pacinichieseortodosseAndrea Pacini
Le Chiese ortodosse
Leumann (Torino), Elledici, 2000

 

Le opere di carattere divulgativo sono spesso il paradigma del grado generale di approfondimento di una data materia. È questa una regola generale valida per molte materie, in particolare per quanto riguarda la conoscenza della Chiesa Ortodossa. Duole notare come l’Italia sia uno dei paesi europei ove l’Ortodossia venga maggiormente travisata, quando non addirittura ignorata. Il grado generale di informazione sulla Chiesa Ortodossa è in Italia molto basso, e questo libretto di Andrea Pacini è una triste prova di questo fatto. Questo Le Chiese ortodosse, uno degli ultimi volumi pubblicati nella collana “Religioni e Movimenti” diretta da Massimo Introvigne, è appunto un’opera divulgativa, sofferente come tale dei più vistosi difetti che affliggono la pubblicistica italiana a riguardo della nostra Chiesa. Vistose lacune sono presenti nel capitolo quinto, “Elementi di teologia ortodossa”, notevole per la generale incomprensione della nostra teologia, nonché per la scarsa informazione: vi si parla ad esempio del p. Sergej Bulgakov come di uno dei più grandi teologi ortodossi del ventesimo secolo, tacendo però delle due scomuniche cui questo famoso “sofiologo” era andato incontro. “La fede della Chiesa ortodossa, scrive inoltre Pacini, coincide nei punti fondamentali con quella della Chiesa Cattolica” (p.65); ed ancora: “praticamente eguale… è la dottrina sacramentaria” (ivi). Speriamo che l’autore voglia, in una prossima pubblicazione, dare ragione di queste affermazioni che si confutano praticamente da sole: affermare la sostanziale identità della fede ortodossa e di quella cattolico-romana significa quantomeno liquidare un intero millennio di contrapposizioni teologiche; lo stesso vale per quanto riguarda la dottrina sacramentale.

Le più gravi lacune dell’opera vanno però ricercate nei capitoli riguardanti l’organizzazione della Chiesa Ortodossa e la sua storia recente; si legge ad esempio a p. 43: “Merita rilevare l’esistenza in Europa occidentale dell’esarcato russo del patriarcato ecumenico: si tratta di una grande diocesi appositamente creata dopo la rivoluzione russa del 1917 per i russi della diaspora, i quali avevano difficoltà a restare nella giurisdizione della Chiesa ortodossa russa dopo che il patriarca Vasily Ivanovich Thikon [sic](1865-1925) aveva ammorbidito la sua posizione nei riguardi del governo comunista a partire dal 1922″. È bene notare innanzitutto che l’autore, nel suo inutile sfoggio di erudizione (non è poi tanto necessario ricordare nome secolare e patronimico di un religioso!), confonde il nome da religioso del santo Patriarca Tikhon con il suo cognome, che era in realtà Bellavin; inoltre è bene sottolineare che non fu il Patriarca ad ammorbidire la posizione della Chiesa russa nei confronti del potere bolscevico, ma il Metropolita Sergio, luogotenente autoproclamato del trono patriarcale, dopo la morte del Patriarca. Quanto alla nascita dell’Arcidiocesi russa del Patriarcato di Costantinopoli, le motivazioni date dall’autore sono palesemente false; non sappiamo se sia il caso di attribuire ciò alla sua disinformazione in materia o alla volontà di nascondere la storia vera e poco edificante di tale Arcidiocesi, storia che varrà la pena rievocare: nel 1926, un anno dopo la morte del santo Patriarca, il Metropolita Evloghi, appartenente alla Chiesa Russa dell’Emigrazione, decise di riconoscere il Metropolita Sergio di Nišni-Novgorod, di cui abbiamo detto, e di entrare così nel Patriarcato di Mosca; sospeso in seguito a divinis per ineccepibili ragioni canoniche, il Metropolita Evloghi riuscì a sfuggire al vagantismo facendosi accettare dal Patriarcato Ecumenico, che diede così origine alla “Arcidiocesi Russa dell’Europa occidentale” tuttora esistente.

Un altro grave difetto dell’opera è quello di voler affrontare, nello spazio di poche pagine e, soprattutto, per un pubblico di lettori non specialisti della materia trattata, dei problemi di comunione ecclesiale nati a seguito del 1920: l’autore si lascia sfuggire giudizi di valore che non dovrebbero comparire in un libro di intento “descrittivo”, parlando di Chiese “non canoniche” o “scismatiche” e lasciando intravedere la sua totale ignoranza dell’argomento. Una uguale faziosità è riscontrabile nella trattazione, ugualmente lacunosa, sull’Ortodossia in Italia.

Uno dei peggiori difetti di molti libri di divulgazione è quello di voler trattare di tutti gli aspetti di un dato argomento in modo esaustivo, anche se in poche pagine e, spesso, con pessimi risultati. Anche questa Le Chiese ortodosse si iscrive nel novero delle opere che non solo non riescono a trattare esaurientemente di un argomento, ma aggiungono confusione a confusione, dimostrandoci, se mai ce ne fosse bisogno che, senza una adeguata attività editoriale da parte ortodossa, la più antica Confessione cristiana rimarrà ancora a lungo chiusa “con sette sigilli” alla cultura italiana.

p. Daniele Marletta (da La Pietra n. 3-4 2000 pp.38-41)

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