In attesa del Natale

Una omelia di San Massimo di Torino

1. Anche se tacessi, fratelli, il tempo ci ricorda che il Natale di Cristo Signore è vicino; infatti l’estrema brevità dei giorni ha prevenuto la mia predicazione. Con le sue medesime ristrettezze il mondo avverte che è imminente un fatto che lo renderà migliore e con sollecita attesa desidera che il fulgore di un sole più splendido illumini le sue tenebre. Mentre, infatti, teme che il suo corso si riduca per la brevità delle ore, mostra una certa speranza che il suo anno ritorni nella primitiva condizione. Quest’attesa del creato (cf. Rm 8, 19) induce anche noi ad attendere che Cristo, nuovo sole che è sorto, illumini le tenebre dei nostri peccati e, quale Sole di giustizia (cf. Ml 4, 2), scacci in noi con la potenza della sua nascita la lunga oscurità dei peccati e non permetta che il corso della nostra vita sia ridotto da una tetra brevità, ma ci conceda che sia ampliato per effetto della sua potenza. Or dunque, poiché conosciamo il Natale del Signore anche perché il mondo ce lo indica, facciamo anche noi ciò che il mondo è solito fare, cioè, come in quel giorno il mondo prolunga la durata della sua luce, così anche noi estendiamo la nostra giustizia; e, come la luminosità di quel giorno è comune ai poveri e ai ricchi, così anche la nostra generosità sia comune ai forestieri e ai bisognosi; e come allora il mondo scaccia le tenebre delle sue notti, così anche noi tronchiamo le tenebre della nostra avarizia; e, come nel tempo invernale, scioltosi il gelo, i semi nei campi sono nutriti dal calore del sole, così anche nei nostri petti, scioltasi la durezza, il seme della giustizia cresca intiepidito dal raggio del Salvatore.

2. Dunque, fratelli, in attesa del Natale del Signore adorniamoci con vesti linde e pure. Parlo delle vesti dell’anima, non di quelle del corpo. La veste del corpo è un rivestimento di nessun valore, la veste dell’anima è un corpo prezioso. Quella è stata messa insieme dalle mani dell’uomo, questa è stata costituita dalle mani di Dio. E perciò richiede maggiore sollecitudine custodire senza macchia l’opera di Dio che mantenere incontaminate le opere degli uomini. La veste mondana, infatti, se è sporca, può essere lavata da un lavandaio salariato; la veste dell’anima, invece, una volta che si è macchiata, si lava a fatica e solo con opere personali ed assidue. Non le giova la mano dell’artigiano, non le giova l’intervento del lavandaio. L’acqua può lavare le membra contaminate della coscienza, ma tuttavia non le può purificare. Queste sono le vesti preziose dell’anima che l’evangelista Marco loda nel Salvatore con queste parole: E le sue vesti divennero splendenti, candidissime come la neve, quali nessun lavandaio sulla terra riuscirebbe a renderle (Mc 9,2). Si loda dunque la veste di Cristo perché risplendeva non per la tessitura, ma per la grazia; si loda la veste, non perché formata di fili sottili, ma perché concepita nell’integrità del corpo; si loda la veste, non quella tessuta dalla mano delle donne, ma quella che la verginità di Maria aveva procurato. E perciò in essa si esalta la bellezza del candore, perché non l’aveva resa immacolata la cura di un artigiano: Quali, dice, nessun lavandaio sulla terra riuscirebbe a renderle. Certamente un lavandaio non può preparare la veste di Cristo. Un lavandaio può dare splendore, bianchezza, pulizia, non può dare verginità, giustizia, bontà. L’una cosa dipende dalla fattura dell’opera, l’altra dalla natura della virtù. Il santo evangelista, infatti, loda in Cristo Signore queste vesti di virtù che anche il beato Davide esaltò con un’analoga affermazione, dicendo: Mirra, aloe e cassia dalle tue vesti preziose (Sal 44, 9). Infatti da questi profumi aromatici sono indicate le vesti delle sante virtù (cf. Lc 11, 41).

3. Dunque, fratelli, in attesa del Natale del Signore mondiamo la nostra coscienza da ogni feccia di peccato. Vestiamoci non con abiti di seta, ma con opere preziose. Gli abiti splendenti possono coprire le membra, non possono ornare la coscienza, anzi reca maggior vergogna incedere splendente nelle membra e passeggiare contaminato nell’animo. Orniamo dunque prima le disposizioni dell’uomo interiore, perché sia ornato l’abbigliamento anche dell’uomo esteriore; laviamo le macchie spirituali, perché risplendano in noi le vesti del corpo. Ma non giova nulla risplendere per i vestiti ed essere sudicio per le azioni turpi, dove infatti la coscienza è oscura, tutto il corpo è oscuro. Abbiamo però un mezzo per lavare le macchie della coscienza. Sta scritto infatti: Fate elemosina e tutto sarà mondo per voi (Lc 11, 41). È utile questo comandamento dell’elemosina, per mezzo del quale operiamo con le mani e siamo purificati nel cuore.

(Sermone 61a. Prima del Natale del Signore)
(Tratto da Massimo di Torino, Sermoni, Roma, Città Nuova, 2003, pp. 258-260)

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