Pavel Florenskij: Il cuore cherubico

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Pavel A. Florenskij
Il Cuore cherubico. Scritti teologici e mistici
Casale Monferrato, Piemme, 1999, pp. 303

Nell’introdurre questo libro davvero magistrale, e ben prima di affrontarne i temi, è nostra intenzione tracciare un profilo, seppure sommario ma incisivo, del noto autore, tralasciando volutamente le note biografiche a cui rimandiamo all’ottimo apparato messo a punto nel presente volume.

Pavel Florenskij si inserisce a pieno titolo nel panorama dei padri della teologia contemporanea, tuttavia distinguendosi per la particolare attenzione rivolta al tema della Tradizione e all’interpretazione del linguaggio liturgico. Anzi, possiamo, con sicurezza, affermare che la grandezza del suo pensiero consiste proprio nel non aver voluto tenere distinti i due aspetti. Nell’opera di Pavel Florenskij, infatti, la Tradizione non viene chiamata in causa come elemento di supporto per la validità di particolari tesi dal momento che essa costituisce la materia primaria intorno a cui si anima il pensiero di un uomo veramente teologo in quanto il senso della teologia è tutto racchiuso nell’essere in comunicazione con Dio in presenza degli uomini.

Florenskij quindi sviluppa, in questa raccolta di saggi che sono perlopiù il resoconto di alcune sue lezioni tenute all’università, interessanti riflessioni sull’uomo contemporaneo e sull’impostazione del problema della verità.

Nel saggio Empiria ed empirismo, il teologo russo dimostra, con correttezza di pensiero ed audacia linguistica, i limiti e la fallacia dell’approccio empirico-scientifico all’ambito del sacro e della vita etica, criticando aspramente il principio per il quale ciò che appartiene alla natura del sensibile e del fenomenico è di per sé evidente. Invero, nessuna esperienza sensibile, nessuna empiria, può rivelare alcunché sul segreto dell’azione umana. Il giudizio sulle azioni degli uomini non può appellarsi unicamente al criterio della bontà o dell’infamia, l’intenzione è ciò che muove l’azione ma essa resta impenetrabile alla superficie dei fatti. Per questo motivo, la scienza “non ha mezzi per cogliere le esperienze mistiche”. Su tale argomento, Florenskij rifiuta in toto la visione positivista del mondo: l’interesse per l’universo sensibile non è dato tanto dalla volontà di conoscere ciò che in esso esiste, bensì da ciò che esso rappresenta per l’uomo: una potenziale via alla scoperta degli altri mondi sovrasensibili. L’universo sensibile è quindi un simbolo, laddove Florenskij intende per “simbolo” non semplicemente un segno ma un “un’unità organicamente viva di ciò che rappresenta e di ciò che è rappresentato”. Tuttavia, la realtà sensibile non cessa di esistere, sebbene abbia espletato la sua funzione: essa viene coinvolta , mescolata, trasfigurata dal fuoco dell’altro mondo, divenendo essa stessa fiamma pur senza perdere la forma sensibile che le è propria.

Una critica ai limiti della scienza rispetto alla conoscenza mistica compare anche in un altro importante saggio contenuto nel libro, intitolato La luce della verità. La fallacia dell’analisi scientifica è qui vista dal punto di vista del linguaggio. La prassi della scienza si concentra essenzialmente nella direzione di una scomposizione, di una separazione degli elementi della realtà, come se essi dovessero essere sottoposti alla precisione oculare di un microscopio. Perciò, le parole poste al vaglio della riflessione, ovvero dell’analisi scientifica, appaiono come semplici segni che compongono un concetto; in realtà, le parole, piuttosto che essere dei segni incastrati in uno schema, sono strumenti che suscitano la formazione di un pensiero nella coscienza. Conseguentemente, nei testi religiosi, mitici e leggendari, la parola, non sottoposta al vaglio della riflessione, può rivelare liberamente tutto il suo contenuto metalinguistico. Per questo motivo, i miti sono il fondamento di qualsiasi comprensione della realtà. Alla base del processo conoscitivo si pone quindi un’esperienza di “uscita reale del conoscente da se stesso oppure… un reale ingresso del conosciuto nel conoscente, la loro unione reale”. L’uscita di cui parla il filosofo russo non è altro che la fede. Così, la conoscenza non è il mero impossessarsi di un oggetto morto da parte di un soggetto predatore ma l’attuarsi di una viva comunione in cui soggetto ed oggetto hanno ruoli intercambiabili. La fede rappresenta, per il cristiano, la via della conoscenza: una conoscenza che si attua per mezzo dell’amore, in quanto l’oggetto, ma potremmo dire anche il soggetto della fede, è esso stesso Amore. “Dio è amore” è detto nella Prima Lettera di Giovanni, ovvero Dio è l’Amore e non semplicemente “Uno che ama”. Eppure, alle orecchie del mondo moderno, la parola “amore” è una delle tante che ha subito un processo di decontestualizzazione. Scissa dall’originale senso evangelico, essa è divenuta un termine banale che abbonda sulla bocca di tutti. “La più evidente degenerazione del tessuto religioso è riflessa dai discorsi sull’amore” denuncia tristemente uno dei più interessanti saggi contenuti in questa raccolta, Il timore di Dio. Respinto quindi ogni vago sentimentalismo, ciò che veramente tocca l’essenza dell’amore cristiano è il senso del timore. Recita una preghiera di San Giovanni Crisostomo: “Signore, pianta in me la radice dei beni, il tuo timore sia nel mio cuore” e nei Proverbi, a proposito del timore, si dice che esso è il principio della sapienza. Quindi, considerato che la conoscenza avviene sempre tramite il contatto, nella relazione tra l’uomo e Dio, il timore è il segno che questo contatto è avvenuto, rivelandosi in un profondo sconvolgimento dell’anima. Il timore infatti nasce con l’irruzione dello sconosciuto, del totalmente altro; esso squarcia in noi il meccanismo perverso dell’abitudine e apre una finestra su altri mondi, sull’eternità. Questa finestra compare nella vita del cristiano essenzialmente attraverso il culto, nella liturgia, nella preghiera, negli uffici. Il culto, ultimo tassello su cui vorremmo concludere questa breve presentazione di un libro molto complesso ma profondamente illuminante, costituisce il centro della vita del cristiano, essendo “quella parte della realtà, distinta da tutte le altre, dove si incontrano l’immanente e il trascendente, il terreno e il celeste, le cose di questo e le cose dell’altro mondo, l’istante e l’eterno, il relativo e l’assoluto, il corruttibile e l’incorruttibile”. In esso infatti si racchiude il tempo del già e del non ancora, ovvero di quel mistero che, celato agli occhi della razionalità, vive nel cuore di ogni cristiano.

Chiara Ruth Rantini (da La Pietra n.4/1999 pp.28 – 30)

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