è possibile: riconosci la tua incapacità e impara da questa la potenza di Dio. Infatti da lui sono state contate anche le gocce di pioggia (Gb 36,27) cadute in tutto il mondo, e non soltanto ai nostri giorni, ma anche in ogni tempo.

Il sole è opera di Dio, ed è veramente grande. Ma se lo paragoniamo con il firmamento in tutta la sua estensione, ci appare piccolissimo. Ebbene, prova prima a guardare verso il sole, se vi riesci, e poi ricerca accuratamente il Signore. Non scrutare le cose troppo profonde per te e non indagare quelle al di sopra di te; pensa piuttosto a quello che ti è richiesto (Sir 3,22).

Qualcuno si domanderà: se l’essenza divina è incomprensibile, perché ne dai delle spiegazioni? D’altra parte, rispondiamo, se è vero che io non posso bere tutta l’acqua di un fiume, forse che non ne potrò comunque attingere quanta me ne serve? E ancora, se è vero che non è possibile sostenere la vista diretta del sole, non lo si potrà ugualmente guardare per quanto è necessario? Oppure, entrando in un grande giardino, siccome non posso mangiare tutti i frutti, vuoi che per questo me ne vada via con la stessa fame di prima?

Lodo e glorifico colui che ci ha creato; divina è infatti la voce che così comanda: Ogni spirito lodi il Signore (Sal 150,6). Perciò mi accingo a celebrare il Signore con la lode, piuttosto che illustrarlo con le parole; nella certezza tuttavia che sarò lontanissimo dal glorificarlo come sarebbe conveniente, quantunque sia frutto della pietà il tentarlo in ogni modo. Il Signore Gesù conforta infatti la mia debolezza, quando dice: Nessuno ha mai visto Dio (Gv 1,18).

Ma non sta forse scritto, osserverà qualcuno, che gli angeli dei bambini contemplano sempre il volto del Padre mio che è nei cieli (Mt 18,10)? Gli angeli, però, non vedono Dio com’è in sé stesso, ma unicamente ciò che essi sono in grado di percepirne. D’altronde, è Gesù stesso ad affermare: Nessuno ha visto il Padre, tranne colui che viene da Dio; costui ha visto il Padre (Gv 6,46).

Gli angeli dunque riescono a vedere Dio soltanto nella misura in cui ne sono capaci, e anche per gli arcangeli è lo stesso. I troni e le dominazioni, dal canto loro, lo vedono più dei primi, però in grado inferiore alla sua gloria. Solo lo Spirito Santo infatti, insieme con il Figlio, è in grado di vedere come si conviene. Egli scruta ogni cosa, e conosce anche le profondità di Dio (1Cor 2,10); come, del resto, anche il Figlio unigenito, insieme con lo Spirito Santo, conosce il Padre in modo dovuto (infatti nessuno conosce il Padre, dice, se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo abbia rivelato [Mt 11,27]. Egli vede Dio com’è in realtà, e lo rivela con lo Spirito e attraverso lo Spirito, a misura della capacità di comprensione di ciascuno. Dal momento che il Figlio unigenito, generato senza passione fin dall’eternità (2Tm 1,9), è infatti partecipe con lo Spirito Santo della divinità paterna; egli conosce il genitore, e il genitore conosce colui che ha generato.

E allora, se è vero che neppure gli angeli lo conoscono (è infatti l’Unigenito, come abbiamo detto, con lo Spirito e attraverso lo Spirito, a rivelarlo, secondo la capacità d’intendere di ciascuno), nessun uomo si vergogni di confessare la propria ignoranza.

Adesso io parlo di queste cose, ma tutti ne parleranno a loro tempo. Ma il «come» non possiamo certo esprimerlo a parole! Come potrei mai spiegare con le parole che cosa sia colui che ci ha donato la capacità stessa di parlare? Io che ho un’anima, e non sono capace di descriverne le qualità e le caratteristiche, in che modo potrò mai riuscire a parlare addirittura di colui che quest’anima mi ha donato?

Alla nostra pietà basti sapere che abbiamo un Dio: un Dio solo, Dio che esiste dall’eternità, sempre uguale a se stesso, che non ha padre; nessuno è più potente di lui, nessuno può abbattere il suo regno e dichiararsi suo successore; egli ha molti nomi, è onnipotente, la sua sostanza è semplice e omogenea. Infatti, non perché è chiamato buono, giusto, onnipotente, Sabaoth, è da ritenersi per questo diverso o altro; al contrario, si deve riconoscere che, pur essendo unico e identico, realizza le infinite operazioni della divinità. Iddio non è certo maggiore da una parte e inferiore dall’altra, ma in tutto rimane sempre identico a se stesso. Non è grande, ad esempio, soltanto nella bontà, per essere poi più modesto nella sapienza; ma, al contrario, possiede in egual misura sapienza e bontà. Non vede da una parte soltanto, mentre dall’altra è privato della vista; ma è tutto occhio, tutto udito, tutta intelligenza; non come noi perciò, che siamo intelligenti in una cosa, e ignoranti in un’altra: un’opinione del genere è blasfema e indegna della sostanza divina.

Il Signore conosce in anticipo tutti gli esseri, è santo e onnipotente, più buono di tutti, più grande di tutti, più sapiente di tutti. Non potremo mai parlare della sua origine, del suo aspetto, della sua specie. Infatti non udiste mai la sua voce, né vedeste il suo volto (Gv 5,37), dice la divina Scrittura. Per questo anche Mosè dice agli israeliti: Conservate nei vostri pensieri, ché non ne avete visto neppure un’immagine (Dt 4,15); se, infatti, non è assolutamente possibile concepire neppure un’immagine di Dio, si potrà forse mai penetrare nella sua sostanza?

(Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimali, 6,4-7)

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