San Pietro tra fede e speranza

Omelia per la nona Domenica di Matteo

Letture:
Apostolos: 1Cor 3, 9-17 (P9)
Evangelo: Mt 14, 22-34 (Gesù cammina sulle acque)

“Uomo di poca fede”. È così che il Signore chiama San Pietro. E ci sembra quasi ingiusto: tra tutti i discepoli San Pietro è quello con la fede più pronta, assoluta. È lui a confessare per primo questa fede: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). C’è poi quella sua prima confessione di fede sul lago di Gennesaret: “Allontanati da me, Signore, poiché sono un uomo peccatore!” (Lc 5, 8). San Pietro è forse, tra i Dodici, il primo a credere veramente.

Seguendo i fatti narrati negli Evangeli, potremmo ricordare di San Pietro tutte
le tremende intenzioni
le rapinose esitazioni

(rubo queste parole a una nostra poetessa del secolo scorso).

Le tremende intenzioni: la confessione di fede in Cristo, poi quel suo dire “da chi andremo, Signore? Solo tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68).

San Pietro, che all’Ultima Cena dice “se anche tutti fossero scandalizzati, io non mi scandalizzerò!”. San Pietro, che, nell’orto del Getsemani, trae la spada per difendere il Signore e ferisce un servo del sommo sacerdote.

Poi le rapinose esitazioni: San Pietro che fuori dal Sinedrio rinnega il suo Maestro, si scandalizza di lui. E non è colpa da poco, se il Signore stesso aveva detto: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi” (Mc 9, 38).

Qual’è in fondo la differenza fra il tradimento di Giuda e quello di Pietro? L’uno consegna il Figlio di Dio agli uomini che lo vogliono morto, l’altro, davanti a quegli stessi uomini, lo sconfessa: “non conosco quell’uomo” (Mt 26, 72). Traditori entrambi, dunque. La differenza è nel dopo: Giuda capisce il suo peccato e dispera, si uccide; Pietro si pente. Pietro è un uomo di speranza. Si innalza nelle intenzioni, cade nell’esitazione, ma sempre si rialza.

Anche nella lettura di oggi si possono vedere queste caratteristiche di San Pietro. Egli è con gli altri discepoli sulla barca sbattuta dalle onde, quando vede il Signore camminare sulle acque. Anche gli altri lo vedono, ma lui è il solo a dire “Signore, se sei tu, comanda che io venga a te sulle acque” (Mt 14, 28). San Pietro non è un contemplativo, come San Giovanni, è un uomo d’azione, che subito cerca di mettere in opera, in azione la sua fede. Quando però si trova sbattuto dal vento esita, ha paura. Eppure sapeva che c’era il vento, visto che sino a poco prima, sulla barca con i suoi compagni, era stato sbattuto dal vento e dalle onde. Lo sapeva, ma aveva agito lo stesso, d’impulso, con entusiasmo, con fede pronta in Dio. Nella difficoltà, l’entusiasmo cede il posto all’esitazione. Pietro affonda, ma non dispera. Non cerca ti tornare alla barca a nuoto, perché sa che con le sue sole forze non potrebbe salvarsi. Invoca la salvezza da Dio: “Signore, salvami!” (Mt 14, 30). La fede per un attimo viene quasi meno, ma la speranza perdura.

Ed eccoci di nuovo a quella “poca fede” di cui il Signore accusa – bonariamente – San Pietro. Perché l’apostolo ha esitato? Perché le “tremende intenzioni”, le “rapinose esitazioni” sono nel cuore di ogni uomo: nel nostro come nel suo.

È abbastanza frequente che, nella nostra vita spirituale, noi facciamo una esperienza simile a quella di San Pietro sul lago di Gennesaret. Cominciamo un’opera, abbiamo grandi propositi, conosciamo tutte le difficoltà, ma appena quelle difficoltà ci si presentano materialmente, esitiamo. Una cosa è la teoria, altra cosa la pratica, verrebbe da dire. Qui non è però una questione di teoria e pratica. Qui la questione è più importante: è la questione della nostra fede. Avere fede vuol dire innanzitutto affidare la propria vita e la propria opera a Dio. Sarà Dio a decidere se l’opera è cosa sua o cosa nostra. Se le nostre intenzioni sono secondo la volontà di Dio, si avvereranno, altrimenti sono destinate a fallire. Per questo quando troviamo delle difficoltà esitiamo: abbiamo paura che quelle difficoltà siano un segno del fatto che le nostre intenzioni non siano secondo Dio. Ed è giusto avere questo dubbio, perché questo è un rischio reale, un rischio che corriamo sempre nella vita. Finché l’uomo non si è staccato dal suo amore per il mondo i suoi desideri sono legati al mondo. Nel dubbio, però, nella paura, non si deve disperare, ma dire come San Pietro “Signore salvami”.

La salvezza di cui ci parlano le Scritture non è qualcosa che interessa soltanto l’anima, come a volte si crede. L’uomo non è la sua anima. L’uomo ha un’anima, un corpo, delle opere, dei sentimenti.

“Signore, salvami” significa innanzitutto “Signore, sottraimi a questo mondo dominato dalla morte, dal dolore, dal peccato”.

“Signore, salvami” vuol dire “Signore predi tutto ciò che è tuo in me”. Prendi la mia anima, il mio corpo, i miei sentimenti, le mie intenzioni – quelle che ho portato a termine e quelle che non ho compiuto. Prendi il bene che ho fatto e lascia il male. Prendi il grano e disperdi al vento la pula

“Signore, salvami” significa “Signore, la mia vita appartiene a te”.

 (Omelia del 29 Luglio / 5 Agosto 2012)

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